Prevedere le catastrofi

Pubblicato: 27 dicembre 2009 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Certo, la rapacità alla Gordon Gekko.

Certo, il corto respiro, il focus sui risultati del trimestre e i bonus stratosferici pagati anche a chi piazzava junk bonds.

Certo, il ribasso dei prezzi delle case in Usa.

Eccetera.

Ma perché la comunità finanziaria intera ci è cascata in pieno?

Perché, all’avvicinarsi del meltdown del settembre 2008, non è cresciuto un consenso di opinioni tese ad ammonire su rischi gravissimi e imminenti?

Perché siamo ridotti a spolverare qualche sparuto maverick, che magari allora sparava cacchiate a vanvera (un po’ come il tizio che “previde” il terremoto dell’Aquila, sbagliando giorno e città) mentre oggi, a cose fatte, lo si vuol far passare come cassandra preveggente e inascoltata?

Tutto quel che avevamo erano premonizioni vaghe e generiche, che non portavano a intravedere la magnitudine e l’epoca del crack.

Non si è riusciti a prevedere l’evento, nel senso di specificarne l’epoca, il luogo e la portata, con sufficiente affidabilità e accuratezza da giustificare il costo della risposta.

Perché?

Per due ragioni, io credo.

La prima è che l’economia non è una scienza. È zeppa di modelli matematici complicatissimi ma, poiché manca del coté sperimentale, non va soggetta alla ripetibilità empirica tipica del modello scientifico.

La seconda ragione, collegata alla prima, è la copula gaussiana di Li, di cui già dicemmo ante, inadatta ad avvertire il rischio delle correlazioni di insolvenza.

Ossia, il modello matematico utilizzato per il risk assessment delle collateralized debt obligations era debole nel misurare rischi del tipo di quello del Wobbly Bridge di Londra.

Nell’estate del 2000 a Londra si è inaugurato il Millennium Bridge (un ponte pedonale), e dopo un solo giorno lo si è dovuto chiudere perché oscillava sotto i piedi della folla!

L’oscillazione era dovuta al feedback positivo che si innescava.

La gente, quando cammina, tende a oscillare un pochino lateralmente. Un certo numero di persone che camminino in fase possono trasmettere la loro piccola oscillazione, appena percettibile, al ponte. Altre persone, che pure sono fuori fase, tendono a camminare in fase a loro volta perché, inconsciamente, sentono oscillare flebilmente la strada sotto i piedi e quindi fanno un movimento che si oppone a quella sensazione.

Più gente si adatta alla fase, più il fenomeno di amplifica… Alla fine, se non si sta attenti, il ponte si spezza.

E la rottura può avvenire molto rapidamente, facendo passare in pochissimo tempo da stabilità a crack, perché da un certo momento in poi la fasatura delle camminate cresce in modo rampante, esponenziale. Sono le cosidette catastrofi.

Per fortuna, il Millennium Bridge fu chiuso prima che crollasse, perché ci si accorse che oscillava troppo lateralmente.

Le oscillazioni dei mercati finanziari dell’estate-autunno 2008, invece (compreso il primo fallimento nella storia di una banca d’affari, Bear Stearns, in primavera), non hanno fatto presagire il crollo catastrofico di settembre.

Però il crollo è avvenuto per una ragione non molto dissimile da quella del Millennium Bridge: l’accumularsi, improvvisamente rapido, vertiginosamente rapido, di una serie di piccoli fallimenti (di mutuatari). Il feedback positivo.

Era possibile prevedere? Io non lo so.

Le “piccole oscillazioni” dei mesi precedenti la catastrofe non sono state sufficienti a prevedere un crollo. E quando la crescita esponenziale delle oscillazioni è diventata insopportabile, le conseguenze erano già catastrofiche.

Si è intervenuti, ma un po’ tardi.

I fenomeni caotici-catastrofici sono per definizione imprevedibili, nel senso che a un certo punto le cose prendono una piega ingovernabile in modo indeterminato.

Abbiamo, però, un modo statistico di “prevedere il caos”: osservare il sistema per un tempo abbastanza lungo, così da misurare per quanto tempo, in media, esso riposa intorno ai propri attrattori.

Chissà…

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