addictPerché le telco italiane vivono come poveri tossici, alla continua spasmodica ricerca di una dose?

Servizi non richiesti, fatturazione incessante dopo la disdetta, scempio della privacy, contact centre ridicoli, SIM dell’antifurto che auto-sottoscrivono abbonamenti per navigare il web, il comodato del modem trasformato in abbonamento quadriennale. E poi la fatturazione a 28gg, irrogata tutti assieme concordemente, la stessa notte…

Comprate un iPhone: vi faranno sentire Signori Clienti. Provate Amazon: vi troverete a tal punto coccolati, da non poterne più fare a meno. (Da notare, fra l’altro, che le due citate operano in un business molto più complesso dell’erogazione di servizi di telefonia e internet).

E allora perché le tristi Tim, Vodafone, Wind, iia-iia-ò conducono invece un’esistenza miserabile e sostanzialmente gaglioffa, quando, ben seguiti, i loro milioni di clienti potrebbero far crescere indefinitamente le fortune finanziarie del settore, specie alla luce delle incessanti novità tecnologiche?

Perché?!

Se ve lo spiegano all’MBA, fatemi sapere.

 

Annunci

Accontentiamoci

Pubblicato: 29 settembre 2017 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
Tag:, ,

accontentarsi-mai-o-forse-si-L-77UOIoMilena Gabanelli è per me, come per molti altri, una specie di eroina.

Anche gli eroi, beninteso, hanno comunque i loro difetti. Una volta scoprimmo Gabanelli ignara di cosa sia in realtà il PIL. Un’altra, ci toccò di vederla intenta a scagliare il suo Report contro le onde del wifi di casa, che sono pericolose più o meno come i broccoli al vapore.

In questi giorni, sul Corriere, Milena mostra di credere che Amazon sia una libreria online e che l’OCSE sia «finanziato dalla politica americana».

Direte voi: embè? Nessuno nasce imparato, bello mio. O forse è obbligatorio conoscere gli affaracci di Amazon e sapere cos’è l’OCSE? Bè, dico io, se su di loro incentrate un vostro articolo sulla prima pagina del Corriere, sarebbe bello che conosceste qualcosa in merito. O no?

Oggi come oggi, Amazon trae circa il 5% dei propri ricavi dalla vendita di libri. E l’OCSE riceve dai 35 paesi membri un contributo annuale proporzionale alla forza economica di ciascuno di essi.

Ecco così che è finanziata al 20% dagli USA e solo al 7% dalla Germania e 5% dalla Francia: ma vi basta sommare Germania, Francia, Italia e Spagna per ottenere un potere contributivo pari a quello degli USA. E dell’OCSE fanno parte quasi tutti i paesi europei.

E’ dunque avventuroso il sostenere, come fa Milena sul Corriere, che l’OCSE sia teleguidata dagli USA. Oltretutto, l’organizzazione ha sede da sempre in Francia, e da sempre è guidata da europei…

Condivido in toto l’aspirazione di Milena Gabanelli a far pagare le imposte ai bulli tipo Amazon, Apple, Facebook o Google, che, comodamente installati in Lussemburgo e/o in Irlanda, eludono il fisco nel resto d’Europa: sono solo un tantino meno convinto di lei circa le misure da prendere in pratica, poiché ad esempio pondero l’impatto ramificato che potrebbe avere l’istituzione di un’imposta sul fatturato anziché sull’utile.

A me piace il giornalismo d’inchiesta informato e rigoroso, diciamo stile New Yorker. In mancanza di ciò, e considerata la deplorevole condizione del giornalismo d’inchiesta italiano, accetto anche quello un po’ avventato e raffazzonato. Dunque, Gabanelli perdonata, nonostante gli strafalcioni.

Intelligente, ma non si applica

Pubblicato: 24 luglio 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni

secchioneCirca la minaccia di 5mila docenti universitari di boicottare gli appelli d’esame d’autunno, scaricando sugli studenti una questione di bottega, applaudo all’intervento del professor Nuccio Ordine sul Corriere della Sera del 12 luglio, Docenti universitari e stipendi bassi: Ora non è la vera priorità, che tutti i suoi colleghi dovrebbero leggere.

Peccato solo che anche quel nobile articolo contenga la solita corbelleria che emerge sempre in questi casi di rivendicazione salariale: «i colleghi tedeschi o inglesi guadagnano di più».

Tutti i rivendicanti e i questuanti d’Italia hanno sempre in bocca quell’immancabile frase.

Ma si dà il caso che le retribuzioni di chiunque, in Italia, tranne i politici e alcuni loro accoliti, siano inferiori a quelle delle nazioni mittel- e nord-europee, di una media oscillante tra il 15 e il 30% secondo le varie stime, per complicate ragioni legate a produttivitàdebito pubblico, e liberismo del mercato che magari almeno i docenti universitari, specie quando scrivono sulle prime pagine dei quotidiani, potrebbero cominciare non dico a capire ma almeno a imparare mandandole a memoria.

Cicloprimati

Pubblicato: 26 giugno 2017 da Paolo Magrassi in Uncategorized
Tag:,

Afosa domenica di giugno, lascio la mia casa in campagna per recarmi a Monza in auto. Una stradina di due km mi separa dalla provinciale.

Mi precedono tre giovani ciclisti nel classico assetto sportivo della festa. All’incrocio ad angolo retto con la provinciale, la visuale è impedita sia dalle abbondanti fronde sia da un inopportuno cassonetto dell’immondizia. A dispetto della secondarietà delle strade, è uno degli incroci che mi infastidiscono di più e che temo quando guido, perché per immetterti devi usare un’enorme cautela.

paleocortecciaMa i tre ciclisti davanti a me entrano nella provinciale verso destra non solo senza rispettare lo Stop, come ormai costuma in bici, ma anche a piena velocità, compatibilmente con l’angolo retto, ossia diciamo a circa 10 km/h (2,5 m/sec: il tempo di reazione psicotecnica di un automobilista è di 1 sec, dopodiché comincia a frenare…), senza guardare né a sinistra né a destra e preoccupandosi solo di fare una svolta stretta per non invadere troppo la strada, la cui carreggiata peraltro non è più larga di 4,5 metri in tutto.

Essi sono ancora vivi perché da sinistra non proveniva nessuno che fosse così vicino all’incrocio, o così veloce da non riuscire a scartarli, o che fosse impedito a farlo da un eventuale veicolo che contemporaneamente sopravvenisse da destra. E sono poi vivi anche perché da destra non sopraggiungevano due veicoli uno dei quali in fase di sorpasso.

Dopo un po’ supero i tre miracolati e a raggiungo la rotonda che incrocia la strada statale. Qui, un ciclista di mezza età in assetto da corsa con tanto di bandana alla Pirata Pantani, provenendo dalla statale stessa, si avvia a 35-40 kmh verso la provinciale percorrendo la rotonda contromano – perché per percorrerla regolarmente avrebbe dovuto rallentare parecchio. E’ ancora vivo perché nessun automobilista proveniente dal ramo “buio”, invisibile della rotonda, quello meridionale, arrivava veloce e intenzionato a imboccarla senza guardare, come accade -ahimé- per un 30% delle auto.

Dopo poco, eccoci a Monza in Cesare Battisti, il grande viale monumentale che porta alla Villa Reale, con due corsie per senso di marcia e alcuni semafori che lo incrociano. E corredato, su ambo i lati, da due piste ciclopedonali larghe tre metri, completamente separate dalla strada.

Eppure un ciclista in assetto fighetto percorre il viale stando esattamente al centro della strada carrozzabile, sulla riga bianca tra le due corsie come fanno le moto (nei Paesi mediterranei e in quelli del III Mondo: in Germania o Danimarca, mai), in mezzo a due file di auto che tra un semaforo e l’altro vanno a 60-70 all’ora, a dispetto del limite di 50.

Attraversa col rosso due semafori, alzandosi sui pedali come Cipollini e dando rapidi sguardi a destra e a sinistra: il tutto a 20-30 all’ora, cosa che lo renderebbe inevitabile a chi per caso stesse sopraggiungendo anche solo a 40 km/h (ossia 10 m/sec) in auto o moto per passare col verde. Egli è vivo grazie a una fortunata congiunzione astrale, nonché a tutti gli automobilisti che si sono scostati e gli hanno dato strada, pur non avendone egli alcun diritto.

Sia chiaro: se facessi l’elenco delle infrazioni che, nel medesimo lasso di tempo, ho visto commettere da automobilisti e magari commesso io stesso, l’elenco sarebbe anche più lungo.

Ma due aspetti sono peculiari dell’indisciplina in bicicletta.

Il primo è che il ciclista è così intrinsecamente fragile, che dovrebbe fare di tutto per cautelarsi, essendo per giunta informato che al volante dei pericolosi mezzi a quattro ruote siedono animali come lui guidati dall’archicorteccia e dalla paleocorteccia cerebrale. Pedalare in superstrada, sfrecciare con il rosso o immettersi alla cieca, sono comportamenti precipuamente pericolosi in bici, molto più che in auto. Occorre dunque essere minus habens, per indulgervi. poisson

La seconda peculiarità dell’indisciplina ciclistica è l’ipocrisia dell’innocente-homo-ecologicus-messo-a-repentaglio-da-bruti sempre e comunque, anche quando passava col rosso o telefonava attraversando sulle strisce a tutta birra: la retorica de “il poveretto è stato trascinato per molti metri” anche quando il poveretto è l’esclusivo detentore della colpa.

Sarò franco: non mi si contraggono le budella quando un cretino come uno dei cinque che incontrai domenica viene asfaltato da qualche veicolo a motore – tranne quando ha meno di vent’anni. Se vengo a sapere che la colpa era solo della bici, mi risulta inevitabile immedesimarmi nel poveraccio (che magari un minuto dopo si sarebbe comportato da idiota con l’auto all’incrocio successivo) che ha investito il cicloprimate.

Mi spingo anche a fare l’antipatica considerazione eugenetica, secondo la quale la scomparsa di un esemplare biologico in grado di commettere magari una mezza dozzina di pericolose infrazioni per chilometro in bicicletta può essere riguardata come una diminuzione, infinitesima finché si vuole, della pericolosità della strada e, tutto sommato, anche del consumo di prezioso ossigeno atmosferico.

Un “innovation editor” del Corriere della Sera ha scritto che i computer

«sono dei mostri di calcolo verticale, non confrontabili con il cervello dell’uomo che riesce a passare agilmente da una partita di scacchi alla poesia, dai 100 metri veloci a una maratona mentale».

(Per inciso: manca una cruciale virgola dopo uomo, perché l’autore non si riferiva a uno specifico uomo eccezionale bensì al cervello umano. Ma ormai dai giornali tutto possiamo aspettarci fuorché la punteggiatura, anche quando determina il senso del discorso).

hor vertCapisco che qualcuno possa avere esposto all’articolista questa teoria sotto forma di metafora. Ma mi sentirei di sollevare qualche obiezione.

Per cominciare, anche in molte delle persone intellettualmente superdotate si rilevano spesso i segni di una certa carenza di “orizzontalità”: sono così straordinari nella loro arte o nella loro scienza, o anche semplicemente nella loro intelligenza, da apparire stralunati e a volte persino incapaci nelle banali cose di ogni giorno.

E poi i computer compongono musica, e improvvisano in gruppi jazz, da un paio di decenni. Watson, quello che vinse a Jeopardy e che il Corriere menziona nell’articolo, si occupa anche di diagnostica medica, sicurezza informatica, relazioni colla clientela, formazione, gestione patrimoniale: una notevole versatilità, direi. Il più mondano ma pur sempre strabiliante software di Amazon, dal canto suo, vende, consegna, fattura, gestisce i reclami, coccola i clienti, propone, impara. Nessuna singola persona, neppure la più intelligente mai nata, saprebbe fare quel che fanno Watson e Amazon, per dire.

Se poi paragoniamo, anziché i rappresentanti di punta delle due categorie (umani e computer), gli esponenti medi o mediani, anche qui l’homo sapiens non esce precisamente a testa alta.

Intanto, per seguire il Corriere nel suo discorso, il 99,9% delle poesie composte dagli umani fanno ridere: «Prima dei diciotto anni tutti scriviamo poesie. Dopo quell’età, a farlo restano solo i poeti e i cretini», disse De André citando, mi pare, Benedetto Croce. E se uno è invece un vero poeta/poetessa, spesso non è forte in matematica o in biologia, dunque non è “orizzontale” affatto. (Le eccezioni non mancano, ma qui parliamo di medie).

Poi, la maggioranza delle persone non sanno fare bene neppure il proprio lavoro “verticale”. E’ vero che il cervello umano è versatile e, con la formazione, noi possiamo prendere un mediocre architetto, urologo o elettricista e trasformarlo in un professionista più efficace in un altro settore: ma questo possiamo farlo anche col computer, mettendoci nuovo software.

In ogni caso, il mio iPad sa fare così tante cose da potersi ragionevolmente parlare di orizzontalità: più del 99% delle persone non sanno fare quel che fanno, soli o tutti assieme, Excel, Google e Wolfram|Alpha.

E’ vero che l’intelligenza artificiale è attualmente l’oggetto di una noiosa fanfara mediatica. Ma ciò non significa che l’homo sapiens possa sicuramente dormire sonni tranquilli perché è orizzontale, come crede il Corriere.

 

apple-measurement-tape-1183767Uno degli scopi di questo blog è di far vedere come il sistema mediatico e quello politico conoscano poco i fenomeni sociali, il che induce ad adottare misure inadeguate allorché si mette mano ai problemi.

Questo è vero anche di questioni che vengono dibattute in modo ricorrente, come i fenomeni migratori, la circolazione dei “talenti“, le compagnie aeree, la disuguaglianza sociale, la ricerca scientifica, la qualità delle Università, la finanza e la “economia reale“, la legge elettorale, la disoccupazione e l’inoccupazione.

In questi giorni, intorno all’1 Maggio, ho sentito ripetere alcune litanie un po’ fruste. Nessun accenno ai fondamenti fattuali, concreti, dai quali occorrerebbe partire per capire.

Ad esempio, intorno alla disoccupazione giovanile, un gravissimo problema sociale, si tende alla farneticazione, senza neppure sapere come i giovani potrebbero formarsi per risultare più appetibili nel mondo del lavoro: vedi la totale confusione che regna, in Italia, intorno ai titoli di studio e alla formazione professionale, un fattore probabilmente molto importante tra i molteplici in gioco.

E’ inoltre circolato ossessivamente, e collegato a quanto sopra, il consueto refrain secondo il quale tantissimi giovani non lasciano la casa dei genitori “perché c’è la crisi“. Si tratta con ogni probabilità di una visione miopica e pregiudiziale.

Infatti le statistiche ufficiali europee indicano già da decenni come i giovani italiani siano, da molto prima della recente crisi economica, tra i meno propensi a lasciare la casa di mammà.

Su questo tema, l’Italia è considerata dagli studiosi una situazione “tipica” dell’Europa mediterranea, dove un 20% di quarantenni erano ancora in casa coi genitori nel 2007 (ossia prima della crisi), rispetto a percentuali insignificanti in Germania (considerata tipica del centro-Europa) o Danimarca (tipica della Scandinavia): vedasi qui, alla FIGURE II.

L’età media europea alla quale i maschi escono dalla casa paterna è stabilmente intorno ai 26,1 anni sin dal 2004 (23,5 in Francia; 23,9 in Germania). Gli italiani, invece, hanno sempre lasciato intorno ai 28,7 anni, per salire a 31 anni nel 2007, quando la crisi economica non era ancora neppure immaginata.

Nel 1992, l’età media al primo matrimonio dei maschi italiani era di 29 anni, già la quarta più alta d’Europa: nel 2002, era salita a 32. Non stupisce pertanto che l’Italia sia in fondo anche alla classifica europea della natalità.

E neppure quest’ultimo dato può essere banalmente spiegato con la crisi economica, che sembra semmai esacerbare un trend sottostante già ben delineato. (Altro fattore in gioco, la relativa carenza, rispetto a molti Paesi avanzati, di infrastrutture di accoglienza per i bambini).

Il calo della natalità è peraltro una tendenza che riguarda da decenni un po’ tutto l’Occidente, e la ricerca intorno alla questione è partita da tempo. In The Prime of Life. A History of Modern Adulthood (2004) lo storico e pedagogista Steven Mintz argomentava che la diminuita fertilità sembra correlarsi con una minore e più lenta propensione a diventare adulti nel mondo opulento. E se questo fattore ha un peso importante, figuriamoci quanto ne avrà in Italia, dove ci si considera “ragazzi” fin oltre i 40 anni…

Occorrerebbe essere, anziché dilettanti come chi scrive, sociologi, politologi ed economisti ben attrezzati, per orientarsi con sicurezza su questi temi. Ora delle due l’una: o questi esperti mancano dalla scena italiana, oppure né i politici né i giornali li interpellano mai…

Ab imo pectore

Pubblicato: 30 aprile 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
Tag:

Image converted using ifftoanyMilano sta diventando un hub della conoscenza e della creatività (Corriere della Sera). A Milano un hub per accogliere famiglie sfrattate (La Repubblica). La Prefettura di Roma cerca una struttura con funzione di hub (Il Messaggero). La Borsa internazionale della cultura di Torino vuol essere l’hub delle grandi mostre (La Stampa). A Pompei, l’hub ferroviario non è in discussione (Il Mattino).

Sarebbe “uno hub” e “lo hub”, ma lasciamo perdere. Il punto è che i media italiani vanno pazzi per hub, che tutti pronunciano ab. Perché allora non scrivere ab, e basta? Oppure perché non scrivere e dire semplicemente perno, centro, fulcro, polo?