Da anni ammiro a tal punto la visione dell’economia dei commons di Yochai Benkler da perdonare a lui quasi qualunque cosa. (È un po’ come quando si leggeva la Storia di Montanelli: il fascino della scrittura, la grandezza dei personaggi e la piacevolezza dell’intreccio sovrastavano ogni imprecisione).
Poiché amo il metodo scientifico, normalmente mi infurio quando trovo un autore che infarcisce in modo arbitrario la propria prosa di «è stato dimostrato» e di «evidenze empiriche» a capocchia (magari in campi di indagine essenzialmente non falsificabili). Ma con lui, mai!
Oltretutto, io mi sono letto davvero (e non per finta, come Jon Zittrain
) tutti i papers di Benkler e quelli dei suoi allievi, tesi di dottorato eccetera, mentre preparavo un lavoro nel 2010. E vi ho trovato una notevole confusione nell’interpretazione del processo di produzione Open Source, che pure è un perno centrale del discorso sulla commons-based peer production.
Ma la sua visione di un’economia basata su altruismo, dedizione, cooperazione e neoincentivi è così liberatoria da meritare quasi qualunque credito. Ed è anche plausibile, dopo il web.
Noi dobbiamo sperare che Benkler abbia ragione e che qualcuno un giorno (magari un economista, lacuna importante nell’entourage di Yochai) «dimostri empiricamente» che il discorso si regge in piedi!
[...] non conosciamo la risposta. Ci sono autori, alcuni dei quali mi onorano della loro amicizia, che lo dicono possibile. Altri, per ora una maggioranza, che lo [...]
[...] risolta armonizzando la funzione di beni comuni da un lato e proprietà intellettuali [...]
[...] risolta armonizzando la funzione di beni comuni da un lato e proprietà intellettuali [...]