La Suina a Wall Street

Pubblicato: 17 novembre 2009 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Due tizi sono accusati di rapina. Arrestati, vengono messi in due celle separate, e all’avvicinarsi del processo ciascuno dei due imputati deve decidere la propria strategia.

Se ti dichiari colpevole, ti dànno 10 anni.

Se ti dichiari innocente, la tua sorte dipende dal comportamento del tuo co-imputato: se egli si dichiara a sua volta innocente, verrete condannati entrambi a 3 anni.

Se invece lui si dichiara colpevole, sarà messo in libertà per avere collaborato, e tu ti beccherai 15 anni.

Questo è il Dilemma del Prigioniero, noto in Teoria dei Giochi. Se vi fate una tabella con carta e penna per rappresentare tutte le possibilità, scoprirete che

A) la migliore strategia complessiva, ossia per minimizzare gli anni di carcere collettivi, è di negare entrambi (pena collettiva = 6 anni);

B) tuttavia, la migliore strategia per ciascuno dei due presi singolarmente consiste nel confessare, rischiando così di fare 10 anni di prigione ma aprendo la possibilità di essere liberati (pena collettiva, in questo caso, 15 o 20 anni).

Questo esempio dimostra in modo semplice e chiaro i paradossi che possono sorgere quando l’interesse collettivo e quello individuale entrano in conflitto.

In un post sulla pandemia di influenza ci siamo già soffermati su questo punto: al Ministro conviene che tutti si vaccinino, per contenere a) le eventuali ospedalizzazioni e b) la probabilità il virus muti in maligno; all’individuo sano, invece, tutto sommato conviene infischiarsi del fenomeno, visto che al massimo rischia di beccarsi l’influenza, che è un malanno di poco conto.

In occasione del crash di Wall Street del 2008, insieme all’ingordigia e alla carenza dei controlli, è capitato qualcosa di analogo.

L’interesse collettivo è di mitigare l’aspetto «casino’» del sistema finanziario (derivati strani, ecc.), facendo invece sempre salvo quello utilitaristico (sistemi di pagamento, finanziamenti alle imprese, depositi dei risparmiatori, derivati utili, ecc.).

L’interesse delle singole aziende finanziarie, d’altro canto, è quello di massimizzare il proprio utile.

Sembra che questi due interessi siano inconciliabili, come nel Dilemma del Prigioniero, e l’Amministrazione Obama si sta scontrando oggi essenzialmente con questo problema.

I cultori della Responsabilità Sociale d’Impresa, invece, si propongono di riconciliare l’interesse collettivo e quello imprenditoriale, pur conservando i cardini del capitalismo.

Forse, un giorno, anche noi capiremo come intendono risolvere il puzzle.

commenti
  1. acravera scrive:

    Concordo in pieno che nel sistema capitalistico ci siano due interessi in gioco, ma, non penso che questi siano in totale contrasto tra di loro. Se continuiamo a vedere la responsabilità sociale d’impresa come una sorta di “buonismo” aziendale, di interesse per l’altro a prescindere, da parte delle aziende, stiamo facendo male alle imprese, al sistema capitalistico e alla RSI stessa. Dal mio punto di vista, è possibile conciliare gli interessi degli azionisti che vogliono avere una remunerazione per i loro investimenti, e l’interesse della collettività di mitigare gli eccessi e le relative conseguenze economiche e sociali.
    Cosa vogliono gli azionisti? Soldi. Cosa accade se non si regolamenta il gioco finanziario? Eccessi che portano a crisi economiche e finanziarie (quindi a perdere soldi). Un’impresa che adotta una politica di RSI è un’azienda che punta alla solidità e sostenibilità del suo modello di business. Per conciliare questi aspetti occorre modificare radicalmente il modo di misurare le performance delle aziende. Fino a quando i report trimestrali sono solo economico-finanziari (di brevissimo periodo) e le decisioni di acquistare o vendere i titoli si basano su questi dati (o su una speculazione cieca che non guarda neanche alla realtà dei dati), dal vicolo buio non se ne esce. Se. Al contrario, le performance delle imprese quotate sono misurate anche su ambiti diversi da quelli finanziari, (tutto il tema degli intangibles che non approfondisco qui, ma che tu conosci molto bene), si avrebbe una maggiore vicinanza tra i due interessi contrastanti. Gli azionisti, non massimizzeranno i loro profitti nel breve ma, avrebbero una maggiore solidità degli investimenti nel lungo periodo e la collettività sarebbe meno esposta a bolle speculative.
    Come ben sai, la vita media delle aziende si sta drasticamente riducendo (già prima della crisi di quest’ultimo anno). Se le imprese muoiono, per definizione non producono valore per gli azionisti. Un modo per conciliare gli interessi di azionisti e collettività è quello di rendere i modelli di business più stabili attraverso l’adozione di metriche di performance più coerenti con i tempi di oggi e, soprattutto, multidimensionali. Se poi, questo lo vuoi chiamare Responsabilità sociale d’impresa, stakeholder management, intellectual capital management o come vuoi tu, non è importante. L’importante è cambiare la cultura aziendale e la sensibilità economico-finanziaria su questo tema.

  2. Paolo Magrassi scrive:

    Sottoscrivo, come sai, al 100 per cento.

    Concordo anche sul fatto che CSR non deve significare banalmente “buonismo”.

    Però secondo me la radice ultima del problema è il Dilemma del Prigioniero, nel senso che conciliare interessi opposti è un problema forse irresolubile (di sicuro, “complesso”).

    Tu non mi hai aiutato a capire come intenda risolverlo lo stakeholder management, a.k.a. CRS, né hai confutato che esso sia in effetti il cuore del problema.

  3. acravera scrive:

    Però, se alla fine i due interessi non sono più contrapposti,usciamo dal dilemma del prigioniero. Se gli azionisti comprendono che il modo migliore per ottenere un ritorno è quello di creare un ambiente economico e finanziario sostenibile, in cui le aziende sono misurate sulla competitività e non solo sul breve, si esce dal dilemma. Quindi, al momento, continuiamo a ragionare all’interno del dilemma del prigioniero per una mancanza di consapevolezza e di conoscenza. Superiamo questo problema e avremo risolto il presunto dilemma.

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