IT e prêt-à-porter

Pubblicato: 18 giugno 2007 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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C’è un legame tra l’informatica e la moda, lo sapevate?

Nelle scorse settimane ho approfittato del nuovo blog di Computerworld Online per provocare i visitatori sul tema del confronto con gli USA, inevitabile e gravoso per chi opera nel settore IT in Italia.

Sappiamo tutti come sono andate le cose: quarant’anni fa avevamo un potenziale informatico; lo abbiamo dissipato, e ora eccoci qui, condannati all’irrilevanza, importatori totali, ridotti a users, readers, attendees.

E’ qui che c’entra la moda. Trenta, quaranta anni fa la Francia e l’Italia hanno inventato il prêt-à-porter. Ancora oggi queste due nazioni vantano una posizione di punta nel settore, ma le altre non sono rimaste a guardare: statunitensi, giapponesi, tedeschi hanno fatto crescere industrie e marchi autoctoni di rilievo internazionale. Aziende spagnole e svedesi hanno introdotto il concetto di moda instantanea, mettendo in pratica nel settore dell’abbigliamento il just-in-time promulgato a suo tempo dall’industria automobilistica. Oggi persino i cinesi si affacciano al settore.

E nell’IT? Gli americani lo avevano inventato e ancora oggi lo dominano (insieme alle loro propaggini asiatiche). Ma molti degli altri non sono rimasti del tutto al palo. Tedeschi e francesi avevano sviluppato e ostinatamente difeso industrie proprie oggi disperse ma che, se non altro, hanno lasciato delle tracce importanti: gli uni hanno SAP con cui pavoneggiarsi, mentre intorno a Tolosa è nata una non disprezzabile capacità innovativa che ha fatto nascere aziende andate poi note per essere americane ma in realtà nate in Francia. Intanto cresceva l’offshoring (prima giapponese, poi americano) del manufacturing di hardware verso Taiwan, Corea, Cina, e la produzione di computer e collegati si trasferiva là. Negli anni ’90 si è ingigantito l’offshoring del software, che ha fatto nascere interessanti operatori indiani, messicani, russi. L’Irlanda è uno dei più grandi esportatori di software e servizi collegati, e non solo per ragioni linguistiche. L’internet e il web vedono fiorire di continue innovazioni la Danimarca, la Svezia, gli Stati baltici.

Noi, zero. Cosa possiamo fare, dunque, per uscire da questa condizione?

I nostri blogger si sono divisi tra timidi sciovinisti (“anche in Italia le innovazioni non mancano”), orgogliosi europeisti (“dove mettiamo il web, inventato a Ginevra, Kazaa, Skype, Joost?”), filoamericani alla Alesina e Giavazzi (che propongono iniezioni di economia statunitense per rivitalizzare il moribondo italiano), moderati rassegnati (“prendiamo il meglio di quel che circola, in USA o altrove, e rivisitiamolo alla luce della nostra cultura aziendale e nazionale”).

Non poteva mancare una fiammata di  open source, che, pur nato in America ed essendo, nelle sue forme meno ‘puriste’, sostanzialmente controllato da multinazionali USA, gli europei sembrano aver scelto come bandiera della propria liberazione dal monopolio informatico statunitense, mentre in USA esso è il vessillo della resistenza al ‘monopolio’ Microsoft.

Abbiamo infine avuto una importante partecipazione di benaltristi, ossia coloro che portano linfa e sale nei dibattiti allargandoli a dismisura, e sostenendo che i problemi si trovano altrove, più in alto, più in là. Così si è finiti anche a disquisire della superiorità dei modelli di sviluppo socioeconomico, con scontri tra fronde pro-USA e altre pro-socialdemocrazie scandinave. Passate di là a dire la vostra.

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