Union of Concerned ScientistsLa parola d’ordine dev’essere PRAGMATISMO.

Non è vero che per frenare il riscaldamento globale dovremmo cambiare radicalmente il nostro stile di vita.

Quello che possiamo fare è alla nostra portata, ed è scritto nei rapporti elaborati dal Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici: entro undici anni dovremmo ridurre della metà le emissioni di CO2, metano e N2O (più alcuni altri gas) rispetto a i livelli del 2017, e poi portarle a zero entro altri trenta anni.

Ciò si ottiene (1) utilizzando principalmente (non esclusivamente) sistemi energetici a basse emissioni di carbonio, come quelli basati su energia eolica, solare, geotermica, nucleare, idroelettrica, ecc; (2) modificando alcune politiche agroalimentari e di allevamento; (3) catturando CO2 nell’atmosfera e pompandola sottoterra.

L’obiettivo più difficile è quello del 2030 (e temo lo mancheremo). Ma non si deve presumere che la riduzione della metà delle emissioni di biossido di carbonio implichi una revisione apocalittica dello stile di vita, in Occidente o in Oriente.

Un approccio pragmatico è di gran lunga preferibile a un approccio radicale. Gli approcci radicali e ideologici provocano aspre reazioni popolari, manicheismo, discussioni politiche senza fine e in definitiva inazione.

Prendiamo i Gilet Gialli, partiti dalla protesta per un piccolo aumento del prezzo della benzina. I governanti saggi sanno che, se si vuole introdurre una tassa per motivi ecologici, occorre abbassare approssimativamente di un importo uguale alcune altre tasse sulle stesse coorti di cittadini .

A volte si può evitare del tutto la tassa ecologica: ad esempio, riducendo il limite di velocità del 10% si otterebbe una discesa esponenziale delle emissioni. Si potrebbe anche, e forse è questa la singola misura più utile, incentivare le persone a sbarazzarsi di quel 25% di veicoli a motore che producono due terzi delle emissioni.

Oppure si può combinare le tre misure, la tassa, il limite di velocità, gli incentivi, per raggiungere un obiettivo globale.

Sembrano, sono, cose facili da fare. E senza dare la stura a grandi dibattiti sul futuro della civiltà.

E non è che un esempio. Un pragmatismo simile può essere adottato sulla produzione di carne e quella di oli alimentari, sulle fonti rinnovabili di energia, o su incentivi economici per la “decarbonizzazione”.

Un approccio pragmatico consiste anche nel focalizzare l’attenzione innanzitutto sui principali colpevoli:

(A) Il 70% delle emissioni di gas serra sono dovute a (a) produzione di energia elettrica, (b) agricoltura, allevamento, silvicoltura e altri usi del suolo, (c) produzione industriale. Concentriamoci su questi primi, entro il 2030, con magari un focus meno ossessivo sui trasporti (14% delle emissioni), edifici (6%) e altre fonti (10%).

Assistiamo a estenuanti discussioni, nei media e in politica, su auto elettriche e edifici intelligenti. Ma il grosso del problema è altrove.

(B) Sette paesi più l’UE generano due terzi delle emissioni da combustibili fossili. Sembra ovvio che gli sforzi politici dovrebbero concentrarsi soprattutto lì, con un’attenzione minore agli altri 200 paesi.

(C) A proposito di industria (che è responsabile del 25% delle emissioni totali di gas serra), solo 90 imprese sembrano aver prodotto il 63% di CO2 e metano introdotti dalle attività umane nell’atmosfera dal 1854 al 2010. Queste comprendono 50 società di proprietà di investitori privati, 31 società di proprietà statale e 9 stati-nazione, che producono petrolio, gas naturale, carbone e cemento. L’autore dello studio ha osservato che i massimi dirigenti di tutte queste entità occuperebbero solo un paio di autobus se si riunissero per parlarne…

La roboante retorica di una completa reingegnerizzazione della vita umana sulla terra può essere utile per attirare l’attenzione sul problema del riscaldamento globale e in qualche modo utile per fissare obiettivi molto generali, identificando le forze politiche in gioco. Ma per quanto riguarda il da farsi, la risposta è davanti al nostro naso e alla portata di tutti.

 

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Mi accorgo che molti non sanno nulla del riscaldamento globale. La questione è in realtà alquanto semplice da spiegare.

La temperatura della superficie terrestre ha attraversato numerose altalene. Da alcuni decenni, però, l’evidenza paleoclimatica indica che l’aumento di temperatura in atto adesso è circa dieci volte più rapido della velocità media dei riscaldamenti avvenuti alla fine delle ultime sette ere glaciali.

gton30A ciò si è aggiunta l’osservazione di un veloce e, nell’intensità, inedito aumento della presenza di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera.

Proprio da queste due principali constatazioni partì la discussione scientifica sul riscaldamento globale in atto, con controversie che si sono spente all’incirca dopo il 2005. I negazionisti, oggi, fanno ancora circolare le tesi degli studiosi che 25-30 anni fa non erano d’accordo sull’origine antropica del riscaldamento globale. E quelle tesi erano rispettabilissime allora. Ma sono state in seguito confutate e superate.

La famosa CO2 c’entra per la ragione seguente. I “gas serra” abilitano la nostra vita sul pianeta. Senza di loro, la radiazione solare terrebbe la temperatura media della superficie terrestre a soli -18°C; sono invece proprio i gas serra a impedire alla gran parte del calore di venire riflessa verso lo spazio, e così quella temperatura sta intorno ai +15°.

Ossia: minuscole e pressoché invisibili molecole di vapor acqueo (soprattutto) e di gas, come il CO2, consentono la presenza dell’uomo sulla Terra.

Purtroppo, da molti decenni questo provvidenziale effetto serra si è guastato per via di extra emissioni di alcune di quelle molecole, specie CO2, metano ed N2O, causate da deforestazione, agricoltura, allevamento e soprattutto combustione di carbone e petrolio.

Con appena un terzo di quelle molecole gassose in più, l’effetto serra ha accelerato in modo abnorme e sta scaldando troppo la superficie terrestre, soprattutto dal 1975-1980 in avanti.

L’analfabeta del mese

Pubblicato: 22 gennaio 2019 da Paolo Magrassi in consumatori
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neandL’analfabeta digitale del mese è Lombardia Informatica Spa.

In Lombardia abbiamo la Carta regionale dei Servizi. Il suo numero serve anche come login per accedere al proprio fascicolo sanitario online e farci un sacco di cose utili.

Certo, nessuno, neppure il mio medico che pure è giovane, ha mai usato la mia tessera né guardato il mio fascicolo sanitario online, e in pratica la card viene usata solo dagli amministrativi (di ospedali, case di cura, studi medici, e uffici di ogni genere, come sportelli bancari o commercialisti) e solo per desumerne il codice fiscale. NB: Lombardia informatica conta tutti quegli accessi come se fossero effettivi utilizzi di fascicoli sanitari, vantandone il successo. Ma non si capisce se c’è o ce fa

Insomma, la Carta dei Servizi lombarda sembrerebbe quasi inutile. Eppure io ne sono felice: abbiamo il fascicolo sanitario online, il potenziale è là! Non ci resta che capirlo, e sfruttarlo per vivere tutti meglio, medici e cittadini, anziché limitarci a mugugnare. E’ la digitalizzazione, bellezza!

Ci sono tuttavia alcuni piccoli ostacoli, che spetta alla Regione di superare…

Per esempio, è vero che la maggior parte delle persone non sa scegliere una password, ma per aggirare il problema i progettisti si sono lasciati prendere la mano da un’ossessione di sicurezza adatta non a un’applicazione sanitaria bensì ai Servizi Segreti, e destinata a ottenere effetti opposti a quelli che si prefigge.

Per fare login da un pc, non bastano (1) le dieci cifre (!!!) del numero della Carta e (2) la password (di quelle stupide, coi caratteri strani): serve anche (3) un codice usa e getta che loro ti mandano sul telefonino, e che consta di ben otto cifre. E’ come se dovessimo avviare un drone da combattimento della CIA.

In online banking puoi fare un bonifico da €99.000 con degli usa-e-getta di 5-6 cifre, e se vuoi solo vedere il tuo estratto conto, senza modificarlo, bastano login e password. Se invece voglio anche semplicemente vedere il mio fascicolo sanitario, mi si chiede l’usa-e-getta oltre a tutto il resto… Perdipiù, il livello di sicurezza non può essere fissato in parte dall’utilizzatore: è prestabilito da loro, al livello massimo possibile. Il contrario della usabilità.

Poi: la password regionale ti scade ogni sei mesi. Non solo: sullo smartphone, ogni volta che la Regione invia un aggiornamento della app, bisogna ripercorrere per intero il noioso processo di autenticazione (cosa che non accade, per esempio, alle mie app di online banking. O a quella di Amazon. O a quelle di email).

La app Salutile/Ricette serve per stampare le ricette “elettroniche” (😂) e portarle in farmacia. La app, che non è in grado di utilizzare l’accesso biometrico dello smartphone né sa se esso è almeno protetto da una password, pretende una sua password per essere utilizzata sul mio iPhone. Che è un codice numerico di otto cifre, naturalmente diverso dalla password che usi per accedere al fascicolo sanitario via pc.

Non solo: quel codice scade ogni tre mesi. Risultato? Per non dimenticarlo (la app si usa di rado, com’è ovvio), io lo devo scrivere nell’iPhone ogni volta che lo rinnovo (aggiungendo 1 al numero precedente).

Una password dovrebbe essere memorabile per l’utente e difficile da indovinare per il pirata. Scrivere le password, e generarne di nuove che somigliano alle precedenti, è il contrario della sicurezza. Ma a questo mi costringe il vetusto e angusto software di Lombardia Informatica. Non solo. Per antica consuetudine di vecchio informatico diffidente, io mi segno il codice in forma crittografata, e questo aggiunge un pochino alla rottura di scatole, ravvivando in me, a ogni utilizzo, un antipatico ricordo degli autori.

jbInsomma: per aiutare questa utile innovazione a diffondersi tra cittadini e medici,  cosa che non sta succedendo dalla sua introduzione molti anni fa (quando per usarla era addirittura necessario comprare un apposito lettore di smart card!!!), sarebbe tempo che la gestione del software venisse trasferita da James Bond a qualcuno che sappia di applicazioni nel mondo reale.

(PS: Ho scritto queste cose a Lombardia Informatica e loro mi hanno risposto che la legge gli impone di comportarsi così. Strano. Non ho contezza di leggi che fissino forma e lunghezza delle password. E l’uso dell’autenticazione a due fattori è stato introdotto da organismi finanziari come la BCE, che non incoraggiano a inviare usa-e-getta di otto cifre per accedere in sola lettura ai propri dati.)

fiat-panda-4x4-noleggio-a-lungo-termine-728x452L’Automobile Club tedesco, Adac, ha da poco pubblicato i risultati dei suoi test ecologici sui modelli di auto 2018, test che si spingono molto più in profondo, quanto a cura e precisione, rispetto ai formalismi delle classificazioni “Euro”, per conseguire le quali bastano prove di laboratorio senza connotati di praticità stradale.

Le cinque stelle ecologiche Adac sono state ottenute da sette modelli di auto, tutte elettriche tranne una: la Panda 0.9 Twinair Natural Power. La Panda bifuel gas/benzina è davanti, per dire, a Tesla Model X, Jaguar iPace e Toyota Yaris Hybrid.

La classifica di Adac infatti si sforza di prendere in considerazione la globalità dei fattori: di un veicolo elettrico, per esempio, stima anche gli inquinanti emessi dai camini delle remote centrali elettriche che lo ricaricheranno. (La stessa cosa fa il Governo di Singapore da qualche anno, per calcolare ecotasse e incentivi sul parco circolante).

Il problema climatico si affronta seriamente innanzitutto con soluzioni tattiche e pragmatiche, implementabili qui e ora, che devono certo poggiare su visioni strategiche di fondo ma contenere tanta risolutezza e poco latinorum.

Dunque, non «modificare entro il 2060 la matrice energetica del pianeta» o «convertirsi a un nuovo modello di sviluppo» o «Milano zero emissioni nel 2030» (tutte chiacchiere destinate a essere disattese) o premiare ciecamente solo i veicoli elettrici: bensì operare chirurgicamente azioni mirate e sùbito utili.

Gli interventi sui divieti di circolazione operati a fine 2018 da alcune regioni italiane del nord vanno bene, anche se dovrebbero essere più severi (perché libera circolazione agli ecologicamente orribili furgoni commerciali?) e accompagnati da incentivi più allettanti.

E bene le ecotasse e gli incentivi attuati in questi giorni dal Governo: ma perché non c’è la Panda bifuel?

E cosa aspettiamo a ridurre un poco i limiti di velocità (con conseguente risparmio ecologico più che proporzionale), come si sta facendo in tutti i paesi avanzati?

E magari a installare un paio di impianti nucleari EPR nei prossimi dieci anni, dopo esserci sbarazzati degli assurdi vincoli indotti da quel grullissimo referendum populista?

Luoghi comuni, oltre il PIL

Pubblicato: 11 dicembre 2018 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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Joe Stiglitz torna sulla, a mio parere urgente, questione dell’andare oltre il PIL, ma lo fa senza lasciare veramente il segno. e limtandosi ad autocitarsi, da trombone qual è diventato.

Così già fu in passato, quando il presidente Sarkozy lo cooptò nella commissione divenuta poi nota come Stiglitz-Sen-Fitoussi, con l’incarico di mettere a punto metriche e linee-guida per aiutare il governo francese e poi il mondo ad andare oltre la semplicistica rilevazione del PIL per misurare il progresso.

E’ un tema di cui si parla da mezzo secolo, dopo un famoso discorso di Bob Kennedy. Ma non se ne esce. Perché? Perché, come temo di avere ripetuto qui già parecchie volte, la qualità della vita è un concetto politico, fortemente influenzato dalle condizioni sociali di chi ne parla. Non è lo stesso per tutti. Non può essere stabilito in modo dirigista da un’Autorità superiore.

L’aria pulita è un valore fondamentale e primario per società sviluppate e ricche, ma non importante per i paesi emergenti poveri. La qualità del sistema universitario è importante per le famiglie che potranno usufruirne ma non conta un fico secco per l’autista peruviano di Amazon, schiavo immigrato. Trasporto pubblico e piste ciclabili sono valori onorati nelle classifiche dei magazines, ma irrilevanti per ci viaggia con lo chauffeur o per i gilet jaunes.

E così via per ogni criterio che possiamo farci venire in mente e scrivere sui libroni dell’Ocse e dell’Onu.

Quindi, per andare oltre il PIL il mondo (Ocse, Onu, FMI, World Bank, ecc.) dovrebbe intanto concordare una serie di parametri (e qui già abbiamo molto materiale). Poi, ogni paese, ogni anno, dovrebbe assegnare pesi a ciascun parametro di questo tipo per ottenere il proprio NuovoPIL annuale. Servirebbe un consenso globale sia sui metodi per misurare i parametri, sia sulla elasticità concessa nell’attribuzione dei pesi: e questa è la parte difficile.

A fine di ogni anno, potremmo vedere il progresso di ogni paese e del mondo misurato con un solo indice normalizzato, come il PIL. Sarebbe bello. E utile, per orientare le azioni future e smetterla di parlare soltanto di ragioneria.

impostures-intellectuellesSono stato divertito, poi inorridito e infine immalinconito dalla lettura di Fashionable Nonsense: Postmodern Intellectuals’ Abuse of Science, in cui i fisici Alan Sokal e Jean Bricmont passano in rassegna le assurdità scritte su argomenti scientifici da intellettuali francesi che raccolsero grande successo sia mediatico sia accademico all’epoca del «nebuloso Zeitgeist che abbiamo chiamato “postmodernismo”», per usare le parole degli autori.

Per mia colpa e disonore, il libro ha raggiunto la mia attenzione solo oggi, più di vent’anni dopo la prima pubblicazione in francese nel 1997.

Dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Novanta, gli autori francesi Gilles Deleuze, Félix Guattari, Jacques Lacan, Julia Kristeva, Luce Irigaray, Bruno Latour, Jean Baudrillard, Paul Virilio e molti dei loro discepoli a volte religiosamente devoti scrivevano lunghe pagine senza senso nel maldestro tentativo di importare (inutilmente) concetti matematici e fisici nelle loro discipline, come la psicoanalisi, la linguistica o la filosofia.

Così facendo, essi dimostrarono una conoscenza superficiale e spesso superata della maggior parte dei termini impiegati (parliamo di paroloni come ad es. funzione, ascissa, caos, infinito, velocità, topologia, costante universale, cardinali transfiniti, numeri irrazionali, numeri immaginari, teoremi di Gödel, serie di Taylor, geometria di Riemann o euclidea, …). Ma la naïveté scientifica non impedì loro di infarcire molti dei propri scritti, compresi i più importanti e celebrati, con abbondante terminologia con pretese di scientificità.

Forse lo facevano con la genuina intenzione di mostrare l’applicabilità di taluni concetti scientifici nelle loro discipline. In tal caso, però, avrebbero dovuto come minimo spiegare (se non dimostrare) tale presunta applicabilità. Ma non l’hanno mai fatto.

Date un po’ un’occhiata a questo PDF del libro o, come vi suggerisco caldamente, procuratevi una copia in biblioteca o libreria, e, horribile visu, guardate coi vostri occhi

>>> Lacan vaneggiare di “topologia psicoanalitica” (pagine 19-24); confondere numeri irrazionali e numeri immaginari (25); scrivere formule ridicole (inducendo gli autori a sospettare che egli stia semplicemente prendendo in giro il lettore, pagina 26); costruire un collegamento immaginario tra logica matematica e linguistica (30); ed essenzialmente mostrare un’erudizione assai superficiale che meglio avrebbe fatto a nascondere (36);

>>>Deleuze e Guattari proferire parole come “caos”, “ascissa”, “funzione” o “acceleratore di particelle” in totale dispregio dei loro rispettivi significati scientifici e senza alcuno scopo diverso da uno forse metaforico che tuttavia non spiegano (pagine 156-157); ignorare l’evoluzione dell’analisi infinitesimale nei due secoli precedenti (160-161); delirare sulla biologia (166-167):

>>> Kristeva confondere l’insieme [0,1] della logica booleana con l’intervallo [0,1] della retta reale (pagine 39-40); applicare allo studio dei testi poetici, senza offrire alcuna giustificazione sia essa letterale o metaforica, l’assioma della scelta dell’insiemistica, di cui mostra di saper quasi nulla (43-44); e in definitiva «tentare di impressionare il lettore con parole stravaganti che evidentemente non capisce» (pagina 48).

>>> Irigaray pensare che Einstein fosse interessato a “accelerazioni senza riequilibrazioni elettromagnetiche” (un concetto senza senso, pag 107); confondere Relatività speciale e Relatività generale (107); sostenere che E=mc2 è una “equazione sessista” perché “privilegia la velocità della luce rispetto ad altre [imprecisate, NdT] velocità che sono vitali per noi” (109); vaneggiare di meccanica dei fluidi (110-116); pasticciare con l’abc della logica matematica (117-120);

>>> Latour discettare di Relatività senza capire il concetto di sistema di riferimento (125-128); e chiudere un suo saggio pasticciato sul tema affermando di avere “insegnato qualcosa” ad Einstein (130).

Una volta colte colle mani nella marmellata, le star “postmoderniste” risposero che la terminologia scientifica nei loro scritti è usata metaforicamente e non dovrebbe essere presa alla lettera. Poi, messi alle strette, arrivavano al punto di affermare che i loro testi non erano né letterali né metaforici e che i critici provenienti dalla “scienza dura” semplicemente non avevano gli strumenti culturali per capirli.

Ma che tristezza, amici! Se avete fatto il primo biennio di matematica o fisica o chimica o ingegneria, o semplicemente avete alle spalle un buon liceo scientifico, risolverete quella polemica, ahinoi, molto semplicemente: vi basterà leggere le pagine che ho indicato sopra … Fatelo. E poi chiedetevi, con me: che bisogno c’era, di scrivere quelle fesserie? Come può una persona colta degradarsi a tal punto?

I difensori delle stelle si risolsero infine a dire che il libro di Sokal e Bricmont faceva parte di un più ampio attacco conservatore americano agli intellettuali francesi di sinistra. Vabbè… Ma che tristezza, amici, che delusione (La mia Parigi dei Settanta 😢)! A chiunque sappia distinguere una serie di Taylor da un hamburger, risulta evidente, dopo aver letto quegli obbrobbrii, che anche se il libro fosse stato fabbricato furtivamente a Langley, i testi originali in esso contenuti non sono mai stati rinnegati: cioè, la CIA potrebbe aver inventato il commento, ma il testo francese di origine è lì per noi da contemplare, purtroppo.horror La Logique du sens di Deleuze o i séminaires di Lacan non sono mai stati ripubblicati previa rimozione delle stupidaggini pseudoscientifiche. Vien da piangere.

Gli autori Sokal e Bricmont furono colpiti dal fatto che quegli intellettuali non si fossero preoccupati di offrire spiegazioni circa il come i vari concetti scientifici che essi sollevavano potessero essere applicati alle loro discipline: in che modo, quegli strumenti delle scienze “dure” potrebbero risultare utili in psicoanalisi, in linguistica, in critica letteraria? Nessuno lo ha mai chiarito.

Da parte mia, sono invece rimasto scioccato dal fatto che qualcuno che abusa di concetti sui quali non sa nulla e li infila in testi finalizzati a épater le bourgeois possa non solo diventare famoso nei media ma anche conquistare cattedre nelle principali università parigine. O forse questi eccessi sono finiti, dopo la furia degli anni Settanta? Non lo so più.

E poi, la domanda delle domande: si tratta di occasionali scivoloni, infortuni che occorrono a chiunque, grandi compresi, anche per iscritto, e che non macchiano l’opera omnia?

Che diamine. Abbiamo sempre saputo che gente come Lacan o Deleuze non si occupavano di scienza, ma che importa? Ciò non gli impediva di essere importanti e profondi comunque. Io amo e per quel che posso coltivo la scienza, ma scientista non sono. Sospetto, con Polonio, che il Vero possa essere un Mentitore; con Dylan, che la Verità sia un discorso da ubriachi; con Amleto, che ci siano più cose in cielo e in terra, di quante ne sogni la filosofia. Epperò: uno che può essere cialtrone studiato per 50 pagine, può essere credibile per le restanti 250?

E: se essi dopo il libro qui in oggetto non hanno fatto un po’ di retromarcia, significa (a) che credevano veramente alle corbellerie che avevano scritto oppure (b) che erano così glorificati e supponenti da ritenersi al riparo da una critica radicale? E poi Barthes, Derrida, Foucault, che li incensavano per quelle opere gravide di stupidaggini? Mio Dio 😱

Post scriptum: La storica della fisica Mara Beller scrisse (su Physics Today nel 1999) che non è del tutto giusto incolpare i filosofi postmoderni di aver tratto conclusioni senza senso dalla fisica quantistica, dal momento che molte di quelle conclusioni furono tratte anche da alcuni insigni fisici quantistici, come Bohr o Heisenberg quando si avventurarono in filosofia. E’ vero. Ma né Bohr né Heisenberg ebbero fama e posizioni accademiche per aver scritto assurdità: iniziarono a dare i numeri dopo essere diventati leggende …

ignorants

Ancora nessuno che, dopo l’uscita del grande scienziato politico Beppe Grillo, si prenda la briga di “studiare” almeno con Google la famosa questione del sorteggio dei parlamentari!

Scoprirebbero che sul tema ci sono importantissime opere italiane da citare.

Per esempio e per restare al presente, Democrazia a Sorte. Ovvero la sorte della democrazia (Malcor D’ Edizione 2012), di M. Caserta, C. Garofalo, A. Pluchino, A. Rapisarda, S. Spagano.

Opera (basata su un precedente lavoro scientifico) che, a differenza di tutte le altre tirate in ballo in questi giorni, non si limita a filosofeggiare ma utilizza anche un modello matematico.

Simulando con agenti un parlamento virtuale, gli autori immaginano di introdurre una componente di deputati selezionati a caso, per sorteggio, tra tutti i cittadini, che faccia da ago della bilancia tra i due schieramenti di maggioranza e minoranza. E ritengono di avere dimostrato che esiste un numero ottimale di questi deputati indipendenti dai partiti in grado di massimizzare l’efficienza del parlamento.

Caserta e Spagano sono economisti; Rapisarda e Pluchino, fisici; Garofalo, sociologo.