Supercazzole, quiproquò, e il rischio di risolvere le ingiustizie istituendo una polizia etica.

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Un tale chiama per ordinare da Pizza Hut, nella finzione divenuta Google Pizza dopo un’acquisizione, e scopre che sanno tutto di lui, dai dati finanziari a quelli clinici, e che li incrociano ed elaborano non solo per consigliargli che pizza ordinare ma anche per dargli consigli medici e altro ancora.

Questo dialoghetto senza pretese dovrebbe essere mostrato alle persone che sono stupite e affascinate dalla mitica “intelligenza artificiale”, per aiutarle a capire che non esiste un confine tra software non intelligente e software intelligente: si tratta in realtà di un’ampia area grigia. Ad esempio, nessuna delle tecnologie implicate in questo dialogo sarebbe oggi etichettata come “AI”, tranne il chatbot nel caso non fosse un essere umano a rispondere al telefono:

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Ci sono persone che si precipitano alle discussioni sull’intelligenza artificiale (congressi, convegni, articoli, interviste, cattedre universitarie dai titoli fantasiosi) perché la supercazzola “Artificial Intelligence” è irresistibilmente sexy ed offre loro l’opportunità di fingersi intellettuali rinascimentali che spaziano da gran signori in tutti i campi dello scibile, dall’umanesimo all’high tech. Esercizio, peraltro, divenuto enormemente più arduo dai tempi di Leibniz, a causa della mostruosa dilatazione degli ambiti e dei metodi scientifici, e degli strumenti tecnologici.

Una delle cose che sfuggono alla maggior parte di quelle persone è che, anziché  di “etica dell’AI”, dovrebbero discutere di etica del software.

Tutte le questioni che vengono sollevate oggi nelle discussioni sull’etica dell’AI, come ad esempio pregiudizi di genere, pregiudizi razziali, errori giudiziari o problemi di privacy, esistono anche al di fuori di ciò che è attualmente etichettato come “AI”, esistono cioè anche nel software non AI. Il dialoghetto qui sopra non è che un esempio. Un altro esempio sono gli algoritmi che—accoppiati a banche dati—predicono il tasso di criminalità e persino l’evenienza di atti criminali nei territori, algoritmi che esistono da decenni prima che intorno al 2011 le reti neurali artificiali, ossia il nerbo dell’attuale AI, prendessero abbrivio.

L’unico aspetto etico che è forse specifico dell’AI di oggi rispetto alla maggior parte degli altri sistemi software è che possono sorgere responsabilità legali più sottili perché il software dell’AI modifica la propria struttura logica in base ai dati di input. E diventa difficile mettere in relazione le decisioni con i dati quando centinaia di miliardi di parametri sono coinvolti. Tuttavia, in pochi anni la maggior parte del software sarà integrata con ciò che attualmente chiamiamo “AI” (tipo le reti neurali), quindi, di nuovo, la presunta questione legale dell’AI si confonderà nelle questioni legali del software.

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C’è poi un’altra questione concernente questo materiale così difficile da maneggiare—specie al di fuori dei circoli filosofici—che è l’etica.

Prendiamo ad esempio i pregiudizi.  Ce ne sono di etici ma anche di pratici, classificabili tra i semplici errori. Nel riconoscimento facciale, ad esempio, il classificare erroneamente il sesso delle donne dalla pelle scura con un tasso di errore quaranta volte maggiore a quello degli uomini dalla pelle chiara è un pregiudizio pratico: è un sintomo di inaffidabilità del sistema. (Quando è stato rilevato questo problema, è stato costruito un nuovo set di dati annotati di training del sistema di AI, composto da un mix equilibrato di persone per genere ed etnia).

Ma persino anche i veri pregiudizi, come gli stereotipi di “incitamento all’odio” o “razzisti” e “sessisti” nei discorsi e nelle reti sociali, non sono sempre identificabili in modo univoco perché persone diverse possono avere al riguardo intendimenti diversi.

Io magari non credo in Dio, ma molti altri sì. Io penso che le ragazze dovrebbero andare a scuola, ma molte famiglie in Africa e in Asia no. Venero la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (ex Dichiarazione universale dei diritti umani), ma circa il dieci per cento dei paesi, inclusa la Cina, non lo fa. Penso che le donne dovrebbero avere il diritto all’aborto, ma una minoranza significativa di esseri umani sembra non essere d’accordo. E così via.

Questi conflitti sono difficili da risolvere. Alcuni impossibili. Tutto ciò che possiamo fare è modulare, mediare punti di vista e culture contrastanti. Ergo, non è per nulla facile addestrare le reti neurali artificiali su campi più civili e liberi dai pregiudizi. Temo che addestrandole anche su Facebook in arabo e Tik Toc in cinese, come si è proposto, si otterrà una moltiplicazione, non una diminuzione delle distorsioni e dei pregiudizi.

Auguro la migliore fortuna ai progetti in corso—come ad esempio BLOOM—tesi ad assicurare “etica nei sistemi AI”. Oltre a essere a volte intrapresi da persone confuse circa il ruolo del software nella nostra vita, quei progetti camminano sul sottile crinale che li separa dalla tentazione di istituire “polizie etiche” poco simpatiche.

Arti e corporazioni energetiche

Pubblicato: 30 luglio 2022 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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Museo Casa di Dante

Col PNRR, ossia principalmente con i quattrini (oggi detti “risorse”) delle future generazioni, doniamo anche 2 miliardi alle Comunità Energetiche: circa mille euro per ogni kW di potenza installata. (Due miliardi equivalgono alla paga annuale di centomila lavoratori dipendenti).

Nato negli anni Settanta e incoronato da una Direttiva europea del 2001 (!) che l’Italia recepisce nel 2020 (!!), il concetto di Comunità Energetica potrebbe forse essere utile almeno pedagogicamente perché ci obbliga a riflettere intorno al nostro consumo energetico personale, familiare e di prossimità. Però si fatica a comprendere come finanziandone venti o cinquanta si possa modificare la cultura di 60 milioni di italiani.

Inoltre sarebbe tempo di aggiornare il contenuto del programma così come esposto da un documento AESS/ENEA di un paio d’anni fa, che sembra ancora troppo ispirato, come quella stessa Direttiva europea, a un’epoca – gli anni Ottanta – in cui l’esaurimento delle fonti era il problema energetico numero uno, la crisi climatica (il nostro vero grande problema) non era ancora ben compresa, e la globalizzazione non era esplosa.

Io ho visitato, in Italia e altrove, alcune delle Comunità Energetiche intorno alle quali il documento AESS/ENEA intesse peana. Sono imperniate su piccole centrali idrolelettriche e/o caldaione industriali di legno/pellet, le quali ultime all’ambiente fanno addirittura male, non bene. Inoltre, un po’ in tutta Europa esse tendono ancora a essere concentrate in territori tradizionalmente poco amanti dello Stato centrale (anche quando magari ne traggono immensi benefici), inducendo a sospettare, forse ingiustamente, che il “socialismo utopistico” della Comunità Energetica sia il travestimento di una spicciola mentalità settaria e separatista.

E poi, benché sia (come ai bei tempi delle “rinnovabili”) tuttora interessante ragionare intorno alla compenetrazione tra produzione bottom-up e produzione centralizzata, il respingimento aprioristico della seconda, che oltre al grosso dei MW porta con sé un enorme bagaglio di competenze, appare poco condivisibile e direi che converebbe semmai ragionare in termini di integrazione.

Questo documento AESS/ENEA trasuda di un impianto ideologico: l’energia è un bene comune, mentre la grande industria petrolio-gas-carbone è figlia del capitalismo e ha portato, insieme al depauperimento delle fonti e alla crisi climatica, anche le disuguaglianze.

Si tratta di una visione interessante ma troppo sbrigativa e monca. Per prima cosa, verrebbe risolutamente contestata dalle centinaia di milioni di cinesi, malesi, indonesiani, filippini, e coreani che prima del 1990 erano alla fame mentre oggi non lo sono più. Secondo, “le disuguaglianze” sono diminuite dall’Ottocento a oggi. Terzo: siamo sicuri che il megaindustrialismo energetico possa essere definito prerogativa esclusiva del capitalismo, visto che è stato praticato anche dal comunismo e dalla socialdemocrazia meno neoliberista?

Ed è difficile pensare di risolvere il problema eliminando gli imprenditori e ripudiando le attività capital intensive salvo che non prendano la forma di contributi statali. Né appare intelligentissima la scelta di tener fuori da progetti come questi aziende come ENEL o ENI, che di energetica sanno di più dei firmatari del documento AESS. [*]

Ma soprattutto, a me pare che la crisi climatica sia figlia meno del capitalismo che della nostra ignoranza e della nostra pervicace propensione -che abbiamo rivisto col covid- a diffidare degli esperti abbandonandoci a cialtroni e profittatori. Costoro si prendevano gioco di noi anche quando, come nel Medioevo, eravamo tutti racchiusi dentro isolate comunità, anche energetiche.

[*] A proposito, firmatari: nessun anglofono scriverebbe mai no profit nel senso che volete dare voi al termine. Semmai non-profit, nonprofit, not-for-profit. No profit è come no smoking, ossia “non fumare!”, “vietato fumare”. Non smoking, invece, è quel che intendete voi con no profit ossia non lucrativo, non a scopo di lucro. 😉 Reme tene: verba sequentur.

Avanzi di clima

Pubblicato: 20 luglio 2022 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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Circolano ancora, propagate da gente distratta, una serie di corbellerie sul cambiamento climatico. Esaminiamone due che hanno qualche pretesa di scientificità:

(1)

“Il Sole è una macchina potentissima che può modificare il nostro clima come e quando vuole. E’ già successo nella storia del pianeta. E’ solo lui, che può determinare la temperatura della Terra. Il resto sono fattori trascurabili”. Ogni tanto si incontra ancora qualcuno che parla così. Si tratta di persone disinformate, che ripescano, inconsapevoli, avanzi di un dibattito scientifico conclusosi più di 20 anni fa…

Le varie possibili cause di orgine solare del riscaldamento globale in corso furono ovviamente studiate tra le prime, allorché, a partire dagli anni Ottanta, crebbe l’impressione che l’aumento della T globale media fosse molto più rapido dei riscaldamenti avvenuti alla fine delle ultime 7 ere glaciali.

Ma alla fine, all’incirca intorno all’anno 2000 prevalse definitivamente la teoria ‘antropica’, ossia la constatazione che siamo di fronte a una degenerazione dell’effetto-serra causato dalle nostre emissioni.

Il Sole è sì una formidabile centrale a fusione nucleare, ma è noto che in forza della pura e semplice radiazione solare, per grandiosa e poderosa che sia, la temperatura media della superficie terrestre si aggirerebbe intorno ai -18°C.

Lo imparavamo molto presto a scuola e credo/spero si impari anche oggi: è proprio l’effetto-serra a consentire la vita umana sul pianeta. E’ grazie a lui che la T media dell’atmosfera è intorno ai +15°C e non ai -18. E l’effetto serra lo producono i gas come CO2, metano e qualche altro: insomma i GHG (greenhouse gases).

Dopo la definitiva prevalenza scientifica della causa antropica del riscaldamento globale, ossia la presa di coscienza che l’uomo aveva rotto il fragile equilibrio dell’effetto serra, rimasero solo pochissimi cani sciolti (onore al merito! La ricerca serve a mettere in discussione) a indagare varianti delle vecchie teorie naturalistiche: tra essi Ole Humlum (geografo di Oslo), Wibjörn Karlén (geofisico svedese), Khabibullo Abdusamatov (astrofisico all’Osservatorio Pulkovo), Nir Shaviv (fisico di Gerusalemme), Vincent Courtillot (geofisico francese), Henrik Svensmark (fisico del sistema solare, danese), Nicola Scafetta (fisico della Federico II).

Ma ormai negli ultimi dieci anni circa anche costoro non sono più stati attivi. Coloro che, come Antonino Zichichi nel 2017, ancora riesumavano quelle teorie, peraltro mai in congressi scientifici o pubblicazioni consone (Zichichi sul Il Giornale), mostravano chiaramente di non essere al corrente degli sviluppi scientifici del quindicennio precedente. (Intanto, 35 Nobel firmavano nel 2015 la Dichiarazione di Mainau sull’urgenza del cambiamento climatico causato dall’uomo, seguiti negli anni da un altra cinquantina di colleghi).

Tale obsolescenza informativa è un peccato, perché i principali costruttori di quel progresso scientifico erano, e ancora sono, fisici dell’atmosfera ossia in qualche modo colleghi degli Zichichi e dei Giaever (per dire di un altro simpatico malmostoso pure lui del ’29). Dico “in qualche modo” perché la fisica è un immenso coacervo di specializzazioni lontane tra loro. Si suole dire che l’ultimo a padroneggiare tutta la disciplina, divenuta poi troppo articolata, fosse Enrico Fermi, morto nel 1954.

Dunque i malmostosi avrebbero potuto, e anzi dovuto, se proprio volevano esprimersi sui media, consultare se non le pubblicazioni almeno l’elenco degli autori del rapporto ONU Climate Change 2013: The Physical Science Basis, e segnatamente il capitolo più critico di tutti ossia Chapter 9 – Evaluation of Climate Models:

  • Jochem Marotzke, Max Planck Institute for Meteorology, Germany
  • Valérie Masson-Delmotte, Ph.D. Physique des fluides École Centrale Paris, Ingegnieur, École Centrale Paris
  • William Collins, PhD Astronomy and Astrophysics, Univ of Chicago, MS Physics, Princeton
  • Peter Cox, Climate System Dynamics, Univ of Exeter, UK
  • Veronika Eyring, PhD Physics, University of Bremen, Diplom Physics University of Erlangen, Germany
  • Vladimir Kattsov, Director, Voeikov Geophysical Observatory, Russian Federal Service for Hydrometeorology
  • Isaac Held, PhD Atmospheric and Oceanic Sciences, Princeton, MS Physics, University of Minnesota
  • Seita Emori, PhD Earth Science, University of Tokyo
  • Chris E. Forest, PhD Meteorology, MIT, BS Applied Math, Engineering, and Physics, Univ. of Wisconsin-Madison
  • Pascale Braconnot, Laboratoire des Sciences du Climat et de l’Environnement, Institute Pierre Simon Laplace, France
  • Markku Rummukainen, Lund University, Sweden
  • Gregory Flato, PhD Engineering Science, Dartmouth College, M.Sc. Civil Engin., U. Alberta

(2)

La critica alla quale il nostro A. Zichichi si è sempre mostrato più affezionato riguarda la ‘assiomaticità’ dei modelli che rappresentano le dinamiche fisiche del clima terrestre nel tempo.

Il sistema in esame, egli sostiene (di nuovo: sui giornali e in tv, non nei simposi scientifici, quindi è anche possibile che gli studiosi abbiano inteso male il suo pensiero), è troppo complesso per i nostri attuali mezzi di indagine. Ci manca una sperimentazione controllata sufficiente, difficilmente possibile nella scienza del clima, e progettiamo modelli contenenti così tanti parametri che i loro risultati tenderanno ad assomigliare a quello che ci aspettavamo che fossero proprio perché non è possibile condurre esperimenti per valorizzare i parametri stessi.

Si tratta, mi spiace dire, di un ragionamento antiquato, che sembra non tenere in alcun conto l’ultimo quarto di secolo di sviluppi scientifici, dominati, come tutti sanno, dalla potenza dei computer. Si è cominciato a indagare i sistemi complessi proprio grazie ai calcolatori.

Ed ecco che i fisici cominciarono a discutere di sloppy models (modelli sciatti, con troppi parametri) già nei primi anni Duemila con riguardo alla complessità di certe reti di reazioni biochimiche, e poi via via in classi sempre più ampie di fenomeni, come i modelli Monte Carlo quantistici, la progettazione di acceleratori di particelle, i fenomeni critici, le reti neurali artificiali (le quali sono sistemi di equazioni differenziali che oggi hanno centinaia di miliardi di parametri, instanziati con l’addestramento).

Oggi si usano metodi statistici per quantificare l’incertezza comportata da troppi parametri e in definitiva per giudicare la bontà di modelli allorché non tutto può essere risolto con misure di laboratorio. (I buongustai leggano per esempio qui ). Nel 2021 sono stati assegnati i premi Nobel per la fisica su questi temi…

Ma forse l’argomento che taglia la testa al toro è che, ahinoi, i modelli previsionali del clima sono ormai stati sottoposti, soprattutto negli ultimi cinque anni, a ricorrenti verifiche sul campo in merito alle loro previsioni: le quali, purtroppo, si sono verificate ora affidabili ora troppo ottimistiche. (Vedi per esempio qui e qui). Una prova – sperimentale eccome, non assiomatica – della causa antropica del riscaldamento globale.

Verso la cuna del mondo

Pubblicato: 30 giugno 2022 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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Magari Piero Cudini era una persona affabile e garbata. E non, come appare per iscritto, un malmostoso che per prefare la propria edizione critica del Natale a Ceylon e altri racconti indiani (Garzanti, 1984) si spreca dileggiando e deridendo colleghi i cui approcci non gradisce.

A differenza di lui, che pensa di sistemare le cose sebbene lasciando il lettore indifferente e per la verità senza neppure troppo convincerlo, avrebbero pasticciato i fratelli Treves, Renato Gozzano e G. A. Borgese nel 1917, Carlo Calcaterra nel 1948, Alberto De Marchi nel 1961. E con essi Gianni Guadalupi nel 1974, che aggravò la propria debole analisi aggiungendovi una Nota “incosistentemente brillante”, e poi Nico Orengo nel 1980. Tutti colpevoli di avere incoraggiato con pervicace maldestria una vulgata a-scientifica concernente la genesi della Cuna in quanto pubblicazione.

Sorvolando a volo d’aquila sulla greve Prefazione, approdati al testo veniamo accolti da una gragnuola di note a piè di pagina pedanti e lapalissiane, del tipo rest-house10 casa di riposo; letterato entomologo11 è noto l’interesse, non solo dilettantesco, di Gozzano per gli insetti; ci si può illudere di essere un Robinson5; Robinson Crusoe, il solitario eroe (ecc ecc).

Orfano non dico di Borges, ma di Garboli, Flora, Mengaldo, Isella, Arbasino e Dio sa quanti maestri ora dimentico (come il Contino fiorentino, per dire), proseguirò la lettura ignorando le note. Il che richiede un paio di occhiali che si trovano in un’altra casa.

Dannata vecchiaccia

Pubblicato: 27 Maggio 2022 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Questa cronaca affonda forse le radici nel mammismo italiano, dove i piezz’e core sono angeli e hanno sempre ragione. Una donna di 29 anni aggredisce una ragazza di 26.

In Italia, badate, di norma si è ragazzi fino intorno ai 40 anni… Eppure in questa scenetta thrilling, dove una signora A tenta di spingere sotto il treno una signora B, il giornale eleva A, che ha 29 anni, al rango di donna mentre trattiene B a quello di ragazza.

Cioè: ragazzə = indifesə, adultə = potenziali aggressorə.

Un’equazione che in realtà mal si concilia con le evidenze delle Questure, se è vero questo grafico di Openpolis che si dichiara tratto da dati ISTAT e stando al quale delinquono più i ragazzi che non gli uomini e le donne:

In fatto di mammismo e di ritardo nell’affacciarsi alla vita adulta, i sociologi considerano l’Italia un tipico esemplare dell’Europa mediterranea, dove un 20% di quarantenni erano ancora in casa coi genitori già nel 2007 (ossia c’entra un cucco la crisi economica), rispetto a percentuali insignificanti in mitteleuropa e scandinavia.

L’età media europea – che pertanto comprende anche noi – alla quale i maschi escono dalla casa paterna è stabilmente intorno ai 26 anni da un quarto di secolo (23 anni in Francia e 24 in Germania). Gli italiani, invece, hanno sempre lasciato intorno ai 29 anni, per salire a 31 anni già nel 2007.

Nel 1992, l’età media al primo matrimonio dei maschi italiani era di 29 anni, già allora la quarta più alta d’Europa: nel 2002 era salita a 32. Non stupisce pertanto che l’Italia sia in fondo anche alla classifica europea della natalità.

L’Italia è una ridicola gerontocrazia un po’ anche per scelta, non solo per necessità (lavoro precario, ecc).

Lessico zaloniano

Pubblicato: 23 Maggio 2022 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Uncategorized
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Mi fa morir dal ridere, e al tempo stesso mi incute un po’ di tristezza, la parola omolesbotransfobia, a volte scritta anche omolesbobitransfobia.

La parte ridicola è ovviamente quella iniziale: omolesbo. Ossia, omofobia non bastava perché evidentemente si credeva che omo stesse per uomo e quindi non comprendesse lesbo. 🙄 Ecco perché non abbiamo semplicemente omofobia e omobifobia. Lo stesso DDL Zan parla della “Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia”, ripetendo più volte l’elenco così come l’ho ricopiato.

Le ridicolaggini semantiche alle quali ci hanno da tempo ridotto gli agitprop americani, partiti da LGBT e oggi giunti a LGBTQIA+ (che forse mette un definitivo punto semantico, dal momento che “+” sta per “e simili”), si sommano con la nostra profonda ignoranza dell’italiano oltre che naturalmente dell’inglese. Non solo il pubblico generale, ma ormai anche i giornalisti e i consulenti parlamentari pensano che una lesbica non sia un’omosessuale e che gli omosessuali siano “I uomini sessuali” di Checco Zalone. E dunque a omofobia aggiungono lesbofobia.

Queste minuzie lessicali possono a volte tradursi in seri problemi sociali.

Un esempio è la parola covid. La nostra incapacità di trattenere due parole distinte per indicare da una parte il virus (SARS-CoV-2 o semplicemente nuovo coronavirus) e dall’altra la malattia che esso può indurre (CoViD-19), ha contribuito non poco a distorcere il dibattito pubblico, visto che circa 4 persone infette ogni 10 non sviluppano la malattia.

Un altro esempio è la parola Premier. Il Premier britannico è una persona ammessa al ruolo direttamente dal voto popolare (e poi formalmente nominato dal sovrano), mentre il Presidente del Consiglio dei Ministri italiano viene nominato dal P. della Repubblica anche se nessuna elezione ha avuto luogo. (Curiosamente, premier si usa molto più da noi che a Londra, dove si parla più che altro di premiership). Anche qui, grandi confusioni tra politici ed elettori italiani, e conseguenti liti, a forza di chiamare tutti premier.

Ma il caso peggiore si verifica in Italia nelle aziende (e in parte nelle Università), dove si parlotta un pidging Italian irto di espressioni e parole americane di cui quasi nessuno conosce veramente il significato e che solo un 10% di italiani saprebbero tradurre se venissero richiesti di farlo a un esame con ore e ore a disposizione. Pensate ad asset, disruptive, roadmap, CEO (pronunciato erroneamente “sio”), digital transformation (scritto spesso trasformation, come Istagram), ièrpì (ERP. Sarebbe iàrpì), ESG, CSR, smart working (che in inglese non esiste).

Il risultato di questi sproloqui, che occupano i tre quarti di tutte le riunioni e sarebbero più sensati se profferiti dal robot GPT-3, sono discorsi senza senso durante i quali la gente crede di capirci qualcosa ma ognuno se ne va con un intendimento diverso. Anche per questo, secondo me, il nostro PIL non cresce da quasi un quarto di secolo.

Post Scriptum sull’omofobia

Fin da ragazzo sono colpito dal fatto che si possa impunemente molestare anche solo verbalmente una donna o un gay, un transessuale, eccetera, per strada. Penso che chi adotta tali comportamenti manifesti un’indole che si collega almeno potenzialmente con quelli più gravi ossia a fatti di violenza anche estrema: egli dovrebbe essere intercettato in fretta e rieducato. Dunque, pur riconoscendo una lezione di civiltà nella legge francese (legge Schiappa del 3.8.2018), che prevede fino a €3000 di multa, la preferirei più severa. Si assoggettano a rieducazione anche coloro che esauriscono i punti della patente: e allora perché non anche i tamarri omofobici e i molestatori?

L’inflazione cinese misurata dall’indice dei prezzi al consumo è salita su base annua del 2,1%[Wallstreetitalia, 11 maggio 2022]

Matita blu. E tristezza.

L’inflazione non è salita del 2,1%: è l’indice dei prezzi al consumo ad essere salito.
La salita dell’inflazione, semmai, è stata del 40% in un mese, visto che il mese prima era 1,5% [ (2,1 – 1,5) / 1,5 = 0,4 ].

L’inflazione non è salita “del” 2,1%, bensì è salita “al” 2,1%. E questa non è lana caprina: è matita blu già alla scuola dell’obbligo. E qui parliamo di giornalista con pretesa laurea in economia.

La notizia che si voleva tradurre, battuta dai newswire internazionali, era “China’s official consumer price index (CPI) rose by 2.1 per cent in April from a year earlier”. Ossia “In aprile, l’indice dei prezzi al consumo in Cina è salito del 2,1% rispetto all’anno precedente”. Cioè, l’inflazione è stata del 2,1%.

La più comune forma di inflazione è appunto la misura della variazione dell’indice dei prezzi al consumo. L’indice CPI varia mese per mese, e si chiama inflazione la magnitudine della sua variazione. (Poi c’è l’inflazione dei prezzi alla produzione, PPI. Infatti, nell’articolo, il medesimo strafalcione viene commesso poco più avanti in relazione all’inflazione PPI, il che dimostra che non di lapsus si tratta).

Per definizione, l’inflazione è una variazione, un tasso. Essa scende/sale “al”, non “del”.

Si legge anche spesso del “PIL salito al x%” o del “PIL al x%”: stessa confusione, solo all’incontrario rispetto all’inflazione. Il PIL è un valore assoluto (un importo), non una percentuale.

Ma ormai l’abbiamo capito: oggi si può essere dottorati in storia antica mediterranea senza aver mai sentito rosa, rosae, rosae; ingegneri senza sapere cos’è un metodo Monte Carlo o una trasformata di Fourier; dottorati filosofi senza distinguere Leibniz da Blitzkrieg; laureati in comunicazione senza aver idea di cosa fare con le virgole; concorrere all’esame scritto da magistrato possedendo una comprensione dei testi inferiore alla media OCSE PISA dei liceali 15enni; e giornalisti finanziari senza sapere cos’è una percentuale. 😢

Come è potuto accadere?

So dire poco dell’educazione secondaria. Ma posso osservare che da più di un quarto di secolo i curriculum dell’educazione terziaria sono diventati sempre più specialistici per assecondare le richieste del mondo produttivo, desideroso di avere in fretta – e a spese del contribuente – personale già addestrato a compiti specifici, come la programmazione di un software, la formulazione di un budget, la stesura di un piano di progetto, o la scrittura di brevi messaggi comunicativi.

Nell’avanzare questa richiesta, il sistema produttivo si è dimostrato miope, e purtroppo il sistema sociopolitico ha risposto pedestramente e a sua volta senza una visione.

In realtà, infatti, un’Università generalista ma rigorosa, che trasmettesse solidi fondamenti (anche quando sono apparentemente improduttivi all’occhio del profano) e insegnasse a imparare anziché addestrare a cose specifiche e contingenti, renderebbe un servizio molto migliore anche alle aziende, perché sfornerebbe personale in grado di apprendere le nuove tecniche a mano a mano che il continuo cambiamento insito nell’economia post-industriale le fa sorgere.

Un matematico teorico può imparare un nuovo linguaggio di programmazione in una settimana e un laureato in lettere antiche o in storia dell’arte (ma sul serio) può innovare la comunicazione di impresa molto più rapidamente e meglio che non un tecnico al quale sia stato insegnato solo quello e magari non abbia mai scritto un tema. Eccetera.

In moltissime discipline, gli insegnamenti specialistici e professionalizzanti conferiscono competenze destinate a essere rese osbolete entro 5 anni dalla laurea. (Quanto le conferiscono! In realtà, le scuole terziarie veramente professionalizzanti sono gli ITS, non le Università come si crede in Italia).

I cittadini dell’ONU

Pubblicato: 17 aprile 2022 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
Elaborazione su dati Economist Intelligence Unit, United Nations, CATO Institute, World Economic Forum

E’ di moda dire che la maggioranza dei cittadini del mondo non è contraria alla Russia per la sua invasione dell’Ucraina, estrapolando i dati delle ultime due votazioni all’ONU.

Ho selezionato i dieci paesi più popolosi che alle Nazioni Unite non hanno votato contro la Russia dopo il 24 febbraio 2022. Si tratta di 3,5 miliardi di esseri umani. Li ho valutati in base a quattro criteri politici di base, quindi li ho confrontati con l’Italia, da me eletta a oppositore ‘medio’ dell’invasione putiniana. Vedi la Figura soprastante.

Questi 3,5 miliardi di persone non sono tutti cittadini liberi. Ci può pertanto essere uno scollamento tra il loro pensiero e i voti dei loro governi nelle assemblee delle Nazioni Unite.

I regimi autoritari mantengono sottili mezzi di propaganda, controllano i media, reprimono gli oppositori.

Anche uno che da vent’anni non legga un giornale o non sappia che Vladimir Putin ha fatto da tempo praticamente inserire il proprio nome di leader nella Costituzione, dico anche un inavvertito siffatto, solo che abbia una tv satellitare può constatare le fandonie che ci si raccontano nelle reti all news e nei talk show della televisione russa parlando della Operazione Speciale in Ucraina. Del resto, se leggete la corrispondenza dei soldati dell’ARMIR, potete appurare come i familiari a casa, compresi avvocati notai imprenditori e politici, ossia il pubblico italiano, non avessero alcuna idea fino a marzo 1943 della immane catastrofe che si stava consumando da sei mesi, avendo già provocato 50mila morti che sarebbero poi diventati 100mila. Questo è un regime autoritario.

Un classico, poi, dei dittatori è che per instaurare e/o perpetuare i loro regimi essi spesso titillano sentimenti magari non nobilissimi dormienti ‘nella pancia’ della popolazione. Tra i russi, per dire, aleggia da sempre una vaga aria di superiorità condita, negli ultimi decenni, dall’illusione di rinverdire un giorno i fasti dell’Unione Sovietica, che se aveva fatto strame delle arti e delle lettere coltivate sotto gli zar, aveva tuttavia portato a vette elevatissime la scienza e la tecnologia. Ricordiamo che il PIL dell’URSS era, durante la guerra fredda, il secondo al mondo e non il dodicesimo di adesso con Putin, candidato a essere tosto superato anche da Brasile Australia Spagna e Messico.

Neanche l’Italia è, secondo l’Economist Intelligence Unit, una democrazia piena: è di circa il 25% al ​​di sotto del punteggio ideale. Ma è comunque più di due volte meglio del paese sostenitore russo medio. E meno male che nella media c’è l’India: gli abitanti di Cina Pakistan Nigeria Egitto Iran Sudan Algeria Iraq Arabia Saudita, che totalizzano 2,1 miliardi di persone, la democrazia la vedono col binoccolo. Oltre due miliardi di cittadini i cui governi alle Nazioni Unite si astengono dal condannare Putin, vivono sotto regimi autoritari o poco meno (Pakistan, Nigeria).

Insomma, i dignitari, i legatari, o i diplomatici di quella minoranza di paesi che all’ONU non hanno ancora fermamente condannato l’invasione russa dell’Ucraina, non esprimono provatamente l’opinione della maggioranza dei loro cittadini.

(Image from Pixabay)

Matita rossa su un menu molto stellato

suscitare un eco ==> suscitare un’eco

Barbaresco è il comune che da il nome ===> Barbaresco è il comune che dà il nome

CREPE ==> CRÊPE (oppure senza accento, cosa lecita in francese con le maiuscole. Ma allora BONET e non BÔNET)

avant-gard ==> avant-garde

Chateau ==> Château 

Non dose ==> Non dosé

Batard Montrachet ==> Bâtard-Montrachet

Chateau Lèoville ==> Château Léoville

Ferrari Rosè ==> Ferrari Rosé

Cuvèe Perdue ==> Cuvée Perdue

St. Valenctin [Eppan] ==> St. Valentin o Sanct Valentin

Les Genaivriéres ==> Les Genaivrières

Renè Rostaing ==> René Rostaing

Egon Muller ==> Egon Müller

Chateau Haut Brion ==> Château Haut-Brion

Va a ciapà i ratt ==> Va a ciapà i ratt

Il colosso dai piedi d’argilla

Pubblicato: 28 marzo 2022 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
Adrien Vescovi, Mens Momentanea https://bit.ly/3DvvwhX

Com’è noto, i media hanno la mens momentanea. Eccoli dunque a commentare la presunta gaffe polacca di Biden senza ricordarsi che egli attacca personalmente Putin dal 17 marzo (“un criminale di guerra“). All’epoca mi stupii anch’io della crudezza del linguaggio. Dopo qualche giorno capii.

Già il 16 marzo il Pentagono si era fatto convinto che i russi avessero impegnate il 75% delle forze militari prontamente disponibili. Si era anche fatta la considerazione che il massimo di impegno USA nel dopoguerra era stato 30%, quando le invasioni di Iraq e Afghanistan si sovrapposero, e che il livello si era rivelato difficile da sostenere.

La constatazione dello smisurato e squilibrato impegno russo in Ucraina andò a sommarsi a quanto gli occhiuti analisti americani avevano già facilmente osservato: le enormi falle della logistica russa, la scarsa qualità degli armamenti, la modesta motivazione delle truppe, i disagi tra livelli superiori di comando.

Un discorso sul confine polacco era il momento giusto per calcare, con unn testo ovviamente preparato come sono tutti quelli del presidente USA, la mano su due punti:

  • far capire agli altri stakeholders della trattativa (cinesi, turchi, sauditi, israeliani, vertici militari e servizi segreti russi, parlamentari russi, militari con le altre due chiavette per i missili balistici intercontinentali) che Putin non è più un interlocutore credibile e che egli si concentrerà ormai su una trattativa che comprenda la sua salvezza personale dalla corte internazionale dei crimini di guerra;
  • tranquillizzare i polacchi e anzi far sentire loro (e ai russi) che in caso di una provocazione essi potrebbero finalmente marciare su Mosca (non più distante di Kharkiv) preceduti dalla 82ma aviotrasportata, con la quale Biden aveva mangiato la pizza in giornata, lanciata dietro le linee nemiche come ai bei tempi della Normandia.

La diplomazia procede anche per alternanza delle due classiche dramatis personae, il Poliziotto Buono e il Poliziotto Cattivo. Non trovo quindi in alcun modo strano che il Segretario di Stato USA abbia moderato i toni un minuto dopo il discorso del presidente.

Sappiamo tutti molto bene che, al verificarsi di una provocazione in Polonia o nei paesi baltici, noi europei reagiremmo indignati e forse, ma dico forse, ci spingeremmo fino a comprare un po’ meno gas e petrolio russi in agosto. Ma resteremmo tremebondi e, soprattutto, inetti come fummo -Macron in testa- per tutto il periodo che precedette l’invasione, la quale non riuscimmo né a prevedere né a impedire per via diplomatica.

Abolire la guerra?

Pubblicato: 26 marzo 2022 da Paolo Magrassi in Politica e mondo, Uncategorized

Chi ha ragione, tra chi ora vuole aumentare le spese militari e chi vi si oppone? Forse nessuno dei due contendenti. E noto che ogni problema complesso ammette almeno una soluzione semplice, e sicuramente sbagliata.
 
Il professor Giancarlo Galeazzi ci conduce per mano al pensiero del filosofo Emmanuel Mounier, che scrisse ‘I cristiani e la pace’ proprio nella temperie culturale in cui andava maturando la seconda guerra mondiale, e influenzò anche i Costituenti cattolici in Italia.
 
La pace è un processo, non una condizione.
La pace è dialogica. Mentre bellicismo e pacifismo sono ideologie.
L’aut aut tra bellicismo e pacifismo è da respingere.
La pace è compromessa non solo dai guerrafondai ma anche dagli imbelli.
Guerra effettiva e pace apparente.
 
Per Mounier bisogna rifuggire sia il bellicismo egemonico sia la «utopia da sedentari» delle anime mediocri e prudenti e «delle sicurezze vili». A entrambi va opposta la pace virile, combattiva del Vangelo. Un «umanesimo eroico» che supera sia la pace romana o germanica, sia quella del deserto o della tomba.
«Bisogna evitare la guerra a gran forza, e non a ogni costo»
 
Il professor Stefano Ceccanti, costituzionalista e cattolico sin dalla FUCI, dal canto suo ci aiuta a capire il peso del pensiero di Meunier nella Costituzione della Repubblica italiana. E ci insegna come leggere l’articolo 11 e collegati, solitamente interpretati in modo stereotipato e superficiale.
 
Il tutto, in un eBook da €9,99 di poco più di 100 pagine: https://lnkd.in/dydVYhgh

Di tanto in tanto, sogno un ‘Progetto Manhattan’ dell’ONU con l’obiettivo di sconfiggere la guerra. Headquarter a Venezia e sedi almeno a Ginevra, Singapore, Buenos Aires, Il Cairo, Istanbul, Mumbai, Ulan Bator, Shiraz, Tokyo, Los Alamos NM.

Budget pari al 5% delle spese militari di tutti i governi. Orizzonte trentennale con milestones ai primi 5 e poi ai primi 10 anni. Studiosi di ogni materia ma con leadership sbilanciata verso le scienze umane/sociali e le arti. Interdisciplinarità sfrenata, obbligatoria.

L’obiettivo, da perfezionare in un piano strategico stilato dopo i primi 5 anni di studi, sarebbe quello di pervenire, sotto l’egida dell’ONU, a una minimizzazione estrema dell’eventualità di guerre nel senso classico, attraverso un mix di espedienti politici, psicologici, clinici, e tecnologici.

Ecco: il libricino di Mounier entrerebbe in biblioteca tra i brogliacci fondanti, le suggestioni iniziali, per aggiungersi a quelli proposti dalle varie culture.

Mariupol 2020

Pubblicato: 19 marzo 2022 da Paolo Magrassi in Politica e mondo

(Mrpl.travel, en.wiki 0392022 https://bit.ly/3u9aX6n)

Minima moralia

Pubblicato: 23 febbraio 2022 da Paolo Magrassi in Politica e mondo, Scienza
Tag:, , , ,
oipainternational, 2016

Non sono animalista. Non sono vegano o vegetariano. Non stimo gli animali più degli umani. Non sono un fanatico no-vax, un terrapiattista, un anti-OGM o un fanatico del naturalismo. Amo la scienza e ho scritto libri e innumerevoli articoli che lo attestano. Ma credo che la seguente domanda sia un obbligo morale per l’umanità oggi:


È giusto torturare ≈ 100 milioni di animali all’anno per condurre ricerche scientifiche (con l’aggravante che la ricerca nelle scienze della vita è “scientifica”, quando va bene, una volta su due)?

Vi sento rispondere: senza la ricerca in vivo sugli animali, il covid avrebbe già spazzato via non sei ma sessanta milioni di vite umane, o forse seicento. Vero. Ma se dite così, negate ciò che continuiamo a proclamare flagellandoci e cospargendoci di sale il capo. Cioè, state dicendo che la sostenibilità è solo un pretesto per tenere conferenze e scrivere articoli.

State dicendo che in realtà l’uomo può tranquillamente abusare dell’ambiente in cui vive ogni volta che l’obiettivo è salvare la propria vita o anche semplicemente curare raffreddore, mestruazioni, diverticoli, insonnia, gastrite. A patto che non si getti plastica per strada né si guidino dei diesel…

La vedete la contraddizione, vero?

Ora, direi che qui abbiamo due vie d’uscita.

Una: rinunciare del tutto alla sperimentazione animale. Seguirebbe un impetuoso progresso di modelli artificiali alternativi, fino ad ottenere un grado di affidabilità [ancora inferiore a quello attingibile coi modelli animali ma] ritenuto accettabile per giustificare il costo industriale dello sviluppo di un farmaco o di una pratica medica. Il prezzo: almeno dieci anni di convulsioni nell’industria farmaceutica e medica. E una razionalizzazione (forse salutare) delle pratiche sanitarie e dei relativi affari.

Il nodo gordiano è che per la creazione di farmaci o procedure mediche, i modelli animali sono attualmente molto più efficaci delle simulazioni al computer.

Abbiamo modelli matematici che ci permettono di prevedere con un’approssimazione accettabile la temperatura media dell’atmosfera terrestre tra 50 anni, e altri, chiamati “intelligenza artificiale”, che ci permettono di esaminare complesse ipotesi scientifiche alternative e stabilire quale sia la più corretta.

Ma non ne abbiamo ancora di abbastanza buoni per simulare la chirurgia sui maiali o la somministrazione di farmaci ai topi in modo così convincente da risolversi a provare la stessa cosa sulle persone.

Gli studiosi di scienze della vita che conosco, e alcuni sono eminenti, non ne sanno molto. Mi dicono solo che si sta facendo parecchio per alleviare la sofferenza degli animali da laboratorio. Gli credo. Ma mi piacerebbe vederli in grado di rispondere a questa domanda: dato il grado di affidabilità che di solito attribuiamo ai modelli animali, qual è nel tuo settore il grado di affidabilità dei migliori modelli alternativi oggi esistenti? È un 10% di quello? O l’1%? Meno?

Senza una risposta competente a questa domanda, potrei sentirmi autorizzato a sospettare che se mettessimo al lavoro scienziati e ingegneri di prim’ordine per tre anni potremmo ottenere modelli virtuali solo il – diciamo – 60% meno affidabili di quelli animali. Questo sarebbe sufficiente per cambiare l’equazione costi-benefici per il progresso delle scienze della vita rispetto alla loro sostenibilità ambientale e alle implicazioni etiche.

Io sto aspettanto quella risposta.

L’unica altra via d’uscita che abbiamo dall’attuale barbarie è sottrarci alla questione morale e sforzarci di escogitare metodi sempre migliori per (a) non far soffrire troppo gli animali e (b) aumentare l’utilità e la credibilità della ricerca medica.

Aumentare utilità e credibilità della ricerca medica

Dal 2005 nel mondo scientifico ci si interroga circa come prendere per le corna il toro della dubbia credibilità di troppe pubblicazioni scientifiche.

Durante lo scorso trentennio, le pubblicazioni si sono trasformate nel principale mezzo per fare carriera, mentre prima esse erano uno strumento per mostrare alla comunità scientifica una scoperta o un risultato ottenuto affinché essa lo verificasse.

Oggi i ricercatori non dicono quasi mai cosa abbiano effettivamente scoperto o dimostrato durante la carriera: li sentirete sempre solo affermare di aver pubblicato “su riviste internazionali” (che, sia detto fra noi, si stima siano più di 30mila). La pubblicazione è diventata, da mezzo che era nell’età dell’oro della scienza, il fine, lo scopo della loro esistenza.

Al punto che, ormai, una pubblicazione su un journal peer-reviewed viene considerata evidenza scientifica, mentre in realtà essa lo diventa, quando lo diventa, solo dopo aver sedimentato per un po’ nella comunità dei pari, di modo che la si possa valutare. (Essere peer-reviewed, ossia vista da un paio di colleghi prima della pubblicazione, è requisito per determinarne la qualità metodologica e l’interesse al fine della pubblicazione medesima, non una prova di evidenza scientifica).

Nel dicembre 2021 è apparso su Science un lavoro lungo e accurato che ha esaminato tutte le pubblicazioni avvenute sul tema della biologia del cancro sui principali journals del settore, compresi ScienceNature, Cell, sull’arco di tre anni.

Ebbene, più della metà degli studi sulla biologia del cancro pubblicati sulle migliori riviste non possono essere né confermati né smentiti da ricercatori di terze parti. Quando questi cercano di farlo, la maggior parte degli autori si rifiuta di collaborare pienamente e uno su tre non risponde nemmeno.

E’ un risutato terribile. A stretto rigore, esso significa che più della metà degli studi sui migliori journals di scienze della vita non sono riproducibili. Dunque, è impossibile verificare se hanno effettivamente conseguito i risultati che essi affermano di aver conseguito.

Ciò è bruttissimo per almeno tre motivi:

  • Se questo è ciò che accade nelle riviste più importanti, cosa possiamo aspettarci dalle migliaia di riviste di livello inferiore? (Quando lo si è fatto, sebbene in modo meno rigoroso che nello studio che sto citando, si è osservato che nella ricerca di clinica medica meno di una pubblicazione su cinque annuncia risultati riproducibili). Considerate che si stima esistano come minimo 2.500 journals sulle scienze della vita, come biologia, biochimica, ecologia, farmacologia, genetica, medicina, neuroscienze, psicologia, zoologia, …;
  • Nessuna riproducibilità dei risultati sperimentali = nessuna scienza in senso moderno, galileiano;
  • Sebbene la complessità della gestione degli organismi viventi renda difficile replicare molti esperimenti, ciò non dovrebbe influire sulla riproducibilità nella stessa misura (vedi Appendice circa la differenza tra la replicabilità e la più semplice riproducibilità)

D’altra parte, dobbiamo sforzarci di essere equilibrati e non esagerare l’importanza della riproducibilità in sé e per sé:

  • un esperimento non riproducibile può comunque contenere risultati importanti e/o suggerire nuove ricerche;
  • la non riproducibilità può essere semplicemente il risultato di errori nella pubblicazione;
  • in genere, un esperimento non riproducibile può pur tuttavia essere replicato. (Anche se qui il problema è che i ricercatori replicano solo risultati di terzi se essi sono estremamente importanti. Forse una pubblicazione scientifica su 10.000 induce qualcuno a provare a riprodurla, figuriamoci a replicarla, dato il costo e lo sforzo necessari);
  • un esperimento riproducibile può comunque essere irrilevante o addirittura sbagliato;
  • la riproducibilità media degli esperimenti di fisica pubblicati è intorno al 75%. Eppure i fisici sono meglio attrezzati di chiunque altro per sfuggire alle trappole della teoria della misura, della statistica e della logica bayesiana, tre dei mostri spaventosi che entrano in scena quando uno si mette a fare esperimenti di laboratorio. Perciò, se loro arrivano al 75%, dobbiamo forse essere indulgenti con gli altri nella misura del (100%-25%). Dovremmo allora dire che la ricerca in clinica medica è riproducibile non nel 20 bensì nel 27% dei casi. 😱
Appendice

“Riprodurre significa ottenere risultati coerenti utilizzando gli stessi dati di input, metodi, fasi di calcolo, condizioni di analisi e codice informatico. Replicare significa ottenere misurazioni o risultati coerenti o trarre conclusioni coerenti utilizzando nuovi dati, metodi o condizioni, in uno studio volto alla stessa domanda scientifica”. [The Royal Society]

Dispiace leggere sul sito della Polizia di Stato un pezzo come “Mobilità smart“, disinformato e sciocchino.

La scempiaggine gli proviene dall’impiego dell’aggettivo smart. Come nel caso dello smartphone e di tanti altri prodotti, la profusione dell’aggettivo smart è un’invenzione del marketing per far credere al consumatore di condividere con un’ampia comunità di persone intelligenti e avvedute un comportamento moderno e positivo. Invece, ci stanno solo trattando da cretini e noi dovremmo esserne non dico contriti ma almeno consapevoli. E la Polizia di Stato, magari, con noi – e non schierata col marketing dei monopattini.

Colpisce poi lo scarso approfondimento riservato al concetto di sostenibilità.

Polizia Moderna non conosce queste cose complicate, dunque avvisiamola che gli aspetti della sostenibilità, così come definita dalle Nazioni Unite, sono 17. Di questi, una manciata appartengono all’àmbito ecologico, nel quale la priorità assoluta e prevalente è, ormai da alcuni decenni, la crisi climatica indotta dal riscaldamento globale. Per combatterla, è indispensabile e urgente ridurre al minimo possibile le emissioni di gas serra.

E’ noto che i monopattini in sharing che ammorbano l’Italia non riducono le emissioni di gas serra: semmai, le accrescono.

Lo potete verificare dalla grafica qui sopra, opera di una primaria e competente società di consulenza sui trasporti (con la quale io non ho alcun rapporto), oppure leggendo Environmental Research Letters, Volume 14, Number 8. Lì apprendiamo che, misurate sull’intero ciclo di vita dei veicoli, le emissioni di gas serra dei monopattini elettrici in sharing e senza stazioni obbligate sono pari in media a 126 g CO2/passeggero/km, ossia più o meno le stesse prodotte dai mezzi pubblici che i monopattini qualche (rara) volta rimpiazzano.

Per darvi maggiori riferimenti: la metropolitana Bay Area Rapid Transit di San Francisco emette, per passengero/Km, come quei monopattini. La Panda 0.9 Twinair Natural Power, un’auto a gas, emette solo il 12% in più dei monopattini sparsi nelle città italiane.

La ragione per cui i monopattini in sharing emettono gas serra in Italia è che ci sono dei camioncini inquinantissimi che girano per le città a prelevarli e trasportarli alla ricarica e/o ai punti privilegiati di pick-up. La stessa ricarica, inoltre, viene effettuata con elettricità che è per il 70% di fonte fossile. Il problema si lenirebbe in parte stabilendo che tutti i monopattini debbano sempre tornare a una docking station. In quel caso però l’equazione logistica cambierebbe completamente e l’utilizzo scenderebbe assai.

Ecco perché i fornitori di monopattini non incoraggiano i sindaci (ignoranti) a prendere le necessarie contromisure.

Dunque, potrà forse essere “smart” nel corrente senso fatuo e vanesio del termine: ma per fare del monopattino elettrico pubblico “una valida alternativa sia alle autovetture che al movimento pedonale” occorrerebbero riforme molto profonde dell’attuale utilizzo nelle città italiane.

Sic stantibus rebus, possiamo dire che oggi in Italia chi inforca, al di fuori di una docking station con ricarica, il monopattino in sharing percorrendo il mitico ‘ultimo miglio’, inquina il pianeta esattamente quanto lo farebbe se prendesse, invece, i mezzi pubblici. E inquina un po’ di più la città. E arricchisce la filiera dei produttori e noleggiatori di monopattini…

Si aggiunga, a quanto sin qui detto, che solo una ristretta minoranza dei monopattini che vediamo sfrecciare stanno sostituendo un viaggio e motore (lo fanno solo sulle slides che costruttori e noleggiatori somministrano agli Amministratori pubblici italiani).

Molti hanno come motivazione o il divertimento o la comodità. Altri sono persone sfortunate che lavorano faticosamente per metter insieme pranzo e cena e alle quali dell’inquinamento importa, giustamente, un cucco. Come i riders o le badanti o il poveruomo morto l’altro ieri insieme al motociclista sulla Vigevanese, costoro trovano nel monopattino o nella e-bike uno strumento di vitale importanza.

Insomma: le evidenze disponibili indicano che (oltre a essere perioloso) il monopattino elettrico sta danneggiando l’ambiente, aggiungendosi alla crisi climatica. Il contrario della sostenibilità, cara la mia Polizia Moderna… E se io so queste cose, da lungo tempo, non potrebbe saperle oggi anche la Polizia di Stato? (Glielo scrissi ormai son molti mesi ma dubito che abbiano inteso).

E numerose altre affermazioni contenute nell’articolo appaiono improntate alla superficialità. Ad esempio

  • Non esiste alcuna evidenza quantitativa che confermi l’affermazione secondo la quale la funzione dei microveicoli elettrici “è certamente quella di ridurre l’impiego di autovetture private”. Persino per quanto concerne le biciclette, e-bike comprese, le statistiche disponibili registrano che complessivamente non più del 3-5% dei percorsi sostituiscono i motori;
  • L’assimilazione dei microveicoli alle auto elettriche è un errore logico marchiano. A differenza di monopattini o bici, le auto elettriche sono effettivasmente proposte quasi sempre come alternative alla mobilità con motori endotermici, e non già come semplici trastulli.

Insomma, la Polizia di Stato non capisce nulla del tema. Immemore del fatto che la micromobilità elettrica era nata per lenire il traffico e l’inquinamento urbano, straparla di sostenibilità solo perché la percepisce trattarsi di una parola alla moda.

Del resto le questioni ambientali sono straordinariamente ardue, perché oltre che complicate sono complesse, ossia interrelate, controreattive. Per esempio, inquinamento urbano e riscaldamento globale sono due problemi diversi, che a volte si trovano in malaugurata competizione. Entrambi attengono alla sostenibilità, ma invocano misure in buona parte disgiunte.

Bruciare certe rinnovabili, come legno e pellet, preserva lo stock energetico ma inquina. La fissione dell’uranio consuma risorse energetiche ma a regime non emette gas serra. Le auto elettriche fanno sempre bene all’inquinamento urbano ma invece sotto l’ottica del riscaldamento globale sono un ausilio solo quando il mix di produzione dell’energia elettrica non prevede il carbone, mentre in questo caso i motori full hybrid (FHEV) possono essere superiori. E’ dura, eh?

Viviamo in un mondo complicato. La consultazione di fonti competenti in fatto di sostenibilità dei trasporti può aiutarci a risolvere dubbi, confutare le tesi più fantasiose dei piazzisti, e aiutare chi di dovere a verificare le mie affermazioni. Questo vale anche per le Commissioni parlamentari che hanno elevato a sostenibili i monopattini così come agevolarono il metodo Stamina e l’agricoltura biodinamica.

#poliziadistato #Monopattini

La pràivasi de noantri

Pubblicato: 17 febbraio 2022 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo
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Il baraccone della privacy è un dispositivo di legge lungo quattro volte la Costituzione e zeppo di supercazzole con poco senso. Con tutta evidenza, un’ammuina che serve solo a dar tanto lavoro alle legioni di avvocati che pullulano in Europa e in Italia in particolare.

Non deve dunque sorprendere se nessuno ci capisce alcunché.

Il 75% degli italiani hanno inteso che si tratta di una sceneggiata burocratica fatta di fogli che tu firmi senza leggere e che comunque non capiresti. Apposta la tua firma, e fotocopiato un tuo documento (cosa che sarebbe illecita), siamo tutti a posto e la tua controparte, albergo, banca, scuolaguida, assicurazione, palestra, provider che sia, potrà fare di te ciò che vuole e per difenderti da un suo abuso o dall’eventuale furto d’identità che potrebbe derivarne, tu devi foraggiare avvocati per un lustro almeno. Nelle more, l’Autorità Garante sonnecchia in Piazza Venezia, 11, 00187 Roma RM.

L’altro 25% degli italiani, invece, percepisce la pràivasi come una cosa utile. Per sfuggire al fisco, per nascondersi dai creditori, per non pagare gli alimenti e le spese condominiali, per inscenare piazzate diversive di vario genere.

Sentite poi qui alcuni dei più recenti malintesi italici intorno alla pràivasi:

(1) Per anni di pandemia, quel 25% di italiani di cui sopra si è dato per inteso che sia perfettamente ok sottacere di essere portatori di un pericoloso patogeno respiratorio, in ascensore, in treno, a scuola, in negozio.

(2) L’altro ieri una signora ha avuto la vita salvata dal cinturino GPS che cingeva la caviglia della belva, già marito, che da tempo voleva farla fuori. La app nello smartphone della donna ha chiamato la polizia. Commento del Corriere della Sera? “Certo, Mariella Blabla ha dovuto cedere parecchia privatezza in cambio della sua sicurezza”.

(3) Oggi l’organo della Federazione dell’Ordine dei MMG annunciava che adesso il medico può prescrivere in formato elettronico anche le ricette che non riguardano i farmaci gratuiti. Una bella comodità per tutti, commenta il presidente dell’Ordine, anche se… il paziente dovrà badare alla possibile violazione di privatezza che avrebbe luogo se, consultando i database della Salute, qualcuno (leggi: le forze dell’ordine) appurasse che quegli divora sonniferi e antidepressivi ma chiede il porto d’armi o il rinnovo la patente.

Vi servono commenti?

Dopo il welfare, il question time, il wedding planner, il parental control e il revenge porn, potevamo farci mancare l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale?

Si dovrebbe chiamare Agenzia per la Cibersicurezza Nazionale.

E’, questa, lana caprina? No, è un discorso intorno al baratro culturale in cui siamo precipitati.

La cibernetica italiana ebbe un periodo fulgido poco dopo il libro di Wiener (Cybernetics: Or Control and Communication in the Animal and the Machine, 1948), a Genova, a Napoli, a Milano. E mi piace ricordare particolarmente Silvio Ceccato, il solo italiano a me noto che ebbe l’estro di portare il filone di studio dentro la linguistica.

La nostra linguistica era ancora limitata agli studi classici, ignara sia della teoria dell’informazione di Shannon (1948) sia del fatto che interrogandosi sui meccanismi del linguaggio si poteva forse capire qualcosa del cervello e magari trarne anche prototipi di macchine pseudo-intelligenti. In effetti, ancora oggi da noi linguistica significa solo Accademia della Crusca. In USA, significa anche GPT 3, la rete neurale che discorre come se fosse una persona (sorvoliamo per un attimo sui limiti…), qualificandosi come punta avanzata negli anni Duemilaventi della cosidetta intelligenza artificiale.

L’uso del termine cibernetica andò poi desueto a partire dai Sessanta, anche in America, sopraffatto ora da intelligenza artificiale ora da robotica.

Dire oggi, in italiano, sàiber invece di ciber, o scrivere cyber, significa connotarsi come fashion victims che si acculturano con gli spot pubblicitari.

E questo, infatti, sono divenuti gli italiani. L’abuso dei termini americani, che scende dall’ammirazione feticistica per lo star system e dal bombardamento pubblicitario, è solo un sintomo della malattia: la nostra incapacità di stare da protagonisti – tra i tanti, per carità! – della cultura contemporanea.

Un tic particolarmente rivelatore è quello consistente nell’impiegare termini americani quando non sappiamo di cosa si stia realmente parlando: asset, roadmap, breaking news, shale oil. Fino a happy end o no profit, stravolgendo lo stesso inglese. E nella pronuncia supersdruccioliamo le parole straniere perché ne proviamo soggezione (F. Sabatini, Crusca): pèrformance, còntrol, tàibrek, òveroll, àifon.

I francesi, che ancora si rifiutano di precipitare nel baratro dove razzolano solo consumatori e fans e nessun cittadino, non dicono device, dicono dispositif. Non project manager bensì chef de projet. Non coach ma entraîneur. Mindset si dice état d’esprit. Potremmo farlo anche noi, ma ormai non ne siamo più capaci.

Un altro penoso esempio sono i corsi universitari tenuti in buffo Pidgin English, come è quello dei nostri professori (e studenti assieme). In quel caso, si pretende di disquisire di concetti occasionalmente molto complessi senza disporre del linguaggio necessario per farlo. Pensate alla questione omerica, alla teoria del romanzo, al teorema di Bayes in medicina, all’Entscheidungsproblem, al teorema KAM, ai sonetti petrarcheschi…

Che bello sarebbe, poter credere agli slogan.

Tornare bambini, tifare per il Milan sicuri che nessun valore possa essere migliore di quello in cui crediamo. O scendere in piazza con una moltitudine, sentire il fremito dei compagni di protesta attorno a noi (rossa, nera, verde o gialla che sia), sentirsi parte di una collettività vitale e poderosa, di un superindividuo emergente e tanto più forte di noi piccini. Cambiare il mondo.

Già. Ma cambiarlo come? Prendiamo la protesta Occupy Wall Street! del 2011. La pars destruens era chiara e sacrosanta. Non se ne poteva più della finanza creativa fine a sé stessa, dei titoli-spazzatura spacciati per buoni, dei tizi che guadagnavano 1000 volte di più di chi faceva onestamente un lavoro magari persino più utile, dell’attenzione spasmodica solo per il breve termine senza alcun riguardo per il futuro.

La pars construens, ahinoi, non era chiara affatto. Vada per il “ripensamento radicale del modello di sviluppo” o per “l’abbandono dell’ossessione per la crescita”. Obiettivi nobili, necessari. L’utopia è indispensabile per il progresso.

Ma, dopo lo spelling degli obiettivi, ci vogliono anche la strategia e la tattica. (“Cristo ci ha dato gli obiettivi. Il Mahatma Gandhi la tattica” diceva Luther King). Ma strategia e tattica non c’erano. E non ci sono. Siamo ancora qui col librino miserello di Latouche o col librone di Picketty, che però è congiunturale, non strutturale. E infatti il mondo della finanza è tale e quale a quello del 2011.

A dieci anni di distanza io non ho letto da nessuna parte una strategia per la riforma dell’economia globale. E il confine tra finanza fine a sé stessa e finanza utile per l’economia continua a essere incerto, sfumato. Una economia globale e interconnessa richiede strumenti finanziari sofisticati, era già vero nel 1492.

Forse bisogna andare alla radice e mettere in discussione efficacia ed efficienza del libero mercato? Ma allora: con cosa sostituire il libero mercato? Oppure, in caso crediamo al libero mercato in sé ma non alla implementazione attuale: come rendere finalmente libero un mercato eventualmente presidiato da bande? Ogni volta che mi guardo attorno con queste domande, ottengo solo risposte superficiali. Slogan. O il ‘comunismo’ cinese.

Economia reale” contrapposto a “finanza speculativa” è solo uno slogan, e pure povero. “El pueblo, unido, jamás será vencido” è più ricco, contiene un accenno di strategia.

Da quasi mezzo secolo in Occidente non sappiamo più nemmeno ideare gli slogan. (Quelli dei Gilets Jaunes sono imbarazzanti. Quelli di Greenpeace sono vecchi di trent’anni, quando ancora le masse non sapevano del riscaldamento globale). Che abbian ragione in Cina, a nostra insaputa?

Di Bruno Leoni so nulla, se non quello che ne hanno fatto il fondatore Alberto Mingardi e alcuni seguaci: il guru dell’Istituto Bruno Leoni.

E’ un’istituzione che mi sta simpatica perché rarissima espressione italiana della cultura liberale, mentre nel nostro paese per destra si intendono solamente o il post-fascismo o Silvio Berlusconi, che è un liberal de noantri come lo erano i protagonisti della scenetta di Corrado Guzzanti tanti anni fa.

Sarebbe bello se in Italia ci fosse un dibattito destra-sinistra in senso classico, intendendo queste come visioni del mondo e non solo come caricature. Nel successo contano di più il talento, la perseveranza, la formazione, il censo o la fortuna? Lo Stato deve essere leggero o pesante, ed esattamente come? Dovrebbe rispettare la sfera personale, e fino a che punto? Cosa significa disuguaglianza? E così via.

Tuttavia se dovessi giudicare dalla comunicazione di Alberto Mingardi, ciò che emerge dalla Bruno Leoni non è entusiasmante.

In aprile 2021 A.M. si era prodotto sul Corriere in un editoriale secondo il quale

Le chiusure prolungate stanno dando un colpo ferale a interi settori della nostra economia. L’unica risposta politica è l’erogazione di un sussidio, nel consenso generale. Alla «riapertura», quando avverrà, ci troveremo con uno Stato più pesante e un’economia che dipende ancora di più da esso. […] I sentimenti ideologici prevalenti, in Italia ma più in generale in Europa, fanno sì che non si discuta nemmeno di questo rischio.

Ben detto, imho. Ma non una sola parola circa quali politiche egli avesse da suggerire come alternative o correttivi alla politica della spesa pubblica. Eppure, se si leggono i lavori del think tank, la pars construens emerge. Per esempio, e scelgo un tema collegato a quello del pezzo di A.M. sul Corriere, in Regulation on foreign direct investments and emergency discipline F. Riganti e C. Stagnaro espongono le loro proposte liberal circa in qual modo la CE potrebbe forse migliorare le sue misure di concorrenza.

Il primo di gennaio 2022, poi, A.M. se n’è uscito con un editoriale alquanto ermetico dal quale traspare in sostanza, consapevolmente o no, l’insofferenza del Nostro per le misure governative sul virus, i contagi, i vaccini e così via.

La prosa, ardua in quanto priva di connettivi, finge di occuparsi di cannabis e tabacco e si avventura persino in un peana del tatuaggio, la cui diffusione “ha una dimensione culturale che segna, almeno in apparenza, la distanza fra il mondo di oggi e le vecchie convenzioni borghesi” 🤔. Ma tosto il velo cade:

Una delle eredità di lungo periodo della pandemia sarà la rinnovata centralità della salute, nel repertorio delle giustificazioni dell’intervento pubblico.

[Invece, semmai,]

le istituzioni pubbliche hanno il dovere di informare il singolo dei rischi che corre con un certo comportamento, ma non possono decidere per lui. L’argomento antiproibizionista non è che la cannabis faccia bene, è che non sta allo Stato giudicare cosa mi fa male e cosa no.

Insomma, lo stato ha un sacco di doveri, mentre il cittadino fa un po’ il cazzo che gli pare, come nello sketch di Guzzanti. Bel tema: è uno di quelli là del genere destra-contro-sinistra.

Il mio personale controargomento allo svolgimento di A.M. è che il liberalismo estremista finisce col collassare in statalismo. Per far fronte a tutti i doveri che A.M. gli metterebbe in capo, lo stato dovrebbe essere robusto e tentacolare, altro che leggero!

Per esempio: per spiegare a tutti i cittadini la portata di una crisi pandemica, occorrerebbe metterli tutti a scuola per un paio d’anni.
Le materie? (A) Il dilemma del prigioniero: interesse privato e interesse collettivo; (B) Elementi di rischio e di probabilità; (C) Le funzioni esponenziali; (D) Come nascono i farmaci; (E) Gli articoli della Costituzione interessati in caso di emergenza sanitaria.
NB: Meno del 20% dei discenti supererebbero gli esami finali, se mai essi fossero previsti.

E comunque restano delle incongruenze nel liberismo poco articolato di A.M. (immagino, a causa della brevità dell’articolo). Che si fa? Spieghiamo quali sono le regole della strada ma non esigiamo che si ottenga la patente, dimostrando di averle apprese? Via semafori e rotonde, dato che il loro senso è chiaro a tutti? And so on…

Anch’io penso che colla scusa dell’emergenza stiamo esorbitando in fatto di politica della spesa, e che tutta ‘sta Große Koalition sia tenuta in piedi dalla libidinosa prospettiva dei partiti di spartirsi somme colossali che saranno spese principalmente ad minchiam. E concordo che la pandemia di un pericoloso patogeno respiratorio abbia alzato una palla facile da schiacciare, in quel senso là.

Ma a me non viene in mente, come altenativa, quella di spiegare (!!) il SARS-Cov-2 e la COViD-19, confidando che poi la gggente si regolerebbe da sé. E quel che sento dire in giro hic et nunc sul covid, anche da parte di alcuni intellettuali, non mi tranquillizza affatto circa le probabilità di successo di una politica di malinteso liberalismo avverso covid. Ricordiamo poi che la Svezia, forse la nazione occidentale più liberale nella gestione della crisi, ha sinora avuto il 20% di morti in più della Germania, il triplo della Danimarca e sette volte quelli di Norvegia e Finlandia.

Infine, la prosa di A.M.

Non è asciutta alla Primo Levi, alla Hemingway. Non è magra come piacerebbe a Tomasi di Lampedusa. E’ semmai scarna. Ma lo è a tal punto da risultare di ardua esegesi, oscura non tanto come quella di Sallustio bensì semmai alla moda di coloro che sono stati a scuola quando ormai non si facevano più i temi e che, fino all’irrinunciabile dottorato, mai hanno incontrato unə prof che gli evidenziasse l’incomprensibilità della loro scrittura.

Non so valutare il curriculum di Alberto Mingardi ma esiste la possibilità che io abbia frainteso quasi per intero i suoi scritti che ho visionato. Pertanto, QED: egli non fa un bel servizio al liberismo né forse allo stesso IBL.

L’errore e l’errante

Pubblicato: 31 dicembre 2021 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo
Tag:,
Society of the Spectacle, 1983

Cosa lega Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, I supremi protagonisti delle stupidaggini sul covid? E’ semplice: il loro essere personaggi mediatici.

La loro fama nasce meno da loro lavori scientifici che dalle pagine di cronaca brillante dei giornali degli anni Settanta-Ottanta e si sviluppa poi, nel caso di Cacciari soprattutto, in televisione, da quando quest’ultima è divenuta l’unica Forza Culturale italiana. (Da anni, dei primi venti libri più venduti nel paese, dal 75% al 90% sono scritti da personaggi televisivi).

MC è attivo sin da giovane nell’ultrasinistra e poi nel PC, guadagnando il posto in parlamento a 32 anni. Si consolida nelle cronache mediatiche con la sua collaborazione alle opere demenzial-disruptive di Luigi Nono, insieme al quale allestisce nel 1984 il Prometeo. Tragedia dell’ascolto, con lauto patrocinio pubblico. Un’iniziativa difettosa di autoironia in quanto inconsapevole di esser stata anticipata da Alberto Sordi con Le vacanze intelligenti.

Intanto MC si era insediato come professore in una piccola università-boutique acquartierata nei migliori indirizzi di Venezia, la IUAV. Oggi si occupa di moda, multimediale, storia dell’architettura e quella roba lì: all’epoca, non saprei. So che MC vi era professore di estetica. Nei primi anni Duemila lascia il PD per associarsi all’altrettanto munifico don Verzé, dal quale ottiene l’incarico di inaugurare la facoltà di filosofia alla Vita Salute San Raffaele.

A lungo sindaco di Venezia. Noto nei media per essere un filosofo, tra i filosofi per essere un politico. Libero e spregiudicato pensatore da primo piano americano in tv. Caduto nel ridicolo nel 2021 assumendo posizioni di fatto no-vax -come quando rifiuta di rivelare a Gruber, seduta dinanzi a lui, se si sia vaccinato o no.

Giorgio Agamben nasce al mondo come “grande filosofo” allorché si scopre che ha recitato in un film di Pasolini e frequentato Morante, Calvino e soprattutto, a Parigi, Guy Debord, il guru del Sessantotto autore di La société du spectacle. Il nostro si crea di riflesso un suo following vagamente engagé.

Laureato in giurisprudenza, è un esponente non della filosofia analitica (diciamo Leibniz, Frege, Wittgenstein, Carnap) bensì di quella parolaia come lo sono, tra le altre, quella di Hegel, quella esistenzialista, quella di Heidegger o quella psicoanalitica. (‘Parolaia’ è una semplificazione comunicativa alla quale mi obbliga la mia scarsa cultura).

Dominio del non verificabile e del non falsificabile, e dunque largamente accessibile salvo quando l’interprete non professa espressamente la necessità di essere incomprensibili (Heidegger), la filosofia parolaia ci ha dato purtuttavia un’infinità di bellissime pagine, perché è capace di grandi slanci orizzontali, aperti e visionari, e di istituire collegamenti creativi e arditi tra ‘comparti’ intellettuali solo apparentemente disgiunti.

In quanto tale essa confina con l’esercizio letterario e, infine, con la poesia (so che GA concorderebbe con questa specifica conclusione). Del resto, “molte volte ho intrapreso lo studio della metafisica ma mi ha sempre interrotto la felicità” diceva Borges.

Io ero affezionato a GA in virtù della sua ammirazione per Giorgio Caproni, che come per lui anche per me figura tra i poeti preferiti. Poi all’improvviso nel 2020 l’ho ritrovato, sui media bien entendu, intento a confutare la virulenza del covid, a negare la veridicità financo delle bare sui camion militari a Bergamo come parti di un gigantesco complotto.

Un cretino cognitivo! Persino i suoi (ex?) seguaci professionali, come Donatella di Cesare sull’Espresso, costernati si stracciano le vesti.

Sembra persino più semplice perdonare a Heidegger (un idolo di Agamben) la passione nazista che a GA questo rincoglionimento, a meno che non ci sia di mezzo la neurologia. Hannah Arendt, che lo conobbe meglio di chiunque altro, ci assicura che il nazismo di Heidegger fu solo un errore nel senso che non può né deve essere usato per dismettere la sua intera opera.

Possiamo dire lo stesso circa la spettacolare dimostrazione di assoluta mancanza di pensiero critico offerta da GA?

Abbassa la tua radio

Pubblicato: 25 dicembre 2021 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
Tag:
Damien Minton, Sydney

Vorrei tanto conoscere i registi audio (si chiamano così?) dei programmi di Rai 5 e Rai Storia. Mi piacerebbe scoprire se sono degli sxxxi oppure sono succubi di sxxxi che impartiscono loro ordini indiscutibili.

Si svolgono su queste reti alcune delle mie trasmissioni preferite. Ma la musica sovrasta spesso il parlato e comunque si colloca sempre a un livello paritario di volume, così da rendere difficile recepire molto di ciò che viene detto.

Qualcuno, lì, ha frainteso il senso di multimediale.

Conosco i tipi. Hanno studiato poco e male in scuole ‘superiori’ che un tempo sarebbero state adibite a kindergarten, e poi scritto tesi di laurea più brevi delle condizioni d’uso dello smartphone, in facoltà convertitesi da italiano a comunicazione e che non insegnano né quello né questa.

Costoro e i loro capi pensano che più audio si accoppia a un video e meglio sarà. Con magari un bel po’ di testo scorrevole sopra.

Il risultato è che anche le trasmissioni delle reti ‘colte’ sono progettate per bambini. E la musica è trattata come ammennicolo decontestualizzato. Quella medievale correda programmi sull’arte barocca, quella barocca gli edifici neoclassici, e Hallelujah di Cohen si mette negli interni delle chiese, visto che i tamarri, a cominciare dal regista, la credono un moderno canto del messale.