Non conosco espressione più fantasiosa di “economia reale”.
L’economia “reale” viene da più parti invocata come soluzione agli eccessi della finanza creativa che ha portato al crack del 2008, e magari come fondamento di un nuovo modello di sviluppo basato sulla felicità, la pace nel mondo e la giustizia sociale…
Il ragionamento suona più o meno così: Basta con la fregola dei titoli derivati, con la finanza creativa e con i profitti realizzati sugli schermi dei computer! Torniamo ai profitti veri degli scambi commerciali, ai sani plusvalori della produzione, all’industria, all’agricoltura, ai servizi!
Parole che amio parere denotano scarsa riflessione. “Economia reale” è un termine povero, che non ci aiuta a capire né a discutere.
La finanza, infatti, è parte integrante dell’economia, e senza di essa non esisterebbero industria, agricoltura, terziario (del quale, tra parentesi, la finanza è una parte cospicua e forse la più grande).
C’era una volta il baratto. Oggi, come sapete, non esiste più. Se torneremo al baratto oppure se, più realisticamente, inventeremo un modello di sviluppo completamente nuovo, che superi quello attuale magari dando meno importanza alla crescita e più al progresso, allora forse chissà…
Ma per il momento, e da circa 4-5mila anni, economia e finanza sono yin e yan, burro e marmellata, corpo e anima, cuore e cervello.
Dunque, c’era il baratto. Una pecora uguale tot quintali di orzo. Poi (saltiamo qualche passaggio) è comparsa la moneta.
Una pecora posso tosarla, mungerla, riprodurla, mangiarla. Una moneta, non proprio.
Dunque, questa moneta è economia “reale” o no? Non abbozzate. Non fate spallucce. Rispondete.
Ogni tanto i governi rastrellavano monete d’oro, le fondevano, le mescolavano con metalli meno nobili e poi le ri-emettevano con lo stesso valore nominale di prima.
La diluizione della lega (argento e rame aggiunti all’oro originariamente quasi puro) era un modo per aumentare le monete in circolazione senza sprecare altro oro, che ci si sarebbe dovuto procurare a fatica –magari con una guerra.
La ragione per cui si voleva aumentare le monete in circolazione era che il governo (l’imperatore, il principe, il signore) ci guadagnava, speculando sulla differenza tra il valore nominale e quello della produzione di zecca.
Ieri, un doblone d’oro per una pecora. Oggi, uno virgola X dobloni per la stessa pecora. (Quella X si chiama inflazione). Questa diluizione, la relativa speculazione e la conseguente inflazione, di grazia, erano economia “reale”? Sì o no?
Ma andiamo avanti.
Ben presto, vennero i titoli di credito (come gli assegni e i loro precursori, tipo le praescriptiones dei Romani o i Sakks dei Persiani), per eliminare la necessità di portare con sé vagonate di moneta. Il big business richiedeva carta, non moneta.
Quella carta è economia reale?
Dietro l’angolo, lo sappiamo tutti, c’erano cose più esotiche. Una di queste è la società/corporation e la società per azioni, nella quale potevano (possono) investire anche degli estranei. Se compro azioni di una società, investo nel suo futuro, confidando sia nei profitti di cassa sia nell’apprezzamento a lungo termine.
È economia “reale”, questa? Sperare che quest’anno la Fiat stacchi un dividendo o che fra cinque anni valga molto più di oggi, è “reale”?
Arrivano poi i titoli derivati. Derivato è un titolo il cui valore dipende da quello di un altro titolo (o altri titoli).
Un esempio sono i CCT, che dipendono dai prezzi dei BOT. Un altro esempio sono i titoli che valgono tanto di più quanto più una determinata valuta scende.
Se io sono, per ragioni di affari, molto esposto in USD e dunque ho ragione di temere l’eventualità di un deprezzamento dell’USD, comprerò, a mo’ di assicurazione, dei derivati che mi pagheranno un forte premio se l’USD andrà sotto una certa soglia ma che varranno zero se ciò non succederà.
È economia “reale” tutto ciò? Se io esporto macchinari in Cina e mi pagano in dollari, è “reale” che io mi tuteli dal rischio-valuta in quel modo?
Un altro esempio di derivato sono le opzioni. Posso comprare oggi opzioni che mi danno diritto di comprare un determinato titolo (per esempio un’azione o un’obbligazione) dopo un certo tempo.
Anche in questo caso si tratta, contrariamente ai luoghi comuni che circolano oggi sui “derivati” come Demonio, di uno strumento finanziario in uso da lunghissimo tempo.
Nelle costruzioni immobiliari, per esempio, i costruttori hanno sempre acquisito grandi appezzamenti di terreno comprando opzioni dei vari lotti che li componevano. Dicevano: «Ti pagherò questo lotto solo se riuscirò a comprarli tutti, perché solo se li ho tutti ha senso costruire».
L’impresario cinematografico non compra il copione o il romanzo ma solo, sotto forma di opzione, il diritto di sfruttarlo un giorno, o forse no. La linea di credito che la banca apre per l’imprenditore significa che questi potrà –oppure no– chiedere denaro in prestito entro un certo tempo.
Questa è economia “reale”? E’ finanza creativa? Che cavolo è?
Negli anni ’30 del Novecento Serafino Ferruzzi fece fortuna in America al Chicago Board of Trade, scommettendo sui raccolti di granaglie degli anni futuri. Questi futures, cioè, erano (e sono) derivati il cui valore dipendeva dal prezzo futuro delle commodities.
La quantità di raccolto dell’anno prossimo, è un dato di economia “reale” o no? Stimarne oggi il valore futuro di mercato (se siete pastai o ministri dell’agricoltura), è economia “reale”?
I futures si sono allargati a comprendere scommesse su quasi qualunque valore futuro: quello dei titoli di Stato, quello delle azioni, quello degli indici di Borsa, eccetera. È economia “reale” questa?
E, se per caso vi venisse da dire di no, la domanda successiva è: dove fermare il processo? Quali derivati sono “reali” e quali no? I futures sul petrolio? Quelli sulla soia? Quelli sulle azioni? Quelli sul valore del dollaro?
Poi ci sono le obbligazioni. Le aziende e persino le Nazioni si finanziano anche chiedendo a terzi di prestare denaro sotto forma di obbligazioni. Spesso, queste obbligazioni vengono frammentate in minutissime tranche per venderle ai singoli risparmiatori. In questo modo, il rischio che il debitore fallisca viene diluito in tanti piccoli rischi.
È economia “reale” questa? È giusto, è logico che io possa investire in BTP o in bond della Volkswagen, rischiando 10mila euro in cambio di un profitto del 5% l’anno?
Oppure sarebbe “economia reale” solo se a prestar soldi alla VW potessero essere solo le banche d’affari, senza alcun coinvolgimento dei risparmiatori? E, in questo caso, in cosa potrebbero mettere i propri risparmi, le famiglie?
È “reale” che ci siano aziende (le banche d’investimento) che, quando Volkswagen vuole vendere bond a me e a migliaia di altri, li prendono, li frammentano e li distribuiscono attraverso una rete al dettaglio?
Insomma, finiamola qui. Senza finanza cesserebbe l’economia moderna. Andrebbero a rotoli l’industria, l’agricoltura e il terziario.
Per fare a meno della finanza, se proprio non la possiamo soffrire, dobbiamo inventarci un modello di sviluppo, un’economia completamente nuova. Io ci sto. Il mondo ha bisogno di ideali.
Oppure, se ci sta bene il sistema attuale, dobbiamo discutere dei suoi possibili eccessi e dei controlli che occorre inserirvi.
Possiamo, per esempio, discutere su chi debba emettere il rating dei crediti. Sul se sia lecita la compravendita di opzioni da parte di chi non ha azioni sottostanti. Se sia lecita la compravendita di credit default swaps da parte di un non-creditore. Se le banche debbano/possano essere quotate in Borsa (non capisco a cosa serva, ma qualcuno lo ha proposto).
E così via. (E’ roba da esperti di finanza e io certo non mi ci soffermo).
Ma, per piacere, basta con le fantasie sulla “economia reale”, che è la cosa più irreale che esista in economia!