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Borges e Kodama nel 1976

A chi appartengono le spoglie mortali di Jorge Luis Borges? Alla moglie, Maria Kodama, oppure allo Stato argentino?

Alcuni intellettuali argentini e spagnoli, sostenuti da qualche politico, hanno iniziato una campagna mirata a chiedere alla Confererazione Elvetica la traslazione della salma di Borges dal cimitero del Plainpalais (Ginevra) a quello della Recoleta (Buenos Aires).

Maria Kodama vuole che la tomba resti a Ginevra, e ha offerto quello che noi crediamo sia l’argomento decisivo: l’opera di Borges appartiene al mondo, ma il suo corpo appartiene alla moglie.

La discussione intorno alla plausibilità di Ginevra come patria ultima di Borges possono essere, come saranno, infinite. La vastità del personaggio, il suo eclettismo, l’ampiezza delle sue peregrinazioni e frequentazioni nel mondo, l’eterogeneità delle sue radici culturali e familiari, rendono eleggibili come cimiteri almeno una mezza dozzina di città.

Le azioni di Maria Kodama (la fedele segretaria sposata sul letto di morte svizzero con un atto registrato in Paraguay) dopo la scomparsa di Borges non ci convincono del tutto. In particolare, sollevano qualche perplessità alcune delle sue iniziative come curatrice dei diritti sull’opera dello scrittore.

Riteniamo tuttavia che la sfera personale e privata debba rimanere distinta da quella pubblica, e che gli Stati non debbano impicciarsi degli affari di famiglia a meno che non ci siano violazioni della legge.

Tomba 735 D6 al Cimetière des Rois

La tomba 735 D6 al Cimetière des Rois

Ogni genitore sa che nell’educazione dei ragazzi un comportamento esemplare vale più di mille chiacchiere e raccomandazioni. Anzi, queste ultime spesso risultano controproducenti, mentre nulla scalfisce l’efficacia formativa dell’esempio comportamentale concreto.

Potete spendere un milione di parole sul fumo, mostrare grafici, far parlare esperti, visitare sanatori: ma se papà e mamma fumano, o se fumano i divi che la ragazza venera, non ci sarà nulla da fare. Se papà corre in macchina, o se lo fanno lo zio o l’amico grande più ammirato, il giovanotto sarà indotto a fare lo stupido al volante. Non si scappa. Le eccezioni sono poche.

Domandiamoci allora: perché perdere occasioni per mostrare ai nostri ragazzi qualche buon esempio, magari lasciandolo cadere lì come per caso e senza commenti? Cosa fa la Tv a questo proposito? E i giornali, zeppi di cronaca nera e zuffe politiche da cortile?

John Bardeen nacque il 23 maggio 1908 a Madison nel Wisconsin, non lontano da dove, mezzo secolo dopo, vivranno Fonzie e gli altri di Happy Days. Madison era stata fondata solo 70 anni prima, quando un giudice in pensione aveva comprato della terra in quella bellissima zona racchiusa fra quattro laghi con la decisa intenzione di costruire una città. Lo Stato del Wisconsin non esisteva ancora, e il Wisconsin Territory era stato istituito solo nel 1835. Insomma, pionieri. Il papà di John, Charles Bardeen, si era laureato in medicina sulla costa orientale nel 1897 e, trasferitosi nel Wisconsin, fondò la scuola di medicina all’università di Madison e ne divenne il primo rettore nel 1907. Pionieri.

Unico caso nella storia, John Bardeen vinse due premi Nobel per la fisica: uno nel 1956 per avere ideato il transistor insieme a Shockley e Brattain, e uno nel 1972 per la teoria BCS (Bardeen – Cooper -Schrieffer) sulla superconduttività.

Era però una persona modesta e senza pretese, incapace di darsi arie e concentrato più che altro sulle sue ricerche e sull’insegnamento. Il fisico italiano Luciano Pietronero, in Complessità e altre storie, racconta che quando da giovane andava a in America per lavorare col team di Bardeen in un paio di occasioni questi, che aveva già 70 anni, andò personalmente a prelevarlo all’aeroporto.

Per 40 anni John Bardeen ha insegnato nella cittadella universitaria di Urbana-Champaign, a sud di Chicago, vivendo con moglie e tre figli in una classica villetta col prato davanti e il cortile sul retro. Amava il barbecue e ingaggiava spesso i vicini di casa in gare culinarie, ossessionandoli un poco. Nessuno di loro seppe mai dei suoi risultati e dei suoi onori scientifici. Sapevano solo che insegnava all’università. Ignoravano che, senza di lui, sarebbero arrivate molto più tardi cosucce come l’Era dell’Informazione, la tomografia computerizzata o la risonanza magnetica nucleare.

A dimostrazione della riservatezza e dell’umiltà della figura di Bardeen, si pensi che la stessa Wikipedia anglofona, alla voce “Madison, Wisconsin“, non lo menziona tra i cittadini illustri.

Quest’uomo geniale ma modesto, benefattore dell’umanità ma quasi povero, maestro di tanti allievi che sono ancora tra noi, non ha mai ammiccato dalle videate sconce delle televisioni e i media lo ignorano: egli non costituisce un modello se non per rari e selezionati studenti di fisica e di ingegneria elettronica. Siamo convinti che il sentirne parlare ogni tanto (brevemente, di sfuggita e senza insistere) farebbe bene alle giovani generazioni.

Così come farebbe loro bene il sentir parlare più spesso di Muhammad Alì. Tornato vincitore dalle Olimpiadi di Roma del 1960, l’allora Cassius Clay gettò da un ponte sul fiume Ohio la medaglia d’oro dopo essere stato trattato con razzismo in un ristorante della sua città.

Poi, dopo sette anni di trionfi, campione mondiale dei pesi massimi, ormai membro della Nazione dell’Islam e pacifista, Alì si trovò a dover rifiutare il servizio militare perché l’ufficio della Leva non si rivolgeva a lui con il suo nuovo nome e si ostinava a impiegare quello “da schiavo negro”, Cassius Marcellus Clay, che papà e mamma gli avevano dato. Alì sapeva che per lui il servizio militare sarebbe stato all’acqua di rose e non avrebbe mai implicato l’avvio al fronte bensì, al più, un paio di viaggi in Vietnam per battersi davanti alle truppe con qualche avversario fantoccio.

Ciononostante, egli rimase fedele ai suoi principi. Rischiò l’arresto, perse il titolo mondiale e ingaggi per decine di milioni di dollari (di 40 anni fa), dilapidò i suoi soldi in avvocati e potè tornare a combattere solo nel 1970, perdendo gli anni migliori della carriera professionistica.

Nonostante la renitenza alla leva nell’epoca arroventata del Vietnam e a dispetto della negritudine e dei problemi connessi, l’America si riconciliò con Alì, riconoscendovi un uomo integro e il portatore di valori sani. Nel 1996 The Greatest commuoverà miliardi di spettatori comparendo, a sorpresa, come ultimo tedoforo nello stadio olimpico di Atlanta, tutto tremante a causa del Parkinson. Il Presidente Clinton gli restituì, in quegli stessi giorni, la medaglia gettata nel fiume 36 anni prima.

Alì aveva conquistato il titolo mondiale per la terza volta nel 1974 contro George Foreman, un altro grande uomo. Vent’anni più tardi, Foreman riconquistò a sua volta il titolo, a 45 anni suonati. Muhammad Alì, che nel frattempo era diventato suo grande amico, non andò ad assistere all’incontro e quando gli chiesero perché rispose “La mia presenza avrebbe distolto l’attenzione da George. Era il suo momento, non il mio”.

La Tv potrebbe raccontare ai nostri ragazzi anche di Richard Feynman (1918-1988). Egli fu, oltre che un grande scienziato (premio Nobel per la fisica 1965), un indimenticabile insegnante.

Intere generazioni di studenti universitari di fisica, matematica e ingegneria, in tutto il mondo, hanno avuto la fortuna di studiare sul testo La fisica di Feynman, che fermò sulla carta le sue lezioni in aula al California Institute of Technology nel 1961. Il linguaggio brillante, scoppiettante, beffardo e chiaro utilizzato in quei tre volumi densi di concetti scientifici sofisticati (che in altri libri sono di solito resi incomprensibili un po’ dall’intrinseca difficoltà e un po’ dalla “tromboneria” degli autori), era lo stesso che Feynman utilizzava in aula dal vivo, con i fortunati che lo frequentarono al Caltech negli anni ‘50-60. Gli stessi studenti, i colleghi professori, i tecnici e le segretarie dell’Istituto potevano rivederlo a tarda sera suonare le percussioni nei locali notturni di Pasadena.

L’esplosione in volo, subito dopo il decollo, dello shuttle Challenger nel 1986 fu l’evento più sconvolgente per l’America tra Dallas e le Twin Towers, e il verificarsi di un incidente così spettacolare, così cruento e così dannoso in quel programma spaziale straordinario e affascinante (la navicella che va nello spazio e ne ritorna, per poi tornarvi ancora e ancora) fece correre brividi lungo la schiena di tutti. Il Paese aveva quasi paura di conoscere quali verità si potessero nascondere dietro quel disastro, dietro quel delitto in mondovisione, dietro l’improvvisa intrusione della morte nel cielo azzurrissimo della Florida di gennaio, come in un noir di Stephen King.

La missione, delicatissima e quasi impossibile, di scoprire cosa fosse successo fu affidata a Richard Feynman, personaggio pubblico tanto eccentrico e irriverente quanto credibile e rispettato. La commissione da lui presieduta rivelò in pochi mesi non solo i cedimenti strutturali ma anche la catena di incomprensioni e negligenze che avevano portato al disastro.

L’America aveva mostrato di avere la massima fiducia di quell’uomo e di aspettarsi da lui verità, per crude che potessero essere, e non camuffamenti, decisioni salomoniche e discorsi in politichese. Mai fiducia fu così ben riposta.