La mia attrazione verso i linguaggi formali nasce con l’analisi logica in II Media, si sviluppa nell’incontro col latino e si consolida in età adulta con felici mostri come l’Interlingua di Peano o il Vienna Development Method. Si cementa con l’utilizzo dei linguaggi di programmazione.

Mi piace l’aspirazione, che fu già di Aristotele, Crisippo, Leibniz (calculemus!), alla costruzione di un linguaggio non ambiguo che sommi i poteri del liguaggio naturale e di quello logico-matematico.

Se ci dotassimo di una lingua siffatta i vantaggi sarebbero molteplici. Per esempio, la produzione del software migliorerebbe drammaticamente.

Ma, cosa molto più importante e altrettanto utopistica, i rapporti umani potrebbero essere chiari come quelli che sussistono tra le grandezze scientifiche: circonferenza uguale tante volte il raggio, volume uguale area di base per altezza, ubicazione uguale metà dell’accelerazione per il quadrato del tempo trascorso, E=mc2… Dico una cosa, e tutti mi capiscono, senza ombra di dubbio: ci pensate?!

Un’utopia, certo, e forse anche futile. (Che non mi ha impedito di amare la poesia, i cui volumi costituiscono la sezione di gran lunga più ampia della mia biblioteca).

Quest’attitudine spiega la mia usuale reazione all’impiego sciatto e burino dei linguaggi normali, quelli i cui rudimenti apprendiamo da mamma e che poi la Scuola tenta (sempre meno) di insegnarci per bene. Reazione che si è manifestata pubblicamente per esempio qui, qui, qui, qui, qui, qui, o qui.

Per limitare le considerazioni all’Italia, ormai anche i libri degli editori più prestigiosi e i quotidiani più seri sono lardellati di sgrammaticature che non solo offendono il senso estetico della persona minimamente colta, ma dimostrano totale inconsapevolezza dell’analisi logica del discorso e risultano perciò sempre meno comprensibili. Qualche esempio?

(1)

«Io sono uno di quelli che dice pane al pane». Sarebbe «uno di quelli che dicono» (uno di coloro i quali dicono), e nel 1965 non si sarebbe usciti dalla III Media scrivendo così.  Oggi si va su Corriere o Repubblica, e si viene definiti “giornalista e scrittore” (come Hemingway, come Montanelli, horribile dictu).

Colti in fallo, alcuni s’industriano a sostenere che si possa accordare il verbo indifferentemente a “io” (che dice) oppure a “quelli” (che dicono). E’ una stupidaggine. Costoro dimostrano di essere avviati senza scampo lungo l’orribile china che conduce a «io sono uno che credo in Dio» e financo «io sono uno di quelli che credo in Dio»

Ed è proprio lì che andremo a finire: al fatidico «io sono uno di quelli che credo in Dio»… L’accordo non si fa a piacere, bensì a ragion veduta e secondo logica. Per esempio: «Un insieme di regole che serve a distinguere il grano dalla crusca», oppure «un insieme di regole che servono a distinguere il grano dalla crusca». Ma è tutt’altra altra faccenda.

(2)

Un altro esempio di illogicità è il mostruoso “dove” come deus ex machina teso a risolvere le situazioni in cui lo scrivente non sa a che pronome appellarsi. Ho letto di recente un imbarazzante «Era un’epoca dove non c’era ancora l’elettricità in tutte le case e la tv era una rarità…».

il “dove” piazzato in una frase lunga in luogo di “quando”, “da cui”, “in cui”, come si fa oggi, non è solo brutto: rende la frase un quiz.

Eppure lo scopo della comunicazione è farsi capire

(3)

«Per una completa revisione sia delle norme attuative sia generali». Orribile tonfo, che apre branche a livelli logici incoerenti. E ben diverso dalle forme corrette «Per una completa revisione sia delle norme attuative sia di quelle generali» oppure «Per una completa revisione delle norme sia attuative sia generali» o meglio ancora «Per una completa revisione delle norme attuative e di quelle generali».

Chi scrive così a) è un asino e b) non saprebbe metter giù due istruzioni di FORTRAN o C senza commettere almeno un errore. (NB: Stiamo parlando di chi scrive così in modo sistematico: l’errore estemporaneo può capitare a tutti!).

(4)

Una cosa che a prima vista può apparire un’inezia e invece può provocare danni: il «sia… che» in luogo del «sia… sia». La ragione per cui «sia… che» è sbagliato, e non semplicemente brutto (cosa che sarebbe opinabile), è che prima del secondo “sia” potrebbe trovarsi un “che” come pronome relativo: «La cosa si rivelò ininfluente sia a parere del perito che il gudice aveva ingaggiato sia dal punto di vista dell’opinione pubblica».

Se scriviamo «La cosa si rivelò ininfluente sia a parere del perito che il gudice aveva ingaggiato che dal punto di vista dell’opinione pubblica» la frase richiede uno sforzo maggiore per essere interpretata. E se scrivessimo una frase di cinquanta o settanta parole come quelle che compaiono in legalese, politichese, ignorantese, allora vedreste che essa diventerebbe inintellegibile.

(5)

Un sacco di gente pensa che punteggiatura sia una mera questione di gusto: piazzo una virgola qui, un punto là… Invece occorre ricordare che essa è un espediente per farsi capire. Ci sono molti modi creativi di usare la punteggiatura, sperimentati anche da grandi scrittori: ma sono forme d’arte, virtuosismi. Stanno alla lettera di un avvocato o a un articolo di analisi politica come un quadro di Fernand Léger sta alle foto del medico legale.

Adesso non vorrei farla troppo lunga, e poi non ne ho certo la statura. Ma ci sono almeno due piccole cause che intendo perorare.

Una è quella a favore dei segni “;” e “:”, che pure sono previsti. Perché usare solo virgole e punti e mai punto e virgola e due punti?!

Le virgole sono quasi insostituibili per gli elenchi e utilissime per gli incisi (per quest’ultimo scopo si potrebbero usare anche parentesi e trattini, ma quasi nessuno li conosce): sarebbe quindi meglio non usarle per separare frasi non subordinate e di senso scollegato, perché quando mettete una virgola il lettore si aspetta più probabilmente un inciso o una subordinata o un elenco. Può aspettarsi anche dell’altro, è vero: ma perché chiedere a lui tutto lo sforzo, se non siamo Kerouac o Gadda?

Scrivere periodi come il seguente è da sciattoni e, ciò che più conta, diminuisce la probabilità di comprensione da parte del lettore: «Sara e io siamo andate a Milano ieri, è stata una bellissima giornata e abbiamo comprato vestiti, alcuni utili altri totalmente inutili, per esempio quel tubino rosso di Zara che a me fa decisamente tristezza, c’era il Savini aperto, dicono che non ci si mangi più come una volta ma a noi non è andata male, tutto sommato aveva ragione Gigi, magari ci torno con lui per ridere». Conosco libri che vendono centinaia di migliaia di copie, scritti interamente così: e devi rileggere ogni periodo due volte. Le tesi di laurea sono scritte così. Le lettere degli avvocati.

Inoltre, corpo di mille fulmini, se apriamo un inciso, dobbiamo  anche chiuderlo! «Il segretario di stato Usa, Hillary Clinton ha dichiarato di essere d’accordo». No! Ci va la virgola dopo Clinton. Oppure: nessuna virgola, né prima né dopo. (Nel dubbio, le virgole sarebbero sempre da omettere). Perché così piace a me? Perché lo dice (e lo dice) l’Accademia della Crusca? No: perché aumentiamo la probabilità di essere capiti. Joyce o Arbasino potrebbero scrivere diversamente, come infatti fanno: ma non un giornalista, un notaio, un funzionario dell’Agenzia delle Entrate…

Inutile continuare, anche se potremmo scrivere un libro.

Il problema non è solo estetico, ma anche e soprattutto pratico. Non sono solo libri e giornali a essere scritti male sul piano logico, ma anche leggi, circolari, regolamenti, report aziendali, piani di progetto, studi di fattibilità, sentenze, perizie, eccetera. Queste non sono forme d’arte, bensì scritti che dovrebbero prefiggersi il precipuo fine di essere facilmente comprensibili.

Non lo sono, e questo causa un sacco di problemi alla società, come lungamente e inutilmente segnalò Montanelli. Ecco l’importanza di insegnare l’analisi logica alle Medie, come si faceva un tempo.

commenti
  1. giovanninolevi scrive:

    “circonferenza uguale tante volte il raggio”…
    …credevo che circonferenza e raggio (o diametro) di un cerchio fossero incommensurabili… Come la mettiamo con pi greco irrazionale?

  2. giovanninolevi scrive:

    Al di là dell’incommensurabilità dei segmenti, lei che è un esperto mi sa spiegare perchè un blog intelligente come questo non se lo fila nessuno, mentre il blog di Beppe Grillo, colossale ricettacolo di sciocchezze, ha migliaia di frequentatori?

  3. paolomagrassi scrive:

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    contentus paucis lectoribus.

    Del resto sarebbe un mondo ben curioso, quello nel quale le moltitudini sgomitassero nelle agorà per dibattere temi filosofici o scientifici, e sofisticate fronde carbonare si chiudessero nei licei a parlare di Berlusconi o del Grande Fratello. Non crede?

  4. […] Sicuramente succede anche a molti di quelli che vengono nerbati al concorso da magistrato o da notaio. Dove, udite udite, viene ancora richiesto di saper scrivere in modo comprensibile. […]

  5. […] avevamo anche previsto, ormai sono due anni, l’evoluzione successiva: “io sono una di quelle che […]

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