Ci sono quelli che parlano (come Latouche) e quelli che fanno (come Segrè).

Il mondo ha bisogno di entrambi, però fare è più difficile.

Sono contento di constatare che tutte le applicazioni tecnologiche innovative che si preannunciano per Expo 2015 siano un sottoinsieme di quelle previste nel libro che scrissi nel 2005 insieme con Vito, riadattando in italiano precedenti lavori per i quali sono debitore, tra gli altri, a Jeff Jacobsen, Arno Penzias, David GelernterGeorge Fitzmaurice, Jim Spohrer, Alex Linden, Anthony Townsend.

Ecco dimostrato un’altra volta che, a differenza di quel che dicono i miei amici pasticcioni della complessità, le previsioni non sono impossibili. :)

Né occorre possedere poteri medianici o essere gran fenomeni.

Bastano olio di gomito e un po’ di fortuna.

“SOPA è al tempo stesso troppo forte e troppo ampia. Troppo forte nei rimedi che propone, e troppo ampia per i problemi che cerca di aggredire. [... ] Nel complesso, il mio voto è un no.” [Jonathan Zittrain, giurista, co-fondatore del Berkman Center for Internet and Society ad Harvard]

La faccenda della pirateria digitale va risolta.

Va risolta perché abbiamo lasciato crescere una generazione di confusi che, spalleggiati da un’orda i ipocriti, scambiano la ricettazione per libertà.

Va risolta perché il diritto d’autore necessita di riforme: open source/content e creative commons hanno indicato la strada.

Va risolta perché nella società post-industriale (“economia della conoscenza”) le opere dell’ingegno hanno un’importanza cruciale.

Va risolta perché non possiamo accettare che si brevettino fagiolini e zucchine.

Va risolta armonizzando la funzione di beni comuni da un lato e proprietà intellettuali dall’altro.

Purtroppo la strada sarà molto lunga, come dimostra il fatto che dura già da un quarto di secolo.

Lunga perché il tema è complesso e va al cuore di alcuni cardini sociali, come proprietà privata, libero mercato, lavoro.

Lunga perché i tempi della politica lo sono.

E siamo ancora nello stadio storico nel quale le lobby propongono le leggi e queste si affacciano ai parlamenti in condizioni di deludente partigianeria: succede in America, figuriamoci in Italia dove di economia digitale capiscono poco persino gli accademici e dove la cultura giuridica è ancora sostanzialmente digiuna dell’argomento.

Esattamente chi e quando ha stabilito che il San Raffaele di Milano è una “struttura di eccellenza scientifica e sanitaria”?

L’eccellenza scientifica viene desunta, da parte degli oi polloi mediatici, dalla presenza di due o tre studiosi di grido e dalla quantità industriale di press releases che da decenni inondano i fax delle redazioni.

Non passa settimana che un comunicato stampa del San Raffaele non annunci qualche “scoperta scientifica”, della quale infatti veniamo prontamente informati dalla stampa: gli astuti operatori mediatici non sono in grado di fare la banale considerazione che le “scoperte” avvengano anche altrove, ma che loro non vengono a saperlo perché i brontosauri che gestiscono i grandi ospedali universitari (dove si fanno pubblicazioni scientifiche come e più del SR) sono incapaci di comunicare.

L’eccellenza sanitaria viene dedotta dal livello di efficienza e qualità che il San Raffaele dimostra come accoglienza: prenotazioni quasi facili, camere doppie o singole, negozi e metropolitana sul sito, parcheggio sotterraneo, architettura accattivante. Sono cose che tutti gli ospedali dovrebbero avere e delle quali alcune strutture pubbliche si stanno dotando lentamente. E sono cose importanti.

La Sanità italiana, nota da noi per essere «la migliore del mondo» e all’estero per essere un luogo dal quale tenersi alla larga (entrambi pregiudizi infondati), non è esattamente all’avanguardia in questo specifico campo, come attesta la Figura che desumo dal World Health Report 2000 dell’Organizzazione mondiale della sanità. Dunque, il San Raffaele ha buon gioco a distringuersi, staccandosi dal gruppo, in questo campo. (Speriamo non sia questo che è costato 1,5 miliardi di euro di debiti!).

Ma la cosa più importante è la efficacia delle cure, ossia la probabilità di venire curati bene quando si entra in un ospedale. Qui non è per niente facile istituire delle metriche, che infatti non esistono: dunque, né il San Raffaele né alcun altro ospedale può accampare un primato in tal senso.

Tutto quel che sappiamo è che gli americani, che adorano la misurazione e la praticano, hanno scoperto da un pezzo che la salute della gente è peggiore laddove i dirigenti medici guadagnano fatturando e migliore, invece, dove i medici sono semplicemente stipendiati.

Un primario in ospedale privato, da noi, ha 100 di stipendio ma può arrivare a 1000 se attira molti pazienti/clienti. Il primario del pubblico, invece, ha solo lo stipendio e non distorce le cure allo scopo di attrarre clienti nella struttura. (Semmai, attrae clienti suoi personali infra- o extra-moenia facendosi bello delle cure che la struttura eroga).

Potrei raccontare qualche episodio bottom-up fortemente negativo circa la qualità delle cure al San Raffaele, ma me ne asterrò perché rischierei di apparire un detrattore per fatto personale (sono invece un ammiratore dell’organizzazione del SR).

Però finiamola con la litania dell’«eccellenza», perché questa è indimostrata.

E se poi di eccellenza si trattasse davvero, cosa dovremmo concluderne: che per costruire una sola struttura di eccellenza sanitaria da 1000 posti letto occorre perdere 1500 miliardi di vecchie lire?! :)

Completiamo questo trittico fiscale dicendo due parole sul personaggio dell’evasore più attivo, ossia quello che programmaticamente non emette ricevuta o fattura.

C’è tutta una gamma…

A un estremo si collocano coloro, in genere artigiani o collaboratori familiari occasionali (giardiniere, tappezziere, falegname, ecc.) per i quali la fattura è un oggetto misterioso e sconosciuto, così come la dichiarazione dei redditi.

Poi vengono quelli più attivi (e più ricchi), gli artigiani commercianti industriali e fornitori di servizi ai quali si accennava qui. Dietro di loro, non dimentichiamolo, sta una robusta filiera di grossisti e industriali che prosperano solo sul nero: se io non chiedo fattura al muratore, questi non la chiederà al grossista, che a sua volta non la chiederà all’industriale.

Per questa gente, la fattura/ricevuta è un oggetto mistico e un taboo. Mostrano di non saperne nulla e affermano che tutto dipende dal loro commercialista, dietro i cui misteriosi dettami amano trincerarsi. Alcuni hanno sviluppato un proprio rituale. I parrucchieri per signora, ad esempio, rilasciano sempre una ricevuta, ma rigorosamente pari al 30% dell’importo incassato. Se/quando tutta questa gente fatturerà, i prezzi saliranno enormemente e non so come si potrà controllare il fenomeno.

Siamo giunti all’estremo degli evasori attivi “colti”. Quelli che hanno sentito dire da qualche parte (magari dal Presidente del Consiglio dei Ministri) che se le aliquote sono troppo alte allora è normale che ci sia dell’evasione.

Come gli “onesti” che pagano “fino all’ultima lira le tasse in busta” e dunque poi ritengono un diritto quello di evadere l’Iva non esigendo le fatture, così gli evasori attivi colti sono degli ipocriti, sebbene a volte solo vagamente consapevoli (è più comodo esserci che farci, no?).

E’ pur vero, infatti, che accrescendo il carico oltre una certa soglia nella solita curva di Laffer (che fu inventata proprio in relazione a questo problema), le entrate fiscali non aumentano come si prevedeva perché cominciano a manifestarsi molte più evasioni / elusioni di prima.

Ma ciò non significa che quei comportamenti siano leciti o giustificabili: l’aumento dell’evasione con l’aumento del carico fiscale riflette un errore di politica economica, non un imperativo ineluttabile per il singolo.

Se si inaspriscono oltre una certa soglia le pene per i furti con destrezza, senza inasprire anche quelle per le rapine in banca, ecco che queste prenderanno a crescere, se con un rischio quasi uguale si può ricavare un introito molto più elevato: ciò non vuol dire che rapinare sia meglio che rubare o che sia lecito perché lo Stato mi ci ha indotto.

Capito, finti liberisti così svelti coi numeri di bottega ma a digiuno di Economia I?

Un’allegra brigata, l’Italia, composta da un 50% di ladri/evasori e un 50% di ricettatori/consumatori. La popolazione è in equilibrio: nessuno dei due potrebbe vivere senza l’altro.

Ora che (finalmente) si fa un gran parlare di evasione fiscale, i ricettatori reclamano la possibilità di detrarre ogni spesa dalla dichiarazione dei redditi.

Solo a tale condizione, affermano più o meno implicitamente, essi chiederebbero la fattura a chi lavora in nero.

Altrimenti, continueranno a non chiederla perché ciò implicherebbe che essi stessi pagassero l’Iva, della quale invece sono avidi, sistematici e gaudenti evasori: non gli par vero di poter accedere a loro volta alla lussuriosa libertà di sottrarre un po’ di quattrini alla cassa comune. In Italia, si sa, la res publica è res nullius, come attestano le montagne di cartacce lattine e mozziconi a terra senza alcun penalty, i milioni di vani abusivi, i 6,3 milioni di canoni radiotelevisivi evasi.

Ahinoi, lo scatolone pieno di fatture e scontrini da aprire in maggio all’atto della compilazione di Unico non funzionerebbe. Ma forse un modo per far leva sul conflitto di interessi tra ladro e ricettatore c’é: ogni San Silvestro, nel suo discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica potrebbe annunciare, un po’ come in Cina, l’animale che si celebrerà nell’anno adveniente.

Se il 2012 fosse, poniamo, l’Anno dell’Idraulico, nel senso che chiunque durante quell’anno potrebbe detrarre le ricevute di idraulici e caldaisti, l’anno dopo l’Agenzia delle Entrate conoscerebbe esattamente il reddito di ogni singolo artigiano della categoria.

Dal 2013 in poi non sarebbe più possibile detrarre l’idraulico per parecchi anni, ma se un idraulico tornasse a dichiarare i soliti redditi ridicoli il Fisco avrebbe qualche arma in più al proprio arco.

Il 2013 potrebbe essere l’anno del muratore o dell’avvocato o dell’elettricista o dell’imbianchino o del piastrellista o del gommista o del dentista o dell’agente immobiliare o del ristoratore eccetera eccetera. Naturalmente potremmo anche celebrare due o più categorie per anno (purché non così tante da cadere nella trappola della curva di Laffer)…

In capo a dieci, quindici anni sapremmo tutto di tutti e ci saremmo dati una regolata. Gli effetti benefici, poi, sarebbero a cascata: dietro le categorie artigiane e commerciali stanno migliaia di loro fornitori che vivono al nero (e sono forse i più ricchi tra quelli che il Fisco-spettacolo va a stanare a Cortina e Portofino).

Certo, questa nostra cineseria non sarebbe, come del resto qualunque altro, un metodo perfetto: ladri e ricettatori troverebbero delle scappatoie; i resoconti di un anno non sarebbero rigorosamente indicativi del reddito di categoria perché in quell’anno essa avrebbe un boom di affari; ci sarebbe un grave rischio inflattivo; il calcolo macroeconomico preventivo da fare è complicato; e altro ancora.

Però forse varrebbe la pena provare, se non altro per liberarsi dell’olezzante ipocrisia che oggi trasuda da tutti i giornali, tutti i talk shows, tutti i bar e tutti gli uffici italiani.

Cairo, 7 Feb 2011

Posted: 23 dicembre 2011 in Politica e mondo

[Ed Ou for The New York Times]

Quanta gente che la sa lunga e che, gratta gratta, scopri che non ha un background…

Il tema del diritto d’autore, delle proprietà intellettuali (IP), del copyright/copyleft, dell’open source e dei creative commons è molto più complesso di quel che appare.

E’ chiaro a tutti che il diritto d’autore va ripensato. Anzi, si è già cominciato a ripensarlo. E considerazioni analoghe valgono per i brevetti. Insomma, per le IP in senso lato.

Tuttavia, occorre avere la lucidità di tenere distinti l’aspetto civile e libertario da quello economico.

L’economia odierna è fondata sulla acquisizione e sulla manipolazione di competenze (knowledge), e questi “asset intangibili” sono venuti assumendo un ruolo cruciale. Sono i più importanti mezzi di produzione dell’economia moderna. (Già Marx li aveva riconosciuti, anche se non poteva prevedere l’enorme ruolo che sarrebbero venuti assumento nell’era dei computer e dell’internet).

Se noi frustriamo troppo la possibilità di trarre benefici economici da un’invenzione, rendiamo asfittica l’economia. (Esiste in tal senso un parallelo tra il brevetto di un’invenzione e il copyright di una canzone anche se, com’è superfluo sottolineare, si tratta di istituti giuridici differenti.)

La domanda delle cento pistole é: Esiste un modello economico, fondato su A) beni comuni, B) produzione cooperativa e C) open source (o Creative Commons), in grado di superare quello attuale?

Ancora non conosciamo la risposta. Ci sono autori, alcuni dei quali mi onorano della loro amicizia, che lo dicono possibile. Altri, per ora una maggioranza, che lo negano. Vedremo.

Nel frattempo, diffidate di chi propugna convinzioni granitiche in questo campo, perché l’argomento è molto più tosto e ramificato di quel che sembra. (Per esempio, corre un filo rosso tra l’odiosa procrastinazione dei copyright fin oltre la morte dell’autore, da un lato, e l’economia della conoscenza, dall’altro: e tale nesso sfugge a quasi tutti i commentatori, per non dire dei pirati ecc.).

C’è una Umanità mostruosa dinanzi alla quale mi sento totalmente disarmato e che mi incute più paura di quella malvagia: è l’Umanità che non conosce, non si informa, non impara, non cresce.

Quella che semplifica.

Quella che al Teorema di Pitagora «non crede», come sentii dire una volta alla pur simpatica Serena Dandini. Quella che si abbevera sempre e solo alle stesse fonti, per vedere rassicurati i propri pregiudizi, che scambia per opinioni informate. Quella che crede al prete prima che al raziocinio. Quella che sceglie una Missione nella vita e la persegue ciecamente, come i pasdaràn della rivoluzione. Quella che basta dirle «bio» o «eco»per conquistarle il cuore e poi venderle qualunque sconcezza.

Quella che se si appassiona a un argomento, come il riscaldamento globale o la crisi dei mercati presunti efficienti, parte e consulta sempre e solo fonti di un orientamento monoculturale. Ci sono esagitati che si credono esperti di un tema perché conservano una nutrita biblio-webgrafia: ma se vai a vedere le carte, conoscono solo un lato della questione. Non hanno mai sentito un esponente del “partito” avverso. Coccolano i loro guru monodimensionali. Sono quelli che potete mettere nel sacco con Scientology o con l’Intelligent Design o con la negazione dell’Olocausto.

Prendiamo per esempio lo tsunami di stupidaggini che da Fukushima stanno facendo il giro del mondo da nove mesi (ma potrei ugualmente parlare anche dei cibi finti-bio o delle diete dimagranti o dei maghi o del gioco del Lotto).

Della complessità del problema energetico abbiamo detto qui, e pubblicamente ho dichiarato (e.g., anche sul Corriere) che l’Italia farà meglio a tenersi alla larga dall’energia nucleare. Ma non è questo il punto. Il punto è il disarmante livello di dabbenaggine che pervade il pubblico mediatico. A una percentuale maggioritaria di persone (lo valuto guardando ai media, che le rappresentano bene) sfuggono concetti lapalissiani:

  • Nell’autunno 2011 ha fatto il giro del mondo la notizia che il presentatore televisivo giapponese Otsuka Norikazu, che aveva mangiato verdura di Fukushima in diretta per tranquillizzare gli spettatori, ha la leucemia. Molti media, e tutti quelli pseudo-ecologisti e spazza-naturisti (non quelli ecologisti e naturisti informati e utili, che sono benemeriti e da sostenere), hanno acriticamente e sillogisticamente adombrato che la malattia sia conseguenza del gesto compiuto. I medici ci dicono, invece (e il buon senso ancor prima di loro), che l’associazione è pura fantasia (vedi per esempio qui);
  • Ciò che conta non è la mera presenza di una sostanza radioattiva o meno: è la sua quantità, perché la radioattività è presente nell’ambiente in modo pervasivo. Durante le settimane successive allo tsunami, una giornalista del Tg3 regionale andò all’Università di Milano per far ispezionare la radioattività del pesce proveniente dal Giappone comprato al supermercato: un ingegnere, munito di sensori, le mostrò come il suo microfono RAI, la sua giacca, e i sassi raccolti nella campagna di Milano in quei giorni fossero centinaia di volte più radioattivi di quel pesce. Ma la notizia che passava ossessivamente sui media, in copertina, nel prime time, sui titoloni, era «radioattività nel pesce della regione di Fukushima»;
  • Il cesio radioattivo rinvenuto nel latte in polvere della Mejji a dicembre 2011 era presente in quantità 20 volte inferiori al limite consentito per legge. Questo significa che tra un latte con cesio e uno senza cesio non dovrei preferire il secondo? Certo che no. Significa che il limite stabilito per legge garantisce la sicurezza assoluta di innocuità? No. Significa che sicuramente non c’è relazione tra Fukushima e il cesio radioattivo in quel latte? No (Anzi: molto probabilmente c’è eccome). Però significa che il cesio può trovarsi dappertutto. E non prova che c’è stato un «disastro nucleare», una «catastrofe», una «Hiroshima», come hanno scritto dementi e irresponsabili. (Il disastro, la catastrofe sono le decine di migliaia di morti dello tsunami, zucche vuote!)
  • Attraverso i venti, i corsi d’acqua e le correnti marine, l’inquinamento radioattivo arriva dappertutto. Ma quasi tutto, sul pianeta Terra, arriva dappertutto! In un caso come Fukushima, le quantità di sostanze nocive oltre gli 80-100 km di raggio sono ritenute inoffensive dai medici esperti. Questo significa che tutti o gran parte di quelli dentro 80 Km di raggio contrarranno tumori e altre malattie fatali? No. Significa che è assolutamente impossibile che una persona situata a 200 Km possa ricevere qualsivoglia influsso o danno? No. Significa solo che non dobbiamo preoccuparci degli effetti a distanza, così come non facciamo ogni anno lo screening per la lebbra, il retinoblastoma o la malattia di Farber. Se credete alle fregnacce mediatiche sul vento di Fukùshima che spazza il pianeta, allora correte a farvi visitare almeno per quelle centinaia di malattie rare per le quali il SSN passa l’esenzione dal ticket.
  • [E' ritenuto molto probabile, anzi praticamente certo, che nell'atmosfera terrestre siano tuttora circolanti le molecole di ossigeno che Gesù respirò durante la sua vita terrena. Perché i media non titolano mai: «Rinvenuto il fiato di Gesù»? Non è una notizia più carina, e più intrigante, delle bestemmie su Fukushima/Hiroshima?]

Ci sono centinaia di testate e siti web spazzatura che divulgano notizie pseudo-ecologiche e pseudo-naturistiche, per vendere pubblicità a una sempre più vasta audience attenta (per fortuna) alle questioni ambientali, ai cibi biologici, alla dieta.

Purtroppo, la maggior parte delle persone non sa attingere alle fonti mediatiche in modo accorto ed equilibrato: tende a credere a tutto quel che trova scritto; si abbevera solo alle fonti che corroborano i suoi pregiudizi (anziché consultarne una pluralità, e soprattutto quelle avverse alle proprie opinioni); non approfondisce; non sa valutare né comprende l’autorevolezza delle fonti: come per Wikipedia, le è sufficiente che una notizia abbia “una fonte” (un giornale, un blog, un’intervista) per essere considerata verificata, con poco o punto riguardo per la pluralità e l’autorevolezza.

Solo con l’educazione, la formazione possiamo uscire da questo orrore cognitivo. E fino a che non ridurremo la facilità con la quale la pubblica opinione si lascia manipolare, scordiamoci non dico di risolvere, ma persino di affrontare con serietà le grandi questioni che affliggono il mondo.

Perché lo scatolone delle spese detraibili, da cui attingere all’atto della dichiarazione dei redditi, non è la soluzione magica all’evasione fiscale?

Perché c’è la Curva di Laffer, dal nome dall’economista reaganiano che per primo la disegnò, pare, su un tovagliolo.

L’aliquota di detrazione delle spese, che per il momento sono in pratica solo quelle mediche, si trova oggi al 19%. Ecco allora che il medico può propormi un conto in nero di 100 euro (*) invece di uno in chiaro di 119. Le due situazioni sono per me equivalenti: anzi, pagando in nero risparmio subito e cash, mentre pretendendo la fattura avrò solo una diminuita spesa dopo la compilazione del modello Unico, con il rischio che magari mi cambino nel frattempo la legge.

Tutti sappiamo che se il medico scende un po’ sotto il 100, quasi nessun italiano chiederà la fattura. La stessa cosa succede davanti a idraulici, elettricisti, muratori, agenzie immobiliari, avvocati, eccetera eccetera: gli italiani si suddividono rigorosamente in A) coloro che non emettono fattura e B) coloro che si guardano bene dal chiederla pur di evadere l’IVA (22%) oomunque di pagare meno.

I governanti sanno benissimo tutto ciò. E gli economisti loro consulenti, che stanno nei Ministeri e uffici affini, li ammoniscono circa gli effetti della Curva di Laffer: giocare con quella percentuale, quel dannato 19% o 22% o quel che vi pare, fa correre dei rischi alla stabilità dei conti pubblici.

Se eleviamo troppo la %, scatta di sicuro il conflitto di interessi, ossia gli italiani cominciano a chiedere le fatture perché ci guadagnano di più che non evadendo l’IVA; però il rischio è un tracollo del gettito fiscale, perché tutti (non solo “noi onesti”, ma anche idraulici, elettricisti, muratori, agenti immobiliari, avvocati eccetera eccetera) detraggono troppo.

Se invece teniamo la % troppo bassa, nessuno chiede le fatture: gli italiani di tipo A sono sempre pronti e creativi nel fare proposte transattive alle quali gli italiani di tipo B proprio non sanno dire di no…

(*) Sarebbero €96,39 (il 19% di 119): ma l’aritmetica, si sa, non è un punto di forza nazionale :)

Dedicato a chi ha capito male la “economia della conoscenza“:

  1. Ecodoppler dei tronchi sovraortici, refertata, più visita angiologica. Totale 30min. Prezzo = 100
  2. Analisi fumi caldaia e compilazione moduletto effettuata in 30min da analfabeta. Prezzo = 120

Sentenza europea SABAM/Scarlet: esulta la confusa ciurma che crede ciò significhi che si può rubare.

Esulta chi non saprebbe scrivere un tema di cinque righe su creative commons, copyright o copyleft, ma è sempre alla ricerca di argomenti per giustificare il malcostume.

Esulta l’italietta 3a al mondo per pirataggio del software, e che non ne produce.

Esulta il popolo del web, che paga senza esitare 600€ (anche a rate) per l’àifon da usare su tuìtter e féisbuc, ma vuole che film e libri siano gratis.

Evviva la Società della Conoscenza!

Ho letto La prova ontologica commentata da Lolli e Odifreddi, magnifico dono di un amico prezioso.

La bottom line, direi, è questa di Odifreddi:

«Nelle mani di Goedel la prova ontologica è divenuta come gli argomenti di Berkeley, di cui Hume diceva che non ammettono la minima confutazione, ma non suscitano la minima convinzione. Forse per questo Goedel non la pubblicò, limtandosi a esserne soddisfatto in privato».

La persona colta gode di queste letture, e l’operetta di Goedel offre anche l’occasione per una rispolverata al formalismo logico, di cui lo stesso Piergiorgio Odifreddi fornì una mirabile sintesi a uso di tutti ne Il diavolo in cattedra, lettura che andrebbe resa obbligatoria alla stregua de I promessi sposi.

Però la prova ontologica resta un esempio di come anche un genio possa sparare minchiate. D’ora in poi, quando vi scoprite intenti a qualcosa di totalmente futile e insensato ma che vi appare cool e alto, pensate che anche Goedel e Leibniz vi si cimentavano!

Come sappiamo, negli intervalli tra un cazzeggio e l’altro Kurt Goedel ci ha lasciato qualche perlina, tipo la risposta al più difficile dei problemi di Hilbert; una piattaforma di lancio per Turing, Kolmogorov et al.; e una sistematina ai fondamenti della matematica come non se ne vedevano forse dai tempi di Aristotele…

Quindi non stupisce che anche in tema di religione possa aver detto cose sensate e non solo vanamente inconfutabili. Per esempio

Io credo che ci sia molta più ragione nella religione, benché non nelle chiese, di quello che si pensa.

Goedel riteneva che molti dotti, specie colleghi suoi, provassero repulsione intellettuale nei confronti della religione a causa dei grotteschi interventi pedagogici della Chiesa, tipo le fesserie del catechismo, che finiscono per segnare indefinitamente la persona, educandola alla diffidenza nei confronti della metafisica: “Ad esempio, secondo il dogma cattolico il Dio massimamente buono avrebbe creato la vasta maggioranza della specie umana esclusivamente allo scopo di mandarla all’inferno per l’eternità”.

Mah…

Posted: 4 novembre 2011 in Luoghi comuni, Politica e mondo

Stupefacenti l’ignoranza italiana per i dati e la beata inconsapevolezza che la qualità dei medesimi dipenda dalle fonti.

E.g.: Continuo a leggere che abbiamo risparmi privati per 4 volte il PIL e che per questo fatto ci distingueremmo dagli altri, ma come cerco i dati di conferma presso chi di queste cose ne sa, trovo all’incirca lo stesso multiplo per le principali economie OCSE.

E per i paesi più importanti trovo dati migliori dei nostri. Un esempio?

  • Italia 2005 = $167k
  • USA 2005 = $176k
  • UK 2005 = $228k

pro capite, ai cambi 2005 e compreso immobiliare (Banca d’Italia, US Bureau of Economic Analysis, Institute for Fiscal Studies).

Qualcuno mi spiega?

[Lasciamo fuori dalla discussione i fatti seguenti: A) differenti statistiche possono dare diverse rappresentazioni di ricchezza privata: per esempio includere oppure no le organizzazioni non-profit oppure separare proprietà mobiliari e immobiliari; B) la ricchezza privata non appartiene allo Stato; C) se anche risultasse che le famiglie italiane hanno più risparmi di quelle, chessò, francesi, resterebbe il fatto che la Francia ha 75 reattori nucleari, dieci volte più Km di metropolitana e di treni veloci, strade in ordine, una forza armata costosissima: ossia, se noi dovessimo approntare le medesime infrastrutture, finiremmo col sedere per terra.]

Paul Allen (Microsoft’s co-founder) and Mark Greaves wrote on Technology Review about a week ago that the singularity is not near because we are a long way away from understanding how human cognition works.

I had been thinking the same from 1975, when I first became interested in AI, to approximately 2001.

At about that time I realized that the quest for human-like intelligence (in, e.g., game playing, bioinformatics, robotics, creative work) was no longer being pursued by imitation but rather by brute force.

Nowadays, the tools of the trade for building “intelligent” software are much less neuron-like chips and logic programming (even though these technologies are still present), and much more

  • very large databases
  • untra-fast pattern recognition
  • cellular automata / agent-based systems

These are the grounds on which some of the most impressive intelligent technologies are firmly based , including, to name the popular ones, Deep Blue, Watson, or Google Translator.

The logic programming, inevitably mimicking human way-of-reasoning, is conceptually the same as 40 years ago, when neuroscience was not as developed as today and we knew less about the human brain. But hardware technology has developed so much as to allow for hugely more “intelligent” outcomes than were possible back then.

One example? Babel Fish / SYSTRAN worked mainly based on analytical gammar, i.e. the same system as the one [we think] we use for the job: but Translator is based mainly on statistical pattern matching.

Compared to a human professional translator, Google Translator’s performance is naive. But compared to >95% of humans, it is superior.

Enough said, I guess. Just sit back and watch the singularity unfold.

Che bello sarebbe, poter credere agli slogan.

Tornare bambini, tifare per il Milan sicuri che nessun valore possa essere migliore di quello in cui crediamo.

Scendere in piazza con una moltitudine, sentire il fremito dei compagni di protesta attorno a noi, sentirsi parte di una collettività vitale e poderosa, di un superindividuo emergente e tanto più forte di noi piccini.

Cambiare il mondo.

Già. Ma cambiarlo come? Prendiamo la protesta Occupy Wall Street! La pars destruens è chiara e sacrosanta; non se ne può più della finanza creativa fine a sé stessa, dei titoli-spazzatura spacciati per buoni, dei tizi che guadagnano 1000 volte di più di chi fa onestamente un lavoro magari più utile, dell’attenzione spasmodica solo per il breve termine senza alcun riguardo per il futuro.

La pars construens, ahinoi, non è chiara affatto. Non c’è. O io non la conosco. Vada per il “ripensamento radicale del modello di sviluppo” o per “l’abbandono dell’ossessione per la crescita”. Obiettivi nobili e necessari. E poi, sia chiaro, l’utopia è indispensabile per il progresso.

Ma, dopo lo spelling degli obiettivi, ci vogliono anche la strategia e la tattica. (“Cristo ci ha dato gli obiettivi. Il Mahatma Gandhi la tattica” diceva Luther King). E non ci sono.

Non ho letto da nessuna parte una strategia per la riforma di Wall Street. Il confine tra finanza fine a sé stessa e finanza utile per l’economia non è chiaro affatto.

Una economia globale e interconnessa richiede strumenti finanziari sofisticati.

Facciamo un facile esempio: il credit rating. Ci sono migliaia di debitori istituzionali in giro: stati, regioni, province, città, aziende, banche. Chi ci dice quali sono solventi e quali no? O meglio, perché è questo ciò che ci chiediamo quando sottoscriviamo un debito: qual è la loro probabilità di solvenza? (Se per caso vi state chiedendo che senso abbia il fare debiti, allora siete ancora più digiuni di economia del sottoscritto. Cominciate col leggere almeno qui).

Ci sono le agenzie di rating. Ci bastano? Ci soddisfano? O per caso vogliamo aggiungervi anche un grande e popoloso mercato di certificati di rischio, come i credit default swaps? Non è, questo, un modo infinitamente più efficiente di valutare il merito di credito dei debitori?

E se la risposta è no, perché non crediamo nel “libero mercato“, allora: con cosa sostituire il libero mercato? Oppure, in caso crediamo al libero mercato in sé ma non alla effettiva libertà di quelli hic et nunc: come rendere finalmente libero un mercato troppo presidiato da bande?

Ogni volta che mi guardo attorno con queste domande, ottengo solo risposte superficiali. O slogan.

(PS del 16/10/2011: Sento dire che finalmente circola un documento consensuale dei protestatori di Wall Street. Ma non l’ho ancora letto. I primi resoconti, non so quanto fedeli, riferiscono di un’accozzaglia di rivendicazioni pseudo-socialdemocratiche, del tipo stipendio garantito a tutti, ecc. Se così fosse, gli estensori dovrebbero domandarsi come mai in Europa, dove quelle cose c’erano da tempo, si sia comunque finiti con le pezze al didietro…)

Ho già chiarito le mie perplessità intorno all’espressione economia reale, solitamente utilizzata in modo retorico e vano e spesso da parte di persone che di economia non sanno granché.

Il che non significa che sia insensibile al richiamo comunque contenuto in quella dicitura: è evidente a tutti che i finance whiz kids hanno creato un armamentario così complesso che a) poche persone si arricchiscono enormemente ai danni delle moltitudini produttive e b) gli stessi capi dei fwk non ci stanno capendo più nulla.

Poiché anch’io sono drammaticamente digiuno di economia e in particolare di finanza, mi arrangio come posso. E più guardo nella questione, meno ci capisco: ciò che solitamente accade ai dilettanti.

Ad esempio, sull’eventualità di limitare l’acquisto dei credit default swaps (CDS) a chi è creditore di qualcuno, invocato fra gli altri da George Soros e da quasi tutti i politici europei, apprendo che gli americani, come per esempio il ministro del Tesoro Geithner o il Presidente della Commodity Futures Trading Commission Gensler, non sono d’accordo.

Sostengono che i CDS, anche quelli “nudi”, giochino un ruolo importante per i mercati. Essi avrebbero ad esempio la funzione di accrescere la liquidità, così come l’avrebbero le vendite allo scoperto. Concetto che, lo ammetto, comprendo solo in parte. E che forse per questo motivo mi appare pericoloso (perché, allora, non ammettiamo anche le scommesse?). Sta di fatto che molti CDS hanno un mercato più grande -anche molto più grande- del titolo che “proteggono”: e questa è proprio una delle cose che non piacciono e appaiono più rischiose.

Dicono poi gli americani che se non ci fossero gli speculatori a compravendere CDS, allora le banche in cerca di copertura dai rischi potrebbero non trovare sponde (questo si capisce già meglio: se una banca mi vende un CDS su un BTP italiano, lei poi dove va a riproteggersi?).

Dicono inoltre che gli speculatori creano un mercato più concorrenziale e abbassano i prezzi dei CDS medesimi (NB: si stima che quelli nudi siano circa l’80% del totale!). Dicono, infine, che un grosso mercato di CDS costituisce un buon indicatore della solvibilità di aziende e Paesi debitori.

Quest’ultimo argomento è quello che mi convince meno, perché temo che la speculazione possa distorcere i mercati: ma questa mia affermazione forma l’oggetto di un dibattito più generale e forse persino più complicato dei CDS (ossia: i mercati sono sempre liberi ed efficienti, e quindi credibili, oppure possono essere distorti da bande di speculatori?).

Infatti, a tale proposito, debbo subito aggiungere che la BaFin tedesca ha cercato ma non ha riscontrato una distorsione del debito greco causata dal movimento dei CDS.

Eccovi due grafici interessanti. Il primo è l’andamento del prezzo dell’oro negli ultimi 37 anni: osservate l’impressionante impennata dell’ultimo decennio circa.

Il secondo grafico è l’andamento degli ultimi 60 giorni: dall’esplosione di inizio agosto, quando ai primi crolli della finanza mondiale l’oro salì ai 1900 $/oncia, all’incredibile calo degli ultimi 4-5 giorni, che hanno fatto registrare un -20% nonostante le finanze mondiali vadano peggio di prima.

I tentativi di spiegare il crollo del prezzo di un bene rifugio proprio nel bel mezzo di una crisi terrificante sono eroici quanto inconcludenti. Fra qualche decennio, forse, sapremo…

Andare al sodo

Posted: 25 settembre 2011 in Scienza
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Mi sono accorto che molti ricercatori non conoscono arXiv, il magnifico sito mantenuto dalla Cornell University per la pre-pubblicazione di lavori scientifici. Eppure si tratta della più interessante innovazione nel campo della pubblicazione scientifica degli ultimi 20 anni.

Su arXiv si possono postare lavori inediti di matematica, fisica, statistica, computer science e biologia quantitativa. Il posting può avvenire prima, simultaneamente o a volte alternativamente alla sottomissione del paper a un journal peer-reviewed.

Si annoverano ormai anche esempi (arXiv esiste da 20 anni) di lavori di fondamentale importanza che, addirittura, sono stati postati lì e poi mai pubblicati: è il caso dei paper di Grisha Perelman sulla dimostrazione della Congettura di Poincaré, un problema di geometria irrisolto da 100 anni, che gli fruttò la Fields Medal ossia il Nobel della matematica.

Il numero di paper “farlocchi” (che pure ci sono) è sorprendentemente basso, e probabilmente non superiore a quello che si riscontra sui journal di seconda fascia -per non dire di quelli inferiori, che sono la stragrande maggioranza.

In arXiv trovate anche il lavoro del team OPERA, quelli dei neutrini più veloci della luce: http://arxiv.org/abs/1109.4897.