Solo per puri

Pubblicato: 20 aprile 2009 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Dopo aver detto, in un post precedente, dell’insopportabile chiacchiericcio dei media intorno alla pirateria musicale e cinematografica come bandiere di libertà, concentriamoci sulle questioni vere che stanno dietro (ma molto dietro)  la faccenda di The Pirate Bay.

Innanzitutto, sgomberiamo il campo dal sospetto di essere noi dei biechi sostenitori delle Major.

Gli editori non devono CiberFarci, usando la pirateria come pretesto per indurre il legislatore a introdurre norme ingiuste e speculative, come ad esempio quelle troppo generose o troppo restrittive sul diritto d’autore.

Occorre inoltre vigilare affinché la legislazione che si introduce per rimediare a storture del web (i pirati, i pedofili, i nazisti, eccetera) non comporti degli effetti collaterali devastanti, che finiscono con il far male all’apertura e al valore dell’internet.

Questi sono rischi concreti, dovuti meno alla malvagità delle lobby che all’incompetenza del legislatore. Per una discussione utile e informata di alcuni di questi temi, rimandiamo per esempio a NNSquad o al blog di Stefano Quintarelli.

Ma queste, se pur importantissime e meritevoli di vigilanza civile, sono faccende solo tangenti quella di Pirate Bay, e il tirarle in ballo dopo la sentenza della magistratura contro i ricettatori, senza parlare delle due questioni-chiave, è intellettualmente scorretto.

Le questioni-chiave sono due.

1) Protezione dalla copia

Se si ammette come giusto (ma vedi la questione 2 più avanti) che un autore e un editore abbiano diritto a essere remunerati per un’opera dell’ingegno, allora bisognerebbe impedire che la gente si procurasse illegalmente copie di tali opere.

Ma, e limitando le considerazioni alle opere digitalizzabili (come musica, cinema o letteratura), se poi risultasse che impedire le copie è di fatto impossibile, allora la discussione diventerebbe un tantino stucchevole. La legge che dice “è proibito copiare senza pagarle le opere dell’ingegno” suonerebbe un po’ come i Comandamenti VI, VIII e IX, che praticamente nessuno rispetta e le cui violazioni possono essere emendate solo ex-post, con la confessione.🙂

Se “non crackerai i film con Nero” o “non scaricherai song con eMule” fossero le prescrizioni, ci sarebbe da ridere. Le remore morali delle persone sono limitatissime, e masse immense di consumatori violerebbero i comandamenti.

Infatti, è proprio quello che sta succedendo. E, come abbiamo detto nell’altro post, la “libertà di espressione” e la “democrazia del web” non c’entrano, qui, un corno.

Allora, gli editori (supportati dalla stragrande parte degli autori) sono continuamente alla ricerca di modi non solo legislativi, ma anche tecnologici per impedire che le opere digitalizzabili vengano copiate.

Si escogitano continuamente accrocchi di ogni tipo, sui quali ora non ci dilunghiamo per non annoiare, ma che i più curiosi potranno apprendere da sé utilizzando digital rights management come parola-chiave.

Alcuni sostengono che, poiché un’opera digitalizzata può comunque sempre essere riconvertita in formato analogico (per esempio: compro una song digitale –> la suono col riproduttore e registro nell’ambiente mentre suono –> prendo la registrazione effettuata analogicamente e la digitalizzo –> faccio infinite copie della song), quegli accrocchi sono tempo perso.

Se anche questa affermazione fosse vera (ma l’argomento è molto complicato), essa non costituirebbe una giustificazione morale della pirateria web, bensì semplicemente la presa d’atto di una situazione di fatto.

E’ quello che i CiberCiFaccio più colti (ossia il 5% di coloro che hanno scritto sui giornali il 18 aprile parlando della sentenza su Pirate Bay) intendono dire quanto sostengono che gli editori, anziché fare causa ai ragazzi “libertari”, dovrebbero inventarsi modi nuovi per fare soldi: vendere film o canzoni non paga più.

Questo, come quello dei “libertari”, rischia di risultare a sua volta un argomento ipocrita. Infatti, se vendere musica o cinema o libri non è più possibile, quale cavolo potrebbe mai essere il “business model” di un editore?

Nel mondo musicale, da circa un decennio, a causa della pirateria, il modello che è cresciuto maggiormente è quello del concerto dal vivo. Per esempio, le grandi star del rock e derivati fanno quattrini solo coi concerti. Ma è un modello sostenibile per l’industria editoriale? E i libri?

Allora siamo trascinati alla seconda questione seria (ancora più complicata della precedente, e intorno alla quale dichiariamo subito la nostra incompetenza).

2) Copyright, copyleft, ecc.

(Per chi non mastica i termini-chiave, rimandiamo a un semplice riassunto).

E’ giusto remunerare autore ed editore per un’opera dell’ingegno, come un’invenzione o un romanzo, indipendentemente dal fatto che essa possa o meno essere scopiazzata?

Se pensiate non sia giusto, allora potete finire di leggere qui, o tutt’al più andare qui perun ripasso sulla portata della questione.

Ma anche se, come chi scrive, pensate sia giusto remunerare artisti, inventori e progettisti, potreste avere dei dubbi collaterali. Per esempio, circa la durata dei brevetti. O circa la liceità stessa dei brevetti.

E’ giusto che ci siano aziende che pretendono di brevettare le zucchine o i cornetti, introducendo delle varianti genetiche e facendo in modo che sopravvivano solo quelle?

E’ giusto che un nuovo miracoloso farmaco anti-Aids non possa essere utilizzato nel terzo mondo perché il brevetto lo impedisce?

Da quando è nato il mondo digitale è nata anche la discussione su cosa debba significare la titolarità di un’opera dell’ingegno, su come essa possa essere remunerata, su come aprire la possibilità di riutilizzarla per crearne dei derivati pur senza ledere i diritti del creatore originale.

E così sono nati discorsi come il copyleft (nel mondo del software, ma applicabile più in generale) o le licenze Creative Commons.

Questi sono discorsi seri, che stanno “dietro”, molto dietro, le discussioni sulla pirateria web. Peccato che i CiberCiSono non lo sappiano e che i CiberCi Faccio campino su questa ignoranza.

commenti
  1. […] a differenza della Nutella o della benzina, debbano essere gratis per il solo fatto che sono riproducibili, o il ritenerle meno preziose dei contenitori: questo, anzi, è proprio il contrario della […]

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