Indirizzi prestigiosi

Pubblicato: 9 ottobre 2021 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni

In primavera 2021 Aruba SpA si è vista rubare i dati di molti clienti, compresi, si badi bene, numero di cellulare e indirizzo di residenza. E forse anche le fotocopie dei documenti di indentità (l’azienda si sottrae alla mia richiesta di precisazione in tal senso). Aruba ha rivelato l’accaduto con mesi di ritardo e ancora oggi appare animata da qualche reticenza.

Non chiarire ai clienti la situazione dei loro dati in custodia, non è soltanto una burocratica violazione della normativa GDPR: ciò che più conta, è un comportamento che sembra denotare carenze di disponibilità e di trasparenza che mal si conciliano con la presenza nel libero mercato del XXI secolo e con la mission di gestire dati personali, oltre a stridere con l’essere Aruba un gestore di identità autorizzato dallo Stato.

Come cittadino mi sarei atteso, dall’Agenzia per l’Italia Digitale, tranquillizzazione circa la qualità del partner da essa stessa certificato per SPID. Magari una tranquillizzazione proattiva, pubblica. Invece ho dovuto chiedere io personalmente. E mi hanno risposto che a loro la questione non interessa in quanto di competenza del Garante privacy. Eh eh. (Al quale mi ero rivolto da tempo ma, al solito, senza alcun esito).

Aruba si era già segnalata in passato per una concezione alquanto sportiva dei dati personali, nonché per un’apparente inaccuratezza nella gestione delle psw (troppo brevi), dei codici otp (troppo lunghi) e del servizio clienti, piuttosto rudimentale.

Eppure quelle sono quisquilie dinanzi al deliberato intento di non leggere le PEC inviate agli indirizzi Privacy aziendali (come rivelatomi dall’Ufficio legale Aruba): un atteggiamento poco intelligente, pochissimo digital e nient’affatto per bene. Fa pensare a quel facoltoso palazzinaro che, assediato dai processi, elesse residenza in un campo nomadi sul Grande Raccordo Anulare, dove ufficiali giudiziari perplessi recapitavano a divertiti inquilini.


PS: Coi dati persi da Aruba, un ladro di identità di livello appena decente impiega pochi giorni per comprarsi uno scooter intestandolo a te. Che poi, per scrollarti di dosso la rogna del furto di identità, dovresti farti un avvocato e brigare per anni.

Due parole di spiegazione, no?

Pubblicato: 19 settembre 2021 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo

Chissà se un giorno qualcuno ci spiegherà, senza tirare in ballo Biden, Trump, o l’industrial-military complex americano, che accidenti abbiamo fatto noi in Afghanistan per quasi vent’anni…

Informati dei fatti sono sicuramente gli alti comandi delle forze armate, alcuni dei quali vedo far passerella in tv in queste settimane, e i ministri della Difesa che si sono succeduti, soprattutto Guerini, Trenta e Pinotti perché hanno ricoperto il ruolo negli ultimi anni (8).

Ci raccontavano che eravamo in Afghanistan per controllare il territorio ma soprattutto per compiere un’opera di costruzione e formazione della polizia e delle forze armate afghane.

Compito miseramente fallito. Due parole di spiegazione, no?

(Capisco benissimo che l’Italia aveva scelto sin dall’inizio di mostrare concreta adesione all’alleanza Usa in Afghanistan, e che tutto il resto, la formazione delle milizie, la costruzione di infrastrutture, la beneficienza, eccetera, era accessorio, nice-to-have. Ma tornavate da là dicendo che si stava facendo un lavoro prezioso…)

Steven vs. Jerome

Pubblicato: 20 agosto 2021 da Paolo Magrassi in Politica e mondo, Scienza
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Steven Wiesner (a sinistra) con Scott Aaronson. Foto di Or Sattath

Seguo il blog di Scott Aaronson per scopi professionali ma anche per apprendere delle numerose sue formidabili conoscenze.

In questi giorni ecco apparire il necrologio di Steven Wiesner, il fisico teorico divenuto muratore e geometra che negli anni Sessanta anticipò di un ventennio la nascita dell’informatica quantistica.

Steven lasciò gli USA e andò in Israele a lavorare in cantiere perché “il lavoro manuale fa bene all’anima”.

Divenne anche ebreo ortodosso. Alla faccia del laicissimo papà Jerome, che fu presidente dell’MIT e capo consigliere scientifico di JFK. Di questi, Jerome Wiesner osteggiò la velleità, costosissima e propagandistica, di mandare sulla Luna delle persone anziché dei robot.

Dice Scott:

Steve mi aveva detto che il suo abbraccio dell’ebraismo ortodosso era almeno in parte una reazione contro tutto ciò che suo padre aveva sostenuto, incluso l’ateismo scientifico militante.

Suppongo che negli anni ’60 milioni di giovani americani abbiano sfidato i loro genitori attraverso il sesso, la droga e la chitarra acustica; solo un piccolo numero lo ha fatto indossando tzitzit e trasferendosi in Israele per pregare e lavorare con le proprie mani.

I due gruppi di ribelli, tuttavia, condividevano la tendenza a farsi crescere la barba lunga.”

Difficile non pensare a Jim Morrison e al papà George, così come a tanti altri casi nel Club of 27, tutta gente nata all’incirca quando nacque Steven Wiesner.

Voglio i nomi

Pubblicato: 4 luglio 2021 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Così inizia il ‘Decreto Rilancio’ del 19 maggio 2020, con testo rivisto il 23 marzo 2021. Non ho bisogno di leggere oltre. Voglio i nomi. Voglio nomi e cognomi delle persone che hanno partecipato alla formazione di questo testo per

  • Chiederne l’immediata alienazione mediante collocamento a riposo con eventuale corresponsione dello stipendio o pensione purché non si presentino più a servizio del pubblico;
  • Risalire agli eventuali concorsi che hanno superato per accedere ai ruoli che ricoprono, e verificarne lo svolgimento;
  • Risalire agli eventuali contratti di collaborazione in libera professione per identificare gli irresponsabili che li hanno approvati a nome e per conto della P.A. (sono implicati il Quirinale, Palazzo Chigi e il Parlamento);
  • Risalire agli istituti formativi che hanno frequentato, dalla scuola secondaria di primo grado all’università, per divulgare la condizione indecente di questi e consentire a giovani e famiglie di non andare a perdervi tempo.

Sto parlando dei tecnici, ossia i legulei che materialmente hanno scritto e verificato le 255 mostruose pagine. I politici, poverini, soprattutto quelli eletti, sono innocenti perché a loro non è richiesto di sapere leggere e scrivere. E, per consolidato costume se non proprio per dettato costituzionale, neppure un membro del Governo deve soddisfare tale requisito.

Peraltro questa è tutta gente che ci mette la faccia.

Ma dov’è, chi è, l’asino che non avrebbe dovuto diplomarsi e ora pretende di vergare un testo di legge?

Qui siamo molto al di là del difetto retorico, quel raptus che prende qualsiasi italiano incaricato di predisporre un avviso condominiale o un modulo da compilare, e che mena al consueto profluvio di al fine, altresì, solo ed eclusivamente. Qui siamo alla bocciatura in III Media.

Non è un Cigno Nero, badate. La produzione legislativa italiana si svolge da decenni su questi binari. Voi avevate letto, per dire, il testo dell’articolo 70 della Costituzione così come proposto in occasione del referendum del 2016?

😱

Idiot Wind

Pubblicato: 2 Maggio 2021 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
http://www.logical-fallacy.com

Mentre corricchiavo oggi, a Radio Classica una voce suadente ha attribuito a Shakespeare, rimaneggiata e in italiano, l’uscita che Borges (non ricordo dove) attribuisce a Baudelaire:

«Il faut travailler, sinon par goût, au moins par désespoir, puisque, tout bien vérifié, travailler est moins ennuyeux que s’amuser»

Nel mondo ormai irrimediabilmente socialnetted in cui chiunque è libero pensatore, intellettuale, docente, e, why not?, scrittore, l’argumentum ab auctoritate è un espediente retorico imperante: far dire a Shakespeare, Einstein, Beethoven, Neil Armstrong, e così via, qualcosa in cui crediamo noi poveri fessi, per renderlo universale e indiscutibile.

Le citazioni sono un po’ sempre state utilizzate in quel modo. Ma con due decisive varianti rispetto al gallina scripsit oggi dominante, dove esse sono usate ad minchiam.

Per prima cosa, in passato e ancor adesso tra le persone colte, si ha cura di non usare apocrifi, tantomeno ridicoli, tipo “Meglio un uovo oggi che una gallina domani. [Immanuel Kant]” o tipo uno che cita un altro con 300 anni di anticipo.

In secondo luogo, la citazione portata a supporto deve essere trattata con una sufficiente dose di ironico scetticismo così da assicurare il lettore che si sta comunque cercando di ragionare in autonomia.

Il webete è lontano anni luce da quella posizione.

Egli/ella mi ricorda il sognante appassionato di poesia che però di poesia capisce un cucco: non solo non ha neppure, per dire, un’idea vaga della metrica, ma procede senza esitazione a ricopiare testi platealmente sbagliati, completamente difformi da quelli non dico autografi ma quantomeno pubblicati da editori professionali.

Una delle attività al tempo stesso più tenere e più disarmanti è la navigazione dell’immenso web dei siti di poesia, dove i poeti sono deturpati dai cretini di cui parlava De André citando (spero a proposito) Croce.

La società dello spettacolo

Pubblicato: 2 Maggio 2021 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni

I media sono unanimi nel sostenere che l’India ha in questo momento il “record mondiale” dell’epidemia covid. E’ questa la loro unica vera notizia, attizzata dalle pire e dai bagni nel Gange.

Eppure, in relazione alla popolazione, i nuovi Casi Confermati di ieri in India non erano molto diversi da quelli dell’Unione Europea e sostanzialmente inferiori a quelli del Sud America:

E i decessi pro capite segnalati in India sono stati rispettivamente meno della metà e meno di un quarto:


Ieri, primo maggio, nonostante i media parlino di un “focolaio mostruoso” in India e di qualche sollievo in Italia, 2 indiani e 5 italiani sono morti di coronavirus, su ogni milione di abitanti. Da marzo 2020, secondo i rapporti ufficiali, l’India ha avuto nella sua popolazione il 60% di morti in meno rispetto alla media mondiale. Per ora.

Io mi aspetterei che la stampa mi fornisse informazione, non intrattenimento. E, in ogni caso, aborrisco l’intrattenimento basato sulla sofferenza delle persone. Avanti cogli aiuti agli amici indiani, e tanta pena per la deplorevole condizione dei media.

Quanto alla crisi covid, la notizia vera che sta sullo sfondo del collasso del sistema sanitario indiano è che fino ad oggi solo il 2% della popolazione mondiale è stata infettata dal virus.

Se anche eleviamo il numero ufficiale al 10% (mia stima) e aggiungiamo generosamente il 7% che ha ricevuto almeno una dose di vaccino, abbiamo un’idea di quanto sia lontano l’obiettivo generale

(PS: Non occorrono molti voli pindarici per immaginare che la situazione in India, con un leader quasi negazionista e un’organizzazione sociale alquanto scombiccherata, sia e sia sempre stata peggiore di quel che narrano i dati ufficiali. Ma sono questi i dati su cui si stanno basando i media…)

Bergamo pandemica

Pubblicato: 12 aprile 2021 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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Chissà se i magistrati di Bergamo sanno qualcosa dei mitici ‘piani pandemici’ di USA, UK, Svezia e Francia, che erano nelle posizioni di testa del Global Health Security Index 2019 costruito dal prestigioso think tank Nuclear Threat Initiative insieme con la Johns Hopkins e la Economist Intelligence Unit.

Quei quattro paesi con piani pandemici di lusso svettano oggi insieme all’Italia (che era solo 31ma) nelle classifiche di mortalità. Nemmeno il Canada, pur col quinto miglior piano pandemico, ha fatto benissimo coi suoi 23mila morti sinora.

Invece i piani pandemici di Vietnam, Taiwan, Sud Corea, Nuova Zelanda erano considerati pessimi ma questi paesi hanno fatto finora meglio del resto del mondo. La stessa Germania era solo 22ma eppure ha la metà dei morti degli USA, che avevano il miglior piano pandemico possibile.

I media sostengono che il tribunale di Bergamo farà luce sulla pandemia. E’ un pensiero puerile e inavveduto. I tribunali non cercano la Verità: cercano i reati (nella fattispecie artt 438 e 452 del codice penale, che io sappia).

Un tribunale può concedere a una famiglia il risarcimento per la diagnosi di autismo dopo la somministrazione di un vaccino, condannare scienziati per non avere previsto un terremoto, ordinare ai medici di somministrare cure farlocche come il Metodo Stamina: tutte cose che sono effettivamente accadute e che stanno alla Verità come Ponzio Pilato a Gesù.

La sentenza di Bergamo potrebbe addirittura aggiungere confusione. Ad esempio potrebbe convincere l’Italia che un buon piano pandemico sia un faldone che ogni anno va timbrato e controfirmato da chi di dovere in modo da non finire un giorno alla sbarra.

Che per far fronte alla prossima pandemia sia necessario riformare l’intero sistema sanitario spendendo fantastiliardi, è un alibi della politica per avere tanti quattrini da gestire.

Convertitore digitale-biologico o ‘stampante DNA’ (Codex DNA Inc.): i vaccini arriveranno per questa via

«Quella che va rafforzata è la medicina territoriale. Una Regione che diventi meno ‘ospedalicentrica’».

Letizia Moratti qualche giorno fa.

Da un anno quasi tutti ripetono questa litania. Nata da persone non ferratissime in analisi quantitativa, come i giornalisti, ha presto trovato come convinti sostenitori i politici. E figuriamoci: quando si prospetta di spendere tantissimi quattrini, loro sono sempre in prima fila con le antenne belle tese.

La litania è basata su una sensazione errata che si diffuse durante la prima ondata Covid, quando molti credettero che la Lombardia fosse la più colpita perché era retta da politici peggiori di quelli delle altre regioni1 e organizzata con troppi ospedali magari privati2, mentre la pandemia si sarebbe meglio combattuta con ‘cure territoriali’.

Il mito delle cure territoriali

Quest’ultima affermazione era e rimane priva di prove evidence-based (per usare uno dei ragli oggi preferiti in Italia). Le cure mediche per pazienti Covid paucisintomatici o asintomatici erano sconosciute quando esplose la pandemia.

Lo sono persino ancora oggi: si veda il paragrafo ‘Curare invece di ricoverare’ qui e si consideri che il 25 luglio 2020 i medici di medicina generale denunciavano di non avere armi (Doctor33) e ancora l’11 marzo 2021 vengono accusati di curare male.

Sulle riviste scientifiche continuano a essere dibattute le modalità di impiego, quando non in certi casi l’utilità tout-court, di tutti i farmaci utilizzati anche per i pazienti acuti della malattia COronaVIrus Disease 2019, come per esempio idrossiclorochina, remdesivir, corticosteroidi, infusioni di plasma, tocilizumab e gli anticorpi monoclonali specifici come bamlanivimab o etesevimab (molto promettenti eppure ancora ignorati dai medici di famiglia).

Del resto, se non si fosse trattato di una malattia seria e difficile da curare, non saremmo qui a parlare della Covid-19.

Essa ancora in terza ondata spedisce all’ospedale, in Italia come in Francia Belgio UK Ungheria ecc, circa cinque ogni cento dei Casi Confermati (erano dodici in marzo 2020 a Milano e venti a Wuhan poco prima).

Questo ha fatto sì che ancora a fine marzo 2021 ci fossero trentamila malati Covid ricoverati negli ospedali italiani, pari al 17% dei posti-letto totali disponibili. E siccome, benché non siano tutti critici, si tratta pur sempre di pazienti infettivi, essi hanno un effetto quasi paralizzante sulle strutture, come sanno bene tutti coloro che necessitano di cure ospedaliere per altre ragioni.

Ossia: finora il principale responsabile delle ospedalizzazioni è stato il virus, non gli ottusi politici.

(anche se costoro nell’estate 2020 hanno fatto ben poco per erigere difese e per anni avevano disatteso gli avvertimenti di OMS e Banca Mondiale, compreso quello di settembre 2019).

Lo stesso Veneto, ritenuto erroneamente la regione virtuosa per antonomasia dalle rabberciate spiegazioni di prima ondata, in un anno di crisi Covid ha dovuto ricoverare in ospedale oltre il 7% della popolazione contro il 5% della media nazionale, avendone anche il 24% di morti in più.

I medici di famiglia

A me pare che più che altro sia mancata all’appello la rete dei medici di famiglia, i cosiddetti medici di medicina generale, MMG.

Penso da sempre che il sistema dei MMG individuali, anche a prescindere da pandemie e altre circostanze speciali, andrebbe riformato per trasformarlo in Centri con più medici associati. In ogni centro i medici condividerebbero infrastrutture e competenze, si sosterrebbero reciprocamente servendo i rispettivi clienti in caso di assenza, e farebbero crescere il centro fino ad allargarsi a struttura medica anche specialistica e, in definitiva, a polo extraospedaliero polifunzionale.

A costo zero per le casse pubbliche e per loro stessi.

Anche chi discetta spesso di sanità “pubblica” e “privata”, non fa quasi mai la semplice considerazione che i MMG sono tutti privati. Ma se proprio vogliamo a tutti i costi conservarli come tali, esistono mezzi organizzativi per indurli ad associarsi per il bene della comunità e in definitiva di loro stessi, scoprendo che lavorare in una bella sede condivisa può essere più gratificante che il farlo da un buco nel sottoscala di un condominio.

Attacco degli Zombie

Quanto alle prossime pandemie, non si tratta di spendere fantastiliardi ad hoc come se stesse sempre per arrivare l’Attacco degli Zombie.

Si tratta semmai di predisporsi all’evenienza di quell’attacco.

E per capire come possa essere un piano pandemico serio ed efficace è istruttivo, anziché trastullarsi coi luoghi comuni, dare un’occhiata a come si erano preparate le istituzioni politiche e sanitarie del piccolo manipolo di paesi che hanno combattutto efficacemente la pandemia.

Occorre:

  1. Potenziare la rete di sorveglianza epidemiologica;
  2. Rafforzare e sostenere le istituzioni sanitarie internazionali;
  3. Predisporre la catena di comando e controllo in caso di crisi pandemica, ivi incluso un pacchetto di leggi già approvate dal parlamento (dispositivi riguardanti gli Artt. 32 e 120 Costituzione, limitazioni delle libertà personali, imposizione di misure non-farmaceutiche, eventuali ‘scudi penali’, limitazioni temporanee della privacy, …), promulgabili automaticamente in caso di pandemia e allo stesso modo abrogabili quando la pandemia è dichiarata terminata dall’OMS;
  4. Predisporre le tattiche per l’approvvigionamento delle attrezzature presumibilmente necessarie (non acquistarle tutte ora. Non sappiamo neppure cosa servirà nella prossima pandemia…);
  5. Predisporre un programma di partenariato pubblico-privato sul genere di Operation Warp Speed per la messa a punto e la produzione di vaccini;
  6. Adottare le macchine, presto disponibili, che distribuiscono remotamente i vaccini mRNA e/o DNA, semplificando di cento volte il problema logistico della vaccinazione e accelerando di dieci la rapidità dell’immunità collettiva;
  7. Predefinire i percorsi dei pazienti infettivi lungo/dentro il sistema sanitario territoriale e ospedaliero (non li abbiamo ancora oggi!);
  8. Integrare la rete di sorveglianza epidemiologica con siti di test nel territorio e con predefiniti criteri di campionamento, anche statisticamente significativo, per conoscere incidenza e prevalenza in modo molto più accurato di quanto abbiamo fatto sinora;
  9. Predisporre app e altre tecnologie digitali indossabili che siano veramente utili e non solo dispositivi burocratici pensati come se l’obiettivo precipuo fosse la privacy anziché la salute pubblica e la sopravvivenza del sistema economico;
  10. Il piano di prima risposta, basato su quanto sopra, deve attivarsi in una settimana dall’allarme della rete di sorveglianza;
  11. Altre cose che io non so dire perché non sono un esperto.

Se non sono un esperto, sono allora un presuntuoso ignorante? Un po’. Ma certo non più di chiunque altro in sede mediatica si stia esprimendo sul tema oggi in Italia.

La mia incompetenza mi impedisce di negare che possano sussistere altri utili elementi di medicina extraospedaliera al di là della aggregazione dei MMG in centri medici polivalenti. Ma se parliamo di pandemie i piani restano grosso modo quelli di cui sopra a giudicare da quel che hanno fatto i competenti altrove.

Che per far fronte alla prossima pandemia siano necessarie valanghe di miliardi è un alibi della politica per avere tanti quattrini da gestire. E rischia di non portare a un’efficace difesa pandemica.


1. Considero macchiettistica la reggenza politica lombarda, e poco avveduti coloro che l’hanno regolarmente eletta. Negli ultimi anni essa ha proceduto ad abbassare ulteriormente la qualità degli alti dirigenti delle istituzioni pubbliche e para-pubbliche lombarde (consigli di amministrazione, comitati direttivi, presidenze, direzioni generali), i quali a loro volta tendono a promuovere persone di livello equiparato al loro. Questo stato di cose ha sicuramente giocato un ruolo molto negativo nella gestione Covid dopo maggio 2020. Durante la prima ondata invece, se anche il presidente della giunta regionale fosse stato Fidel o JFK, e il responsabile welfare Gino Strada o Robert Oppenheimer, le cose sarebbero andate come abbiamo visto. Inoltre, i raccomandati dei politici incompetenti sono un fenomeno che si riscontra in tutta Italia e se una regione diversa fosse stata scelta dal virus per l’esordio, sarebbe forse stato anche peggio.

2. Nel 2017 (dati Ministero della Salute) le regioni con più posti letto in gestione ai privati convenzionati erano Campania (34%), Calabria (33%), Sicilia (28%), Prov. Trento (28%), Lazio (24%), Abruzzo (24%), Emilia Romagna (23%). La Lombardia era al 21%.

Io credo che il problema numero uno dell’Italia sia la qualità della classe politica. Sentite questo esempio.

I monopattini elettrici sono inquinanti innanzitutto a causa della necessità di trasportarli alle stazioni di ricarica notturne. Diventerebbero sostenibili se – condizione necessaria ma non sufficiente – si trovassero tutti nelle stazioni di attracco, il che però cambia l’equazione logistica perché gli utenti dovrebbero restituirli in luoghi specifici.

  • Si possono studiare metodi innovativi di ricarica: quale città italiana lo sta facendo?
  • E quale sta lavorando insieme ai fornitori per aumentare la vita media dei veicoli, l’altro fattore che ne determina l’inquinamento?
  • E quale sta studiando la possibilità di usare la e-mobilità per sostituire i motori a combustione interna, anziché solo per far divertire la gente?

In questo eccellente lavoro di Systematica, oltre a inquadrare con competenza il potenziale della mobilità elettrica in generale, si delineano anche alcune delle cose che le città dovrebbero fare per assicurarsi una micromobilità efficace, invece di mettere in circolazione a casaccio e senza competenza giocattoli che emettono più Gas Serra della Metropolitana.

Beninteso, poi, i monopattini malgestiti non sono solo un aggravio all’inquinamento: sono anche un peso economico per il contribuente (che ci sta spendendo centinaia di milioni) e naturalmente un rischio per la sicurezza stradale.

Quanto alla sicurezza, l’assessore alla mobilità del Comune di Milano ha dichiarato il 26 marzo 2021 durante una discussione in Consiglio comunale che “bisogna essere oggettivi. Nel corso del 2020 a Milano ci sono stati 6.041 incidenti d’auto, [… e solo] 273 con i monopattini”.

Disonestà intellettuale o solo crassa ignoranza?

Secondo me, la seconda perché sono un cultore del rasoio di Hanlon, never attribute to malice that which can be adequately explained by stupidity.

Al brav’uomo sfugge che, i monopattini essendo migliaia e le auto milioni, la incidentalità grezza è grosso modo 20 volte peggiore per i monopattini. Anche se naturalmente il computo andrebbe fatto per passeggero/Km, come l’assessore alla mobilità di una capitale europea dovrebbe sapere se fosse minimamente adeguato o se avesse qualche straccio di consulente che lo consiglia.

Io credo che il problema numero uno dell’Italia sia la qualità della classe politica.

Walk on the wild side

Pubblicato: 27 marzo 2021 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Sulle strade senza marciapiede, anche se con banchina, io cammino sempre a sinistra. E contro il senso di marcia se questo è unico.

Ciò in ossequio all’articolo 190 del Codice della strada e soprattutto per minimizzare il rischio di essere investito. E’ chiaro che se vedi frontalmente chi sopravviene sarai più informato, più avveduto e dunque anche più lesto nel metterti in salvo se mai dovesse presentarsene la necessità.

La mia statistica (calcolata su 10 km/giorno circa) dice che solo una persona su cinque cammina in quel modo. Gli altri quattro rischiano, scegliendo la destra in base a chissà quale oscura (e illegale) logica di branco. Anche i vecchi col bastone e, badate bene, le mamme col passeggino. Io mi devo anche scansare quando li incontro, per non apparire scortese…

Capito perché le pandemie durano anni invece di pochi mesi?

Foto UNIV OF CINCINNATI HEALTH

Gli scienziati italiani formato tv che ancora in giugno-luglio ci dicevano che sarebbero stati molto sorpresi se un vaccino SARS-CoV-2 fosse comparso prima di un altro anno circa, erano disinformati. Meglio avrebbero fatto a chiedere a Bill Gates.

Il primo statunitense è stato vaccinato (con Pfizer/BioNTech) il 14 dicembre 2020 ossia meno di 9 mesi dopo il primo lockdown – avvenuto in California il 19 marzo 2020

Aggiungamo che

  • a fine gennaio 2020 il vaccino di Moderna era già pronto. Il clinical trial di Fase I con pazienti umani iniziò il 25 febbraio, ai tempi di Mattia a Codogno e del primo decesso a Vo’;
  • Il 10 giugno, la rivista scientifica Nature riceveva il paper di Kizzmekia Corbett et al. che lo illustravano e informavano che esso si trovava nella Fase III del clinical trial – che terminerà a metà novembre;
  • non so nulla della vicenda Pfizer ma immagino che ne trarremmo informazioni analoghe;
  • i vaccini di Astra-Zeneca e del Gamaleya Center russo, sviluppati sulla base di approcci tra loro abbastanza simili ed entrambi diversi dalla tecnologia dell’RNA messaggero, erano pronti in luglio-agosto 2020. I russi, addirittura, per scelta politica iniziarono a vaccinare i cittadini prima di condurre i clinical trials, 5 mesi dopo il lockdown di Codogno;
  • anche tra i vaccini cinesi, almeno uno, Sinovac, era in Fase III in luglio.

Il mio qui è senno di poi. E ovviamente il 25.2.2020 non era affatto certo che, poniamo, il vaccino di Moderna avrebbe funzionato. Né in luglio 2020 che gli altri avrebbero funzionato. Eccetera.

Ma è un fatto che in sei mesi diversi vaccini furono messi per strada, da provare su vaste popolazioni umane. E con filiere produttive e distributive già in funzione. Questo non corrisponde a ciò che ci riferivano i media.

Se io fossi stato uno studioso di microbiologia o di farmacologia o di immunologia e insomma un medico o farmacologo o biologo con qualche minima liason nel mondo della ricerca, mi sarei informato. Se non per curiosità personale, almeno per saper rispondere all’insistente domanda sui media.

E sono incline a ritenere che molti studiosi italiani di quel settore, dediti meno a cercare interviste che a coltivare la loro materia, fossero informati.

Il vero miracolo

A causa dei taboo provocati dalla partigianeria politica, adesso risulta ancora difficile riconoscere che non avremmo avuto vaccini Covid così presto se non ci fosse stata Operation Warp Speed, una partnership pubblico-privato condotta dall’esercito statunitense in collaborazione con varie istituzioni sanitarie del Governo federale.

E non li avremmo avuti neppure senza i circa $15 miliardi stanziati in USA dal governo e da associazioni filantropiche (tra queste, fondamentale il ruolo della C.E.P.I., agevolata a suo tempo dalla Bill & Melinda Gates Foundation). Più i 370 milioni dalla Germania per BioNTech. Più i soldi del governo britannico, di cui so poco.

Operation Warp Speed ha sostanzialmente finanziato la messa in parallelo di 3 approcci alternativi al vaccino, ciascuno prodotto da 2 aziende. Una delle quali, Moderna, addirittura non aveva mai affrontato un clinical trial di Fase 3 durante la sua esistenza.

I denari pubblici sono serviti a condurre in parallelo attività di testing sia preclinico sia clinico, che viceversa avrebbero preso molto più tempo di calendario. [1]

E sono serviti anche a produrre materialmente milioni di dosi prima ancora che ivaccini fossero approvati dalla FDA. E anche a ordinare, pagando in anticipo quando non era ancora approvato, il prodotto di Pfizer, che aveva preferito ottenere questa forma di finanziamento piuttosto che altre.

I quattrini sono arrivati perché questa volta una grave epidemia aveva colpito paesi ‘bianchi’ e ricchi. La molla del vero miracolo è stata questa.

A essa si sono aggiunti due fattori fortunati:

  • Moderna e Pfizer disponevano già da 4-5 anni di piattaforme di sviluppo di vaccini a mRNA (qui trovate un po’ di background)
  • Tale tecnologia non aspettava altro che di essere provata. L’incidenza elevata del contagio SARS-CoV-2 ha consentito di eseguire i clinical trials più rapidamente del solito e di farlo ‘sotto casa’.

Il nostro bestiario immaginario

In Italia siam tutti dottori e va da sé che in tv si diventi professori. Da Michele Mirabella a Nino Cartabellotta, come i nutrizionisti che commentano i ciuffi di cavoli e le uova fresche a Uno Mattina. I medici italiani poi, lo sappiamo, son tutti professori autoproclamati.

In medicina, il senso vero dell’essere professore, ossia di condurre una carriera universitaria, consisterebbe nell’essere vicino al mondo della ricerca – non solo a quello della didattica.

Ecco, molti dei nostri professori formato sedici noni si sono dimostrati, per la maggior parte, alquanto lontani da quell’ideale. Almeno per quanto attiene al discorso vaccini e farmacologia in generale.

[1] “It is very important to point out that moving forward at financial risk is the main factor that has enabled the accelerated development of SARS-CoV-2 vaccine candidates”, Nature, 23 settembre 2020

PS: Nata tra marzo e maggio 2020, quando il presidente Trump firmò il via ufficiale, Operation Warp Speed era stata concepita da Peter Marks della FDA ed è stata condotta dal generale Gustave Perna dell’esercito (foto sopra) e da Moncef Slaoui (camicia azzurra nella foto), uno scienziato già dirigente della GlaxoSmithKline.

La maggior parte dei politici, professori, medici, giornalisti, imprenditori che oggi tendono a ergersi a severi censori degli errori commessi durante le fasi più gravi della crisi, hanno impiegato più di un mese anche solo per capire che c’era un problema e moltissimi di loro hanno continuato a commettere errori grossolani anche dopo molti mesi.

Chi è senza colpe scagli la prima pietra (Giovanni 8, 3). Bisogna riflettere sulla tolleranza e la riflessione invocate da àmbiti complessi come quello CoViD-19.

Una piccola cronistoria:

  • Il tasso di riproduzione R(t) del virus in Lombardia, secondo stime fatte scientificamente all’epoca, si mantiene superiore a 1 per circa due mesi, dal 28 gennaio al 20 marzo. Era pari a 2 il 4 febbraio e sarebbe salito fino a oltre 3 intorno al 25 febbraio.
  • Il 31 gennaio la O.M.S. dichiara una emergenza per la salute pubblica di rilevanza internazionale (PHEIC): è il segno che devono scattare i ‘piani pandemici’.
  • Il 3 febbraio la Fondazione GIMBE (di per sé insignificante, ma che cito perché nel seguito verrà assunta da molti sciagurati media italiani come fonte ‘scientifica’) dice chel’allarmismo e la disinformazione fanno più danni del virus, […] che […], a fronte di una elevata contagiosità, ha una mortalità di poco superiore alla normale influenza“.
  • Il 21 febbraio le autorità ordinano il coprifuoco a Lodi-Codogno. Fanno bene, eccome. Anzi, a posteriori si capirà che forse si sarebbe dovuto essere ancora più severi.
  • Solo allora mi convinco che qualcosa di molto serio sta bollendo in pentola, e passo a consultare fonti di prima mano, non più i media.
  • Ricevo qualche segnale di allarme da un medico ospedalierio di Pavia: il policlinico San Matteo è in allerta.
  • Il 22 l’Ordine dei Medici comincia a erogare un corso ECM online sul coronavirus e la Covid19.
  • Il 24 febbraio il prof Pregliasco descrive con precisione il rischio e dice che le misure intraprese sono quelle giuste.
  • Il 25 febbraio in alcune interviste la prof Capua spiega come l’allarme sia serio.
  • Il 27 febbraio Fabio Tamburini, direttore del Sole 24Ore, effettua un intervento scomposto la mattina su Radio24 intorno alle 8, invocando un Governo di larghe intese che esautori quello in carica e si occupi di liberare le filiere produttive lombarde. Il senatore Salvini propugna lo stesso intento in quei giorni. Dunque né la Confindustria né la Lega hanno ancora capito nulla del rischio che incombe sull’Italia.
  • Il tasso di riproduzione sta salendo a 3. Era 2,5 il 20 febbraio (vide supra).
  • I casi accertati il 27/2 sono 588, soprattutto nelle province di CR, BG, BS, LO (e forse anche PC, non ho il dato).
  • Fino ad almeno il 28 febbraio, nessuno dei miei contatti medici, ossia una ventina tra direttori sanitari, professori universitari, primari ospedalieri, chirurghi, medici ospedalieri e MMG, prevalentemente lombardi, con cui sono in regolare contatto via telefono, Whatsapp, email o social, mostra la minima consapevolezza del rischio che stiamo correndo. La sola eccezione è l’ospedaliero di Pavia.
  • Il 28 febbraio sono io stesso a cancellare un intervento chirurgico programmato in un grande ospedale lombardo per marzo inoltrato, valutando che non sarebbe stato possibile eseguirlo. Il chirurgo è sorpreso.
  • La sera del 29 febbraio gli infetti accertati italiani sono 1049, dei quali 615 in Lombardia. Stanno raddoppiando ogni 3.4 giorni.
  • Scopro che la California ha fatto sinora 300 tamponi, contro i 700/giorno del solo ospedale San Matteo di Pavia. Capisco che il mondo occidentale sta dormendo sulla questione.
  • Il 2 marzo, gli infetti accertati italiani sono 1835. Solo i miei amici medici lombardi il cui lavoro quotidiano è stato impattato dalla crisi dei pazienti infettivi e delle Terapie intensive, mostrano consapevolezza di un crescente serio problema.
  • Ordino mascherine FFP2/3 su Amazon e Alibaba. Ne trovo di ogni tipo.
  • Il 5 marzo, i miei amici ospedalieri lombardi sono tutti consapevoli della crisi in atto. Quelli non lombardi o non ospedalieri, no, non tutti.
  • I pazienti in rianimazione raddoppiano ogni 60 ore.
  • 8 marzo: blocco governativo di larghe porzioni dell’Italia settentrionale.
  • Sera del 9 marzo: blocco nazionale.
  • Ancora a metà marzo fioccano gli esperti che sconsigliano l’uso delle mascherine, compreso il mitico Dario Bressanini, un eccellente scienziato-blogger che ammiro da sempre.
  • E la grande Sylvie Coyaud in aprile casca nella leggenda metropolitana delle RSA lombarde decimate dalla Giunta regionale, allorché esse erano palesemente decimate in tutto il mondo. 
  • In estate poi, moltissimi, medici inclusi, accarezzano il sogno che sia tutto finito…

Ricordiamoci: “chi è senza colpa scagli la prima pietra”. Che insegnamento si trae da questa scaletta temporale?

Che parti importanti dell’Italia, come associazioni imprenditoriali (che dispongono di Uffici studi solitamente loquaci), politici, giornalisti dei migliori media, e persino la classe medica, hanno capito il problema solo dopo le azioni del Governo e delle Regioni.

waNe consegue che la maggior parte di coloro, politici professori giornalisti imprenditori medici, che oggi tendono a ergersi a severi censori degli errori commessi durante le fasi più gravi della crisi, meglio farebbero a usare maggiore cautela.

Infatti, se il comando fosse dipeso da loro stessi, gli esiti sarebbero verosimilmente stati ben peggiori.

Si può essere spietati e anche un po’ avventati avverso il dolo. Ma circa le colpe, io suggerirei moderazione.

(Anche perché, fra l’altro, l’epidemiologia è disciplina irta di statistica e matematiche complicate, oscure ai medici e all’Italia intera. Ringraziamo Dio che a consigliare il Ministero c’era gente come Stefano Merler e i suoi collaboratori).

Forse la sola, tra le colpe, a mio avviso censurabile fin d’ora perché è di gran lunga la più grave e perché da essa derivano a cascata quasi tutte le altre, è

il non aver provveduto per tempo a una risposta organizzativa di primo livello.

Essa poteva essere attivata (non dico compiuta) subito dopo l’emissione dello stato di Public Health Emergency of International Concern da parte dell’OMS il 31 gennaio 2020, quando già da giorni in Italia si cercavano i contatti dei due coniugi cinesi sintomatici.

(Il 4 febbraio i due si aggravano, e lo Spallanzani di Roma già ospita ben 11 pazienti sintomatici provenienti da zone della Cina interessate dall’epidemia.)

L’assenza di un piano pandemico è la chiave di tutto, in quasi tutto il mondo. Ma il ritardo del dibattito intorno a esso, che ha cominciato a svolgersi solo diversi mesi dopo le bare di Bergamo sui camion militari, dimostra quanto poco ne capiamo in Italia.

E c’è di peggio: io sono certo, come ho anche scritto altrove (vedi il poscritto qui), che se qualche politico avesse proposto, nel 2007 o anche nel 2019, l’approntamento di un piano pandemico solido e attrezzato, sarebbe stato tacciato di collusione con BigPharma e con l’industria dei dispositivi di protezione individuale. E mandato a quel paese.

Ciò è esattamente quanto accadde nel 2009 quando si prospettava un’influenza ‘tipo Spagnola’…

I happen to have read only now Jeremy Bernstein‘s review of Emilio Segrè’s autobiography, published by his wife in 1993. (Exact bibliography below).

I am baffled.

  • Says Bernstein: “Much of the last part of Segrè’s book concerns his complex and often hostile relationships with other scientists, including Lawrence, J. Robert Oppenheimer, and the chemist Glen Seaborg”

This isn’t exactly true. The three individuals quoted by Bernstein are exceptions. Segrè talks about dozens of colleagues with whom he had friendly and professionally fulfilling relationships, often for life, including Enrico Fermi, Edoardo Amaldi, Franco Rasetti, Cornelius Bakker, Felix Bloch, Carl Helmholz, Hans Bethe, Rudolf Peierls, George Placzek, Otto Hahn, Carlo Perrier, Lorenzo Emo, Ginetta Barresi, Gian Carlo Wick, Ugo Fano, Clyde Wiegand.

coverJust a few colleagues left signs on Segrè that were not only positive. One is Glen Seaborg:

Seaborg […] had iron discipline, a lively and highly systematic mind, immense persistence, exceptional endurance for work, and a sincere, open-minded interest in science. He was a superb organizer but was not too strong in physics or instrumentation. At the beginning of our collaboration, I probably remembered my much earlier experience with Bakker at Zeeman’s laboratory in Holland, when I, a newcomer, and he, the local boy, greatly helped each other and became steadfast friends. Little did I recognize Seaborg’s unbridled ambition and his unshakable determination to succeed and to be preeminent.

[…] What was unusual in Seaborg was the long-term planning he diligently applied to everything. In 1941 he would say: in 1946 I shall be a dean; in 1948, chancellor of the University of California; in 1955, senator for California, and so on, and he never lost sight of his aims. In 1938 he always dressed in a blue suit, with a tie, differently from his colleagues, because he thought that these clothes would help him become a full professor, a small first step in the grand design.

  • Bernstein says that In Palermo Segrè made the one important discovery that was basically his own“. He means that of technetium, the first artificially produced chemical element in history (although it was later proved that it also exists in nature).

Surprisingly, here Bernstein seems eluded by the awareness that, from nuclear physics onward, very few discoveries, if any, were made by one person on their own, and most notably in experimental physics. In that of technetium (of which Fermi said it was the best piece of work in physics of the year), Segrè had the greater part but always cited Carlo Perrier as the co-author.

Furthermore, Bernstein himself dwells on Segrè’s suspicions about some Seaborg’s appropriations, which for example caused Segrè’s disappointment when the 1951 Nobel on the “discovery in the chemistry of transuranic elements” went only to Seaborg and McMillan (Segrè had collaborated with Seaborg and experimented on transuranics with Fermi as early as in 1934).

On the contrary, Segrè never attributed only to himself neither the discoveries concerning plutonium and its properties nor the confirmation of the antiproton, and he always quoted his teams in alphabetical order: see for example his Nobel Biography (these are always self-written).

  • Noting Segrè’s and Oppenheimer’s lack of reciprocal unbound admiration, Bernstein contends that Segrè’s name will be but a footnote in the history of physics, while Oppenheimer is “one of the greatest teachers of physics who ever lived, as well as a first-rate physicist”.

This comparison seems odd to me. As a reader of both Segrè’s autobiography and Monk’s biography of Oppenheimer’s, I have the impression that the two men did not go too well together for reasons purely epidermic and personal, not professional or scientific.

For example, in their early years at Berkeley, Oppenheimer thought that Segrè was a fascist, and Segrè despised Oppie’s communist ‘faith’. Furthermore, Segrè is one of those who found Oppenheimer to be often showing off his culture, which did not appear to Segrè as being the portent sometimes described. Let’s recall that Segrè too came from a well-to-do family who educated him at the highest standards: he was taught English, German and French as a toddler, went to the austere ‘Mamiani’ ginnasio-liceo in Rome, and at the university was picked as his first-ever pupil by Fermi (a man who will tutor an exceptional number of extremely talented scientists including 8 Nobels).

As the Berkeley obituary reads: “[…] Segrè is also remembered as a man of unusual literary erudition and culture, sharp wit, artistic intelligence, and broad outlook on life. […] In addition, Segrè had the endowment of a historian: an excellent memory, a good knowledge of general history, and a familiarity with literature, classical and modern, in several languages.”

JROppenheimer-LosAlamosSegrè writes in A Mind Always in Motion, pages 138-139: “Oppenheimer and his group did not inspire in me the awe that they perhaps expected. I had the impression that their celebrated general culture was not superior to that expected in a boy who had attended a good European high school. I was already acquainted with most of their cultural discoveries, and I found Oppenheimer’s ostentation slightly ridiculous. In physics I was used to Fermi, who had a quite different solidity, coupled with a simplicity that contrasted with Oppenheimer’s erudite complexities. Probably I did not sufficiently conceal my lack of supine admiration for Oppenheimer, and I found him unfriendly, even if covertly, for a good part of my career, except when he wanted me to join his team al Los Alamos.”

On the occasion of that call to Los Alamos, at the Oppenheimers’ for dinner, Emilio finds Oppie reading Petrarch’s sonnets in Italian: “He fed us chicken livers and wild rice, which were excellent; we had never before savored wild rice. Concerning Petrarch’s sonnets, I am afraid I did not hide my suspicion that he did not understand them.”

(Freeman Dyson, who had been invited for life by Oppenheimer to the Institute fir Advanced Study, echoed Segrè in this interview (at minute 1), when he said that in Princeton Oppie “liked to come to the seminars and show off how much he knew about things that he didn’t really know”).

Oppenheimer was a great man, out of the ordinary, most remarkable for his noble manners, the lead in the Manhattan Project, and the enormous penalties he had to suffer following it and which he held with great dignity. It appears as he expected from others the admiration he surely deserved. However, not all are so: although a higher-caliber scientist, Fermi was not, and the comparison is inevitable in young Emilio’s mind.

As to Oppenheimer “one of the greatest teachers of physics who ever lived”, hear Enrico Fermi, undisputedly a superb teacher in all accounts, commenting after one of Oppenheimer’s seminars in Berkeley: “Emilio, I must be getting senile… I went to a learned theoretical seminar and could not understand anything except the last words, which were ‘And this is Fermi’s theory of beta decay'” (A Mind Always in Motion, p. 156).

  • Continues Bernstein: “To be fair, it must be said that Segrè himself knew that in the end, despite his Nobel prize, he would occupy a modest place among twentieth-century physicists”.

Bernstein recalls a conversation Segrè once had with Fermi, and is reported in A Mind Always in Motion: “Emilio, you could take all your work and exchange it for one paper of Dirac’s and you would gain substantially in the trade,” Fermi once said to me. I knew this to be true, of course, but I answered: “I agree, but you could likewise trade yours for one of Einstein’s and come out ahead.” After a short pause, Fermi assented.

Fermi and Segrè could talk like that because, recall, Emilio had been the very first pupil chosen by Enrico. And note Emilio writing “I knew this to be true, of course”. So yes, as Bernstein noted, Segrè knew he was no Dirac or Bohr: however this is not the first thing that would come to my mind if I had to comment on his autobiography. And I wonder why it came to Jeremy Bernstein’s mind. It’s just one more of his compelling negative remarks on Segrè.

Bernstein omits to add something that he knows very well, i.e. that Segrè was as much a chemist as he was a physicist: and grand theories of everything typically come only from theoretical physicists. Also, loads of Nobels have been given to experimental confirmations: I’d be very surprised if Bernstein considered them all irrelevant, ‘footnotes’.

And Segrè’s contributions prior to the antiproton experiment (which lead to the Nobel) had been recognized by many: see, e.g., H. Zuckerman, Scientific Elite: Nobel Laureates in the United States, Routledge 1977 (pages 167 and 211 of the Transaction Publishers 1996 edition). This was before Bernstein published this article.

In Emilio’s own words:

The general thrust of my work, from the very beginning, was to explore various more or less recondite consequences of modern theories, or to measure things thought to be important. My aims were not spectacularly inventive, like those of people who look for unexpected new phenomena, and neither were they based on development of new techniques that made new regions accessible to experimentation, although accelerators, developed by others, were mostly essential to my work. My strong points were a good knowledge of physics and a certain imagination, which enabled me to see things not immediately apparent to everybody. For many years the techniques I used were very simple, almost rudimentary, and I spoke of doing “physics without apparatus.” Later, mostly thanks to Chamberlain and Wiegand, we refined known techniques and applied them with a critical eye, avoiding errors and obtaining results that at the time were the best available.

  • Bernstein on Segrè’s contributions to teamwork: “Segrè writes about the antiproton experiment as if it had been done by somebody else.”

Bernstein doesn’t seem to appreciate that all three Segrè’s collaborators on the antiproton experiment worked for him at Berkeley. They had been his students or assistants (Chamberlain served as student under Segrè in Los Alamos and then got his PhD with Fermi in Chicago) and were 10-23 years his juniors.

Berkeley Lab’s Research News wrote on July 5, 1996 in Wiegand’s obituary: “Segre and Chamberlain won the 1959 Nobel prize in physics for the discovery of the antiproton. Inexplicably, Wiegand did not share in the award, though Segre and Chamberlain always acknowledged his critical contributions to the success of the experiment.” Indeed, in their 1959 Nobel Lectures, both Chamberlain and Segrè had highlighted the importance of Wiegand’s contribution (bigger than Ypsilantis’, judging from their syntax).

Bernstein admits that he knows of “only one example of a scientist who won a Nobel prize and apologized, in writing, to a collaborator who was left out.” Indeed, only one case is known, to both Bernstein and me, of someone who felt apologetic because others had been left out: Heisenberg with Born and Jordan. I am not an expert on that story and the only thing I seem to recall about it is that the Nobel committee reasoned about Nazi involvement instead of just scientific accomplishments. Anyway, we know of only one case of public apologies, despite the many cases of Nobel attributions similar to 1959.

Bernstein wishes “that Segrè had been able to do the same” as Heisenberg. I wonder if he wished the same for all others who won Nobels and, due to the limitation that the award can only be granted to a maximum of three individuals, did not apologize with collaborators. (And, in his Nobel Lecture, Heisenberg does not praise Born and Jordan as much as Segrè and Chamberlain do with Wiegand.)

  • In his response to a letter by Segré’s widow Rosa after the article’s publication, Bernstein reveals that what he dislikes of Segrè is the fact that he maneuvered to get the Nobel and in doing so he demonstrated bad taste.

However, from the autobiography that Bernstein reviewed, A Mind Always in Motion, it is not possible to derive such an impression, nor does Bernstein provide us with any other clue or source. For example, Segrè did not speak of his Nobel aspirations with the two superstars closest to him, that is Fermi and Lawrence, two laureates regularly interpellated by the Nobel committee. Only to this latter Segrè kind of indirectly mentioned the subject, via Seaborg’s intercession:

At the beginning of 1957, Seaborg told me that he thought Lawrence’s nomination would be indispensable for the awarding of the Nobel Prize to anyone working in the Rad Lab. I said that I would not speak to Lawrence on this subject, but that if he, Seaborg, would do it, I would be grateful. A few weeks later, Lawrence’s secretary, without a word, showed me, on Lawrence’s orders, a letter from Stockholm acknowledging receipt of my nomination by Lawrence. No word on the subject passed between us.

In A Mind Always in Motion, the autobiography subject of Bernstein’s review, there are no other signs of maneuvers, schemes or negotiations of sort concerning the Nobel Prize, except perhaps the following exchange with former colleague Georg von Hevesy, which to me has the form of an innocent chat between two old buddies:

During the summer of 1954, I met Hevesy in Brazil. We were friends and I could speak freely to him. Thanks to his Swedish connections, he knew many of the secrets of the Nobel Committee, and he told me that I had not been specifically nominated in the year 1951 [the year of Seaborg and McMillan, red.], which had automatically eliminated me. He advised me to try to interest Fermi. I did not do so because I knew perfectly well that Fermi could not be influenced in matters such as competitions and awards.

However, a few years later, after Fermi’s death, his widow, Laura, asked me to look at her husband’s papers before she gave them to the Regenstein Library at the University of Chicago. In so doing, I found out, to my surprise, that both Fermi and James Franck had proposed me repeatedly for the Nobel Prize in chemistry. I saw also that Fermi had proposed, in physics, Maria Mayer, Hans Jensen, and Wolfgang Panofsky.

His spontaneous proposal deeply moved me, for the same reasons that had prevented me from asking for his support. Nomination by him was, for me, almost as important as getting the prize. Much later I had the opportunity to tell Mayer, Jensen, and Panofsky that they had been nominated by Fermi, and all three had the same reaction. Of them, Mayer and Jensen had had the prize. Panofsky had not.

Perhaps most revealing of Segre’s real attitude toward discussions of how to get the Nobel is the premise to the recount of his conversation with Georg von Hevesy: “We were friends and I could speak freely to him”. It tells us that Segrè was very restraint about initiating such talks with people on that subject.

From myriad such details in his autobiography, we deduce Emilio’s modesty, intellectual honesty, and openness.

He tells us when a family friend influenced a teacher and helped him pass the written Greek exam at the end of high school; when Fermi told him that his all work in physics was hardly a match for one Dirac’s paper; or of the arguments over inheritance with his brothers. He balances the less than flattering remarks on people like Lawrence or Seaborg by highlighting their superior scientific and personal qualities. He tells us about the antiproton experiment as if the protagonists were only Chamberlain, Wiegand, and Ypsilantis, his coauthors in alphabetical order, omitting to narrate what I imagine was the likely background, i.e. that he was providing guidelines and suggestions.

This unassuming depiction is, in my opinion, what leads Bernstein to comment that “Segrè writes about the antiproton experiment as if it had been done by somebody else”. Jeremy Bernstein may not know that self-confidence, self-celebration, and eulogy of oneself are traits not as common in the European character as they are in the US. Mainly as a result of education, an American is definitely more likely than an Italian to exalt in her autobiography the accomplishments and personal qualities. All you have to do to verify this is read a statistical sample of CVs. Or, to name a Segrè’s contemporary and colleague, read Stan Ulam’s autobiography, and you may end up observing, like Bernstein does with Segrè, that “he speaks like someone else achieved all that, not himself”.

  • So Bernstein seems mad at Segrè. How could it be?

Jeremy Bernstein is a fine physicist in addition to an experienced and first-class popular-science writer. I am but his reader: but why should I struggle to understand how he judges Segrè so negatively? All he gives me as the clue is the distasteful maneuvers for the Nobel Prize… which however did not take place.

Could it be that Bernstein, a successful and busy author in 1994, used a ghost reader, i.e. did not really read A Mind Always in Motion fully? This would have prevented him from grasping the autobiography’s humble and open tone. Or maybe when he had met Segrè personally long before the autobiography was published, he was hurt or disappointed by something that the latter did or said. There is one paragraph in the New York Review of Books piece that may hint to something like that:

The discovery of fission in 1935 would have meant that the race to build an atomic bomb might have started well before 1939. The Second World War could have been nuclear from the beginning, or, perhaps, the prospect of nuclear weapons could conceivably have prevented the war. When I suggested these possibilities to Segrè he did not seem much interested. What happened happened, and that was that. […] Historical speculation, however startling, seems to have been of no interest to Segrè.

It is famously false that Segrè did not have a taste for historical speculation: see for example his Berkeley’s obituary, or his books and lessons on the history of science. Perhaps Bernstein was irritated or offended because Segrè had not picked up a stimulus he had launched: he might have interpreted that as a sign of underestimation. Could he think that Segrè was not treating him as the good physicist he was? Or is he just blaming Segrè for refusing to play history fiction with him?

Who knows.

In the Preface of her husband’s posthumous autobiography, which she edited, Rosa Segrè Mines wrote that the title came to her when she asked Owen Chamberlain what was his first recollection of Emilio: “A mind always in motion”, said he. Upon reading the NYRB article, one is left with the uneasy feeling that Jeremy Bernstein either did not read the book or had some hidden personal grudge toward Emilio Segrè.


E. Segrè, A Mind Always in Motion, University of California Press, 1993

J. Bernstein, Eye on the Prize, The New York Review of Books, March 24, 1994

Rosa Mines Segrè’s  1995 reaction and Bernstein response here

j b

Non ho mai pensato che il data journalism si sarebbe presto invalso in Italia.

Adesso comincio a pensare che non vi si svilupperà mai. Non conosco un direttore di quotidiano o periodico che ne abbia anche solo una nozione passabile. Infografiche confuse e abuso farraginoso di dati cherry-picked per confortare una tesi, sono la cifra del nostro data journalism. Chiari segni di malattia infantile.

Lungo e faticoso è il cursus studiorum che conduce alla capacità di raccogliere dati affidabili, analizzarli e ricavarne deduzioni. Serve poi anche dimestichezza con gli strumenti di data analytics sul web -come minimo quelli di Google. E bisogna essere giornalisti, non solo giocatori di dati.

Milena Gabanelli, considerata il top del dj italiano, ha studiato Storia del cinema. Si capisce subito che coi numeri non ci prende. Certo, un paio di volte per secolo nasce uno come Srinivasa Ramanujan, che a 14 anni aveva già ricostruito da sé, senza averli mai incontrati, dozzine di teoremi fondamentali della matematica da Euclide a Gauss. Ma alle persone normali un curriculum scolastico è solitamente richiesto. 

In UK e USA, i giornalisti con degree scientifici o tecnici sono legioni. Da noi, circa zero. Però ormai anche in Italia esistono da tempo dei buoni analisti di dati (che non significa pasticciatori di infografiche!), che immersi in una redazione giornalistica potrebbero portare valore aggiunto.

Oppure, un direttore potrebbe, per cominciare, investire scritturando un giovane fisico o matematico e/o (ancor meglio) un giovane sociologo o scienziato politico con un PhD in analisi quantitativa presso un’università specializzata.

Di sicuro, non serve a nulla mandare a un “corso di data journalism” una persona che non sa la differenza tra media e mediana o non sa scrivere una macro Excel.

Non evolveremo in fretta. Credo che i nostri media continueranno a raccontare favole dove le figure non sono Biancaneve, Cappuccetto Rosso o Berlusconi bensì tabelle colorate piene di numeri ‘ad minchiam’, per dirla con Leibniz.

Post scriptum

Il nostro giornalismo scientifico non è messo molto meglio.

Scienza in Rete, magazine online che si propone nientemeno come voce della scienza in Italia, questa famosa scienza non sa neppure dove stia di casa, visto che chiama Arvix il preprint arXiv, da trent’anni il salotto preferito da fisici, matematici e informatici di tutto il mondo. (Non è un lapsus: ricorre 3 volte in un solo articolo: scomparirà solo se leggeranno qui e capiranno).

Duilio Giammaria, conduttore di Petrolio su RAI2, definisce “associazione di scienziati” la Fondazione GIMBE, che nel proprio “comitato scientifico” annovera fisioterapisti, infermieri, farmacisti, dentisti, medici ospedalieri e zero ricercatori. Potete immaginare con quale autorevolezza il nostro Direttore Produzione Documentari RAI possa convocare scienziati in tv…

 

 

Mary Tsingou circa 1955

“Every writer creates his own precursors,” said Borges. And it doesn’t just happen in art: it also happens in science.

In the field of nonlinearity, known in popular literature by the ambiguous term ‘complexity’, almost no one noticed the scope of Poincaré’s work on the three-body problem until after Lorenz in 1963. And prior to the advent of ‘chaos theory’ in 1977, the Fermi – Pasta – Ulam problem was not out of the circles of super experts.

The extent of nonlinearity in the natural sciences could not be discovered without computers: Poincaré himself, at the end of the nineteenth century, was perplexed by his results and could not go further because of the inhuman implied calculation effort. The encounter between computers and natural sciences was provoked by Enrico Fermi in the early fifties.

To explore his visions, he did not struggle to involve Stan Ulam, a brilliant Polish mathematician and polymath who like Fermi emigrated to America due to racial laws, and John Pasta, a physicist in his thirties who was becoming one of the pioneers of computer science under the guide of giants like Nick Metropolis, the man who at Fermi’s hint created the Montecarlo Method and the architect of the MANIAC computer, conceived with John von Neumann.

The Fermi / Pasta / Ulam paradox was being born, as the result of a computer-simulated mechanical experiment poised to keep physicists busy for over half a century.

The simulation was made possible by a program written in machine language for the MANIAC by Mary Tsingou, a mathematics graduate student who, like many young women since the Manhattan Project in 1943-45, had been hired in Los Alamos as a computer (sic) herself.

In 1953, however, the computer had also become available in the form of an automaton, no longer only a girl, and a young woman willingly took on the task of instructing him to simulate a physics experiment.

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This is the flow chart, i.e. the algorithm of the program. Most likely mainly a Pasta creation, its development is sure to have had Tsingou deeply involved. So how come her name disappeared from all subsequent mentions of the crucial experiment?

The internal report of the Los Alamos Laboratory says that it was “written by Fermi, Pasta, and Ulam” on the basis of a work done by “Fermi, Pasta, Ulam, and Tsingou” (E. Fermi, J. Pasta, and S. Ulam, ‘Studies of the Nonlinear Problems’, I, Los Alamos Report LA-1940, 1955).

That is, Mary Tsingou had not participated in the drafting of the report and this caused her name to disappear from the authors of the experiment in the subsequent citations in the scientific literature.

Had the report not just been filed internally to the Lab, but published in a scientific journal, something which was never done because Fermi died in November 1954, Tsingou would have been given the usual citation credits. Coding the first computer program ever that simulates a physics experiment is not a triviality. It wouldn’t be today.

The boys’ invasion

Tsingou’s name was revived in 2008 by French physicist Thierry Dauxois in ‘Fermi, Pasta, Ulam and a mysterious lady‘ in Physics Today. She did graduate in Ann Arbor and went on to work as a programmer for the government and the military, including assisting John von Neumann in a study and becoming one of the earliest FORTRAN virtuosos. She reportedly lives in Los Alamos today.

From the beginning of computing until well into the 1980s, women filled a higher proportion of programming jobs than today. Very early on, like post-war times at Los Alamos, they were often preferred for coding jobs because it was believed that a meticulous mentality was required and this was supposed to be a female’s specialty.

Getty imagesIn the United States, by 1960 more than one in four programmers were women and by 1983, 37 percent of all students graduating with degrees in computer and information sciences were female. This was the historical peak though.

Early forms of personal computing were emerging, and they were used almost exclusively by boys. The Commodore and TRS wiz-kids started flocking to Computer Science 101 classes and in ten years the percentage of women in computing degrees was down to 28 percent. It has kept going down ever since and we are down to about 18% today in the US.

This has turned computing and the IT industry in general into an all-male business, although it looks like it is less due to women’s disaffection than the mighty influx of men.

It is believed that to increase gender diversity in information technology, remedies include giving computer devices and game consoles to girls as well instead of just boys, and inserting as many female board members and executives as possible in IT enterprises.

lupo-mannaro

Ho l’impressione, fondata sulle conoscenze quantitative attuali e contrastante con la vulgata corrente, che la catastrofe sia avvenuta in Lombardia perché il SARS-Cov-2 ha attaccato più lì che altrove.

La Lombardia è accusata dalla vulgata di non aver agito come il virtuoso Veneto. Il Veneto ha in effetti fatto tutto molto bene. Però non sappiamo come gli sarebbe andata se fosse stato aggredito con la medesima virulenza e negli stessi tempi.

Mi spiego

Ammiravo il professor Crisanti quando nessuno, salvo qualche giornale regionale veneto, ne aveva ancora mai parlato. Chi progettava la app Immuni può testimoniare che il 20 marzo raccomandai loro di sentirlo come consulente.

Crisanti e Zaia (che, particolare forse non secondario, è laureato in Scienze della Produzione Animale) hanno fatto bene. Io ritengo Crisanti forse il più competente esperto che abbiamo tra quelli apparsi in pubblico e vorrei che fosse consulente del Governo.

Però dai numeri sembra proprio che la Lombardia sia stata attaccata in modo molto più severo di ogni altra regione.

La stessa cosa è successa, per dire, a New York City, a Madrid, al Belgio o a Londra, con esiti analoghi (RSA comprese): non so se si possa, per ognuna di queste regioni, affidarsi alla stoltezza degli amministratori come spiegazione.

Questo è ciò che sa fare un tifoso o un politicante, non un analista. (Io detestavo il Celeste i suoi accoliti ciellini, e mi faccio beffe dei leghisti. Ma mi piace guardare ai problemi senza il piglio del partigiano, fin dove possibile).

Davvero crediamo che i virus si propaghino in modo uniforme e armonioso sui territori fin dall’inizio?

Allora ascoltiamo gli esperti della Fondazione Bruno Kessler, secondo i quali in Lombardia “l’epidemia è iniziata con largo anticipo rispetto alle altre regioni e ben prima che ce ne potessimo accorgere“.

Infatti, quando Mattia andò al Pronto Soccorso la prima volta, il 15 febbraio, il tasso effettivo di riproduzione del contagio R(t) non solo era già poco sotto il 4 in Lombardia, ma aveva anche subìto una prima impennata a fine gennaio:

R

Inoltre, in Lombardia la magnitudine dell’attacco si è combinata anche con la sua qualità: un paziente è andato a contaminare un intero ospedale, dal 15 febbraio in avanti.

E’ stato un errore non chiudere quell’ospedale, come invece Crisanti/Zaia fecero a Schiavonia dopo il primo morto (non il primo infetto)?

Può darsi. Ma non abbiamo evidenze per fornire adesso risposte certe. E non so se le avessero, allora, i dirigenti della Lombardia.

Secondo il professor Palù (2 aprile), meglio si sarebbe fatto a tenere gli infettivi a Codogno per evitare di spargerli in Lombardia: “La scelta della Lombardia di trasferire i malati dall’ospedale di Codogno, che era il primo focolaio, ad altre strutture della regione, si è rivelata infelice“.

Ma forse il suo pensiero non è stato riferito con precisione dal Corriere.

Già nei primi giorni, infatti, circa l’11% dei Casi lombardi cadevano in cure intensive: i 19 pazienti Covid intubati del 24 febbraio, per dire, non potevano certo stare in un piccolo ospedale – che di posti in intensiva ne ha uno o due – o aspettare che ne sorgesse uno da campo a Codogno. Per loro fortuna (l’ottanta per cento sopravviverà) erano stati inviati al San Matteo di Pavia e al Sacco di Milano.

Poiché non si conoscevano né il virus né le terapie, se anche tutti quei pazienti fossero rimasti a casa, curati con l’assistenza territoriale, ce ne sarebbe sempre stato come minimo un 25% (dato veneto del 24 marzo, forse anche superiore in febbraio…) che necessitava di ricovero ospedaliero. Ossia, le folle in ospedale si sarebbero comunque verificate, e tutti quei pazienti non potevano restare a Codogno.

Non ho ancora visto fonti autorevoli esprimersi pubblicamente su questo punto, con dei dati alla mano.

Posso solo darvi un numero come paletto di riferimento: il 28 febbraio, i Covid lombardi in terapia intensiva erano già 47, e raddoppiavano ogni 60 ore. E fino ad allora, come vedete dalla Figura qui sotto, addirittura era più probabile in Veneto che non in Lombardia, finire intubati se malati di Covid-19 (mia grafica su dati tratti da qui):

chart vl

Molte persone non capiscono i processi esponenziali, a volte anche scienziati se non del settore fisico/matematico. I giornalisti, poi, non ne sanno nulla.

E purtroppo sul tema ho finora letto risposte “certe” solo nel data journalism sciattone stile Gabanelli, ascoltando il quale apprendereste che il wifi e il 5G uccidono, il vaccino contro il Papilloma virus fa male, le fragole-pesce esistono e Antonio Di Pietro aveva 45 case – che però erano particelle catastali.

Insomma non sappiamo se la sorte della Lombardia sarebbe stata un’altra se essa si fosse comportata diversamente quando il 20 febbraio, a Codogno, Mattia fu attestato malato Covid19.

E andiamo oltre.

Curare invece di ricoverare

Uno potrebbe argomentare così: anche se c’erano molti più casi in Lombardia, si può supporre che, salvaguardando al massimo gli ospedali e relegando da qualche parte, al limite a casa, i pazienti paucisintomatici e facendoli curare al telefono, si sarebbe ridotto di molto il numero di quelli che finivano in Intensiva, e quindi alla lunga i morti.

Intanto, rammentiamo che anche in Veneto almeno un quarto dei sintomatici andavano in ospedale e che, di questi, almeno uno su dieci veniva intubato fino al 20 febbraio. (Durante l’intera crisi fino al 20 maggio, il Veneto ha ospedalizzato circa 5mila pazenti Covid19: una massa pari grosso modo a un terzo dei posti letto totali. Chi sopravaluta le cure territoriali, dimentica che il numero dei ricoverati è comunque grande e che se gli infetti fossero stati il quintuplo, come in Lombardia, il sistema sanitario veneto sarebbe stato messo a repentaglio).

Poi, e più importante, nessuno ha ancora dimostrato che fosse possibile mitigare gli esiti della malattia nelle persone con comorbilità (il 97% dei morti ne avevano almeno una e l’83% ne avevano due), né che lo sia ora.

Ne è noto come le si sarebbe dovute curare a casa. (Dove comunque, sia detto per completezza, esse infettano i conviventi. “Cure territoriali” non significa, come si crede in Italia, essere curati a casa dal MMG: significa relegare gli infetti in apposite strutture / lazzaretti, come facevano in Cina).

Tantomeno era noto due mesi fa.

C’erano messaggi cinesi utili, ma erano lettere al Direttore (nella fattispecie Nature, Letter to the Editor, e peraltro solo uno studio sugli animali) e comunque non so se li avessero consultati, il 20 febbraio, i medici italiani.

Cosa si può somministrare, a casa o in lazzaretto, a un paucisintomatico Covid19, magari vecchio, cardiopatico e con insufficienza renale cronica, per evitargli di morire presto?

Al Sant’Orsola di Bologna, ossia non gli ultimi arrivati, e anche altrove, ancora a fine maggio si crede nella idrossiclorochina associata agli antibiotici. Fra non molto forse vedremo al lavoro i ‘lazzaretti’ (predisposti da fine marzo anche in Lombardia) con somministrazioni di quei farmaci ai pazienti leggeri, nella speranza di ridurre significativamente l’accesso all’intubazione. Speriamo!

Ma la cosa è discussa nella letteratura scientifica ‘di guerra’: vedi ad esempio Barbosa et al. sul New England Journal of Medicine, o Molina et al. o Chen et al o la meta-analisi assai negativa di Lancet del 22 maggio. Attenzione: forse io, che di medicina so nulla, fraintendo la negatività di questi studi, e forse sto sottovalutando quelli incoraggianti, anche se sono meno recenti e sono stati molto criticati dal mainstream.

Forse. Ma sta di fatto che il consenso scientifico non c’è, come confermato ancora il 12 maggio da Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani di Roma, in un’intervista dal vivo a RAI Radio Anch’io alle ore 07:50.

Del resto, ancora ai primi di aprile, a Hong Kong e Singapore, due paesi allora “vincenti” sul coronavirus, i pazienti infetti venivano ospedalizzati – e i rispettivi contatti relegati a casa con braccialetti GPS.

Dunque: nessuno mi ha ancora dimostrato che

1) chiudendo l’ospedale di Codogno il 20 febbraio la Lombardia avrebbe avuto un decorso di lutti paragonabile a quello del Veneto, né che
(2) isolando in un lazzaretto (o addirittura a casa) i pazienti paucisintomatici e facendo prescrizioni al telefono con al più qualche rara visita da parte di Unità Speciali di Continuità Assistenziale (strumento ancora in sviluppo), si possano limitare le morti.

Ciò che poi conta per gli scopi della presente discussione, è che di sicuro (1) e (2) non erano dimostrati il 20 febbraio 2020.

Le dimensioni contano

In ogni caso, se anche un giorno (1) e (2) venissero dimostrati, ricordiamo che

i Casi Confermati in Lombardia (un proxy di quelli effettivi) sono sempre stati da 3 a 6 volte quelli veneti, e tuttora sono, cumulativamente, il quadruplo.

Questo potrebbe essere un ‘gatto che si morde la coda’… Ma se non altro, è scientificamente noto.

Lo si desume ad esempio dalle seguenti due Figure, che sono rispettivamente la 2 e la 6 di Epidemiological characteristics of COVID-19 cases in Italy and estimates of the reproductive numbers one month into the epidemic, medRxiv):

2nd paper

bis

E, ricordate: tutto si gioca durante l’assalto esponenziale iniziale, incomprensibile ai commentatori della vulgata.

(Guardate l’andamento di R prima del 20 febbraio).

Non vi stupirà, dunque, apprendere che il 21 maggio alle 18:40, su Sky News, il prof Carlo La Vecchia, ordinario di Statistica medica alla Statale MI e uno studioso con un h-index pari a 169 su Scholar, ha detto:

L’impatto è stato molto più violento in Lombardia. […] Si può praticamente dire che ci siano state ‘tre epidemie’ in Italia: quella in Est-Lombardia e provincia di Piacenza; quella nel resto della Lombardia; e quella nel resto d’Italia

Dunque, noi a rigore non sappiamo se, quand’anche si fosse chiuso Codogno e si fossero lasciati un sacco di persone a casa con ipotetiche cure ‘territoriali’, gli esiti lombardi sabbero stati così felici come quelli veneti.

Con il quadruplo dei contagiati, e un processo esponenziale (o ‘cubico’, come dicono i pignoli) in corso fino a marzo inoltrato, forse i numeri dei morti nelle due regioni si sarebbero comunque divaricati di molto. Non lo sappiamo. Non lo sa nessuno.

E andiamo oltre.

Come mai proprio a Milano nessuna catastrofe?

Quando guardai i dati l’ultima volta durante il lockdown, 26 aprile 2020, la provincia di Milano era la 22ma in Italia per numero di Casi Confermati sul numero degli abitanti (i Casi Confermati sono molti meno di quelli effettivi, ma sono pur sempre un proxy col quale possiamo fino a un certo punto confrontare i territori tra loro).

Milano veniva dopo tutte le province lombarde tranne Monza e Como e, per dire, anche dopo Aosta, Pesaro Urbino, Trento, nonché quasi tutte le province piemontesi.

La stragrande parte dei morti per abitante, in Lombardia sono stati a BG, BS, CR, LO. I pazienti di queste province sono stati massicciamente curati anche a Milano e Pavia. Le altre province sono state lasciate certo non indenni, ma molto molto meno colpite di quelle quattro là.

Secondo voi qual era la principale possibile vittima di un’epidemia in Lombardia, se non l’area urbana più popolosa e con la più fitta e frequentata rete di trasporto pubblico, ossia Milano con il suo hinterland?

Eppure lì a Milano e Monza-Brianza è successo ben poco rispetto alle province orientali. La provincia di MI ha avuto, per ogni mille abitanti, la metà dei casi di BG e un terzo di quelli di CR.

Questo potrebbe essere un ulteriore indizio del fatto che forse la ragione della tragedia lombarda è da ricercare nella magnitudine e nella qualità (vedi sopra) dell’attacco del SARS-CoV-2, piuttosto che nelle decisioni prese sul campo dalla Regione e dal Governo?

Ossia: se le decisioni, la ospedalizzazione in primis, fossero state radicalmente sbagliate, si può pensare che il riflesso sarebbe stato pesantissimo in tutta la Regione, o quantomeno a Milano.

Semmai, se errori acclarati ci sono stati, questi sarebbero quelli di carattere locale, verosimilmente a BG, BS e CR, la cui responsabilità è ancora da accertare. (Secondo alcuni esperti, come l’immunoinfettivologo dell’Umberto I Francesco Le Foche, invece, la sola partita Atalanta-Valencia potrebbe essere stato un episodio super-diffusore fatale. E questa tesi risuona col famoso Paziente 31 sudcoreano, il superspreader che provocò 5mila contagi).

Questi ipotetici errori sembrerebbero doversi ricondurre in gran parte al mancato lockdown severo e tempestivo nelle province di BG e BS ai tempi di Codogno. Non ho capito se ciò sarebbe da imputare principalmente alle Autorità lombarde o a quelle romane.

Di sicuro, ricordo i violenti e scomposti attacchi, intorno al 27 febbraio, da parte sia del senatore Salvini sia di Confindustria, che pretendevano si rimuovesse il lockdown di Lodi perché comprometteva le filiere produttive: un Governo di Larghe Intese avrebbe dovuto provvedervi…

Ne fui molto colpito perché in quei giorni io, invece, ero intento a pensare quali competenze si potessero mobilitare per ridurre al minimo l’inevitabile impatto del lockdown sulle catene del valore lombarde. Pensavo a business schools, think tanks, associazioni imprenditoriali.

Fui pertanto molto deluso nel constatare che la principale di queste ultime non aveva altro da dire che “riaprite subito”.

Mi apparve evidente che Confindustria non aveva ancora capito nulla del pericolo che stavamo correndo.

Sono dunque incline a ritenere che se errori ci furono in Est Lombardia, le responsabilità vadano forse condivise tra più enti.

In conclusione

Insomma, tentennamenti e incertezze nella gestione dei blocchi possono aver influito sulle conseguenze della Covid19 in Est Lombardia. Ma tentennamenti e incertezze ci sono stati in tutta Italia, mentre le conseguenze di gran lunga più tragiche si sono verificate in Lombardia.

Perché? Verosimilmente, perché il SARS-Cov-2 ha attaccato più lì che altrove.

Può darsi che un giorno si trovi una spiegazione diversa. Oggi, tuttavia, essa mi è sconosciuta. Se qualcuno di voi la conosce, nel senso che può documentarla credibilmente e non con aneddoti o corbellerie giornalistiche, lo faccia.

POSCRITTO: No cherry-picking, please

A inizio giugno mi viene segnalata una relazione della Direttrice regionale Prevenzione del Veneto, Francesca Russo, che, alla data del 26 aprile, in una presentazione pubblica al fianco del Governatore Zaia, vanta i risultati della sua regione rispetto alla Lombardia. (Vanteria lanciata anche in guisa di pubblicazione pseudoscientifica e poi riversata sul sito La Scienza in Rete, dove arXiv si scrive Arvix ossia, in sostanza, non si sa dove la scienza stia di casa).

Tale relazione sottace la portata del fenomeno nelle due regioni, e le evidenze empiriche da me sopra citate.

Un esempio: Russo sostiene che il Veneto sarebbe “partito in svantaggio, perché tra il 24 febbraio e il 2 marzo i casi sono aumentati di 8,5 volte passando da 32 a 271, mentre in Lombardia sono cresciuti di 6,5 volte, lievitando da 166 a 1077“.

Questa affermazione è curiosa:

(1)

Intanto, la storia del Coronavirus in Italia non inizia certo il 24 febbraio.

Riandiamo a Epidemiological characteristics of COVID-19 cases in Italy and estimates of the reproductive numbers one month into the epidemic  e ricordiamoci, ricordandolo anche alla dottoressa Russo, come il virus abbia galoppato in modi ben diversi nelle due regioni, già dal 28 gennaio al 6 febbraio, con tassi di riproduzione ben diversi (ahimé, ancora gli esponenziali…)

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(2)

A Francesca Russo sembra mancare un importante pezzo della storia Coronavirus in Italia. Oppure forse ha inteso scegliere una specifica finestra temporale che potesse servire a illustrare meglio la sua opinione? Ma in questo caso ha sbagliato, perché se la sua osservazione circa il trend in quei 9 giorni è corretta (stiamo entrambi usando la stessa fonte), essa omette di ricordare i valori assoluti in gioco. Eccoli:

Casi

Per farvi un’immagine più dettagliata di quanto già illustrato più sopra, guardatevi la chart delle settimane che vanno da quella citata da Russo fino al lockdown nazionale:

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Ricordate? L’incidenza del virus in Lombardia si è sempre mantenuta da 3 a 6 volte superiore a quella veneta, fin da epoche precedenti a quella richiamata da Russo. Queste charts che Russo ci induce a riesumare, non fanno che confermare l’asserto già assodato sopra mediante fonti più autorevoli delle nostre.

Se tutto ciò non convince la dottoressa Russo, essa potrà forse valutare il parere del prof. La Vecchia, dei cui titoli diciamo sopra, o di Stefano Merler, modellista matematico ed epidemiologo della Fondazione Bruno Kessler, i quali entrambi ci assicurano (vide supra) che in Lombardia “l’epidemia è iniziata con largo anticipo rispetto alle altre regioni e ben prima che ce ne potessimo accorgere”. e che è stata di qualità e intensità diversa da quella nazionale.

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Ho già rivelato da tempo la mia ammirazione per il coraggio e la spregiudicatezza di Milena Gabanelli, qualità rare da coltivare facendo il giornalista.

Purtroppo, non è che ci prenda sempre. Leggendo le sue inchieste o guardandole in tv, già dovemmo apprendere con orrore corbellerie quali il wifi che uccide, la malignità del vaccino contro il Papilloma virus, l’esistenza delle fragole-pesce, e le 56 (o giù di lì) case di Antonio Di Pietro che in realtà si rivelarono poi essere particelle catastali.

Il difetto di Gabanelli è la sua spiccata propensione verso il giornalismo a tesi.

Il coltivare una tesi preconcetta è allo stesso tempo un dovere e un rischio del giornalismo di inchiesta: un rischio che bisognerebbe imparare a mitigare. Per questo, sulla porta della sala Stampa Estera di non so più quale istituzione a Washington DC campeggia la scritta (ironica, Milena: ironica!)

Dear God, never let the facts get in the way of a good story!

Non è per forza una cattiva idea il partire con una tesi, un’ipotesi di lavoro. Succede spessissimo, nessuno di noi è neutrale. Anche lo scienziato parte con un’idea in mente. Ma allora, poi, la nostra inchiesta deve spietatamente cercare e poi vagliare fatti e ipotesi che a quella tesi potrebbero opporsi.

Poniamo ti venga il sospetto che il Presidente dell’OMS sia un burattino nelle mani della Cina e che come tale abbia malignamente orientato la sua istituzione durante la crisi Coronavirus.

Non è un’idea straordinariamente originale, il 10 maggio 2020, visto che se ne parla da mesi e in modo particolarmente insistente da quando, settimane addietro, Donald Trump ha cominciato a incolpare Cina ed OMS del disastro in corso negli Usa.

Diciamo che a me, per dire, sarebbe saltato in mente semmai di mostrare vero il contrario della litania che sento sui media da un mese, e di vedere se per caso è l’OMS non sia andata poi così malaccio e che la catastrofe Usa sia stata causata solo dalla testardaggine di DJT.

Se debbo dar retta al Guardian, che fra l’altro ha il merito di non aver lardellato l’articolo di figure sguaiatamente colorate e grafica tutta funzionale a una sola tesi, in buona sostanza

«La stessa decisione di dichiarare una pandemia il 13 marzo – una distinzione ampiamente retorica, dal momento che chiamare una PHEIC [la Public Health Emergency of International Concern annunciata il 30 gennaio, NdT] richiede già ai membri dell’OMS di rispondere – era mirata a dare la sveglia agli stati membri. Nel Regno Unito la Premier League stava ancora giocando, e la settimana precedente gli Stati Uniti avevano tenuto le Primarie.

“Hanno dichiarato la pandemia perché i paesi non stavano seguendo il consiglio”, ci dice Adam Kamradt-Scott, professore di salute globale all’Università di Sydney. […] I paesi hanno ripetutamente ignorato i consigli dell’OMS”»

Tesi riecheggiata da un’inchiesta del New York Times, il quale sostiene che l’OMS ha ammonito sul coronavirus presto e spesso, e conclude che

“Con informazioni limitate e rapidamente mutevoli, l’OMS ha mostrato una determinazione precoce e coerente nel trattare il nuovo contagio come quella minaccia che sarebbe diventata e nel persuadere gli altri a fare lo stesso. Allo stesso tempo, l’organizzazione ha ripetutamente elogiato la Cina, agendo e parlando con la cautela politica che scaturisce dall’essere un braccio delle Nazioni Unite, con poche risorse proprie, incapace di svolgere il proprio lavoro senza cooperazione internazionale.”

Ma supponiamo che Donald Trump ti abbia instillato il sospetto che queste siano solo tiritere da Dem e che Tedros Adhanom Ghebreyesus sia un burattino cinese e tu voglia confermarlo o smentirlo.

Che fai? Sentirai anche qualcuno che non aderisce a quella tesi? Cercherai, nei fatti e non solo nelle chiacchiere mediatiche (specie se pretendi di occuparti di data journalism) indizi che quella tesi sembrano smentire o ridimensionare? Studierai le analisi di chi propugna una tesi opposta?

Ebbene, Milena Gabanelli (e Simona Ravizza) non ha fatto nulla di tutto ciò. Si è limitata a collezionare il maggior numero possibile di indizi che potessero confermare la sua tesi preconcetta.

Per esempio

  • imputa ad Adhanom Ghebreyesus di avere dichiarato la PHEIC “solo il 30 gennaio, quando i contagi ufficiali sono già 7.836 e 18 i paesi coinvolti“. Perché solo? Quando avrebbe Gabanelli o gli esperti da lei intervistati, ammesso che ve ne siano stati, chiamato la PHEIC?
  • interpreta come sudditanza gli elogi rivolti da Adhanom Ghebreyesus alla Cina, circa la rapidità e l’efficacia di questa nel reagire all’epidemia.
    Eppure a noi, pur consapevoli delle limitazioni cui vanno soggette le informazioni provenienti da una società non democratica, la rapidità e l’efficacia cinesi sono apparse evidenti, e stridenti con le interminabili e fatali esitazioni di Francia, UK o USA. Anche il Guardian e il NY Times la pensano così.
  • Omette di dire che l’azione di Adhanom Ghebreyesus, che è un microbiologo, come Ministro della salute in Etiopia ottenne significativi riconoscimenti internazionali (per esempio nel 2011 dalla Yale School of Public Health)
  • Omette di precisare che l’accusa di “aver insabbiato tre epidemie di colera” in Etiopia – ripetuta più volte da Gabanelli – gli fu elevata solo nel 2017 da un consulente di David Nabarro, il candidato avverso a Adhanom Ghebreyesus per la direzione dell’OMS
  • Spende una grossa fetta dell’inchiesta per illustrare la  preponderanza cinese in Etiopia (arcinota da un quarto di secolo), per corroborare la teoria secondo la quale il presidente OMS etiope è se non suddito almeno obbligato a eterna riconoscenza alla Cina
  • Definisce, come Trump, la OMS “una agenzia ONU a guida cinese” quando gli stessi dati da Gabanelli maldestramente riportati mostrano che la stragrande parte dei supporter e contribuenti dell’OMS sono americani, inglesi, tedeschi e giapponesi…
  • Non ha letto é il Guardian né il New York Times,
  • Non cita alcuna fonte che non sia preconcettualmente ostile alla leadership dell’OMS
  • Cosa forse peggiore di tutte, Milena Gabanelli è probabilmente ignara del rapporto col quale il Global Preparedness Monitoring Board organizzato da OMS e Banca Mondiale ammoniva, nel settembre 2019, della costante minaccia di “veloci pandemie di patogeni respiratori fatali“. Cara Gabanelli…

 

Insomma, giornalismo d’inchiesta de noantri, per palati molto semplici. Assai al di sotto del livello consueto.

 

 

Minima moralia: combinato disposto

Pubblicato: 24 aprile 2020 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo, Scienza

combination(1)Scrivendo al giornale, qualcuno si lamenta della pomposa espressione ‘il combinato disposto’, che, sostiene, meglio sarebbe sostituita da ‘la combinazione’ e basta.

Ha ragione.

Anche se a me dànno più fastidio al fine (invece di per) e altresì (invece di anche e a volte invece di oppure), che dominano sovrani ogni volta che non dico un politico o un avvocato, ma anche un italiano qualsiasi predispone un avviso condominiale. Prescriverei le nerbate in piazza..

Il lettore sbaglia solo nel dire che il combinato disposto sia di origine burocratica. In realtà, esso ha qualche fondamento nella logica matematica.

Chi dice combinato disposto, in Diritto o in Politica, intende alludere alla complessità che nasce dal considerare non solo in quanti modi posso raggruppare a gruppi di k un numero pari di oggetti n, bensì anche la disposizione che i singoli oggetti assumono nei gruppi.

Questa l’intenzione iniziale. Naturalmente, il giorno successivo sarà sùbito nato l’abuso da parte di che vuol solo mettere un po’ di latinorum nei suoi poveri concetti da babbeo.

The fog of war

Pubblicato: 10 aprile 2020 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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Lt Hanson - Army Tigers

Nella nebbia della guerra, ci difettano informazioni sulle nostre forze così come su quelle del nemico, del quale fatichiamo inoltre a capire le intenzioni.

Per quaranta pagine della Certosa di Parma,  Fabrizio del Dongo vaga nel campo di battaglia di Waterloo, e non ci capisce nulla. Ma sono spesso confusi anche coloro che possono vedere le cose dall’alto. Canne, Balaclava, Little Big Horn, le Ardenne, Pearl Harbour: tutti esempi di sotto o sopravalutazioni, disinformazione, cattive valutazioni, inaffidabilità dei dati.

Mentre scrivo, nessuno sa davvero come stanno le cose. Non il medico nel reparto ospedaliero. Non il ricercatore in laboratorio. Non il modellista matematico. Qualcuno, probabilmente, sta formulando proprio adesso le domande che un giorno si riveleranno essere quelle giuste: ma non sappiamo esattamente chi sia.

Qualcuno deve prendere decisioni stando dentro questa incertezza: il politico. A costui dobbiamo rispetto. E tanto più, quanto maggiori sono il nostro carico cognitivo e la nostra disponibilità informativa, perché questi ci fanno apprezzare l’incertezza e la complessità della situazione.

PS: Per costruirvi qualche opinione, io vi suggerisco di seguire

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Bisognava seguire i moniti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sui rischi delle pandemie, moniti che pervenivano sotto forma di report annuali ricorrenti.

Non si trattava di spendere fantastiliardi o configurare le “terapie intensive” come se stesse sempre per arrivare l’Attacco degli Zombie (cosa insensata ed economicamente insostenibile).

Occorreva metter su un’infrastruttura ad hoc con un primo livello di monitoraggio e allarme, e un secondo più corposo di prima risposta, in grado di attivarsi nello spazio di una settimana.

Invece a me pare di capire che avessimo pochissimo del primo e nulla del secondo. Per esempio, i casi, ancora non è noto quanto numerosi ma sicuramente avvenuti, di troppe e strane polmoniti interstiziali bilaterali già in gennaio (se non addirittura in dicembre), avrebbero meritato, fusi ad altre informazioni (come minimo, l’allarme Cina-OMS del 31.12.2019), la dignità di allarme anziché di curiosità aneddotica.

Amen. Ma, benché già grave, tutto ciò non è ancora nulla. Abbiamo infatti avuto una seconda chance.

Tutti, anche i non addetti ai lavori, intorno a Capodanno ormai sapevano che disastro fosse in corso in Cina: lo si vedeva in tv. Questa consapevolezza avrebbe dovuto fare le veci della sostanziale mancanza di un sistema di monitoraggio e allerta: avrebbe dovuto indurci ad attuare la prima risposta.

Ossia, nei primi giorni di gennaio avremmo potuto e dovuto:

  • predisporre la catena di comando e controllo in caso di crisi sanitaria pandemica, compresa la stesura delle bozze di decreti di legge e simili, la nomina di Commissari e consulenti, eccetera
  • cominciare a chiedere alle Regioni di potenziare le unità di Terapia Intensiva, sulla scorta quantomeno delle esperienze in corso negli ospedali di Wuhan (se non dell’ammonizione annuale di OMS e Banca Mondiale circa il rischio di eventuali “veloci pandemie di patogeni respiratorii letali”)
  • predisporre un piano di allocazione dei pazienti infettivi che sarebbero esplosi se la pandemia ci avesse attaccato
  • revisionare la mappa di tutte le strutture sanitarie, dai medici di famiglia a quelle ospedaliere di vario livello ai ricoveri per pazienti a bassa morbilità, a quelli per anziani ecc.
  • iniziare a revisionare le filiere di approvvigionamento e produzione del materiale di protezione individuale che si sarebbe potuto rendere necessario al personale ospedaliero, a quello delle comunità assistenziali, ai medici di famiglia
  • idem per le attrezzature mediche utili in caso di epidemia di un patogeno respiratorio letale (vedi qui pag. 5), come respiratori, ventilatori, saturimetri, ecc le cose che i medici conoscono bene
  • avviare un’infrastruttura di monitoraggio di massa, come
      • predisporre dei siti di test nel territorio e criteri di campionamento (che ancora non vedo oggi!!)
      • procurarsi un’apposita App da distribuire a tutti per risalire più facilmente ai contatti dei contagiati scoperti
      • monitorare e tracciare scuole, carceri, RSA e comunità chiuse in genere
      • altre cose che io non so dire perché non sono un esperto

Invece, ancora nella settimana del 21 gennaio praticamente tutti, Ministro della Salute in testa e persino la stessa OMS, minimizzavano.

Solo il prof. Burioni e, ne sono certo anche se non posso citarli, altri esperti avvertivano essere il pericolo degno di nota, sebbene senza fornire dati quantitativi e dando l’impressione che comunque fosse al lavoro una rete di monitoraggio e che la prima risposta fosse già in attuazione.

Al 31 gennaio, con la scoperta dei coniugi cinesi contagiati, l’allarme divenne chiaro anche in Italia.

Ma non abbiamo veramente predisposto, se non in parte, le contromisure di cui sopra fino al 20 febbraio quanto a Codogno compare il primo malato. Due mesi di ritardo, di fronte a un fenomeno dalla crescita esponenziale che raddoppiava ogni pochi giorni.

Anzi, ancora oggi non disponiamo di buona parte di quella infrastruttura. No app, no rete per fare i test (salvo qualcosina in Emilia e Veneto), no piano -almeno noto pubblicamente- per la fase successiva al lockdown

Prendersela solo col Governo in carica, anche se in effetti la colpa contingente è sua, è quasi futile. Per molti anni abbiamo ignorato le linee-guida sull’emergenza pandemia. E non erano preparati, per dirne alcuni, neppure Francia, Spagna, Usa e Uk.

I Paesi che hanno fatto seguito ai moniti annuali OMS, come Sud Corea, Singapore, Vietnam e Taiwan (e forse anche Giappone), lo hanno fatto perché avevano visto da vicino la SARS e altre epidemie. In tal modo, essi ci stanno surclassando in fase di risposta a SARS-CoV-2.


POSCRITTO DEL 19 APRILE:

Dopo aver postato quanto sopra, ho letto ciò che gli esperti, prima del nuovo coronavirus, dicevano circa il perché praticamente nessun paese avesse il sistema di risposta che sarebbe stato necessario in caso di pandemia.

La diagnosi era che non era possibile convincere l’opinione pubblica, e quindi la maggior parte delle forze politiche, che si sarebbe dovuta fare una seria prevenzione in quell’area.

Venivano richiamate, ad esempio, le reazioni – dal freddo all’ostile – alla prospettiva di una vaccinazione di massa contro l’influenza A H1N1 del 2009: “soldi buttati via”, il “ministro un burattino nelle mani di BigPharma”, l’orrore del  controllo statale sull’individuo… Stessi discorsi, in tutto il mondo. (Mi hanno fatto ricordare che se ne parlò anche qui).

Poi, ieri, in Tv ho avuto una folgorazione, quando ho visto che si interrogavano i dirigenti della Sanità lombarda e torinese circa la presenza di posti di terapia intensiva approntati in fretta e furia nelle fiere e altri edifici pubblici, nei quali non ci sono pazienti.

In due diversi Tg, l’atteggiamento del giornalista era tra il beffardo e l’inquisitorio, come a dire “E adesso? Così dunque sprecate le donazioni dei cittadini?”.

Attraverso queste vicissitudini mi sono dunque convinto che non saremo mai pronti per una pandemia, anche se una delle prossime potrebbe essere anche peggio di quella di adesso.