“Nel volgere di pochi decenni, piagati da guerre e congiure di ogni tipo, Firenze ha avuto Brunelleschi, Donatello, Ghiberti, Masaccio. La Svizzera, in 500 anni di pace e prosperità, cos’ha inventato? L’orologio a cucù!”.

La spassosa battuta di Woody Allen è fondata su un luogo comune fasullo.

La Svizzera, che ha otto milioni di abitanti, ha vinto 22 premi Nobel.

L’Italia, che ne ha 60 milioni, ne ha vinti 18, dei quali 5-6 almeno sono di dubbia attribuzione perché conferiti a studiosi di nascita italiana ma che hanno ottenuto i propri risultati scientifici all’estero e che non avrebbero mai avuto il premio se fossero rimasti in Italia.

Infatti, da almeno due secoli la Svizzera è terreno molto fertile per lo sviluppo della Conoscenza.

E’ sede della più grande istituzione di ricerca del mondo, il CERN.

imagesPuò vantare scuole di livello elevatissimo, e non mi sto riferendo ai soliti collegi per ragazzi ricchi. I politecnici di Zurigo (il famoso ETH) e Losanna sono università pubbliche celebrate e apprezzate in tutto il mondo, con un curriculum spettacolare di accomplishments.

Ancora più importante, per quanto attiene agli effetti produttivi e materiali della ricerca scientifica e tecnologica, è la presenza in Svizzera di una robusta infrastruttura di collegamento tra capitali e ricerca (come ad esempio il venture capital) che in Italia ci sogniamo.

Se anche la prosperosa industria finanziaria dovesse andare incontro a un tracollo (il che per l’economia del paese sarebbe un colpo durissimo che richiederebbe decenni per essere lenito), la Svizzera dispone di solide risorse per una ripresa.

Quanto all’arte, e nella piena e ovvia consapevolezza dello strapotere dell’arte italiana (del passato remoto…), provate a entrare in 4 musei a caso tra Lugano e Basilea e in 4 musei a caso tra Torino e Catania, poi raccontatemi le vostre impressioni.

Una delle più interessanti trasformazioni socioeconomiche in corso è l’Open content, ossia il ripensamento del diritto d’autore concernente sia le opere d’arte sia le opere dell’ingegno economicamente utili, come ad esempio i brevetti.

Sono già stati introdotti tipi innovativi di licenze, come quelle Open Source e quelle Creative Commons, che consentono di copiare e modificare liberamente le opere, pur riconoscendo all’autore originario sia la titolarità morale sia il compenso economico.

Si tratta di licenze più sofisticate del semplice copyright oggi in vigore, che attenuano il potere dell’editore e lasciano più gradi di libertà all’autore nel definire le forme di riutilizzabilità della propria opera. Per esempio: ci sono forme di licenze Creative Commons tali da consentire che un libro sia riutilizzabile per produrne un altro (di cui esso diventerebbe dunque una parte); altre forme, invece, lo vietano.

Il movimento Open content è nato da quello Open source, sviluppatosi a partire dagli anni ‘80 e concernente il mondo del software (del quale ha innovato la filiera produttiva). E’ un piccolo grande orgoglio della comunità informatica, l’avere dato la stura a una riflessione e un trasformazione così profonda come l’open content.

Tuttavia, come ho avuto già modo di dire altrove, intorno a open source circolano un paio di fanfaluche.

pulcinellaUna è che le licenze d’uso open source implichino o invochino la gratuità del software. In realtà quasi nessuna delle licenze Open presuppone o prescrive la gratuità dell’opera: a indurre in alcuni questa miscredenza è l’ambiguità dell’aggettivo “free”, che in inglese può significare libero ma anche gratis.

L’altra fanfaluca è che open source sia una manifestazione di intelligenza collettiva, ossia di emergenza dal basso di competenze un tempo solo appannaggio delle organizzazioni strutturate.

Secondo questa visione, il software open source dimostrerebbe che nugoli di umani senza alcun coordinamento possono auto-organizzarsi per produrre manufatti di grande complessità, come Linux o OpenOffice. Nessuno dirige o coordina i lavori.

Questa credenza è alimentata da autori (giuristi, economisti, giornalisti, politici) che non conoscono le sottigliezze del processo di produzione del software e dunque non lo comprendono.

E’ vero, infatti, che alla fabbricazione del software open source partecipano tantissimi programmatori free-lance, ma è falso che essi operino senza coordinamento top-down.

In realtà, i prodotti open source di più grande diffusione, successo commerciale e complessità (come Linux, OpenOffice, Apache Server o certi ERP) sono stati progettati e realizzati da organizzazioni aziendali ordinarie (come Sun, Red Hat, IBM, OpenBravo, Compiere, ecc ecc).

linuxEsse si sono avvalse, è vero, in parte di programmatori sparsi per il mondo e spesso non remunerati se non con l’apposizione dei loro nomi tra i credits, ma costoro sono stati e sono orchestrati da esperti di sviluppo del software e industrializzazione di prodotto.

Anche i progetti open source non controllati da aziende, prevedono tutti un Project leader che coordina gli indirizzi, stabilisce le priorità e così via.

Insomma, la partecipazione è spesso volontaria e spontanea. Ma l’0rganizzazione del lavoro è di tipo top-down. I lavoratori dell’open source, quando non sono veri e propri dipendenti di aziende del ramo, assomigliano ai terzisti che lavorano in outsourcing per le imprese manifatturiere: quando Zara o Tods ordinano delle lavorazioni a terzi, prescrivono dei precisi capitolati d’opera, anziché aspettare che ai loro cancelli si presentino prodotti o semilavorati prodotti per “spontaneamente” e per ”auto-organizzazione”.

Andate su openoffice.org o su sourceforge.net, e vi troverete le regole comportamentali e collaborative per contribuire a progetti open source, nonché l’elenco dei task che possono essere svolti da qualunque volontario.

Chi ha promulgato quelle regole? Chi mantiene quella lista di task, preoccupandosi delle relative priorità e dei mutui collegamenti, senza i quali nessun software emergerebbe?

Non l’Intelligenza Collettiva di un Organismo Auto-organizzato, ma delle persone concrete, spesso con tanto di stipendio e company car. (A volte, questo stipendio è provvisto da aziende o enti pubblici ignari che i loro dipendenti fungono, per una buona parte del proprio tempo, anche lavorativo, da project leader per progetti open source).

L’influenza della pandemia in corso è più blanda dell’ordinaria influenza invernale.

Se ne guarisce in pochi giorni. Muoiono (per complicanze, non per l’influenza) meno malati di quanti ne muoiano con le influenze invernali di ogni anno.

(Se masticate l’inglese, verificate queste mie affermazioni sul sito del famoso CDC di Atlanta).

E allora, perché tutti i telegiornali e i giornali (per esempio, oggi Corriere e Repubblica) aprono con le notizie dei moribondi a causa della “suina”?

Non è forse vero che di questa influenza si muore? Be’, sinora ne è morta circa una persona ogni mille che si sono malate. (Di influenza ordinaria, in inverno muoiono circa 2,5 persone ogni mille che si ammalano).

Se temete le percentuali del tipo 1 su mille, allora non dovete prendere più nessun farmaco (dall’Aspirina al Tavor), perché gli effetti collaterali letali hanno grosso modo quella probabilità. Non dovete mai più andare in macchina,  perché quasi certamente morireste in un incidente.

Di converso, se siete intonati dovreste correre subito alle selezioni di X-Factor: avete una probabilità su mille di essere selezionati! Che aspettate?

Morire di influenza è un evento raro. I telegiornali non aprono mai ammonendo che, se prendete un’aspirina, vi può cogliere un edema o una miocardite. O che prendendo 15 gocce di Lexotan sarete colti da tromboflebite o apnea.

Però aprono da settimane raccontando dei morti “da influenza suina” (NB: non sono morti di influenza, bensì di infezioni batteriche e altre malattie causate dall’influenza).

somaroI media sono così: fenomeni di stupidità collettiva. E incapaci di aiutarci a comprendere se ci sia un problema, e quale. Quella che essi stanno vivendo è un’influenza, piuttosto che suina, asinina.

In effetti qualche problema c’è, ma non assomiglia a quel che hanno detto e scritto sinora i media italiani. Le ragioni della preoccupazione da parte degli organismi di salute pubblica sono due:

Preoccupazione n. 1

L’influenza A H1N1 colpirà davvero, come del resto anche quella ordinaria, in inverno.

E, poiché nessuno ne è immune, potrebbe ammalarsi una percentuale enorme di popolazione (intorno al 50%), causando a) grandi disservizi pubblici, b) una crisi economica (diminuzione del Pil) e c) uno stress insopportabile per le strutture sanitarie.

Quest’ultimo punto è, sul piano sanitario, il più rilevante.

Infatti, se anche solo il 5% dei malati andassero incontro a complicanze, si avrebbero in Italia 5%*50%*60 milioni = 1,5 milioni di persone da ospedalizzare. Cosa evidentemente insostenibile. In tal caso, l’insufficienza delle strutture ospedaliere farebbe salire la probabilità di morire indirettamente per influenza dall’attuale 1 per mille all’1% o anche di più. 

Preoccupazione n.2

Se il virus A H1N1, che finora è stato una tigre di carta, mutasse in una versione molto cattiva, allora potrebbero aversi guai grossi.

Aumenterebbe di molto la percentuale di persone afflitte da complicanze, e dunque il numero dei morti, perché si acuirebbero i problemi di insufficienza strutturale per trattare gli affetti da complicanze. Questo scenario è poco probabile, ma reso sgradevole dal fatto che la pandemia “spagnola” del 1918, che portò a circa 25 milioni di morti, nacque come quella di oggi: un virus di tipo A e ceppo H1N1, con blanda malignità in estate…

Tutto ciò fa sì che gli organismi pubblici siano soprattutto preoccupati della diffusione del virus attuale (NB: non della sua malignità).

Infatti, più esso si diffonde più cresce la preoccupazione (1) e, inoltre, aumentano le probabilità che il virus muti in tante versioni diverse. E se muta molto, comincia a farsi non proprio nulla la probabilità che finisca con il creare anche un ceppo maligno come quello del 1918.

Il paradosso

E qui sorge un problema paradossale, sul quale gli esperti non possono che glissare, sottacendolo, mentre i mass media non ne hanno ancora la più vaga nozione.

Il problema è che, sul piano individuale, a noi converrebbe ammalarci adesso di questo virus. Svilupperemmo degli anticorpi che potrebbero proteggerci da una eventuale, per quanto poco probabile, mutazione maligna in inverno.

Ma se tutti corressimo a farci contagiare, allora rischieremmo di anticipare i problemi della preoccupazione (1): si fermerebbero molti servizi pubblici, avremmo una crisi economica (come se non bastasse quella in corso) e crescerebbe a dismisura -in valore assoluto, non in percentuale- il numero di coloro che, una volta influenzati, sviluppano delle complicanze.

Collettivamente, l’effetto sarebbe quello di accelerare i rischi che sono previsti per l’inverno.

Individualmente, però, oggi io mi ammalerei di un virus benigno e, magari, potrei anche farmi prescrivere una profilassi antibiotica per limitare l’eventualità di complicanze batteriche. (Con ciò aggravando anche un altro problema collettivo: quello dell’abuso di antibiotici).

E’ un classico caso in cui l’interesse collettivo e quello individuale sono in contrasto.

E’ come quando stanno fallendo delle banche e la finanza precipita. Io corro a prelevare i miei soldi per metterli sotto il materasso. Così facendo, dormo tranquillo.

Ma se tanti, troppi clienti della mia stessa banca fanno come me, allora la banca fallisce davvero. Io ho scampato il pericolo, ma collettivamente abbiamo fatto fallire la banca, che forse senza il nostro comportamento da panico si sarebber salvata.

Documents

Pare che la Banca d’Italia abbia chiesto e ottenuto dal Ministero dell’Economia la revoca dell’attività finanziaria da parte di Zopa, azienda internazionale leader e tra i pionieri del peer-to-peer lending.

Zopa Italia si difende accampando le ragioni del “social lending”: la gggente che nobilmente si presta il denaro senza l’intermediazione di una banca. Può darsi che questa strategia comunicativa paghi.

A me, però, questa visione “sociale” convince pochissimo: da un anno prestavo in Zopa e non lo facevo per beneficienza ma per guadagnarci. (Per la verità sinora ci ero stato più che altro per capire bene il modello, che fa parte di un libro che sto scrivendo, e verificare se reggeva).

Ecco dunque che preferirei non parlare di social lending e restare invece sul terreno del p2p: utenti web, in qualche modo accreditati da Zopa, che fungono gli uni da prestatori e gli altri da richiedenti di prestiti, potenzialmente con risultati per gli uni e per gli altri più interessanti di quelli che si estraggono dal sistema bancario (almeno limitatamente ai prestiti personali).

Manco a dirlo, si trattava, si tratta di una minaccia a parte del business model bancario. (Ci sono decine di siti di p2p lending, e anche uno recente tutto italiano).

Da tempo attendevo una risposta competitiva da parte delle banche italiane, sotto forma di un business model creativo oppure di un’acquisizione.

Invece, arriva questa simpatica mossa della Banca d’Italia. Mah. Non sono un dotto finanziere (spesso non lo sono neanche coloro che dirigono le banche e le loro associazioni: perché dovrei esserlo io?) e quindi non so se nella nostra giurisdizione il p2p lending sia insostenibile per ragioni legislative.

Certo, il sospetto che si sia fatta pastetta e ucciso un concorrente innovativo con le carte bollate anziché con la creatività e la concorrenza, è forte.

Se è un pensiero azzardato e infondato, fatemelo sapere.

Poiché prediligo i temi popolari, vi dirò cosa penso delle due traduzioni degli Elementi di Euclide che ho visionato di recente.

Desideroso di approfondire alcune cose che ho letto da Odifreddi circa la fortuna di Euclide nella storia, nonché di riprendere (con evidente piglio senile) alcuni temi che mi furono cari ai tempi della laurea (una delle “tesine” era sulle geometrie non euclidee), mi sono procurato le uniche due traduzioni italiane di Euclide che, a quanto ne so, sono state realizzate nel secondo dopoguerra:

  • Attilio Frajese e Lamberto Maccioni (a cura di), Gli Elementi di Euclide, UTET, Torino 1970 (opera che chiamerò EU1)
  • Fabio Acerbi (a cura di), Euclide. Tutte le opere – Testo greco a fronte, Bompiani, Milano 2007 (che chiamerò EU2)

Le due differenze che balzano agli occhi sono che EU2 è un’opera omnia (mentre EU1 contiene solo gli Elementi, ossia l’opera per la quale Euclide va famoso) e ha il testo greco a fronte. Non sono differenze da poco. Un altro notevole vantaggio esibito da EU2 è il suo avvalersi di contributi di studio e ricerca avvenuti negli anni successivi alla pubblicazione di EU1: si tratta, cioè, di un’opera più aggiornata.

EU2 è in effetti un lavoro monumentale: oltre 2600 pagine tra opere euclidee, introduzioni, note e apparati. Assolutamente spettacolare il lavoro svolto da Acerbi, che è un fisico ma anche un polymath che spazia da gran signore nella matematica e nella lingua greca antiche. Egli si è preoccupato molto di contestualizzare l’opera euclidea, compiendo lunghi e tortuosi excursus nelle pubblicazioni matematiche verosimilmente precedenti gli Elementi: i quali, va chiarito, sono un compendio della conoscenza epocale e non il contributo esclusivo del signor Euclide.

Scuola di AteneNaturalmente, sia lo studioso sia chi come me, più modestamente, è appassionato di queste cose, si procureranno entrambe le opere. Chi, invece, opera sotto budget ristretto e/o non ha tempo né voglia di sciropparsi ben due traduzioni euclidee, si limiterà a una.

Diciamo dunque anche dei vantaggi di EU1, che sono due. Il primo è che gli Elementi siedono da protagonisti in quest’opera. Se il lettore è interessato eminentemente agli Elementi e meno alla loro storia e al loro contesto, potrà giovarsi di EU1. Vi troverà anche l’ulteriore vantaggio di una maggiore leggibilità.

L’erudito Acerbi, infatti, non ha fatto molti sforzi per farsi seguire dal proprio lettore, mentre Frajese e Maccioni hanno lavorato soprattutto con quello in mente. E si vede. Eu1 è scritta in modo chiaro e progressivo, ossia senza dare per scontato nulla che possa essere appreso solo più innanzi e che quindi appare a lungo oscuro (un difetto di EU2).

La stessa traduzione di EU1 risulta più scorrevole, essendo stata pensata meno in funzione dell’aderenza al testo e alla sua storia che non allo scopo di agevolare il lettore nella comprensione della matematica euclidea.

Intuiamo che Acerbi avrebbe da ridire su questa nostra ultima affermazione ma, non avendo egli annotato per nulla la propria traduzione e non possedendo noi gli strumenti per seguirla competentemente (i ricordi di greco antico sono al lumicino…), restiamo con la sensazione che leggendo gli Elementi in EU1 si faccia prima e non si perda poi molto. La traduzione di EU1, d’altro canto, è ricca di note e tra queste si ritrovano molte delle analisi e dei dati che in EU2 sono invece contenuti nelle introduzioni.

Comunque, l’enormità dell’impresa compiuta da Acerbi, il valore che la sua opera avrà per la storia della matematica e per la cultura italiana, la ricchezza del contenuto e l’aggiornamento di cui EU2 può fregiarsi ne fanno, secondo me, la scelta obbligata.

Atul Gawande

Atul Gawande

Sapevate che la sanità pubblica Usa spende, per abitante, il 30% in più di quella italiana?

La spiegazione di questo paradosso ci è offerta da un’inchiesta recentemente svolta dal New Yorker. (L’autore è Atul Gawande, chirurgo del Brigham and Women’s Hospital di Boston e professore di chirurgia alla Harvard Medical School.)

 
Il sistema sanitario statunitense va noto per essere privato, ma in realtà esistono due mutue pubbliche: una per le persone poverissime e una per le persone vecchie.
 
Queste due mutue non lavorano solo con ospedali pubblici, bensì anche attraverso ospedali privati, esattamente come succede da noi. La Lombardia, per esempio, è all’avangardia nel proporre un sistema sanitario che faccia fortemente leva anche sulle strutture private, ritenute “più efficienti”.
 
Tuttavia, la spiegazione del paradosso americano sta proprio in quella efficienza, e nel gioco di parole tra “efficienza” ed “efficacia”.
 
Infatti, a noi in quanto contribuenti interessa innanzitutto l’efficienza, ossia che la cura costi il minimo possibile. Ma ahimé, quando siamo anche malati, improvvisamente ci interessa moltissimo che la cura sia efficace!
 
Ed è qui che casca l’asino.
Di proprietà di un'organizzazione non-profit, la Mayo Clinic del Minnesota è da 40 anni il miglior ospedale d'America

L'organizzazione non-profit Mayo Clinic del Minnesota gestisce da 40 anni i migliori ospedali d'America

Il New Yorker ha confrontato tra loro le contee Usa nelle quali il Pubblico spende di più in sanità, e quelle nelle quali invece spende meno.

E ha scoperto che le prime sono anche quelle dove la gente è curata peggio: le metriche indicano una maggiore incidenza di malattie, mortalità, eccetera eccetera.

Le contee che spendono meno, invece, hanno un livello di salute dei cittadini superiore alla media mazionale, e molto superiore a quello delle conteee spendaccione.
 
Ohibo’! La spiegazione?
 
Nelle contee virtuose prevale uno stile di conduzione degli ospedali olistico e mirato al risultato globale sul malato. I medici sono remunerati con stipendi.
 
Nelle contee spendaccione, invece, prevale il modello che è anche quello privatistico italiano: l’obiettivo da raggiungere è il profitto dell’ospedale, e i medici sono remunerati di conseguenza. Stipendi modestissimi e bonus variabili altissimi basati sulla clientela che si attira e sulla quantità di cure somministrate.
 
Got the picture?

Celebro quest’estate le mie nozze d’argento con il New Yorker.

Dice: “O bella, e chi se n’impippa?”. Be’, la cosa potrebbe interessare a chi non conosce il più bel periodico del mondo occidentale e da queste righe potrebbe prendere slancio per innamorarsene a sua volta.

NYIl più bel periodico? Eccome! Pensate: niente pagine di pubblicità, se non tre o quattro all’inizio. Niente illustrazioni rutilanti. Anzi, quasi niente illustrazioni, se non i disegni di impareggiabili cartoonist.

Vignette (in bianco e nero) invece delle insopportabili foto dei rotocalchi stile “magazine” italiano, improntate al cicaleccio politico e al pettegolezzo e all’esercizio delle solite trite parole-chiave, tutte, dico rigorosamente tutte, fraintese o malintese, come glamour, trasgressione, sensuale, eccetera.

Le più belle penne della lingua inglese. La traduzione di alcuni dei più bravi scrittori del mondo. Inchieste giornalistiche approfondite. Divulgazione scientifica. Resoconto dei principali fatti letterari e della vita culturale newyorkese, che resta una delle più interessanti.

Nessun errore di inglese od ortografico: scordatevi La Repubblica o L’Espresso! Una squadra interna di fact checkers che controllano l’esattezza fattuale di tutto quello che viene pubblicato. Il giornalismo al suo meglio.

Vi garantisco che la settimana comincia bene con la copertina (sempre diversa e disegnata a mano) del New Yorker.

Peccato che l’editore Condé Nast, rapace produttore anche di molta paccottiglia mondana, da qualche mese abbia avuto la bella pensata di nascondere la copertina sotto una pagina di pubblicità, entro la busta di cellophane in cui vi arriva il giornale.

Neppure dall’estero ci è sfuggita l’eco che ha avuto sulla stampa milanese la Grande Riforma Informatica recentemente attuata dal tribunale di Milano.

Le notifiche agli avvocati non avverranno più mediante costose missive ceralaccate viaggianti a passo di lumaca, bensì attraverso una bacheca elettronica.

lumacaOssia: il tribunale apre una bacheca elettronica accedendo alla quale i legali accreditati potranno verificare, stando in ufficio, se ci sono comunicazioni per loro da parte dei magistrati -relativamente alle sole “notifiche”.

Wow!

Dunque ci hanno ascoltati :-) quando dicevamo che ci sono tante piccole-grandi cose che si possono fare subito e a costo zero o addirittura risparmiando (come nel caso di specie).

E’ impossibile non salutare con plauso questa iniziativa, anche se, nel 2009, ossia diciotto anni dopo il world-wide web e trenta o quaranta dopo l’internet, fa sempre una certa impressione sentir dire che non si è adottata la “semplice email certificata” perché “gli hacker” potrebbero violarla…

Come se fossero sicure le montagne di scartoffie che prendono polvere dentro Palazzo di Giustizia, o le lettere-lumaca di colore verde, o gli uffici di cancelleria (dai quali escono, dirette a Stampa e Tv, anche le notizie più segrete e riservate)!

Nella nostra Italia dell’analfabetismo digitale, dove l’internet è nota solo per la pedofilia o -al massimo- per Facebook e dove l’email è ancora considerata una frivola stravaganza, dobbiamo rallegrarci per misure che, nei Paesi progrediti, sono vecchie di decenni e che sono di beneficio per tutti: utenti e lavoratori.

A fine aprile, Sap Research ha ospitato a Dresda un International Research Forum, “The Internet of Things: Reality or Hype?“ sul concetto di real-world web, ossia la messa in rete degli oggetti fisici -cose, persone, animali e non più solo pagine elettroniche.

picIl titolo è un po’ sciocco (montatura la internet of things?!), ma il convegno è stato di discreta qualità, e ha confermato un trend in atto da molti anni.

In “A World of Smart Objects: The Role of Auto-Identification Technologies” (Gartner, 2002) avevo prospettato i più probabili sviluppi futuri dell’rfid, dell’internet v.6, e delle tecnologie collegate che rendono possibile la Rete delle Cose.

E’ bello, per una volta, constatare che le previsioni erano alquanto accurate.

In lavori del 2003-2005 (tra i quali il libro “2015 Weekend nel Futuro“, Il Sole 24Ore, 2005, con V. Di Bari), ho aggiunto al cocktail la ipergeografia, resa possibile dalla messa in rete dei luoghi fisici e delle coordinate spaziali. La fusione fra ipergeografia e internet of things crea una realtà aumentata interessante e di qualche utilità. occhialoni

Non avevo inventato nulla e mi limitavo a organizzare e ripresentare idee sorte a visionari ben più dotati di me. Tra i miei tantissimi creditori per quelle idee, Jim Spohrer, David Gelernter, George Fitzmaurice e Anthony Townsend.

Secondo le neuroscienze, il numero massimo di persone con cui un essere umano può mantenere una relazione stabile e consapevole è compreso tra 148 e 290.

In pratica, la soglia che viene assunta come critica è 150, detto numero di Dunbar.

Dunque, c’è un limite cognitivo teorico alla quantità di relazioni sociali che io posso intrattenere; dove per “relazione sociale” si intende che io so chi è un tale e in quali rapporti egli sta con le altre persone che conosco. [1]

Bene. Come la mettiamo allora, con quelli che sui social network hanno più di 150 “amici”?

Sono tutti competitivi compulsivi, ossia gente che crede che l’oggetto del networking sia una gara nella quale vince chi raggiunge il numero massimo di connessioni?

Oppure c’è anche tanta gente che intrattiene più di 150 relazioni “vere”? Perché se è così, allora vuol dire che il social network è anche un mezzo di potenziamento delle nostre facoltà cognitive.

Cioè: la mia corteccia cerebrale mi impedisce di coltivare più di 150 conoscenze. Ma usando Facebook o MySpace io in effetti le estendo, e posso andare fino a un numero qualsivoglia.

Siamo, dunque, di fronte a un caso di realtà aumentata [2]?

- – -

[1] O mi credete sulla parola, o vi leggete  ”Co-Evolution of Neocortex Size, Group Size and Language in Humans“, pubblicato da Robin Dunbar su Behavioral and Brain Sciences nel 1993, e “Comparing Two Methods of Estimating Network Size”, pubblicato da McCarty, Killworth, Bernard, Johnsen e Shelley su Human Organization nel 2000.

[2] La realtà aumentata arricchisce il mondo dell’esperienza fisica aggiungendovi informazioni che i nostri sensi e/o il nostro cervello non raccoglierebbero direttamente: restiamo nel nostro mondo concreto, del quale sappiamo di essere partecipi e protagonisti (dunque non si tratta di realtà virtuale), ma l’elettronica vi aggiunge o sottrae elementi che ci aiutano a fruirne o a modificarlo.

Mi è piaciuta la presentazione di System S, la nuova piattaforma di Complex Event Processing dell’Ibm.

Gli amanti della complessità potranno riconoscervi uno strumento concreto per monitorare situazioni complesse e, entro certi limiti, governarle.

Complimenti alla casa editrice Elsevier e alla casa farmaceutica Merck, che si erano accordate per pubblicare un finto journal medico.

Il periodico era costruito in modo da apparire come una rivista scientifica, e invece era un taroccone per fare pubblicità a prodotti Merck presso i medici. Se volete la storia completa, la trovate qui.

Intendiamoci, come già detto proprio in questo blog, tra la pubblicazione scientifica autorevole e la contraffazione vera e propria c’è tutta una gamma di colori intermedi.

Esistono un’infinità di periodici e congressi / conferenze che di scientifico non hanno nulla, nel senso che non vi appare nessuna ricerca originale e i contributi non sono soggetti a peer-review o, se lo sono, i partecipanti si tengono bordone l’un altro, fungendo l’uno da autore e l’altro da referee, in modo da esser certi di poter pubblicare tutti.

E questo non succede solo in campo medico.

Per partecipare alla formazione di una lobby italiana, venite qui.

Dopo aver detto, in un post precedente, dell’insopportabile chiacchiericcio dei media intorno alla pirateria musicale e cinematografica come bandiere di libertà, concentriamoci sulle questioni vere che stanno dietro (ma molto dietro)  la faccenda di The Pirate Bay.

Innanzitutto, sgomberiamo il campo dal sospetto di essere noi dei biechi sostenitori delle Major.

Gli editori non devono CiberFarci, usando la pirateria come pretesto per indurre il legislatore a introdurre norme ingiuste e speculative, come ad esempio quelle troppo generose o troppo restrittive sul diritto d’autore.

Occorre inoltre vigilare affinché la legislazione che si introduce per rimediare a storture del web (i pirati, i pedofili, i nazisti, eccetera) non comporti degli effetti collaterali devastanti, che finiscono con il far male all’apertura e al valore dell’internet.

Questi sono rischi concreti, dovuti meno alla malvagità delle lobby che all’incompetenza del legislatore. Per una discussione utile e informata di alcuni di questi temi, rimandiamo per esempio a NNSquad o al blog di Stefano Quintarelli.

Ma queste, se pur importantissime e meritevoli di vigilanza civile, sono faccende solo tangenti quella di Pirate Bay, e il tirarle in ballo dopo la sentenza della magistratura contro i ricettatori, senza parlare delle due questioni-chiave, è intellettualmente scorretto.

Le questioni-chiave sono due.

1) Protezione dalla copia

Se si ammette come giusto (ma vedi la questione 2 più avanti) che un autore e un editore abbiano diritto a essere remunerati per un’opera dell’ingegno, allora bisognerebbe impedire che la gente si procurasse illegalmente copie di tali opere.

Ma, e limitando le considerazioni alle opere digitalizzabili (come musica, cinema o letteratura), se poi risultasse che impedire le copie è di fatto impossibile, allora la discussione diventerebbe un tantino stucchevole. La legge che dice “è proibito copiare senza pagarle le opere dell’ingegno” suonerebbe un po’ come i Comandamenti VI, VIII e IX, che praticamente nessuno rispetta e le cui violazioni possono essere emendate solo ex-post, con la confessione. :-)

Se “non crackerai i film con Nero” o “non scaricherai song con eMule” fossero le prescrizioni, ci sarebbe da ridere. Le remore morali delle persone sono limitatissime, e masse immense di consumatori violerebbero i comandamenti.

Infatti, è proprio quello che sta succedendo. E, come abbiamo detto nell’altro post, la “libertà di espressione” e la “democrazia del web” non c’entrano, qui, un corno.

Allora, gli editori (supportati dalla stragrande parte degli autori) sono continuamente alla ricerca di modi non solo legislativi, ma anche tecnologici per impedire che le opere digitalizzabili vengano copiate.

Si escogitano continuamente accrocchi di ogni tipo, sui quali ora non ci dilunghiamo per non annoiare, ma che i più curiosi potranno apprendere da sé utilizzando digital rights management come parola-chiave.

Alcuni sostengono che, poiché un’opera digitalizzata può comunque sempre essere riconvertita in formato analogico (per esempio: compro una song digitale –> la suono col riproduttore e registro nell’ambiente mentre suono –> prendo la registrazione effettuata analogicamente e la digitalizzo –> faccio infinite copie della song), quegli accrocchi sono tempo perso.

Se anche questa affermazione fosse vera (ma l’argomento è molto complicato), essa non costituirebbe una giustificazione morale della pirateria web, bensì semplicemente la presa d’atto di una situazione di fatto.

E’ quello che i CiberCiFaccio più colti (ossia il 5% di coloro che hanno scritto sui giornali il 18 aprile parlando della sentenza su Pirate Bay) intendono dire quanto sostengono che gli editori, anziché fare causa ai ragazzi “libertari”, dovrebbero inventarsi modi nuovi per fare soldi: vendere film o canzoni non paga più.

Questo, come quello dei “libertari”, rischia di risultare a sua volta un argomento ipocrita. Infatti, se vendere musica o cinema o libri non è più possibile, quale cavolo potrebbe mai essere il “business model” di un editore?

Nel mondo musicale, da circa un decennio, a causa della pirateria, il modello che è cresciuto maggiormente è quello del concerto dal vivo. Per esempio, le grandi star del rock e derivati fanno quattrini solo coi concerti. Ma è un modello sostenibile per l’industria editoriale? E i libri?

Allora siamo trascinati alla seconda questione seria (ancora più complicata della precedente, e intorno alla quale dichiariamo subito la nostra incompetenza).

2) Copyright, copyleft, ecc.

(Per chi non mastica i termini-chiave, rimandiamo a un semplice riassunto).

E’ giusto remunerare autore ed editore per un’opera dell’ingegno, come un’invenzione o un romanzo, indipendentemente dal fatto che essa possa o meno essere scopiazzata?

Se pensiate non sia giusto, allora potete finire di leggere qui, o tutt’al più andare qui perun ripasso sulla portata della questione.

Ma anche se, come chi scrive, pensate sia giusto remunerare artisti, inventori e progettisti, potreste avere dei dubbi collaterali. Per esempio, circa la durata dei brevetti. O circa la liceità stessa dei brevetti.

E’ giusto che ci siano aziende che pretendono di brevettare le zucchine o i cornetti, introducendo delle varianti genetiche e facendo in modo che sopravvivano solo quelle?

E’ giusto che un nuovo miracoloso farmaco anti-Aids non possa essere utilizzato nel terzo mondo perché il brevetto lo impedisce?

Da quando è nato il mondo digitale è nata anche la discussione su cosa debba significare la titolarità di un’opera dell’ingegno, su come essa possa essere remunerata, su come aprire la possibilità di riutilizzarla per crearne dei derivati pur senza ledere i diritti del creatore originale.

E così sono nati discorsi come il copyleft (nel mondo del software, ma applicabile più in generale) o le licenze Creative Commons.

Questi sono discorsi seri, che stanno “dietro”, molto dietro, le discussioni sulla pirateria web. Peccato che i CiberCiSono non lo sappiano e che i CiberCi Faccio campino su questa ignoranza.

Poiché un’amica ricercatrice ha sostenuto che, nel mio libro sulla complessità, io mitizzo l’approccio scientifico, dico qui cosa penso di alcuni aspetti del processo, in nove semplici punti:

(1)

Non conta quanto si pubblica, bensì cosa. Ci sono ricercatori che pubblicano centinaia di paper senza lasciare alcun contributo sostanziale alla loro disciplina. Sono stati messi a punto sofisticati e convoluti sistemi per pubblicare molto e persino essere citati molto, pur avendo pochissimo da dire. Purtroppo, solo gli specialisti sanno se lo studioso X ha davvero prodotto qualcosa di interessante, al di là delle pubblicazioni effettuate. La mera enumerazione delle pubblicazioni è un indice poco utile per stimare la qualità di un ricercatore: si tratta, piuttosto, di un indice utile per valutare la produttività di grandi gruppi di ricercatori. Ossia, ha un valore statistico e non già -se non debolissimamente- individuale.

(2)

Molte riviste scientifiche sono di bassa lega. Autoreferenziali e scadenti, vi si pubblicano cose irrilevanti. Sono fondate e mantenute da studiosi di basso profilo che, sapendo che non riuscirebbero mai a pubblicare su quelle importanti, ne allestiscono di “proprie” per essere certi di poter pubblicare. Non è difficile: basta fare rete (comunella) con studiosi di pari livello in varie università, possibilmente situate in vari Paesi, così da conferire anche un’aura di autorevole internazionalità alla rivista e ai congressi che vi sorgeranno attorno. Al mondo esistono centinaia di queste riviste, soprattutto di argomento medico, sociologico, politico, economico, tecnologico-applicativo. Ma non ne mancano in nessun settore della scienza.

(3)

La competizione per pubblicare su quelle che invece sono autorevoli è così forte, da dar luogo anche a distorsioni. Può persino accadere che la politica editoriale della rivista giunga a dissuadere dalla pubblicazione di lavori scientifici di questo o quello orientamento. Craig Venter, uno dei protagonisti della sequenziazione del genoma umano, ha sempre sostenuto che il grande James Watson e i US National Institutes of Health boicottarono alcune sue pubblicazioni su Science, ritardandole. Per fare un esempio di segno opposto: la teoria delle stringhe ha dominato pubblicazioni, dottorati e cattedre di fisica nel corso degli ultimi dieci o quindici anni.

(4)

Le grandi visioni, le grandi sintesi, le teorie unificanti, i progetti interdisciplinari si prestano poco alla pubblicazione, perché i referee devono faticare troppo per verificarne la qualità. Nella stragrande parte dei casi, vengono pubblicate -anche sulle riviste più serie- cose estremamente specialistiche, non sempre utilissime.

(5)

Alcuni grandissimi scienziati hanno pubblicato e pubblicano poco.

(6)

I maverick. Quando Charles Townes sviluppò il primo laser (si trattava in realtà di un maser), quasi nessuno credeva alla sua innovazione. Ben due premi Nobel, Rabi e Kush, tentarono di scoraggiarlo dallo «sprecare quattrini del dipartimento» nei suoi studi. Niels Bohr, considerato da alcuni il più grande fisico del Novecento, gli disse che doveva essersi sbagliato; e lo stesso fece John von Neumann, uno dei più grandi scienziati di sempre. Quando nel 1986 Renato Dulbecco annunciò che era venuto il momento di intraprendere la sequenziazione del genoma umano, la maggioranza dei più grandi biologi ritenne il programma eccessivamente pretenzioso e troppo prematuro (esso fu invece portato a termine dopo meno di quindici anni). Questi episodi sono utilizzati nella cultura popolare per sottolineare l’eroica condotta dei maverick contro i soloni della “scienza ufficiale” (un’espressione priva di senso), ma in realtà stanno a indicare una cosa lapalissiana, ossia che nell’attività scientifica si sbaglia moltissimo. Dovremmo preoccuparci se non fosse così!

(7)

Non pochi grandi scienziati sono uomini quasi stolti, spesso incapaci persino di badare a se stessi. Kurt Goedel, il più grande logico del Novecento e forse di sempre, era un insopportabile ipocondriaco che si lasciò morire di fame. James Watson, uno degli scopritori della doppia elica del Dna, un paio di anni fa ne n’è uscito dicendo che i neri di pelle sono meno intelligenti dei caucasici. Brian Josephson, che a 22 anni  spiegò l’effetto tunnel degli elettroni e ne ricevette il Nobel, oggi si occupa di levitazione, teosofia, esperienze extrasensoriali e telepatia.

(8)

Altri scienziati hanno gravi problemi di comunicazione, che impediscono loro di far comprendere al mondo o le loro scoperte o le loro necessità. Nella mia personale esperienza di direzione di laboratori di R&D, negli anni ‘80, i miei due migliori ricercatori erano di questo tipo. Si tratta di persone con le quali è spesso assai difficile comunicare su piani diversi da quelli strettamente inerenti i loro studi. Lo stesso grande Niels Bohr, per dire di un caso famoso, non era apprezzato tra i non addetti ai lavori perché non si esprimeva con chiarezza. «Un giorno discusse della bomba atomica con Churchill, il quale si rivolse a uno dei suoi consiglieri sbuffando: “Ma perché quell’uomo usa frasi così lunghe?”» (Racconto di John Wheeler a Piergiorgio Odifreddi in Incontri con menti straordinarie, Longanesi 2006). Una conseguenza di questi difetti di comunicazione è che, spesso, alla dirigenza degli Enti scientifici e dunque a contatto con il livello decisionale politico non arrivano gli scienziati migliori, bensì quelli più dotati sul piano relazionale. Ciò, a volte, può danneggiare la scienza, quando costoro non capiscono l’importanza di talune ricerche e ne supportano, invece, di meno rilevanti.

(9)

Anche il Campionato di calcio (per dire di un contesto nel quale valgono soprattutto la bravura e le capacità professionali) può essere truccato. E anche il “libero mercato”: sono stati vinti premi Nobel per l’economia, dimostrando come i mercati possano essere imperfetti, polarizzati, instabili. Non può dunque essere immune da distorsione neppure il “mercato” delle idee e delle opere scientifiche. Anche qui possono crearsi clan e parrocchie, o alleanze tra scienziati illustri e uomini politici per scopi di potere.

La condanna in tribunale di Pirate Bay ha provocato un temporale di stupidaggini sui media italiani, imboccati da cattivi maestri.

Io sono, secondo la sciocca e desueta definizione adorata dai nostri media, un assiduo “cybernauta” (dal 1981). Eppure, pensa un po’, non credo che “i ragazzi di Pirate Bay” rappresentino “una nuova idea di rivoluzione” in quanto “apertamente” (?) “schierati in difesa della libertà di espressione” e “refrattari a ogni regola precostituita” (Corriere della Sera, 18 aprile).

(Credo anche, per inciso, che le regole debbano essere “precostituite” e non già personalizzate on the fly, come implica quella buffa dicitura).

Qui non è in gioco la libertà di espressione. Si parla dei reati di furto e ricettazione. E trovo ipocrita che ci sia gente che, pur di continuare a rubare film e song anziché pagarli, si trinceri dietro concetti nobili come la libertà di espressione e la democrazia del web per indurre i media a sostenere la propria campagna.

La libertà del web è messa a repentaglio da ben altre iniziative, come per esempio quelle tese a filtrare i contenuti o modulare le performance del web in base all’utilizzatore e/o al contenuto.

Analizziamo invece qualche argomento dei CiberCiSono e dei CiberCiFaccio.

Copyright e copyleft

“Hanno vinto i difensori del copyright”, titolano i giornali, istituendo la contrapposizione tra i poliziotti del copyright da un lato e i libertari del copyleft dall’altro. La confusione è grande.

Copyleft non significa dar via gratis ogni proprietà intellettuale. Significa lasciare la libertà di riutilizzo delle creazioni dell’ingegno. Il che non esclude affatto la remunerazione. (Per esempio, “free software” non significa software gratuito, bensì software modificabile liberamente.)

A meno che non si voglia seriamente sostenere (ma nessuno dei propugnatori seri e profondi del copyleft lo ha mai fatto) che Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band o Il nome della rosa o il brevetto per un farmaco rivoluzionario dovrebbero essere gratuiti, mentre un chilo di patate o un maglione, invece, no.

Proprio nella “società della conoscenza“, vogliamo metterci a sostenere che le cose materiali hanno un prezzo, mentre quelle immateriali non dovrebbero averlo? 

La scelta della pirateria musicale come terreno di battaglia per sostenere la necessità di riforme del diritto d’autore è un errore (CiberCiSono) o un’ipocrisia (CiberCiFaccio). Ai ragazzi dovremmo anzitutto insegnare che scambiarsi film e song attraverso il web, senza riconoscere alcun compenso agli autori, è illegale e immorale.

Ciò chiarito, e solo dopo averlo chiarito, potremmo disporci a disquisire di “nuovi business model” per l’industria dell’intrattenimento, un argomento sul quale, naturalmente, ogni blogger e chiunque disponga di una connessione internet si sente un’autorità…

Attacco al file sharing

Secondo gli avvocati difensori di The Pirate Bay, l’80% dei file scambiati sul sito è legale, ossia non protetto da copyright. Dunque, la condanna emessa contro TPB sarebbe meno una difesa del copyright che non un attacco alla libertà di file sharing tout-court.

Certo!

Sarebbe come dire che se la Polizia postale scovasse pedofili che si scambiano film di bambini su un sito di file sharing (succede tutti i giorni), non dovrebbe fare nulla se i pedofili fossero solo meno, diciamo, del 50% degli utilizzatori del sito.

Sarebbe anche come dire che se in un mercato di piazza la Finanza sequestrasse refurtiva su un banco e accusasse di ricettazione chi ci sta attorno, quello sarebbe da interpretarsi come un aggressione al libero mercato.

Il “popolo della rete” è indignato

Il popolo della rete è il popolo normale, ormai (in caso non lo sapeste, cari quotidiani nazionali). E scarica voluttuosamente film e song a tutto spiano, giorno e notte, senza remore e senza ritegno. In Italia, poi, più che altrove.

E, per lo più, non gliene importa un acca né di copyright e copyleft (che non sa cosa siano) né di libertà della rete (che ignora da chi e cosa sia messa a repentaglio).

Allo stesso modo, se abbandonato a se stesso, il popolo si fa beffe dei limiti di velocità, delle piazzole di sosta per gli invalidi, della dichiarazione dei redditi.

Se i piazzali dei concessionari di Bmw fossero lasciati aperti e incustoditi la notte, e se non esistesse il vincolo dell’immatricolazione, credete che ne resterebbe qualcuna? E, se sparissero, ciò avverrebbe all’insegna di qualche nobile causa libertaria, oppure solo per ingordigia?

La Costituzione proibisce il referendum su determinati argomenti (come ad esempio quello fiscale), perché è noto che sarebbe facilissimo costituire un consenso popolare intorno a tesi stralunate, come ad esempio l’abolizione delle tasse.

Il fatto che su Facebook e su “centinaia di blog”, come scrivono i giornali, si levino parole di sdegno nei confronti della Corte che ha condannato TPB testimonia solo che su Facebook e sui blog ci sono moltissime persone confuse (CiberCiSono) e molte persone furbe (CiberCiFaccio); cosa della quale non abbiamo mai dubitato.

Una questione di prezzo

Alcuni CiberCiSono e alcuni CiberCiFaccio (ma soprattutto i secondi) amano sostenere che se Cd e Dvd costassero meno allora non ci sarebbe la pirateria web.

Sarebbe un po’ come dire che se le Mercedes Benz costassero meno allora sarebbero meno rubate. Ah ah!

Cosa fa uno, quando trova troppo cara la Mercedes? Be’, si compra un Volkswagen o una Fiat: non va a rubare la Mercedes.

E, infatti, esistono infiniti siti web presso i quali si possono trovare film e song a bassissimo prezzo, anzi spesso gratis. Per esempio, su Broadjam e MySpace trovate un sacco di musica gratis e su lulu libri gratis a go-go.

Certo, sono gratis perché nessuno li vuole: la musica dei Nirvana tira di più di quella creata da oscure garage band… Sicché va a finire che la musica gratis non la scarica nessuno, mentre quella che ha un prezzo viene rubata.

Però lasciamo stare, per cortesia, l’argomento del prezzo.

Aspettando i nuovi business model

Se ci fosse qualcosa come iTunes, la pirateria cesserebbe.

Già. E iTunes c’è, da parecchi anni. E ci sono molti siti analoghi.  Però la pirateria continua. Ora compaiono anche i filmati a pagamento su YouTube. E credete che cesserà la pirateria sui film? Come on!

E’ vero, semmai, che gli editori di musica e di cinema non hanno ancora trovato business model creativi che consentano di far leva proprio sulla facilità con la quale i loro prodotti possono essere scaricati e scambiati in modo peer-to-peer (e in altri che verranno).

Essi sono da troppo tempo arroccati su posizioni anacronistiche, nel senso che se da un lato fanno bene a pretendere che si rispetti la legalità, dall’altro devono riconoscere che il loro business model attuale è morto e sepolto, da almeno una decina d’anni.

I nuovi business model dovranno introiettare le modalità di appropriazione dei contenuti sulla rete; le intervenute modificazioni sul diritto d’autore; il copyleft; le licenze creative commons e altre che verranno; le potenzialità dei micropagamenti. E chissà quant’altro.

Ma non è difendendo i pirati del web e i ricettatori che si afferma e si sostiene la nascita del nuovo.

Dovete guardarvi il video di Bonnie Bassler che spiega la sua ricerche di biologia molecolare.

Se non volete seguirlo tutto, potete trovare qui sotto il mio riassunto. Ma non dovreste perdervi l’entusiamo e la leggerezza con la quale la profe parla davanti al pubblico di una TED Conference.

Al di là dell’innata capacità comunicativa e di entertainment degli americani, è sempre bello palpare l’entusiasmo di un ricercatore per il suo lavoro, e immaginarsi la fortuna degli studenti che hanno una come la Bassler a lezione (dove, detto per inciso, lei si presenta davvero…).

bioluminescence

- – -

A forza di ammazzare batteri con gli antibiotici, ne abbiamo favorito l’insorgere di una genia sempre più resistente e tosta. Il problema sta diventando serio.

Bonnie Bassler è la biologa che potrebbe portarci alla messa a punto di una nuova generazione di antibiotici a largo spettro in grado fare un balzo in avanti rispetto alla situazione attuale, nella quale i batteri stanno sempre più “alzando la cresta”.

Bassler si era accorta qualche anno fa che i batteri comunicano tra di loro attraverso opportune molecole-messaggio.

Per esempio, i batteri virulenti usano la tecnica del “quorum sensing” prima di attaccare un organismo ospite.

Se un solo batterio di escherichia coli si mettesse in testa di aggredire il corpo di una persona, verrebbe sbaragliato subito dal sistema immunitario.

Allora, ogni batterio manda in giro una molecola che serve a dire “Io sono qua. Chi altri c’è?”.

Il batterio dispone anche di un recettore che gli consente di ricevere quel genere di messaggio da parte dei suoi simili. Dunque, i batteri sono in grado di accorgersi se nell’ambiente circolano molti o pochi di quei messaggi. Ossia, se ci sono abbastanza compagni.

Quando si raggiunge un certo quorum, l’attacco viene lanciato.

(Fra l’altro, Bassler ha scoperto che i batteri usano sia un linguaggio intra-specie sia uno inter-specie, adatto a comunicare con batteri diversi da sé).

Allora l’idea del laboratorio di Bassler è di creare popolazioni di batteri in grado di ingannare gli altri facendo disinformazione. Potrebbero essere questi gli antibiotici del futuro.

Purtroppo, predire un terremoto significa

«specificarne la data, il luogo e la magnitudine, con sufficiente affidabilità e accuratezza da giustificare il costo della risposta».

(I grassetti sono miei). Ciò è vero sia secondo la Royal Astronomical Society e la US Geological Survey, sia secondo l’elementare buon senso.  Cioè: non possiamo evacuare una città ogni volta che un tecnico di laboratorio grida al lupo al lupo.

Stando ai media e ai blog, il supereroe abruzzese aveva previsto un terremoto importante nella città di Sulmona entro le 24 ore a partire dal 29 marzo.  Il terremoto “importante” è avvenuto a 50 Km di distanza e 6 giorni dopo…

radonAdesso il radon riempirà Porta-a-Porta per settimane, ma il problema è che di un sisma non sappiamo predire neppure le scosse di assestamento importanti (speriamo non ce ne siano!).

Quanto al supereroe abruzzese, può darsi che un giorno sarò smentito e apprenderemo che ha scoperto qualcosa di interessante. Però a giudicare in base a quanto sappiamo oggi questo futuro radioso non sembra prevedibile, visto che Giuliani non ha mai pubblicato nulla.

Sicché per il momento egli sta ai terremoti come il buonanima prof. Di Bella stava al cancro (anzi, almeno Di Bella esercitava forse un po’ di placebo…).

(Un certo Gioacchino Giuliani, quindi forse proprio il nostro supereroe, presentò nel 2004 la proposta di un brevetto per un rilevatore di radon per scopi sismici, che fu considerata la scopiazzatura di un progetto apparso sul Journal Of Applied Physics nel 2002…)

Su innovazione, ricerca e sviluppo e tecnologia se ne dicono tante, qualche volta a sproposito.

Ad esempio, non è vero che investendo più risorse in Università e ricerca l’economia dell’Italia migliorerebbe di sicuro.

Non è vero, perché la filiera dell’innovazione è molto più complicata di così.

innovazioni imprevedibili

Innovazione significa, in economia, l’introduzione di nuovi prodotti/servizi o di nuovi processi produttivi, oppure il manifestarsi di nuovi comportamenti tra i consumatori. 

A volte le innovazioni sorgono come dal nulla, ossia dal basso e in modo imprevedibile. Ciò accade quando nuovi comportamenti “emergono” dal pubblico senza che si riesca a darne un’interpretazione basata sull’analisi della psicologia dei singoli.  (Il comportamento emergente è uno dei pilastri di alcune teorie della complessità).

Il successo di un film o di una canzone, per esempio, sono imprevedibili.

Solo un film sx_factoru venti di quelli prodotti a Hollywood è profittevole. Quando i discografici investono su un brano sicuri che sarà un hit, ci azzeccano solo in meno di un caso su cinque (M. Gladwell, “The Formula”, The New Yorker, October 16, 2006, pag.138): l’X Factor è elusivo.

Nessun provider di telefonia mobile pensava che gli sms sarebbero stati un successo, e sono stati gli utenti a inventarne l’applicazione.

Potremmo continuare, ma ci siamo capiti: non disponiamo di metodi deterministici per prevedere quali innovazioni emergeranno in economia (o, peggio ancora, nella società), e possiamo ricorrere solo a metodi statistici.

Così, se produco 5 canzoni delle quali i miei esperti giurano che saranno successi, ho una probabilità quasi pari al 100% di ottenerne uno. Se investo in 10 aziende start-up che mi sembrano promettenti, forse una mi apporterà ricavi sufficienti a ripianare le perdite delle altre e a guadagnare complessivamente.

A ogni buon conto, l’alea non può giustificare un atteggiamento nichilista. Si tenterà sempre e comunque di introdurre innovazioni. Semplicemente, è bene essere avvertiti del fatto che non tutte funzioneranno commercialmente. 

innovazioni pilotabili

E come si introducono le innovazioni? Mettendo in azione una filiera produttiva che è molto più articolata di quello che si è indotti a pensare quando si contempla il semplicistico sillogismo: più ricerca -> più innovazione -> più sviluppo.

Prendiamo, per capirci, l’introduzione di nuovi prodotti, e facciamo un esempio nel mondo dell’elettronica.

Che cos’è un nuovo prodotto in questo campo? Può essere un prodotto finito, come un  nuovo computer, un nuovo smart phone o una nuova cella fotovoltaica. Oppure può essere un prodotto intermedio, come una nuova pila, o un nuovo tipo di microprocessore. I prodotti intermedi, a loro volta, hanno delle componenti. Per esempio i microprocessori ne hanno tre cruciali: 1) il firmware, ossia la logica che essi implementano, 2) i processi di fabbricazione che si usano per produrli, e 3) il materiale di cui sono fatti.

Questi materiali bell-labs1(3) sono sofisticate alterazioni di elementi naturali come il silicio, il germanio, l’arseniuro di gallio e così via. Negli anni ‘30 del Novecento si cominciarono a studiare questi materiali. Perché? Perché si cominciava a intravedere la possibilità di costruire circuiti elettrici più efficienti, più efficaci e meno costosi -come le valvole a stato solido. Come mai si cominciava a intravedere tale possibilità? Perché il progresso della fisica quantistica, nei due decenni precedenti, aveva portato a capire come si muovono gli elettroni dentro i cosidetti semiconduttori, ossia silicio, germanio, arseniuro di gallio, eccetera.

Quegli studi degli anni ‘30 portarono, alla lunga, alla ideazione del transistor negli anni ‘40: forse la singola più importante tecnologia del secolo, insieme al DNA ricombinante.

secondo passo

Gli studi di fisica e di chimica alla base del funzionamento degli elettroni erano stati soprattutto europei. Ma i fisici americani che alla fine misero a punto il transistor poterono usare liberamente quelle scoperte. Le scoperte scientifiche sono pubblicate nei journal e nei convegni, discusse nelle università e nei laboratori: sono accessibili.

La tecnologia del transistor fu brevettata dai famosi Bell Labs. Era l’applicazione ingegnosa di una conoscenza scientifica preesistente.

Da quel momento, anche la conoscenza della tecnologia del transistor era pubblicamente disponibile, solo che era utilizzabile, in sede industriale, solo dietro compenso al titolare del brevetto. 

terzo passo

La mera disponibilità di un brevetto non assicura per nulla l’esistenza di un prodotto. Occorre che qualcuno investa quattrini e ulteriori competenze allo scopo di utilizzare quel brevetto per trarne un prodotto.brevetto1

Se io avessi ricevuto per posta il brevetto dei Bell Labs, non avrei mai trovato un investitore che mi finanziasse, perché non avrei saputo che diavolo fare per trarre un prodotto (ossia dei nuovi circuiti elettronici) da quegli schemi.

Dunque, comprato il brevetto, devo capirne il potenziale e devo disporre della tecnologia e del know necessari per sfruttarlo: ingegneri, macchinari, periti, maestranze, e quattrini.

quarto passo

Dunque nacquero sia i circuiti elettronici a transistor sia la loro evoluzione, i circuiti integrati, che abilitarono la vera e propria rivoluzione tecnologica in corso.

Il finanziatore dello sviluppo dei circuiti integrati (che sono poderosi pacchetti di miliardi e miliardi di transistor in pochi millimetri) fu sostanzialmente la NASA, che ne necessitava per la missione Apollo. Senza quel finanziatore, non avremmo visto sorgere i circuiti integrati negli anni ‘50.

E senza il Pentagono (che li voleva a bordo dei missili) come finanziatore, non si sarebbe arrivati alla loro produzione di massa, che richiedette la creazione di nuove fabbriche, di nuove competenze, di nuove catene logistiche.

the devil is in the details

Come tutti sappiamo, quando si passa alla fase pratica di realizzazione di un progetto, per geniale che esso sia (e anzi, a maggior ragione se il progetto è troppo “geniale”), le sorprese non sono mai finite. Bisogna risolvere un’infinità di problemi anche per costruire una casa: figuriamoci un nuovo prodotto tecnologico, come un circuito o un farmaco, basato su un brevetto recente!potter

Solo i bambini pensano che, trovata la formula, i giochi sono fatti. Anche dal punto di vista di uno scienziato teorico, come un esperto di fisica delle particelle o un genetista, il fatto che qualcuno un po’ di anni dopo passi a tentare una realizzazione pratica di una delle sue idee può apparire come un dettaglio di poca importanza: tanto lui/lei si sta già occupando di altro. Ma per chi deve approntare la fabbrica, assumere gente competente, convincere gli investitori, vendere il prodotto e trarne un guadagno, la cosa sembra importantissima. E, naturalmente, queste sono attività molto importanti anche dal punto di vista economico.

Comunque sia, dopo i transistor e i circuiti integrati, arrivarono  i microprocessori, che sono alla base di tutta l’elettronica attuale. E in seguito arrivarono anche i primi superconduttori (un concetto fisico), gli esperimenti con i computer ad arseniuro di gallio (una tecnologia), e mille altre diavolerie sotto forma di prodotti finiti. 

in sintesi

Riassumando, il know-how necessario per costruire nuovi prodotti tecnologici, come ad esempio i computer (ma potremmo fare esempi in campi come la genetica, l’agricoltura o la farmacologia) è spalmato su diversi livelli di competenza:

1) principi generali di alto livello, come la fisica elettronica (o la biologia);

2) tecnologie intermedie, come il progetto dei circuiti (o delle molecole o delle cellule);

3) regole empiriche dettate dall’esperienza e dal contesto applicativo, come il processo produttivo mediante il quale si fabbricano i circuiti (o i farmaci o le sementi) e/o si assemblano i prodotti, secondo standard qualitativi e di costo prefissati.

Le innovazioni che avvengono al livello 1 raramente hanno un rilievo per l’economia: debbono essere completate con innovazioni ai livelli 2 e 3.euro Ad esempio, una nuova invenzione della fisica dello stato solido avrà un valore economico solo se e quando sarà seguita da nuovi progetti di microprocessori. Questi, a loro volta, resteranno senza alcun valore per l’economia fino a che non si attueranno delle innovazioni in fabbrica, tali da consentire la produzione di massa del nuovo circuito.

Nessuno degli sviluppi di livello 2 e 3 avrà mai luogo, poi, a meno che qualcuno non decida di finanziarli. Occorre che qualcuno comprenda il potenziale dell’innovazione avvenuta al livello 1, e decida che spendendo dei quattrini per integrarla con innovazioni di livello 2 e 3 si troveranno dei clienti disposti a pagare il prodotto finale innovativo, producendo così il ritorno dell’investimento e un guadagno.

rischio, marketing, vendita

Quest’ultimo, ossia il portare il nuovo prodotto ai clienti e indurli a comprarlo, è un passo critico per almeno due ragioni.

Innanzitutto, come sappiamo, anche il più bel prodotto del mondo potrebbe rivelarsi un flop sul mercato, come il videotelefono che l’AT&T introdusse nel 1984 in Usa. Dunque, chi investe in innovazioni non investe mai su una sola: deve distribuire il rischio.histogram Il che significa che gli investitori in innovazioni sono investitori professionali. Occorre che esista un’infrastruttura finanziaria in grado di capire il potenziale delle innovazioni tecnologiche. Questa non è una cosa facile da creare, e infatti in Italia e altri paesi è piuttosto gracile, almeno se confrontata con paesi come gli Usa o la Svizzera.

Occorre, poi, un’infrastruttura di marketing che crei le condizioni per la vendita.

Il marketing deve spiegare dove stanno i vantaggi dell’innovazione e cosa deve fare il cliente per accogliere il nuovo prodotto. Per un’azienda, ad esempio, l’adozione di un nuovo software implica cospicue e necessarie riorganizzazioni del personale e del lavoro.

Infine, occorre una rete di vendita. 

allora, che fare?

Ecco che abbiamo individuato ben 5 attività necessarie per la produzione di un’innovazione di prodotto: invenzione, investimento, progetto industriale, realizzazione, marketing.

Tutti i livelli devono cooperare armonicamente affinchè un’innovazione di prodotto si realizzi con profitto per chi la utilizza e per chi vi ha investito. A volte occorrono anni. Molte volte, l’impresa fallisce e nessuna innovazione ha luogo.

E’ molto difficile, a livello macroeconomico, coordinare e armonizzare questo gioco, questa filiera. Cosa può fare un Governo per stimolare nel suo paese giri virtuosi di quel tipo?

innovation-food-chain1

Dovrebbe investire di più nella ricerca di base? Forse. Ma certo non è quella la soluzione.

Le scoperte scientifiche che si pubblicano nei journal peer-reviewed o i raffinati brevetti che escono dai laboratori di ricerca applicata sono solo il primo step dell’innovazione e, si badi bene, sono accessibili a tutti, su scala planetaria. Chiunque sappia farlo può leggere un paper scientifico interessante e trarne un brevetto. Oppure comprare il diritto a sfruttare un brevetto esistente. Dunque, serve, nel paese, di sicuro gente che sappia interpretare le scoperte scientifiche e i brevetti.

Quanta gente? È difficile rispondere a questa domanda senza avere analizzato gli altri stadi dell’innovazione. Dire che quanti più ricercatori, pensatori e creativi ci sono nel paese, meglio è, è un’affermazione impossibile da contestare. Ma anche poco utile, perché si sa che, in pratica, quel genere di persone non possono essere più di un 5 per mille della popolazione attiva.

Gli altri debbono essere competenti negli altri step dell’innovazione: ingegneri, periti, operai, venture capitalists, esperti di marketing, manager, venditori. E non è detto che tutte queste competenze debbano risiedere fisicamente in Italia. L’importante è governare la filiera. L’iPhone è il prodotto di una filiera governata dalla Apple, anche se contiene prodotti e servizi fabbricati in quasi tutti i Continenti.

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