Il problema energetico viene affrontato con piglio da tifoserie calcistiche. Lo dimostrano le discussioni del genere «nucleare sì nucleare no», o gli interventi che si soffermano sui vantaggi oppure gli svantaggi di una singola fonte energetica.

Purtroppo, in un mondo complesso le soluzioni semplici e nette sono spesso inservibili.

L’approvvigionamento energetico di un Paese è un problema di ottimizzazione che deve considerare, con approccio analitico e sistemico insieme, tutte le fonti disponibili e i loro vantaggi e svantaggi, e faticosamente sintetizzare una soluzione sub-ottima.

È un problema analogo a quello posto dal portafoglio di investimenti di una famiglia. Là, ci sono le asset class e gli obiettivi del risparmiatore da soddisfare. Qua, le fonti energetiche e gli obiettivi del Paese. Né là, né qua, soluzioni facili. Sia là sia qua, tutto un mondo di fanfaluche, profittatori, soloni, ingenui.

I criteri da considerare per darsi un piano di approvvigionamento energetico sono, in ordine casuale:

1) la sicurezza. La necessità di grandi impianti centralizzati resterà a lungo (il Frecciarossa non può ancora viaggiare coi pannelli solari), e questo significa che dovremo misurarci per decenni con le sfide poste dalle “centrali” energetiche. Contrariamente a una diffusa credenza, non sono solo quelle nucleari a porre problemi di sicurezza, e per la verità, sinora, le centrali idroelettriche hanno causato molti ma molti più morti. D’altro canto, è puerile nascondersi, come molti tecnocrati hanno invece fatto, che l’attuale tecnologia nucleare presenti il rischio elevato che deriva dalla probabilità bassa di un incidente serio moltiplicata per il danno elevatissimo che può conseguirne: il rischio, infatti, è per definizione uguale alla probabilità di un evento moltiplicata per l’entità del danno che esso può provocare.

2) l’ambiente. Tutte le produzioni di energia creano un inquinamento, piccolo o grande (l'”energia pulita” è solo uno slogan per palati semplici). Ad esempio, le centrali nucleari qui ottengono un punteggio molto buono, e una delle ragioni per quali se ne persegue lo sfruttamento è che esse vanno incontro agli obiettivi del tipo Kyoto / Copenhagen. Nei prossimi decenni, i Paesi dovranno pagare quote sempre più salate per acquistare “crediti di CO2”, e le centrali nucleari sono in questo senso un utile espediente per diminuire le emissioni.

3) il costo. Il costo di una fonte energetica va stimato sull’arco dell’intero ciclo di vita di un impianto. Ad esempio: nel costo della produzione di energia elettrica da nucleare, vanno inclusi i costi di smaltimento delle scorie e di smantellamento delle centrali. Un’altra ovvietà: i quattrini spesi dal contribuente (ad esempio quelli per finanziare i pannelli solari sui tetti delle case, che sarebbero assurdamente costosi se non fossero foraggiati dagli Stati) devono entrare nei costi. (Per dare un’idea dei crudi termini della questione: secondo i dati IEA 2008, l’elettricità tratta dai pannelli solari costava 5-6 volte di più di quella ottenuta bruciando carbone). Si tratta di calcoli complicatissimi e affetti anche da una certa alea: è buona norma diffidare di chi si mostra risolutamente competente in materia..

4) il rischio strategico. Qui i problemi sono parecchi. Occorre procurarsi la tecnologia per costruire gli impianti; nel caso poi di fonti non rinnovabili, occorre anche procurarsi i combustibili. E ciò va fatto considerando l’instabilità dei rapporti politici tra le nazioni. Per esempio, parlando di nucleare, posso avere facile accesso all’uranio ma non alle tecnologie (Namibia, Niger), oppure padroneggiare le tecnologie ma non avere facile accesso al combustibile (Francia, Giappone). Oppure posso non avere né l’uno né l’altro ma disporre di una forza militare che potrebbe supplire alle carenze (UK). Discorsi analoghi per gas, petrolio, ecc.

5) il rischio politico interno. Occorre un certo grado di consenso a livello politico. Ad esempio, se in Italia la gran parte della gente è avversa all’energia nucleare, questo diventa un fattore decisivo, impossibile da ignorare. E poi il Not In My Backyard è sempre in agguato: si sono viste manifestazioni contro le pale eoliche, i campi di specchi solari, le dighe idroelettriche (tutte fonti rinnovabili). Ieri, 26 marzo 2011, a Milano c’è stata una manifestazione per invocare un parcheggio (Comasina) e un’altra, in un altro quartiere, per osteggiare la costruzione di un altro… 

6) potrei aver dimenticato qualche criterio: non mi occupo approfonditamente di energetica dal 1982 e dunque non sono un esperto. Ma mi sembra di aver già dato un’idea della vastità dello spazio decisionale.

Dunque, abbiamo 5 dimensioni decisionali da tenere presenti, ossia cinque criteri per la scelta (ciascuno con parecchi sotto-criteri: ma adesso non sottilizziamo). A ciascuno di essi va dato un peso, e questa è competenza della politica, ossia del pubblico: non è roba da tecnici. Se il peso totale è, ovviamente, 100%, che peso vorremo dare al criterio costo? All’ambiente? Alla sicurezza? Eccetera. Non possiamo sottrarci a questa classificazione: altrimenti stiamo solo facendo chiacchiere.

Poi ci sono le varie fonti energetiche, le asset class. Come nella finanza personale ci sono azioni, obbligazioni, derivati, buoni postali, fondi, eccetera, qui abbiamo nucleare, petrolio, carbone, gas, solare, eolico, geotermico, biomasse e chi più ne ha più ne metta. (Una importantissima che viene troppo spesso dimenticata è il risparmio ottenibile).

Bisogna considerare le fonti, risparmio compreso, una dopo l’altra e dare a ciascuna un voto per ognuno dei 5 criteri decisionali. Questa è principalmente faccenda da tecnici. Dei referendum popolari sul costo dell’energia fotovoltaica o sul rischio strategico dell’uranio o sull’impatto ambientale dell’idroelettrico sarebbero quasi ridicoli. Noi del pubblico capiamo poco di queste cose tecniche, specie in Italia, dove la divulgazione tecno-scientifica di qualità è quasi assente: l’85% dei blogger, degli autori di libri e dei giornalisti che scrivono sul “futuro” delle fonti energetiche e sulla ricerca, non ci capiscono un acca.

E non è finita. Bisogna poi considerare le utenze da servire. Le fonti energetiche non sono tutte buone per ogni utenza: le industrie necessitano di fornitura continua, dunque vi si prestano meglio i carburanti o l’idroelettrico; le abitazioni si prestano alla generazione locale, non centralizzata; auto e aerei non possono andare a pale eoliche. Eccetera. Per ogni tipo di utenza (come residenziale, industria, uffici, trasporti), poi, occorre formulare delle previsioni di fabbisogno futuro, sempre rischiose e incerte. E ragionare seriamente e approfonditamente sulle opportunità di efficienza e di risparmio. Questa è roba in parte da tecnici e in parte da pubblico, ossia politica, perché vi sono implicate considerazioni inerenti il modello di sviluppo.

Badate che il modello di sviluppo ideale non esiste. È un concetto politico e ci saranno sempre interessi contrastanti da conciliare in modo subottimo (ossia: lasciando tutti leggermente, ma non troppo, scontenti).

L’imprenditore medio sogna un modello di sviluppo consumistico ed espansivo. L’immigrato clandestino medio sogna un letto al coperto e una paga anche in nero. Il proletario autoctono medio sogna auto veloce, antenna parabolica, videofonino e stranieri fuori dai piedi. Una fetta minoritaria ma illuminata di persone, perlopiù con la pancia piena, vagheggia i Km zero e il biologico. Non siamo mai tutti d’accordo, quasi su nulla. Dipende dalla nostra formazione e dalla nostra visione del mondo: ma questa è fortemente influenzata dalle nostre condizioni di vita oggettive. La «qualità della vita» è un mito, un valore relativo.

Quando si parla di questi grandi problemi, occorrerebbe sempre tener presente questa ovvia realtà democratica, prima di avventurarsi in facili e puerili proposte risolutive: si discorda già sull’identificazione dei problemi, figuriamoci le soluzioni!

Ora, se provate a costruire un modellino software per il problema decisionale costituito dall’approvvigionamento energetico di un Paese, la complessità del contesto vi esploderà tra le mani (anche perché è non-lineare: alcuni dei criteri dipendono gli uni dagli altri!). In poche ore perderete del tutto il controllo della situazione.

Se non vi intendete di sistemistica e non volete uscir pazzi, andate semplicemente su Energyville a sperimentare un piccolo sottoinsieme del problema che abbiamo tratteggiato sin qui.

Armati di queste consapevolezze, spero vorrete diffidare di chi ha certezze granitiche e soluzioni facili da proporre, che faccia propaganda o parli col cuore in mano.

CREATIVE COMMONS PAOLO MAGRASSI ATTRIBUZIONE NON OPERE DERIVATE 2.5 ITALIA
commenti
  1. riccardoreati ha detto:

    Bel post. Qualche osservazione.

    1) Nel costo bisogna anche considerare il “costo-opportunità” della non azione ( esattamente quello che sta succedendo ora). Questo costo ha almeno due componenti: a) potenziali rischi da picco costo del petrolio e b) costo del riscaldamento globale. In linea teorica il valore presente di questo costo dovrebbe essere dato dai mercati carbon credit, ma in realtà non è così perchè questi mercati assumono che in media si riescano ad ottenere tutti gli obbiettivi di riduzione delle emissioni, mentre non sarà così. Tra l’altro sappiamo che gli effetti negativi delle emissioni sono compounded, e i costi possono sfuggire di mano (è una rilettura del tuo punto 2)

    2) aggiungerei una dimensione temporale alla tua analisi: quali sono le realistiche tempistiche per produrre 60-70-80% di energia con le rinnovabili? parliamo di 2030-2050-2070? queste tempistiche vanno paragonate con quelle delle centrali e con lo status quo, lette in una dinamica temporale dei costi di cui accennavo prima.

    3) sono meno d’accordo, su un piano logico, sulla valutazione politica e sul dare un valore analitico alla contrarietà dei cittadini. Questo perchè l’opinione dovrebbe scaturire dall’analisi. Quello che ti contesto è il fatto che tu consideri l’opinione pubblica come input al problema, mentre per me è un output (anche se necessariamente razionale). E’ più che una sottile osservazione logica, è un modo per liberarci da trappole conservative.

    Riccardo

  2. Paolo Magrassi ha detto:

    1) Sì. Anche se con i costi molto indiretti a un certo punto occorre fermarsi, sennò non si riesce a calcolare nulla. Già la stima dei costi diretti è di ENORME difficoltà. Come ho scritto, il modello è molto più articolato di quanto riassunto nel post.

    2) Questo si fa quando si stima il costo di erogazione da ogni singola fonte. (PS: anche le rinnovabili hanno e avranno le centrali)

    3) Ti faccio un esempio: se la gente non capisce il nucleare e non lo accetta, com’è evidente accada in Italia, è meglio lasciar perdere.

  3. […] Atomica semplicità […]

  4. […] nell’A.D. 2011, ancora nessuno sui mass media italiani ha la più vaga idea dei termini del problema energetico, che è complesso e non vede alcuna facile soluzione, solare o crepuscolare che […]

  5. […] allora eccolo spaziare da gran signore dalla contabilità nazionale all’energia nucleare, dalla sociologia alla filiera high-tech, essendo rigorosamente a digiuno anche dei minimi termini […]

  6. […] air e ha visto la luce: l’energia pulita è uno slogan primordiale, il problema energetico è complesso e l’ora è giunta di parlarne sul serio in […]

  7. […] nucleare è una delle poche trasformazioni energetiche continue che non producono CO2. La Sindrome di Fukushima ci impedisce purtroppo di comprendere […]

  8. […] invece rischiamo di passare un inverno al freddo, raccontandoci favole sulle rinnovabili davanti al camino, fabbrica di diossina. Con la Libia ridotta a un puttanaio, e ipocritamente […]