Complessità: un caos

Pubblicato: 22 aprile 2008 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Management, Scienza
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[Appunti raccolti anche nel saggio pubblicato su Nova Review del Sole 24Ore in settembre 2008]

 

 Da sempre trascorro ogni estate un periodo in alta montagna. Il mio sforzo supremo di trekking è una salita che porta a un rifugio situato a 3029 metri di quota dal quale, dopo aver riposato, quelli più ardimentosi e più in forma di me partono col buio e, affrettandosi a compiere il viaggio di andata e ritorno (di sette ore) prima che il sole del mezzogiorno provochi smottamenti e incrinature nei ghiacciai, superano un dislivello di 900 metri per giungere alla vetta del monte Ortles, il più alto delle Alpi a est del Bernina.

 

Il percorso presenta difficoltà modeste per un alpinista, ma è molto rischioso se non si è professionisti o se non si ha una guida, e ovviamente occorrono un’attrezzatura ad hoc e una buona preparazione fisica. Vi sono salite su terreno misto di roccia, neve e ghiaccio, passaggi di III grado non attrezzati, ghiacciai con pendenze anche del 45% e crepacci a profusione.

 

Il fenomeno che non finirà mai di stupire sia me sia le guide alpine del posto è la quantità di gente che compie quel percorso in scarpe da ginnastica. In estate, l’elicottero del soccorso alpino è in servizio permanente per trasportare decine di traumatizzati e/o congelati agli ospedali del circondario, e ogni settimana si assiste al recupero di qualche cadavere.

 

Se uno va in alta montagna con le scarpe da tennis, si espone a un rischio enorme e dimostra di essere più scriteriato che avventuroso.

 

Ora so che vi domanderete che diavolo c’entri con tutto ciò, ma sta di fatto che, progredendo nelle sue indagini, la scienza si è venuta occupando di fenomeni sempre più complessi.

 

Già verso la fine dell’Ottocento Henri Poincaré si era accorto che un sistema apparentemente semplice come quello costituito da tre pianeti nello spazio, benché soggetto alle leggi note e ordinate della meccanica newtoniana, poteva esibire anche comportamenti non-deterministici. Per la prima volta il caos faceva la sua intrusione in un contesto strutturato e meccanicistico. Questi studi furono proseguiti nei decenni successivi da matematici e fisici come Hadamard, Birkhoff, Schrödinger, Littelwood, Kolmogorov. Negli anni ’70 del Novecento, poi, i matematici Yorke, Mandelbrot e Lorenz portarono alle formalizzazioni oggi ancora prevalenti circa i comportamenti caotici.

 

Prima ancora di Poincaré, la scienza si era dedicata anche allo studio delle situazioni nelle quali il comportamento di un sistema è molto difficile da spiegare sulla base delle proprietà delle sue parti, perché queste interagiscono fra di loro.

 

I comportamenti della materia a livello macroscopico spesso appaiono contrastanti con le leggi microscopiche che riguardano atomi e molecole. Per esempio, a zero oC congela un bicchier d’acqua ma non la singola molecola di H2O. Per fare un altro esempio, tutti abbiamo ben chiaro che non è possibile riavere le uova dopo avere cucinato la omelette o far tornare nel contenitore il deodorante dopo averlo spruzzato in aria; eppure, le leggi della meccanica (newtoniana o quantistica) sono perfettamente reversibili, ossia sembrerebbero indicare che il filmato della storia potrebbe essere fatto scorrere all’indietro. Del resto, anche nel mondo biologico o sociale, non mancano esempi di questo genere: le colonie di formiche si comportano in modo imprevedibilmente intelligente se pensiamo alle facoltà dei singoli individui, e le folle negli stadi sono diverse dalla somma dei singoli individui.

 

La difficoltà dello spiegare in modo riduzionistico (ossia scomponendo in parti via via più semplici) il comportamento emergente di un sistema si rivelò già, in un certo senso, nella seconda metà dell’Ottocento, e fisici come Boltzmann e Gibbs dovettero ricorrere a metodi statistici (anziché esatti e puntuali) e concetti sistemici (anziché atomici e molecolari), come quello di entropia. Il filone proseguì, sia in campo classico (Einstein, Koopman, von Neumann, Birkhoff) sia in campo quantistico (Bose, Einstein, Fermi tra gli altri), e il ventennio 1950-70  portò a un nuovo livello di maturazione la nostra visione sui sistemi macroscopici.

 

Ad esempio, il chimico-fisico Ilya Prigogine, ponendo lo sguardo su una zona ancora poco esplorata, ossia lo stato dei sistemi quando essi sono lontani dall’equilibrio dinamico (come ad esempio lo stato critico al confine tra quello gassoso e quello liquido), si accorse che in quelle situazioni può verificarsi una cosa sorprendente: pur soggetto a oscillazioni caotiche, il sistema può tendere a uno stato di maggiore organizzazione, perdendo entropia.

 

Nel 1972 Philip W. Anderson scrisse su Science un articolo (More Is Different) che rifondò la fisica degli stati solidi e gassosi e inaugurò gli studi “complessi”, mettendo in discussione l’approccio riduzionistico in base al quale le leggi fondamentali della natura sarebbero solo quelle che regolano le particelle elementari, dalle quali sarebbe possibile ricavare tutto il resto.

 

Da allora, a ogni successivo livello di indagine (le particelle elementari, i nuclei, gli atomi, le molecole, le proteine e così via, salendo nella scala geometrica) competono le proprie leggi fondamentali e nessun gruppo di leggi è più autorevole, “più basilare” degli altri. La sfida della complessità non è tanto un attacco a problemi complessi visti in contrapposizione a quelli “semplici” del passato, quanto un punto di vista nuovo sull’indagine scientifica. 

 

L’accelerazione verso una complessità sempre maggiore si è accentuata negli ultimi 50 anni del Novecento, grazie al concorso di due nuovi fattori: la nascita degli approcci interdisciplinari e la comparsa dei computer.

 

Gli anni ‘40 hanno visto sorgere la necessità di sforzi interdisciplinari per affrontare nuove sfide, come ad esempio quelle poste dagli organismi viventi. Virus, batteri, cellule sono sì fatti di atomi e molecole, ma si comportano in modo ancora più “strano” delle perturbazioni atmosferiche, dell’aria intorno alle ali degli aerei supersonici e della propagazione delle onde nelle fibre ottiche (per citare problemacci “non lineari” noti agli ingegneri).

 

Nel 1944 Erwin Schrödinger, uno dei padri della meccanica quantistica, scrisse il pamphlet What Is Life?, proponendo un modello fisico del materiale genetico e gettando un ponte destinato a durare per sempre tra fisica e biologia: Watson e Crick, gli scopritori del Dna, lo citeranno come un lavoro ispiratore. 

 

Norbert WienerNegli stessi anni nasceva la prima disciplina programmaticamente interdisciplinare, la cibernetica, sotto l’impulso di matematici come Wiener, von Neumann e Weaver, di biologi come Maturana, di biongegneri come Lettvin, di neurofisiologi come McCulloch, di cardiologi come Rosenblueth, di logici come Pitts. Si era ormai capito che l’iperspecializzazione portava ottimi risultati localmente ma serviva a poco per affrontare certe sfide globali, a molte facce interconnesse.

 

Negli anni ’60 ebbe grande impulso anche la Teoria dei Sistemi (Bertalanffy, Bánáthy, Zwicky), tentativo di formalizzare in modo matematico la fenomenologia naturale più complessa, e vista da alcuni, oggi, come un altro sinonimo ancora di “teoria della complessità”. Il Santa Fé Institute, organizzazione di ricerca non-profit, è stato fondato nei primi anni ’80 per perseguire gli studi interdisciplinari che sono solitamente così difficili da svolgersi nelle istituzioni accademiche ordinarie, dove ricerche, pubblicazioni, cattedre e carriere sono rigidamente compartimentate per discipline e anzi branche di discipline.

 

La comparsa dei computer, infine, ha aperto la possibilità di far compiere da loro, beninteso dopo aver programmato sotto forma di software gli opportuni modelli matematici riflettenti la realtà fisica o chimica o biologica in esame, esperimenti che sarebbero impossibili in vivo, e ha dato formidabile impulso alla escalation verso problemi sempre più complessi (complessi non solo perché complicati, ma anche perché interrelati, intricati, “tessuti assieme”, come scende dall’etimo dell’aggettivo complesso).

 

Così, oggi, i fisici della Sapienza di Roma studiano potentissime architetture elaborative per attaccare problemi come la forma delle nuvole nel vento o il modo con cui la panna si diluisce nel caffè. I matematici usano i computer per comprendere il misterioso ordine che sembra emergere dalla disposizione caotica dei numeri primi.

 

 

La progressiva accelerazione sul terreno dell’atteggiamento complesso si somma alla sempre maggiore ‘contemporaneità’ della scienza, dovuta al fatto che, come osservò De Solla Price, vivono intorno a noi la stragrande maggioranza (forse il 99%) di tutti gli scienziati più produttivi di ogni tempo.

La vertigine che ne deriva colpisce l’immaginazione di molti che guardano la scienza dal di fuori, e ha dato vita a una variegata letteratura sulla complessità che ha componenti giornalistiche (per esempio Mitchell Waldrop, Kevin Kelly), pseudo-scientifiche (Stuart Kauffman, Michael Crichton, la letteratura per il management), filosofiche (Edgar Morin).

A causa del non sempre solidissimo background scientifico degli autori coinvolti, gli esiti sono molto alterni, e spaziano dal puro e semplice nonsenso all’appassionata affermazione di valori come l’interdisciplinarità o l’anti-scientismo, ossia la sacrosanta opposizione a chi pensa che con i soli approcci logico-deduttivi e sperimentali troveremo risposte a ogni quesito esistenziale. Contributi importanti in questo senso sono venuti soprattutto da Edgar Morin.

Purtroppo, accade che alcuni di quegli entusiasti commentatori e i loro seguaci cadano a volte preda della sindrome delle scarpe da tennis sul ghiacciaio.

 

Un conto, infatti, è raccontare le sfida della complessità con piglio divulgativo alla Piero Angela, oppure costruire metafore e analogie con le scienze umane e sociali, oppure ancora indagare le implicazioni epistemologiche dei progressi (o degli stalli) scientifici.

 

Altro è salire semplicemente in cattedra quando si è privi dell’armamentario matematico senza il quale è impossibile scalare le vette della scienza. Quando provengono da persone in queste condizioni, affermazioni del tipo “ci serve una vista post-cartesiana della scienza che vada al di là del puro determinismo” (cosa avvenuta da un un bel po’ nell’indagine scientifica) o “si affermi dunque una nuova concezione del sapere” (vabbe’) e “occorre sbarazzarsi delle nozioni classiche di legge, previsione e determinismo” (in cambio di cosa, non è dato sapere) fanno l’effetto della vista di quei tizi che salgono l’Ortles in T-shirt e sneakers.

 

Nella letteratura di management, poi, gli esempi orripilanti di presunzione parascientifica abbondano, e i consulenti vi si avvinghiano per inebetire i clienti col terrorismo culturale e irretirli con discorsi cool.

 

Ad esempio, da dieci anni circola un paper pubblicato su Administrative Science Quarterly che è stato finora citato 1100 volte da altri autori come una sorta di Bibbia della Complessità nel Management ma che in realtà, anziché “estendere il pensiero manageriale sulla teoria della complessità”, come ampollosamente annunciato nel sommario e nello stesso titolo, si limita a fare riferimenti suggestivi a un’abborracciata letteratura divulgativa e ammette di non avere provato empiricamente nulla circa il rapporto tra complessità e organizzazione (vedi il riquadro più avanti).

 

Avventurandosi a parlare di scienza, anziché limitarsi a raccontare le sfide della complessità e le possibili analogie col mondo gestionale e/o sociale, alcuni autori, speaker e insegnanti di management cadono nei crepacci che li attendono minacciosi ai confini delle loro competenze.

 

 

L’articolo cui ci riferiamo nel testo è “The Art of Continuous Change: Linking Complexity Theory and Time-Paced Evolution in Relentlessly Shifting Organizations”, di Shona Brown e Kathleen Eisenhardt. Fra l’altro, com’è tipico dei lavori scientifici mal riusciti, vi si presenta una bibliografia molto lunga, con citazioni di opere scollegate dal contenuto del paper e di altre che palesemente le autrici non hanno letto, come ad esempio un celebre testo divulgativo del grande ed eccentrico fisico teorico Murray Gell-Mann.

Ci affrettiamo ad aggiungere che non mancano i casi di segno opposto. Ad esempio, l’insegnante dell’INSEAD Philip Anderson ha fornito un’eccellente rassegna in “Complexity Theory and Organization Science”, Organization Science, Vol. 10, No. 3, May-June, 1999. E anche la libera letteratura manageriale italiana si è recentemente arricchita di un testo che, nonostante incorra in alcuni degli errori ai quali accenniamo qui, viene redento dalla passione, dall’eclettismo, dalla maestria e dalla competenza manageriale dell’autore, il quale ci presenta una credibile rivoluzione copernicana del modo di guardare all’impresa, alla dirigenza e agli investimenti. Si tratta di “Competere nella complessità” di Alessandro Cravera, ETAS 2008.

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