Giuliano Ferrara è molto bravo. E a me sta anche simpatico.

Certo, ama anche molto, come sappiamo, fare il bastian contrario. Così, ad esempio, da qualche anno si trova a essere “negazionista” circa il riscaldamento globale.

Lo è, beninteso, per ragioni puramente ideologiche e psicologiche. Egli, infatti, di scienza non sa nulla -in linea con la tradizione crociana che ancora domina l’Italia, dove gli intellettuali sono sistematicamente a digiuno di artitmetica, statistica, chimica elementare, basi di biologia, fondamenti di fisica, vaghe nozioni di informatica, e così via.

Siccome GF non ama il pensiero unico e le grandi convergenze di massa sui luoghi comuni (e in questo lo abbraccio caramente), gli capita di tanto in tanto di sbagliare obiettivo e mettersi a sparare cavolate.

Sul global warming, spara cavolate. Non tenterò di convincerlo al riguardo. (Ma se desiderasse mai un rapido Bignami della situazione, allora potrebbe leggere qui.)

Dico soltanto che il metodo che ha scelto è di bassa lega, indegno di lui. Ha assunto un tizio (rispettabilissimo e bravissimo per altri versi; oltretutto, giovane e già solo per questo da ammirare) che non capisce i termini della questione. Gliene mancano proprio totalmente le basi.

Questo tal Piero Vietti passa il suo tempo (un blog, articoli sul Foglio, eccetera) scagliandosi contro quella che chiama ”la vulgata del riscaldamento climatico” (un noioso movimento di petulanti pasdaràn che in effetti esiste), senza accorgersi di rappresentare la vulgata di segno opposto.

Per esempio, oggi sul Foglio egli dice che nevica da giorni in tutta Europa: come cavolo si fa a parlare di riscaldamento globale?

:-)

Non mi prenderò certo la briga di confutare la sua affermazione. Sarebbe come polemizzare con chi crede nell’oroscopo, o parlare di statistica con uno per il quale la deviazione standard è un vizio sessuale.

Dico solo: Ferrara, perché non mi ingaggia al Foglio? A differenza del suo columnist fuori ruolo (come Maradona in porta o Buffon suggeritore), io qualche vaga nozione scientifica ce l’ho. A fronte di uno stipendio congruo, potrei fare un lavoro migliore…

Non conosco espressione più fantasiosa di “economia reale”.

L’economia “reale” viene da più parti invocata come soluzione agli eccessi della finanza creativa che ha portato al crack del 2008, e magari come fondamento di un nuovo modello di sviluppo basato sulla felicità, la pace nel mondo e la giustizia sociale…

Il ragionamento suona più o meno così: Basta con la fregola dei titoli derivati, con la finanza creativa e con i profitti realizzati sugli schermi dei computer! Torniamo ai profitti veri degli scambi commerciali, ai sani plusvalori della produzione, all’industria, all’agricoltura, ai servizi!

Parole che amio parere denotano scarsa riflessione. “Economia reale” è un termine povero, che non ci aiuta a capire né a discutere.

La finanza, infatti, è parte integrante dell’economia, e senza di essa non esisterebbero industria, agricoltura, terziario (del quale, tra parentesi, la finanza è una parte cospicua e forse la più grande).

C’era una volta il baratto. Oggi, come sapete, non esiste più. Se torneremo al baratto oppure se, più realisticamente, inventeremo un modello di sviluppo completamente nuovo, che superi quello attuale magari dando meno importanza alla crescita e più al progresso, allora forse chissà…

Ma per il momento, e da circa 4-5mila anni, economia e finanza sono yin e yan, burro e marmellata, corpo e anima, cuore e cervello.

Dunque, c’era il baratto. Una pecora uguale tot quintali di orzo. Poi (saltiamo qualche passaggio) è comparsa la moneta.

Una pecora posso tosarla, mungerla, riprodurla, mangiarla. Una moneta, non proprio.

Dunque, questa moneta è economia “reale” o no? Non abbozzate. Non fate spallucce. Rispondete.

Ogni tanto i governi rastrellavano monete d’oro, le fondevano, le mescolavano con metalli meno nobili e poi le ri-emettevano con lo stesso valore nominale di prima.

La diluizione della lega (argento e rame aggiunti all’oro originariamente quasi puro) era un modo per aumentare le monete in circolazione senza sprecare altro oro, che ci si sarebbe dovuto procurare a fatica –magari con una guerra.

La ragione per cui si voleva aumentare le monete in circolazione era che il governo (l’imperatore, il principe, il signore) ci guadagnava, speculando sulla differenza tra il valore nominale e quello della produzione di zecca.

Ieri, un doblone d’oro per una pecora. Oggi, uno virgola X dobloni per la stessa pecora. (Quella X si chiama inflazione). Questa diluizione, la relativa speculazione e la conseguente inflazione, di grazia, erano economia “reale”? Sì o no?

Ma andiamo avanti.

Ben presto, vennero i titoli di credito (come gli assegni e i loro precursori, tipo le praescriptiones dei Romani o i Sakks dei Persiani), per eliminare la necessità di portare con sé vagonate di moneta. Il big business richiedeva carta, non moneta.

Quella carta è economia reale?

Dietro l’angolo, lo sappiamo tutti, c’erano cose più esotiche. Una di queste è la società/corporation e la società per azioni, nella quale potevano (possono) investire anche degli estranei. Se compro azioni di una società, investo nel suo futuro, confidando sia nei profitti di cassa sia nell’apprezzamento a lungo termine.

È economia “reale”, questa? Sperare che quest’anno la Fiat stacchi un dividendo o che fra cinque anni valga molto più di oggi, è “reale”?

Arrivano poi i titoli derivati. Derivato è un titolo il cui valore dipende da quello di un altro titolo (o altri titoli).

Un esempio sono i CCT, che dipendono dai prezzi dei BOT. Un altro esempio sono i titoli che valgono tanto di più quanto più una determinata valuta scende.

Se io sono, per ragioni di affari, molto esposto in USD e dunque ho ragione di temere l’eventualità di un deprezzamento dell’USD, comprerò, a mo’ di assicurazione, dei derivati che mi pagheranno un forte premio se l’USD andrà sotto una certa soglia ma che varranno zero se ciò non succederà.

È economia “reale” tutto ciò? Se io esporto macchinari in Cina e mi pagano in dollari, è “reale” che io mi tuteli dal rischio-valuta in quel modo?

Un altro esempio di derivato sono le opzioni. Posso comprare oggi opzioni che mi danno diritto di comprare un determinato titolo (per esempio un’azione o un’obbligazione) dopo un certo tempo.

Anche in questo caso si tratta, contrariamente ai luoghi comuni che circolano oggi sui “derivati” come Demonio, di uno strumento finanziario in uso da lunghissimo tempo.

Nelle costruzioni immobiliari, per esempio, i costruttori hanno sempre acquisito grandi appezzamenti di terreno comprando opzioni dei vari lotti che li componevano. Dicevano: «Ti pagherò questo lotto solo se riuscirò a comprarli tutti, perché solo se li ho tutti ha senso costruire».

L’impresario cinematografico non compra il copione o il romanzo ma solo, sotto forma di opzione, il diritto di sfruttarlo un giorno, o forse no. La linea di credito che la banca apre per l’imprenditore significa che questi potrà –oppure no– chiedere denaro in prestito entro un certo tempo.

Questa è economia “reale”? E’ finanza creativa? Che cavolo è?

Negli anni ’30 del Novecento Serafino Ferruzzi fece fortuna in America al Chicago Board of Trade, scommettendo sui raccolti di granaglie degli anni futuri. Questi futures, cioè, erano (e sono) derivati il cui valore dipendeva dal prezzo futuro delle commodities.

La quantità di raccolto dell’anno prossimo, è un dato di economia “reale” o no? Stimarne oggi il valore futuro di mercato (se siete pastai o ministri dell’agricoltura), è economia “reale”?

I futures si sono allargati a comprendere scommesse su quasi qualunque valore futuro: quello dei titoli di Stato, quello delle azioni, quello degli indici di Borsa, eccetera. È economia “reale” questa?

E, se per caso vi venisse da dire di no, la domanda successiva è: dove fermare il processo? Quali derivati sono “reali” e quali no? I futures sul petrolio? Quelli sulla soia? Quelli sulle azioni? Quelli sul valore del dollaro?

Poi ci sono le obbligazioni. Le aziende e persino le Nazioni si finanziano anche chiedendo a terzi di prestare denaro sotto forma di obbligazioni. Spesso, queste obbligazioni vengono frammentate in minutissime tranche per venderle ai singoli risparmiatori. In questo modo, il rischio che il debitore fallisca viene diluito in tanti piccoli rischi.

È economia “reale” questa? È giusto, è logico che io possa investire in BTP o in bond della Volkswagen, rischiando 10mila euro in cambio di un profitto del 5% l’anno?

Oppure sarebbe “economia reale” solo se a prestar soldi alla VW potessero essere solo le banche d’affari, senza alcun coinvolgimento dei risparmiatori? E, in questo caso, in cosa potrebbero mettere i propri risparmi, le famiglie?

È “reale” che ci siano aziende (le banche d’investimento) che, quando Volkswagen vuole vendere bond a me e a migliaia di altri, li prendono, li frammentano e li distribuiscono attraverso una rete al dettaglio?

Insomma, finiamola qui. Senza finanza cesserebbe l’economia moderna. Andrebbero a rotoli l’industria, l’agricoltura e il terziario.

Per fare a meno della finanza, se proprio non la possiamo soffrire, dobbiamo inventarci un modello di sviluppo, un’economia completamente nuova. Io ci sto. Il mondo ha bisogno di ideali.

Oppure, se ci sta bene il sistema attuale, dobbiamo discutere dei suoi possibili eccessi e dei controlli che occorre inserirvi.

Possiamo, per esempio, discutere su chi debba emettere il rating dei crediti. Sul se sia lecita la compravendita di opzioni da parte di chi non ha azioni sottostanti. Se sia lecita la compravendita di credit default swaps da parte di un non-creditore. Se le banche debbano/possano essere quotate in Borsa (non capisco a cosa serva, ma qualcuno lo ha proposto).

E così via. (E’ roba da esperti di finanza e io certo non mi ci soffermo).

Ma, per piacere, basta con le fantasie sulla “economia reale”, che è la cosa più irreale che esista in economia!

Certo, la rapacità alla Gordon Gekko.

Certo, il corto respiro, il focus sui risultati del trimestre e i bonus stratosferici pagati anche a chi piazzava junk bonds.

Certo, il ribasso dei prezzi delle case in Usa.

Eccetera.

Ma perché la comunità finanziaria intera ci è cascata in pieno?

Perché, all’avvicinarsi del meltdown del settembre 2008, non è cresciuto un consenso di opinioni tese ad ammonire su rischi gravissimi e imminenti?

Perché siamo ridotti a spolverare qualche sparuto maverick, che magari allora sparava cacchiate a vanvera (un po’ come il tizio che “previde” il terremoto dell’Aquila, sbagliando giorno e città) mentre oggi, a cose fatte, lo si vuol far passare come cassandra preveggente e inascoltata?

Tutto quel che avevamo erano premonizioni vaghe e generiche, che non portavano a intravedere la magnitudine e l’epoca del crack.

Non si è riusciti a prevedere l’evento, nel senso di specificarne l’epoca, il luogo e la portata, con sufficiente affidabilità e accuratezza da giustificare il costo della risposta.

Perché?

Per due ragioni, io credo.

La prima è che l’economia non è una scienza. È zeppa di modelli matematici complicatissimi ma, poiché manca del coté sperimentale, non va soggetta alla ripetibilità empirica tipica del modello scientifico.

La seconda ragione, collegata alla prima, è la copula gaussiana di Li, di cui già dicemmo ante, inadatta ad avvertire il rischio delle correlazioni di insolvenza.

Ossia, il modello matematico utilizzato per il risk assessment delle collateralized debt obligations era debole nel misurare rischi del tipo di quello del Wobbly Bridge di Londra.

Nell’estate del 2000 a Londra si è inaugurato il Millennium Bridge (un ponte pedonale), e dopo un solo giorno lo si è dovuto chiudere perché oscillava sotto i piedi della folla!

L’oscillazione era dovuta al feedback positivo che si innescava.

La gente, quando cammina, tende a oscillare un pochino lateralmente. Un certo numero di persone che camminino in fase possono trasmettere la loro piccola oscillazione, appena percettibile, al ponte. Altre persone, che pure sono fuori fase, tendono a camminare in fase a loro volta perché, inconsciamente, sentono oscillare flebilmente la strada sotto i piedi e quindi fanno un movimento che si oppone a quella sensazione.

Più gente si adatta alla fase, più il fenomeno di amplifica… Alla fine, se non si sta attenti, il ponte si spezza.

E la rottura può avvenire molto rapidamente, facendo passare in pochissimo tempo da stabilità a crack, perché da un certo momento in poi la fasatura delle camminate cresce in modo rampante, esponenziale. Sono le cosidette catastrofi.

Per fortuna, il Millennium Bridge fu chiuso prima che crollasse, perché ci si accorse che oscillava troppo lateralmente.

Le oscillazioni dei mercati finanziari dell’estate-autunno 2008, invece (compreso il primo fallimento nella storia di una banca d’affari, Bear Stearns, in primavera), non hanno fatto presagire il crollo catastrofico di settembre.

Però il crollo è avvenuto per una ragione non molto dissimile da quella del Millennium Bridge: l’accumularsi, improvvisamente rapido, vertiginosamente rapido, di una serie di piccoli fallimenti (di mutuatari). Il feedback positivo.

Era possibile prevedere? Io non lo so.

Le “piccole oscillazioni” dei mesi precedenti la catastrofe non sono state sufficienti a prevedere un crollo. E quando la crescita esponenziale delle oscillazioni è diventata insopportabile, le conseguenze erano già catastrofiche.

Si è intervenuti, ma un po’ tardi.

I fenomeni caotici-catastrofici sono per definizione imprevedibili, nel senso che a un certo punto le cose prendono una piega ingovernabile in modo indeterminato.

Abbiamo, però, un modo statistico di “prevedere il caos”: osservare il sistema per un tempo abbastanza lungo, così da misurare per quanto tempo, in media, esso riposa intorno ai propri attrattori.

Chissà…

Fino a ieri, giornali e Tg aprivano ogni giorno con un morto di influenza. Era, ovviamente, una stupidaggine e un gesto irresponsabile.

Adesso, su giornali e Tg comincia a occhieggiare la notizia della pandemia come burletta (o fenomeno di corruzione farmaceutica) nella quale sarebbe cascato il ministro Fazio, mentre il collega polacco (non so chi sia) e quella finlandese (una pasionaria dalle assai dubbie credenziali scientifiche) avevano fiutato l’aria.

E’, manco a dirlo, un’altra fesseria colossale.

Se io lancio un dado tre volte, e per tre volte esce il numero 5, non sarò certo autorizzato a dire che 5 era (o è) un numero probabilissimo. La probabilità del 5 resta sempre 1/6. Solo, la fluttuazione statistica ha voluto che per quei tre lanci uscisse sempre lui.

Se in seguito mi trovo a scommettere, farò bene a puntare su probabilità pari a 1/6 per il 5, e non su probabilità superiori, altrimenti finirò spennato.

Alla stessa stregua, quando ci sarà un’altra pandemia di influenza (magari simile alla Spagnola, come questa), bene si farà a fabbricare milioni di vaccini e a somministrarli! Anche se ci sarà ancora la possibilità di fare una brutta figura e anche se ci saranno sempre i soloni incompetenti a spargere inutili commenti sarcastici ex-post.

I ministri dovevano preoccuparsi di limitare gli effetti di una pandemia, e il fatto che a posteriori essa si stia rivelando poco o punto aggressiva (anche se non ne siamo ancora certi) non significa affatto che essi abbiano sbagliato: lo sappiamo (forse) adesso, ma prima non lo sapevamo. L’uscita del numero 5 ha sempre probabilità 1/6, anche dopo tre lanci strani!

Non sono né un partigiano del governo né un sostenitore del ministro Fazio in particolare. E sono anche incline a ritenere che l’industria farmaceutica abbia soffiato sul fuoco: bastava osservare quanto catastrofista fosse il sito dell’Oms durante l’estate.

Tuttavia rido della sicumera ex-post dei poco informati che magari fino a ieri giravano con la mascherina.

In Italia dilaga il no profit (scritto anche no-profit).

Cos’è? È la storpiatura, manco a dirlo, di un termine anglosassone -il nostro grande amore.

In inglese ci sono parecchi modi per riferirsi alle organizzazioni a scopo non di lucro: non profit, non-profit, nonprofit, not-for-profit, NPO.  Nessuna di esse è “no profit”. Eppure noi abbiamo scelto proprio questa versione, ossia l’unica sbagliata.

In Italia, una legge del 1997 codificò il termine “Organizzazione non lucrativa” (Onl), ma non lo si usa. Si dice e si scrive quasi sempre “no profit”. Convegni, saggi, articoli, siti, portali: il 70 percento iniziano con questo termine maccheronico.

Potevamo scegliere nonprofit, Npo; oppure no-lucro, no-profitto, senza-profitto, senza-lucro, Onl. Invece, zac: non siamo riusciti a resistere alla sindrome carosonica (“tu vvuo’ fa’ ll’ammericano”).

E che strano, poi… Da noi, più che un qualificatore questa espressione è diventata un’esortazione, o un imperativo: sulla falsariga di no smoking, no littering, no trolleys (*).

E’ buffo, no? Che voglia dire qualcosa?

- – -

(*) No smoking è altra cosa da non smoking: “No smoking in this area“, maNon-smoking building“.

A non-smoking building”, “a non-profit organization”; “no smoking please”, “no trolleys beyond this line”.

Sono un pasdaràn della puntualità e un cultore del motto “The trouble with being punctual is that nobody is there to appreciate it”.

Proprio per questo, mi divertono un mondo gli italiani quando pretendono i treni in orario.

In quasi 30 anni di lavoro, il 50-60% dei miei corrispondenti italiani si sono presentati in ritardo all’appuntamento / riunione. E parlo di professionisti e dirigenti addestrati a un minimo di rigore e decenza. (Non parliamo proprio di elettricisti, idraulici, medici, piastrellisti, ecc ecc!).

I ritardi sono tipicamente compresi tra i 10 e i 25 minuti. (Dopo 25 minuti, e spesso anche molto prima, io me ne vado, sicché la mia statistica è incompleta: non so nulla dei ritardi di lunghezza superiore.)

La tolleranza per il ritardo varia nelle culture. Gli svizzeri tedeschi non ne ammettono punta; i tedeschi accettano 10min max; gli americani 15min max; e così via.

I PIGS (per l’acrostico, rivolgersi alla City) accettano senza soverchi problemi i 30 minuti.

Il fatto è che, per assicurarsi di essere in orario, bisogna puntare a essere in anticipo: ma questo è un concetto difficile da far entrare nella capoccia di noi italiani.

E dunque: con quale faccia, noi che ci presentiamo per lo più in ritardo, pretendiamo che il treno sia là ad aspettarci puntuale?

Da chi diavolo crediamo dipenda la puntualità dei treni italiani? Dai marziani?

I 100mila dipendenti delle Ferrovie (e i 3-400mila del loro indotto), tutti italiani, dovrebbero essere tutti rigorosamente puntuali, in un paese in cui la maggior parte della gente, dirigenti e professionisti compresi, non lo è affatto?

- – -

PS: Gli italiani esigono anche treni puliti. Nel 2005 mi trovai a prendere per qualche mese l’Eurostar MI-BO-MI. Trenitalia aveva una campagna per promuovere la collaborazione sulla pulizia. Trovavi sul sedile un sacchetto azzurro, nel quale eri invitato a riporre i tuoi rifiuti, per poi buttarlo in raccoglitori di uguale colore posti sulle banchine della stazione. Niente da fare: per 2 passeggeri che seguivano l’invito, ce n’era 1 che lasciava in carrozza giornale, bottiglietta, kleenex. Che fosse lo stesso rompicoglioni che aveva urlato al cell tutto il tempo?

 
Kenneth Arrow

 Uno spettro si aggira fra i meandri della democrazia, da quando Kenneth Arrow dimostrò il suo “impossibility theorem”, guadagnandosi il Nobel per l’economia nel 1972.            

Il teorema può sommariamente essere espresso dicendo che è praticamente impossibile trovare un sistema elettorale giusto, ossia che tenga conto dei desideri dei votanti e che al contempo rispetti le regole basilari della democrazia.            

Il sentore che la democrazia sia un sistema con delle pecche di fondo (quantunque “il meno peggiore di quelli sinora escogitati”, secondo Winston Churchill) e che il suffragio universale equanime sia fallace, è stato corroborato scientificamente da un più recente (2001) Nobel per l’economia, Joe Stiglitz, mostrando come la “asimmetria dell’informazione” porti a distorsioni del libero mercato, contro la credenza che, invece, nei grandi numeri le cose si aggiustino sempre.            

All’atto del voto democratico, esiste un’ovvia asimmetria informativa tra i votanti, che vanno dalla nonnina analfabeta al giornalista politico navigato…            

Io non so se l’eterarchia (potere dell’altro) sia un futuro sempre auspicabile, come sostiene il mio amico Alessandro Cravera.            

Joseph Stiglitz

  

Ma so che essa potrebbe risolvere, fra l’altro, quel problema di fondo dei sistemi politici democratici.            

Fra qualche decennio tutti i cittadini saranno digital natives, indigeni del mondo informatico. Diventerà possibile passare a forme evolute di democrazia assembleare diretta, con coinvolgimento frequente dei cittadini.            

E sarà possibile “pesare” i voti in funzione della competenza o del coinvolgimento dei singoli votanti.            

Si vota sull’aborto? Il voto femminile pesa il 70%, quello maschile il 30%. Si vota sulle fonti energetiche? Il voto di fisici, chimici, ingegneri eccetera pesa dieci volte di più di quello degli altri cittadini. Sicurezza sul lavoro? Operai e artigiani pesano di più. E così via. (I numeri sono solo esempi).            

Beninteso, le democrazie dovranno avere il coraggio di sollevare la questione e di affrontare, oltre alle questioni tecniche correlate (mantenere il database; stabilire i pesi; …), le necessarie modifiche costituzionali: con tutta la cautela del caso ma senza gli sciocchi tabù che oggi ancora ci pervadono su questo tema. 

P.S.: Sollecitato da critiche, preciso: i rappresentanti parlamentari sarebbero comunque eletti con il suffragio universale equanime. E solo essi potrebbero a) fissare le regole (ad esempio i “pesi”) per andare alla democrazia diretta, b) modificare la Costituzione, ecc.

Ho sempre assistito con stupore alle incredibili discussioni intorno al corretto utilizzo del telefonino quando si guida un veicolo.

Infatti ho sempre pensato, e tuttora penso, che parlare al telefono distragga fortemente dalla guida, e che ciò sia vero indipendentemente dall’ubicazione fisica del telefono.

Non fa nessuna differenza se il telefono è in vivavoce oppure in mano: il guidatore è distratto allo stesso modo.

Penso anche che il pericolo della distrazione sia molto superiore al pericolo costituito dal guidare con una mano sola.

Pertanto, non riesco a capire cosa porti educatori, legislatori, poliziotti a prendersela tanto con chi telefona alla mano, applaudendo invece a chi lo fa in vivavoce oppure con la cordicella all’orecchio.

(Per evitare che pensiate che questa sia una implicita perorazione a favore del telefonare liberamente, preciso che io da sempre ho il vivavoce in auto).

Ogni tanto, emerge uno studio scientifico che dimostra quale sia l’impatto della distrazione di chi telefona.

Per esempio, alla Western Washington University poche settimane or sono hanno dimostrato che chi cammina telefonando spesso non si accorge di accadimenti anche macroscopici nell’ambiente circostante; accadimenti che, invece, vengono notati da tutti coloro che camminavano nei paraggi senza telefonare.

Nella fattispecie, molti telefonanti non si accorgevano della presenza di un clown su un monociclo: uno spettacolo che normalmente si fa notare…

Parallelamente a questi studi scientifici (che dal mio punto di vista non fanno che confermare il buon senso), cresce la percentuale di incidenti stradali causati dalla distrazione.

Secondo me, buona parte -forse la maggiore- di quella distrazione è causata da apparati tecnologici come il telefono (vivavoce o no, non ha alcuna importanza) o il navigatore.

A quando una presa di coscienza collettiva di questo problema? Cos’è la misteriosa segatura che ingombra la capoccia di chi discetta di vivevoci e auricolari, senza vedere la trave della distrazione?

- – -

Post Scriptum: Lo so cosa molti penseranno. “Telefono da anni in auto, e non ho mai avuto un incidente”…

Ma questi sono i tranelli della statistica, nei quali si cade quasi sempre. Nessuno dice che se telefono allora mi schianto. Dico piuttosto: se telefono, aumento la probabilità di schiantarmi. (Posso sorpassare mille volte in quella curva, senza che si presenti mai un altro sorpassante in senso inverso…).

E le statistiche collettive sono lì a fornirci un’evidenza che continua a sfuggirci.

Avete ricevuto l’invito a partecipare alla sperimentazione della posta elettronica certificata (PEC) per rivolgervi all’Inps? 

Io non ho aderito. Vi spiego perché.

Intanto, la PEC non serve quasi a nulla. Per quasi tutti gli atti formali vi viene richiesta la firma originale, fresca in penna blu. E questa, è chiaro, non potete inviarla come un allegato PEC.

E’ vero che gli uffici pubblici, stoltamente, accettano spesso firme e documenti “originali” per fax: ma non li accetteranno per email. Dunque, quando tenterete di usare la PEC vi diranno che serve anche la firma elettronica, esattamente come oggi non vi lasciano usare l’email (che sarebbe sufficiente nel 90% dei casi) e pretendono quella certificata. 

Quando devo dialogare con l’Inps, la prima cosa che io faccio è cercare l’indirizzo email dell’ufficio competente sul sito web. Spesso mi rispondono. Se non lo fanno, insisto al telefono. Se non funziona neppure quello, scrivo un’email di protesta al Direttore competente. Se non basta, una raccomandata.

Non avverto, dunque, nessun bisogno di PEC. Né la PEC cambierebbe alcunché: se uno non mi risponde, non mi risponde!

Inoltre, ho qualcosina da ridire sul Modulo di Richiesta che mi è stato proposto dall’Inps: 

(1)

Si parla di Modulo ma in realtà si tratta di un contratto. Non potevano dirlo chiaramente?

(2)

Si prosegue con l’italico vezzo consistente nel far circolare le fotocopie dei documenti delle persone: qui bisognerebbe allegare fotocopie e del documento di identità e del tesserino codice fiscale (e poi recarsi personalmente a consegnare il tutto).

A parte lo spreco di carta e il conseguente danno ambientale, del quale ovviamente il burocrate di turno non ha la più vaga nozione, l’articolo 3 della legge sulla privacy prescrive che i dati personali debbano essere memorizzati solo per il tempo strettamente necessario, e poi distrutti.

Voi pensate che le fotocopie dei vostri documenti verranno accuratamente distrutte dall’Inps dopo averne preso visione, oppure che resteranno a prendere polvere in luoghi dai quali una banda di malintenzionati potrebbe sottrarli (succede ogni giorno) per scopi di furto di identità?

(3)

E per andare più alla sostanza della cosa: pensate che l’impiegato che riceverà dalle vostre mani il modulo e la fotocopia dei documenti, li sottoporrà ad accurata verifica per accertarsi che siate proprio voi che state acquisendo un indirizzo di email certificata?

Oppure pensate che un’altra persona, che si fosse procurata le fotocopie dei vostri documenti in uno dei mille luoghi italiani in cui esse vengono immagazzinate inutilmente, potrebbe andare all’Inps e chiedere la PEC sotto la vostra identità? (Se pensate la seconda cosa, avete indovinato); 

(4)

Il Gestore della PEC non si impegna ad alcun livello di servizio quantitativamente espresso;

(5)

L’articolo 11 del Contratto/Modulo, sul trattamento dei dati personali, è un pasticcio, campionario di ambiguità e inesattezze. Una legal exposure per l’Inps;

(6)

In caso di controversie, il foro legale competente è quello di Roma, in difformità dalla diffusa e ormai antica consuetudine in base alla quale il foro competente dovrebbe essere quello del consumatore (nella fattispecie non si tratta di una transazione commerciale, però lo spirito dovrebbe essere quello).

Questo sta a indicare o che l’Inps è molto insicura del servizio e pensa che possa presentarsi spesso la necessità di stare in giudizio per difendersi o che il Modulo/Contratto è stato stilato con fretta e sciatteria. Tertium, mi pare, non datum;

(7)

Il Modulo/Contratto è il solito concentrato di sgrammaticature e italiano retorico e ridicolo al quale ormai siamo abituati.

Per esempio: ”Il sottoscritto con il presente modulo di richiesta, compilato e sottoscritto in ogni sua parte, richiede [...]“.

Sorvolando sulle virgole, che bisogno c’era di scrivere “compilato e sottoscritto in ogni sua parte”? Che accidenti di senso o funzione ha questa frase sciocca, inserita in un modulo da consegnarsi a mano allo sportello? Cos’aveva dentro la capoccia il suo estensore?

Voleva forse dire “purché compilato in ogni sua parte e siglato in ogni pagina oltre che firmato in calce?” Può darsi. Ma non è quello che ha detto, anche se magari ha impiegato una settimana per scrivere questo forbito testo.

Posso dire una cosa controcorrente sulla mitica banda larga?

L’Italia non è, tra quelli progrediti, un paese arretrato perché ha una banda “stretta”, ma perché il livello di informatizzazione è basso.

Con le linee di trasmissione che ci ritroviamo già oggi si potrebbe fare moltissima telemedicina, sbrigare ogni tipo di corrispondenza, portare a termine quasi ogni pratica burocratica, scambiare online quasi tutti i documenti di interesse commerciale, legale, amministrativo.

Ma non lo si fa…

L’Italia è un paese in cui persino l’email, che non richiede bande “larghe”, è clamorosamente sottoutilizzata. Vogliamo davvero raccontarci che tribunali, Asl, ospedali, assicuratori, banche, avvocati, commercialisti, notai, Inps, catasti, piccole e medie imprese non la usano perché la banda non è abbastanza “larga” e che la userebbero se disseminassimo il paese di fibre ottiche?

Gli italiani chiacchierano al telefonino più di ogni altro popolo del pianeta, ma un sondaggio commissionato da Telecom Italia un anno fa ha censito ben nove milioni di persone adulte che non hanno una connessione internet e non sono interessati ad averla.

Io sono molto più fan delle tecnologie soft che non del ponte sullo Stretto o dell’Expo delle ruspe e dei palazzoni.

Tuttavia credo che la nostra modernizzazione non si misuri in Megabit/sec ma in crescita culturale e organizzativa.

E credo che le proteste e le vesti stracciate intorno al mancato finanziamento della “banda larga” (un termine, peraltro, privo di significato) siano pelose e insensate.

Una banda più larga di quella attuale non serve quasi a nessuno, salvo una minuscola percentuale di professionisti (tra i quali il sottoscritto, by the way) e i mercanti della televisione interattiva (alla quale servono almeno 20 Mbit/sec per funzionare via cavo), che ne sono i veri supporter.

Due tizi sono accusati di rapina. Arrestati, vengono messi in due celle separate, e all’avvicinarsi del processo ciascuno dei due imputati deve decidere la propria strategia.

Se ti dichiari colpevole, ti dànno 10 anni.

Se ti dichiari innocente, la tua sorte dipende dal comportamento del tuo co-imputato: se egli si dichiara a sua volta innocente, verrete condannati entrambi a 3 anni.

Se invece lui si dichiara colpevole, sarà messo in libertà per avere collaborato, e tu ti beccherai 15 anni.

Questo è il Dilemma del Prigioniero, noto in Teoria dei Giochi. Se vi fate una tabella con carta e penna per rappresentare tutte le possibilità, scoprirete che

A) la migliore strategia complessiva, ossia per minimizzare gli anni di carcere collettivi, è di negare entrambi (pena collettiva = 6 anni);

B) tuttavia, la migliore strategia per ciascuno dei due presi singolarmente consiste nel confessare, rischiando così di fare 10 anni di prigione ma aprendo la possibilità di essere liberati (pena collettiva, in questo caso, 15 o 20 anni).

Questo esempio dimostra in modo semplice e chiaro i paradossi che possono sorgere quando l’interesse collettivo e quello individuale entrano in conflitto.

In un post sulla pandemia di influenza ci siamo già soffermati su questo punto: al Ministro conviene che tutti si vaccinino, per contenere a) le eventuali ospedalizzazioni e b) la probabilità il virus muti in maligno; all’individuo sano, invece, tutto sommato conviene infischiarsi del fenomeno, visto che al massimo rischia di beccarsi l’influenza, che è un malanno di poco conto.

In occasione del crash di Wall Street del 2008, insieme all’ingordigia e alla carenza dei controlli, è capitato qualcosa di analogo.

L’interesse collettivo è di mitigare l’aspetto «casino’» del sistema finanziario (derivati strani, ecc.), facendo invece sempre salvo quello utilitaristico (sistemi di pagamento, finanziamenti alle imprese, depositi dei risparmiatori, derivati utili, ecc.).

L’interesse delle singole aziende finanziarie, d’altro canto, è quello di massimizzare il proprio utile.

Sembra che questi due interessi siano inconciliabili, come nel Dilemma del Prigioniero, e l’Amministrazione Obama si sta scontrando oggi essenzialmente con questo problema.

I cultori della Responsabilità Sociale d’Impresa, invece, si propongono di riconciliare l’interesse collettivo e quello imprenditoriale, pur conservando i cardini del capitalismo.

Forse, un giorno, anche noi capiremo come intendono risolvere il puzzle.

“Nel volgere di pochi decenni, piagati da guerre e congiure di ogni tipo, Firenze ha avuto Brunelleschi, Donatello, Ghiberti, Masaccio. La Svizzera, in 500 anni di pace e prosperità, cos’ha inventato? L’orologio a cucù!”.

La spassosa battuta di Woody Allen è fondata su un luogo comune fasullo.

La Svizzera, che ha otto milioni di abitanti, ha vinto 22 premi Nobel.

L’Italia, che ne ha 60 milioni, ne ha vinti 18, dei quali 5-6 almeno sono di dubbia attribuzione perché conferiti a studiosi di nascita italiana ma che hanno ottenuto i propri risultati scientifici all’estero e che non avrebbero mai avuto il premio se fossero rimasti in Italia.

Infatti, da almeno due secoli la Svizzera è terreno molto fertile per lo sviluppo della Conoscenza.

E’ sede della più grande istituzione di ricerca del mondo, il CERN.

imagesPuò vantare scuole di livello elevatissimo, e non mi sto riferendo ai soliti collegi per ragazzi ricchi. I politecnici di Zurigo (il famoso ETH) e Losanna sono università pubbliche celebrate e apprezzate in tutto il mondo, con un curriculum spettacolare di accomplishments.

Ancora più importante, per quanto attiene agli effetti produttivi e materiali della ricerca scientifica e tecnologica, è la presenza in Svizzera di una robusta infrastruttura di collegamento tra capitali e ricerca (come ad esempio il venture capital) che in Italia ci sogniamo.

Se anche la prosperosa industria finanziaria dovesse andare incontro a un tracollo (il che per l’economia del paese sarebbe un colpo durissimo che richiederebbe decenni per essere lenito), la Svizzera dispone di solide risorse per una ripresa.

Quanto all’arte, e nella piena e ovvia consapevolezza dello strapotere dell’arte italiana (del passato remoto…), provate a entrare in 4 musei a caso tra Lugano e Basilea e in 4 musei a caso tra Torino e Catania, poi raccontatemi le vostre impressioni.

Il complessivo pessimismo che aleggia in questo blog intorno alle fantasie dell’intelligenza collettiva non mi impedisce di discernere il potenziale della collaborazione, dell’eterarchia, del networking.

Ad esempio, il libro di Tapscott e Williams (Wikinomics: How Mass Collaboration Changes Everything, 2006) è stato criticato dai guru del management come un ingenuo volo pindarico.

E in effetti, presi dalla furia di stabilire uno slogan efficace e di tracciare scenari accattivanti, gli autori si sono lasciati andare un po’ troppo, sottovalutando i limiti della collaborazione e dell’intelligenza collettiva, restando in superficie su punti cruciali della loro tesi, e commettendo il più classico degli errori dei futurologi: anticipare di parecchio l’evenienza dello scenario tracciato.

Tuttavia, io penso che vada loro ascritto il merito di avere vestito con uno slogan efficace quello che in effetti appare come un trend possibile, ossia la modificazione del modello di impresa da dirigistico a democratico, da chiuso ad aperto.

Vanno in quella direzione molti fenomeni che si stanno dispiegando sotto il nostro naso, come l’open business, l’open content, il ruolo crescente che si esige per tutti gli stakeholder anziché per i soli azionisti, l’etica nel business (una cosa che a me fa sempre sorridere ma ciò non sposta il fatto reale che sia un tema sempre più spesso sul tappeto), la digital corporation del Berkman Center.

Cari guru invidiosi, non parlate troppo male della wikinomics…

Una delle più interessanti trasformazioni socioeconomiche in corso è l’Open content, ossia il ripensamento del diritto d’autore concernente sia le opere d’arte sia le opere dell’ingegno economicamente utili, come ad esempio i brevetti.

Sono già stati introdotti tipi innovativi di licenze, come quelle Open Source e quelle Creative Commons, che consentono di copiare e modificare liberamente le opere, pur riconoscendo all’autore originario sia la titolarità morale sia il compenso economico.

Si tratta di licenze più sofisticate del semplice copyright oggi in vigore, che attenuano il potere dell’editore e lasciano più gradi di libertà all’autore nel definire le forme di riutilizzabilità della propria opera. Per esempio: ci sono forme di licenze Creative Commons tali da consentire che un libro sia riutilizzabile per produrne un altro (di cui esso diventerebbe dunque una parte); altre forme, invece, lo vietano.

Il movimento Open content è nato da quello Open source, sviluppatosi a partire dagli anni ‘80 e concernente il mondo del software (del quale ha innovato la filiera produttiva). E’ un piccolo grande orgoglio della comunità informatica, l’avere dato la stura a una riflessione e un trasformazione così profonda come l’open content.

Tuttavia, come ho avuto già modo di dire altrove, intorno a open source circolano un paio di fanfaluche.

pulcinellaUna è che le licenze d’uso open source implichino o invochino la gratuità del software. In realtà quasi nessuna delle licenze Open presuppone o prescrive la gratuità dell’opera: a indurre in alcuni questa miscredenza è l’ambiguità dell’aggettivo “free”, che in inglese può significare libero ma anche gratis.

L’altra fanfaluca è che open source sia una manifestazione di intelligenza collettiva, ossia di emergenza dal basso di competenze un tempo solo appannaggio delle organizzazioni strutturate.

Secondo questa visione, il software open source dimostrerebbe che nugoli di umani senza alcun coordinamento possono auto-organizzarsi per produrre manufatti di grande complessità, come Linux o OpenOffice. Nessuno dirige o coordina i lavori.

Questa credenza è alimentata da autori (giuristi, economisti, giornalisti, politici) che non conoscono le sottigliezze del processo di produzione del software e dunque non lo comprendono.

E’ vero, infatti, che alla fabbricazione del software open source partecipano tantissimi programmatori free-lance, ma è falso che essi operino senza coordinamento top-down.

In realtà, i prodotti open source di più grande diffusione, successo commerciale e complessità (come Linux, OpenOffice, Apache Server o certi ERP) sono stati progettati e realizzati da organizzazioni aziendali ordinarie (come Sun, Red Hat, IBM, OpenBravo, Compiere, ecc ecc).

linuxEsse si sono avvalse, è vero, in parte di programmatori sparsi per il mondo e spesso non remunerati se non con l’apposizione dei loro nomi tra i credits, ma costoro sono stati e sono orchestrati da esperti di sviluppo del software e industrializzazione di prodotto.

Anche i progetti open source non controllati da aziende, prevedono tutti un Project leader che coordina gli indirizzi, stabilisce le priorità e così via.

Insomma, la partecipazione è spesso volontaria e spontanea. Ma l’0rganizzazione del lavoro è di tipo top-down. I lavoratori dell’open source, quando non sono veri e propri dipendenti di aziende del ramo, assomigliano ai terzisti che lavorano in outsourcing per le imprese manifatturiere: quando Zara o Tods ordinano delle lavorazioni a terzi, prescrivono dei precisi capitolati d’opera, anziché aspettare che ai loro cancelli si presentino prodotti o semilavorati prodotti per “spontaneamente” e per ”auto-organizzazione”.

Andate su openoffice.org o su sourceforge.net, e vi troverete le regole comportamentali e collaborative per contribuire a progetti open source, nonché l’elenco dei task che possono essere svolti da qualunque volontario.

Chi ha promulgato quelle regole? Chi mantiene quella lista di task, preoccupandosi delle relative priorità e dei mutui collegamenti, senza i quali nessun software emergerebbe?

Non l’Intelligenza Collettiva di un Organismo Auto-organizzato, ma delle persone concrete, spesso con tanto di stipendio e company car. (A volte, questo stipendio è provvisto da aziende o enti pubblici ignari che i loro dipendenti fungono, per una buona parte del proprio tempo, anche lavorativo, da project leader per progetti open source).

L’influenza della pandemia in corso è più blanda dell’ordinaria influenza invernale.

Se ne guarisce in pochi giorni. Muoiono (per complicanze, non per l’influenza) meno malati di quanti ne muoiano con le influenze invernali di ogni anno.

(Se masticate l’inglese, verificate queste mie affermazioni sul sito del famoso CDC di Atlanta).

E allora, perché tutti i telegiornali e i giornali (per esempio, oggi Corriere e Repubblica) aprono con le notizie dei moribondi a causa della “suina”?

Non è forse vero che di questa influenza si muore? Be’, sinora ne è morta circa una persona ogni mille che si sono malate. (Di influenza ordinaria, in inverno muoiono circa 2,5 persone ogni mille che si ammalano).

Se temete le percentuali del tipo 1 su mille, allora non dovete prendere più nessun farmaco (dall’Aspirina al Tavor), perché gli effetti collaterali letali hanno grosso modo quella probabilità. Non dovete mai più andare in macchina,  perché quasi certamente morireste in un incidente.

Di converso, se siete intonati dovreste correre subito alle selezioni di X-Factor: avete una probabilità su mille di essere selezionati! Che aspettate?

Morire di influenza è un evento raro. I telegiornali non aprono mai ammonendo che, se prendete un’aspirina, vi può cogliere un edema o una miocardite. O che prendendo 15 gocce di Lexotan sarete colti da tromboflebite o apnea.

Però aprono da settimane raccontando dei morti “da influenza suina” (NB: non sono morti di influenza, bensì di infezioni batteriche e altre malattie causate dall’influenza).

somaroI media sono così: fenomeni di stupidità collettiva. E incapaci di aiutarci a comprendere se ci sia un problema, e quale. Quella che essi stanno vivendo è un’influenza, piuttosto che suina, asinina.

In effetti qualche problema c’è, ma non assomiglia a quel che hanno detto e scritto sinora i media italiani. Le ragioni della preoccupazione da parte degli organismi di salute pubblica sono due:

Preoccupazione n. 1

L’influenza A H1N1 colpirà davvero, come del resto anche quella ordinaria, in inverno.

E, poiché nessuno ne è immune, potrebbe ammalarsi una percentuale enorme di popolazione (intorno al 50%), causando a) grandi disservizi pubblici, b) una crisi economica (diminuzione del Pil) e c) uno stress insopportabile per le strutture sanitarie.

Quest’ultimo punto è, sul piano sanitario, il più rilevante.

Infatti, se anche solo il 5% dei malati andassero incontro a complicanze, si avrebbero in Italia 5%*50%*60 milioni = 1,5 milioni di persone da ospedalizzare. Cosa evidentemente insostenibile. In tal caso, l’insufficienza delle strutture ospedaliere farebbe salire la probabilità di morire indirettamente per influenza dall’attuale 1 per mille all’1% o anche di più. 

Preoccupazione n.2

Se il virus A H1N1, che finora è stato una tigre di carta, mutasse in una versione molto cattiva, allora potrebbero aversi guai grossi.

Aumenterebbe di molto la percentuale di persone afflitte da complicanze, e dunque il numero dei morti, perché si acuirebbero i problemi di insufficienza strutturale per trattare gli affetti da complicanze. Questo scenario è poco probabile, ma reso sgradevole dal fatto che la pandemia “spagnola” del 1918, che portò a circa 25 milioni di morti, nacque come quella di oggi: un virus di tipo A e ceppo H1N1, con blanda malignità in estate…

Tutto ciò fa sì che gli organismi pubblici siano soprattutto preoccupati della diffusione del virus attuale (NB: non della sua malignità).

Infatti, più esso si diffonde più cresce la preoccupazione (1) e, inoltre, aumentano le probabilità che il virus muti in tante versioni diverse. E se muta molto, comincia a farsi non proprio nulla la probabilità che finisca con il creare anche un ceppo maligno come quello del 1918.

Il paradosso

E qui sorge un problema paradossale, sul quale gli esperti non possono che glissare, sottacendolo, mentre i mass media non ne hanno ancora la più vaga nozione.

Il problema è che, sul piano individuale, a noi converrebbe ammalarci adesso di questo virus. Svilupperemmo degli anticorpi che potrebbero proteggerci da una eventuale, per quanto poco probabile, mutazione maligna in inverno.

Ma se tutti corressimo a farci contagiare, allora rischieremmo di anticipare i problemi della preoccupazione (1): si fermerebbero molti servizi pubblici, avremmo una crisi economica (come se non bastasse quella in corso) e crescerebbe a dismisura -in valore assoluto, non in percentuale- il numero di coloro che, una volta influenzati, sviluppano delle complicanze.

Collettivamente, l’effetto sarebbe quello di accelerare i rischi che sono previsti per l’inverno.

Individualmente, però, oggi io mi ammalerei di un virus benigno e, magari, potrei anche farmi prescrivere una profilassi antibiotica per limitare l’eventualità di complicanze batteriche. (Con ciò aggravando anche un altro problema collettivo: quello dell’abuso di antibiotici).

E’ un classico caso in cui l’interesse collettivo e quello individuale sono in contrasto.

E’ come quando stanno fallendo delle banche e la finanza precipita. Io corro a prelevare i miei soldi per metterli sotto il materasso. Così facendo, dormo tranquillo.

Ma se tanti, troppi clienti della mia stessa banca fanno come me, allora la banca fallisce davvero. Io ho scampato il pericolo, ma collettivamente abbiamo fatto fallire la banca, che forse senza il nostro comportamento da panico si sarebber salvata.

Documents

Pare che la Banca d’Italia abbia chiesto e ottenuto dal Ministero dell’Economia la revoca dell’attività finanziaria da parte di Zopa, azienda internazionale leader e tra i pionieri del peer-to-peer lending.

Zopa Italia si difende accampando le ragioni del “social lending”: la gggente che nobilmente si presta il denaro senza l’intermediazione di una banca. Può darsi che questa strategia comunicativa paghi.

A me, però, questa visione “sociale” convince pochissimo: da un anno prestavo in Zopa e non lo facevo per beneficienza ma per guadagnarci. (Per la verità sinora ci ero stato più che altro per capire bene il modello, che fa parte di un libro che sto scrivendo, e verificare se reggeva).

Ecco dunque che preferirei non parlare di social lending e restare invece sul terreno del p2p: utenti web, in qualche modo accreditati da Zopa, che fungono gli uni da prestatori e gli altri da richiedenti di prestiti, potenzialmente con risultati per gli uni e per gli altri più interessanti di quelli che si estraggono dal sistema bancario (almeno limitatamente ai prestiti personali).

Manco a dirlo, si trattava, si tratta di una minaccia a parte del business model bancario. (Ci sono decine di siti di p2p lending, e anche uno recente tutto italiano).

Da tempo attendevo una risposta competitiva da parte delle banche italiane, sotto forma di un business model creativo oppure di un’acquisizione.

Invece, arriva questa simpatica mossa della Banca d’Italia. Mah. Non sono un dotto finanziere (spesso non lo sono neanche coloro che dirigono le banche e le loro associazioni: perché dovrei esserlo io?) e quindi non so se nella nostra giurisdizione il p2p lending sia insostenibile per ragioni legislative.

Certo, il sospetto che si sia fatta pastetta e ucciso un concorrente innovativo con le carte bollate anziché con la creatività e la concorrenza, è forte.

Se è un pensiero azzardato e infondato, fatemelo sapere.

Poiché prediligo i temi popolari, vi dirò cosa penso delle due traduzioni degli Elementi di Euclide che ho visionato di recente.

Desideroso di approfondire alcune cose che ho letto da Odifreddi circa la fortuna di Euclide nella storia, nonché di riprendere (con evidente piglio senile) alcuni temi che mi furono cari ai tempi della laurea (una delle “tesine” era sulle geometrie non euclidee), mi sono procurato le uniche due traduzioni italiane di Euclide che, a quanto ne so, sono state realizzate nel secondo dopoguerra:

  • Attilio Frajese e Lamberto Maccioni (a cura di), Gli Elementi di Euclide, UTET, Torino 1970 (opera che chiamerò EU1)
  • Fabio Acerbi (a cura di), Euclide. Tutte le opere – Testo greco a fronte, Bompiani, Milano 2007 (che chiamerò EU2)

Le due differenze che balzano agli occhi sono che EU2 è un’opera omnia (mentre EU1 contiene solo gli Elementi, ossia l’opera per la quale Euclide va famoso) e ha il testo greco a fronte. Non sono differenze da poco. Un altro notevole vantaggio esibito da EU2 è il suo avvalersi di contributi di studio e ricerca avvenuti negli anni successivi alla pubblicazione di EU1: si tratta, cioè, di un’opera più aggiornata.

EU2 è in effetti un lavoro monumentale: oltre 2600 pagine tra opere euclidee, introduzioni, note e apparati. Assolutamente spettacolare il lavoro svolto da Acerbi, che è un fisico ma anche un polymath che spazia da gran signore nella matematica e nella lingua greca antiche. Egli si è preoccupato molto di contestualizzare l’opera euclidea, compiendo lunghi e tortuosi excursus nelle pubblicazioni matematiche verosimilmente precedenti gli Elementi: i quali, va chiarito, sono un compendio della conoscenza epocale e non il contributo esclusivo del signor Euclide.

Scuola di AteneNaturalmente, sia lo studioso sia chi come me, più modestamente, è appassionato di queste cose, si procureranno entrambe le opere. Chi, invece, opera sotto budget ristretto e/o non ha tempo né voglia di sciropparsi ben due traduzioni euclidee, si limiterà a una.

Diciamo dunque anche dei vantaggi di EU1, che sono due. Il primo è che gli Elementi siedono da protagonisti in quest’opera. Se il lettore è interessato eminentemente agli Elementi e meno alla loro storia e al loro contesto, potrà giovarsi di EU1. Vi troverà anche l’ulteriore vantaggio di una maggiore leggibilità.

L’erudito Acerbi, infatti, non ha fatto molti sforzi per farsi seguire dal proprio lettore, mentre Frajese e Maccioni hanno lavorato soprattutto con quello in mente. E si vede. Eu1 è scritta in modo chiaro e progressivo, ossia senza dare per scontato nulla che possa essere appreso solo più innanzi e che quindi appare a lungo oscuro (un difetto di EU2).

La stessa traduzione di EU1 risulta più scorrevole, essendo stata pensata meno in funzione dell’aderenza al testo e alla sua storia che non allo scopo di agevolare il lettore nella comprensione della matematica euclidea.

Intuiamo che Acerbi avrebbe da ridire su questa nostra ultima affermazione ma, non avendo egli annotato per nulla la propria traduzione e non possedendo noi gli strumenti per seguirla competentemente (i ricordi di greco antico sono al lumicino…), restiamo con la sensazione che leggendo gli Elementi in EU1 si faccia prima e non si perda poi molto. La traduzione di EU1, d’altro canto, è ricca di note e tra queste si ritrovano molte delle analisi e dei dati che in EU2 sono invece contenuti nelle introduzioni.

Comunque, l’enormità dell’impresa compiuta da Acerbi, il valore che la sua opera avrà per la storia della matematica e per la cultura italiana, la ricchezza del contenuto e l’aggiornamento di cui EU2 può fregiarsi ne fanno, secondo me, la scelta obbligata.

Atul Gawande

Atul Gawande

Sapevate che la sanità pubblica Usa spende, per abitante, il 30% in più di quella italiana?

La spiegazione di questo paradosso ci è offerta da un’inchiesta recentemente svolta dal New Yorker. (L’autore è Atul Gawande, chirurgo del Brigham and Women’s Hospital di Boston e professore di chirurgia alla Harvard Medical School.)

 
Il sistema sanitario statunitense va noto per essere privato, ma in realtà esistono due mutue pubbliche: una per le persone poverissime e una per le persone vecchie.
 
Queste due mutue non lavorano solo con ospedali pubblici, bensì anche attraverso ospedali privati, esattamente come succede da noi. La Lombardia, per esempio, è all’avangardia nel proporre un sistema sanitario che faccia fortemente leva anche sulle strutture private, ritenute “più efficienti”.
 
Tuttavia, la spiegazione del paradosso americano sta proprio in quella efficienza, e nel gioco di parole tra “efficienza” ed “efficacia”.
 
Infatti, a noi in quanto contribuenti interessa innanzitutto l’efficienza, ossia che la cura costi il minimo possibile. Ma ahimé, quando siamo anche malati, improvvisamente ci interessa moltissimo che la cura sia efficace!
 
Ed è qui che casca l’asino.
Di proprietà di un'organizzazione non-profit, la Mayo Clinic del Minnesota è da 40 anni il miglior ospedale d'America

L'organizzazione non-profit Mayo Clinic del Minnesota gestisce da 40 anni i migliori ospedali d'America

Il New Yorker ha confrontato tra loro le contee Usa nelle quali il Pubblico spende di più in sanità, e quelle nelle quali invece spende meno.

E ha scoperto che le prime sono anche quelle dove la gente è curata peggio: le metriche indicano una maggiore incidenza di malattie, mortalità, eccetera eccetera.

Le contee che spendono meno, invece, hanno un livello di salute dei cittadini superiore alla media mazionale, e molto superiore a quello delle conteee spendaccione.
 
Ohibo’! La spiegazione?
 
Nelle contee virtuose prevale uno stile di conduzione degli ospedali olistico e mirato al risultato globale sul malato. I medici sono remunerati con stipendi.
 
Nelle contee spendaccione, invece, prevale il modello che è anche quello privatistico italiano: l’obiettivo da raggiungere è il profitto dell’ospedale, e i medici sono remunerati di conseguenza. Stipendi modestissimi e bonus variabili altissimi basati sulla clientela che si attira e sulla quantità di cure somministrate.
 
Got the picture?

Celebro quest’estate le mie nozze d’argento con il New Yorker.

Dice: “O bella, e chi se n’impippa?”. Be’, la cosa potrebbe interessare a chi non conosce il più bel periodico del mondo occidentale e da queste righe potrebbe prendere slancio per innamorarsene a sua volta.

NYIl più bel periodico? Eccome! Pensate: niente pagine di pubblicità, se non tre o quattro all’inizio. Niente illustrazioni rutilanti. Anzi, quasi niente illustrazioni, se non i disegni di impareggiabili cartoonist.

Vignette (in bianco e nero) invece delle insopportabili foto dei rotocalchi stile “magazine” italiano, improntate al cicaleccio politico e al pettegolezzo e all’esercizio delle solite trite parole-chiave, tutte, dico rigorosamente tutte, fraintese o malintese, come glamour, trasgressione, sensuale, eccetera.

Le più belle penne della lingua inglese. La traduzione di alcuni dei più bravi scrittori del mondo. Inchieste giornalistiche approfondite. Divulgazione scientifica. Resoconto dei principali fatti letterari e della vita culturale newyorkese, che resta una delle più interessanti.

Nessun errore di inglese od ortografico: scordatevi La Repubblica o L’Espresso! Una squadra interna di fact checkers che controllano l’esattezza fattuale di tutto quello che viene pubblicato. Il giornalismo al suo meglio.

Vi garantisco che la settimana comincia bene con la copertina (sempre diversa e disegnata a mano) del New Yorker.

Peccato che l’editore Condé Nast, rapace produttore anche di molta paccottiglia mondana, da qualche mese abbia avuto la bella pensata di nascondere la copertina sotto una pagina di pubblicità, entro la busta di cellophane in cui vi arriva il giornale.

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