Noio voulevòn savuàr (2)

Pubblicato: 24 aprile 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Ma, dico, uno che sappia pronunciare “Le Pen” (e parlo del Le, non del Pen), non esiste proprio?

Certo, non potrebbe essere una di quelle che seguono la haute coutoure, né uno di quelli che degustano il crou nella floute o ascoltano la ouvertoure… Però almeno uno straccio di Generazione Erasmus, dài! O un corrispondente radio-tv di quelli da anni a Parigi a consumar note-spesa…

No? Nessuno?

Mannaggia!

1412260231_bufalaTra poco uscirà il conteggio internazionale sui titoli di studio di terzo livello, e tutti i nostri media faranno circolare il solito comunicato stampa: «Italia cenerentola in Europa per numero di laureati», che diventerà luogo comune per un anno.

Ma è una distorsione della realtà.

In Inghilterra, Irlanda, Finlandia, Norvegia, Australia o Francia ci si può laureare elettricista, capomastro, programmatore software o ragioniere anche a 18 anni (più spesso 19).

In quasi tutta l’Ocse, infatti, la formazione professionale superiore (vocational tertiary education) è in stadio molto avanzato. In Italia, invece, siamo in ritardo: gli Istituti Tecnici Superiori esistono, ma non sono molto frequentati, non so se per colpa loro o per disinformazione della potenziale utenza.

E’ un peccato per l’Italia: la società moderna ha un grande bisogno di super-periti, e la formazione universitaria classica non riesce a rispondere a questo bisogno, se non stravolgendo i programmi e la stessa propria funzione, che non dovrebbe essere banalmente professionalizzante.

Ed ecco così che, in lingua italiana, il concetto evocato da “laureato” non coincide con quello del cuoco o dell’idraulico, cosa che invece avviene nelle statistiche internazionali. Statistiche dalle quali, semmai, emerge che l’Italia ha relativamente molti laureati “normali”, forse troppi rispetto alla sua scarsità di grandi imprese disposte ad ingaggiare architetti, avvocati, giornalisti e biologi.

Dunque, i comunicati stampa che verranno presto diffusi attestano l’incompetenza e la sciatteria del nostro sistema mediatico. La notizia sarebbe: «Italia sempre tra gli ultimi per la formazione professionale superiore e tra i primi per la produzione di laureati ordinari in parte destinati alla disoccupazione».  E darebbe luogo a un dibattito finalmente informato e forse utile intorno al triste problema della disoccupazione giovanile.

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Non passa giorno senza che io senta dire da radio o tv di primaria importanza nazionale, nei dibattiti ma anche nelle news, che «centomila giovani lasciano l’Italia ogni anno» oppure «ogni anno centomila laureati fuggono».

Queste fantasiose notizie si sono installate solidamente nei nostri media a causa di un diffuso fraintendimento dei imagescomunicati stampa Istat che, poiché contengono dei numeri, nessuno capisce. Appena pubblicati, vengono trasformati in fuffa.

Andiamo dunque a vedere Istat, 6 dicembre 2016, Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente.

Vi leggeremo che nel 2015, ossia l’ultimo periodo relativamente al quale si hanno dati stabili, emigrarono 102mila cittadini italiani (e ne immigrarono 25mila, insieme a 255mila stranieri regolari). Degli emigrati italiani, 23mila erano laureati (ne sforniamo circa 250mila nuovi ogni anno). Vediamo inoltre che 30mila di quegli espatriati (nei quali però credo siano contati anche i nati all’estero con cittadinanza italiana) avevano meno di 25 anni, ossia l’equivalente di due ragazzi ogni mille che ci sono in Italia.

In un’altra fonte (Fondazione Migrantes citata dal Corriere della Sera) reperiamo, con beneficio di inventario perché trattasi di fonte indiretta, il dato degli emigrati con un’età compresa tra i 18 e i 34 anni, che nel 2015 sarebbero stati 39mila, ossia quattro ogni mille italiani di quella età.

Insomma, non «centomila» giovani, bensì 40mila. Non «centomila laureati» bensì 23mila. E’ importante? Naturalmente no, visto che, da noi, l’aritmetica è comunque un’opinione.

Poteva mancare il Sole 24Ore nel grande coro provinciale e mammistico dei “talenti in fuga”? Certo che no, dal momento che ne fu uno degli inauguratori con la sua radio, da anni ammorbata da una trasmissione stralunata sul tema. Ed ecco in febbraio 2017 l’articolo Quanto guadagnano in più i laureati fuggiti dall’Italia?

figuraIl mammismo è già nel titolo. Il presupposto del pezzo è che i laureati che vanno all’estero siano necessariamente “in fuga”. Ossia: se Google o IBM mi assumono e mi mandano a Mountain View, a Zurigo o a Singapore, oppure se vado a fare il dottorato in biotech a La Jolla o in informatica a Urbana-Champaign o in sociologia a SciencesPo, sto scappando da qualcosa. E se Donnarumma fosse ingaggiato dal Real Madrid o dai cinesi con 100 milioni di stipendio, sarebbe anch’egli un talento in fuga.

D’altro canto è pur vero che, come abbiamo sempre ripetuto qui e come chiunque comprende, in una società gerontocratica e con poche imprese medio-grandi, i laureati vanno incontro a difficoltà di occupazione e a sotto-occupazione. Non sarebbe perciò strano se essi emigrassero in gran numero. Invece, come abbiamo sempre notato e come conferma il paper citato dall’articolo, i laureati italiani emigrano sorprendentemente poco: «the share of graduates who leave the country (2.4 per cent) is remarkably low» (pag. 14). L’annotazione sfugge all’articolista del Sole, che ovviamente non ha letto il paper.

Si noti che il dato numerico colto da questi ricercatori sostanzialmente coincide con quello che si reperisce in [Franzoni C., Scellato G., Stephan P., Foreign Born Scientists: Mobility Patterns for Sixteen Countries, Nature Biotechnology, 30(12):1250-1253, 2012], che abbiamo spesso citato e dal quale è tratta la figura qui sopra, in quanto i due lavori si riferiscono all’incirca al medesimo intervallo temporale, il 2011. (Secondo le stime più recenti, la percentuale dei nostri laureati che espatriano appare oggi più che raddoppiata: ma, coerentemente con i trend della globalizzazione, essa è cresciuta anche negli altri Paesi, come Francia, Gran Bretagna, Germania, per non parlare di Olanda o Danimarca).

E’ interessante notare come il paper citato dall’articolo dia, della scarsa propensione all’emigrazione dei “talenti” italiani, le stesse spiegazioni che abbiamo sempre dato noi, ossia il mammismo/familismo e la scarsa conoscenza dell’inglese: «We would like to especially highlight two hurdles that are prominent in the Italian case: on the one hand, the knowledge of foreign languages, which is remarkably weak among Italian students; on the other, the ‘social costs’ of migration, which are likely to be higher in a familistic society like Italy» (pag 14).

E poi c’è il provincialismo. L’articolo del 24Ore poggia interamente sui dati concernenti la sola Italia: la mondializzazione lo elude del tutto e, per lui, i laureati “fuggono” solo dall’Italia. Abbiamo spiegato sino alla noia, quanto siano “in fuga” anche i talenti altrui: non lo abbiamo fatto attraverso nostre misere indagini di prima mano o aneddoti derivati da conversazioni occasionali, bensì studiando le fonti.

Ma il Sole 24Ore – forse perché piagato dal brain drain – le fonti non le conosce e quando per caso incoccia in una la stravolge, come ha fatto in questo articolo, e pensa che a emigrare siano solo gli italiani. Chissà se sa leggere almeno le figure colorate… Se sì, potrebbe guardare quella qui sopra: essa riguarda solo i ricercatori, dunque non comprende gli young professionals (che sono più numerosi, come migranti, dei primi), ma ci dà un’idea. Scorretela, e vedete quanti talenti sono “in fuga” dall’Italia e da alcuni altri Paesi.

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Carbon footprint

Pubblicato: 28 marzo 2017 da Paolo Magrassi in Uncategorized

carbon-footprintOggi il Corriere della Sera ha scritto “pret-a-porter” in un titolo. Sarebbe prêt-à-porter.

Non riuscendo mai a venire a capo di questa insidiosa locuzione, i giornali italiani hanno cercato di italianizzarla, scrivendola appunto in quel modo (Grazia, Donna Moderna, Rai). Eppure, volendo italianizzare, sarebbe pretaporté o pret-a-porté.

Quanto alla forma corretta, purtroppo nemmeno Google soccorre qui la confusa Generazione Erasmus, perché googlando da un indirizzo IP italiano le prime pagine di risultati riportano soprattutto le forme farlocche: pret a porter, pret a’ porter (Sky), prét-a-porter (Il Giornale), Prét a porter (Tesionline.it: potevamo farci mancare una versione “scientifica” del refuso?).

Bisognerebbe essere così smart da ricorrere a Wikipédia (NB: qui l’accento è un significante, non un inutile orpello): ma, lo sappiamo, uno su mille ce la fa.

E poi, a che scopo? Intanto, gli accenti non servono a nulla, ormai lo dicono anche i francesi. Poi, oggi nelle nostre testoline ci sono dentro così tante cose (Facebook, Google, LinkedIn, l’elettrodinamica quantistica, il Dna ricombinante, il Machine Learning, il sushi eccetera), da non esserci proprio più posto per “ê”.

E soprattutto, evitando di comporre sulla tastiera quel dannato e inutile circonflesso, risparmio tanta energia cinetica da alimentare un led per tre secondi, in tal modo riducendo il mio “carbon futprint” sul pianeta. A patto di avere un doppino di rame che mi esce dal culo e va a caricare la grid.

Sovranità limitata

Pubblicato: 31 gennaio 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo

p-t-the-people«Il popolo è sovrano» è una formula spesso grossolanamente fraintesa: chiara ai più, è invece intrigante e sottile per i pochi che ci riflettano sopra. E infatti la misteriosa sovranità popolare è dibattuta sin dagli albori della democrazia moderna.

Ad esempio i Padri costituenti Usa, autori nel Settecento della prima Carta costituzionale contemporanea, discussero a lungo se il Presidente federale dovesse essere eletto dagli Stati, dai cittadini o da rappresentanti di questi.

Irresoluti, optarono per una formula intermedia e bizzarra, quella degli Electors (noti come Grandi Elettori qui da noi). Da allora, i cittadini Usa non votano direttamente il candidato Presidente, bensì un intermediario, l’Elettore, che si occuperà, se crede, di riflettere col suo voto quella intenzione: la Costituzione federale non lo impegna a votare in assonanza col voto popolare.

Quanto all’assetto istituzionale italiano, il popolo è «sovrano» in un senso il cui limite si comprende già all’art. 1 della Carta: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

In pratica, il popolo italiano (a) elegge il Parlamento, (b) partecipa a qualche referendum abrogativo (ma non su temi sensibili come il fisco o i trattati internazionali), e (c) può presentare proposte di legge come qualunque singolo parlamentare. Basta.

costituzioneGoverno e Parlamento, invece, possono, chessò, raddoppiare le tasse, dichiarare una guerra, instaurare la pena di morte, sopprimere il Servizio Sanitario Nazionale, cambiare legge elettorale, variare la Costituzione (col 66%), e molto altro ancora, senza mai sentire il popolo.

Tanta era la fiducia che i Padri costituenti italiani riponevano in quei popoli «sovrani» che avevano acclamato Mussolini nelle piazze e fatto del partito Nazista il più grande di Germania già nel 1933, con regolari elezioni.

Il popolo, dunque, non è poi così sovrano. E per fortuna.

Nelle stragrande parte delle democrazie o monarchie costituzionali contemporanee, e particolarmente nei grandi paesi, il popolo è solo una componente del bilanciere complessivo, e vi si ricorre raramente perché, trattandosi di democrazie rappresentative, sono gli eletti e i loro delegati a occuparsi di gestire il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario.

Il populismo è l’orientamento politico che pretende di accentuare a dismisura il potere, vero o presunto, del popolo, sottovalutando gli altri poteri presenti nel bilanciere, e accentuando la cosiddetta volontà popolare. La volontà popolare, però, non è univoca: alle elezioni politiche, per esempio, essa esprime sempre una pluralità di tendenze; e anche in un voto sì/no come un referendum, essa è frazionata in due parti. E la parte perdente non è spazzatura, vuoto a perdere: in democrazia, contano anche le minoranze.

Dunque, il populismo è quasi sempre ingannevole, sia perché pretende di rappresentare una volontà che invece è plurale, sia perché non di rado attribuisce alla volontà popolare molti dei desideri del populista di turno.

Insomma:we-the-people

(1) in democrazia, non è “il popolo” che comanda, bensì un complesso sistema di intelligenze collettive, pesi e contrappesi;

(2) democrazia non è banalmente sinonimo di suffragio universale. Non è “vera democrazia” solo il voto popolare, come usa ripetere oggi da più parti: è vera democrazia anche un atto parlamentare, o una decisione della Corte Costituzionale, o la sentenza di un tribunale;

(3) il popolo non ha sempre ragione.

 

 

jeanneEssendo uno dei forse cinquanta individui in tutto il mondo che l’hanno letto integralmente, vorrei commentare brevemente il rapporto Oxfam Un’economia per il 99%.

Era certo che il Rapporto avrebbe raggiunto i media di tutto il mondo, essendo stato diffuso a mezzo di un annuncio molto pop e impressionante per il pubblico digiuno di nozioni economiche: Gates, Zuckerberg e altri sei omologhi sono più ricchi del 50% dell’umanità tutta intera.

Io condivido quasi tutte le convinzioni di Oxfam in materia: le dinamiche di reddito e ricchezza sono distorte in questi anni; il mercato non ha sempre ragione; il PIL è una metrica povera; e il turbocapitalismo spregiudicato è odioso. La “Economia umana” di Oxfam è, se non una gran novità, una proposta per me molto buona.

Purtroppo, il Rapporto di Oxfam sembra ignorare che il reddito e la ricchezza sono sempre stati distribuzioni esponenziali, come Pareto ha mostrato già un secolo fa: una minoranza di persone hanno sempre e dovunque posseduto la maggior parte della ricchezza, per diverse ragioni neanche troppo difficili da comprendere.

Senza questa consapevolezza, non è facile orientarsi nei dati che testimoniano la crescita o meno della “diseguaglianza”. E questo fatto diminuisce assai la forza del Rapporto, almeno agli occhi del lettore scettico e informato.

Ho anche trovato un po’ sgradevole vedere l’autrice in costante ricerca di fonti di dati che potessero confermare le sue tesi, e orientata ad ignorare quelle che potrebbero confutarle.

Inoltre, in punti cruciali – come il fatidico paragrafo sui Magnifici Otto contro gli altri 3.600.000.000 – ella mescola fonti eterogenee di dati (e valute!) nelle stesse formule aritmetiche: in questo modo, si possono al massimo ricavare spunti e ipotesi, non certo risultati scientifici.

Io non credo nell’analisi  economica neutrale. Tuttavia, per me, quando ci si mette di buzzo buono (50 pagine) per dimostrare una tesi o sostenere una causa, si suonerà più credibili se si cerca di confutare tesi e credenze opposte a quelle che si intende propugnare e dimostrare vere.

Credo che un rapporto come questo di Oxfam, con la risonanza di cui gode, costituisca un progetto nobile e utile. E’ proprio per questo che l’avrei preferito rigoroso.