Cambiamo Wall Street

Pubblicato: 11 ottobre 2011 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo
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Che bello sarebbe, poter credere agli slogan.

Tornare bambini, tifare per il Milan sicuri che nessun valore possa essere migliore di quello in cui crediamo.

Scendere in piazza con una moltitudine, sentire il fremito dei compagni di protesta attorno a noi, sentirsi parte di una collettività vitale e poderosa, di un superindividuo emergente e tanto più forte di noi piccini.

Cambiare il mondo.

Già. Ma cambiarlo come? Prendiamo la protesta Occupy Wall Street! La pars destruens è chiara e sacrosanta; non se ne può più della finanza creativa fine a sé stessa, dei titoli-spazzatura spacciati per buoni, dei tizi che guadagnano 1000 volte di più di chi fa onestamente un lavoro magari più utile, dell’attenzione spasmodica solo per il breve termine senza alcun riguardo per il futuro.

La pars construens, ahinoi, non è chiara affatto. Non c’è. O io non la conosco. Vada per il “ripensamento radicale del modello di sviluppo” o per “l’abbandono dell’ossessione per la crescita”. Obiettivi nobili e necessari. E poi, sia chiaro, l’utopia è indispensabile per il progresso.

Ma, dopo lo spelling degli obiettivi, ci vogliono anche la strategia e la tattica. (“Cristo ci ha dato gli obiettivi. Il Mahatma Gandhi la tattica” diceva Luther King). E non ci sono.

Non ho letto da nessuna parte una strategia per la riforma di Wall Street. Il confine tra finanza fine a sé stessa e finanza utile per l’economia non è chiaro affatto.

Una economia globale e interconnessa richiede strumenti finanziari sofisticati.

Facciamo un facile esempio: il credit rating. Ci sono migliaia di debitori istituzionali in giro: stati, regioni, province, città, aziende, banche. Chi ci dice quali sono solventi e quali no? O meglio, perché è questo ciò che ci chiediamo quando sottoscriviamo un debito: qual è la loro probabilità di solvenza? (Se per caso vi state chiedendo che senso abbia il fare debiti, allora siete ancora più digiuni di economia del sottoscritto. Cominciate col leggere almeno qui).

Ci sono le agenzie di rating. Ci bastano? Ci soddisfano? O per caso vogliamo aggiungervi anche un grande e popoloso mercato di certificati di rischio, come i credit default swaps? Non è, questo, un modo infinitamente più efficiente di valutare il merito di credito dei debitori?

E se la risposta è no, perché non crediamo nel “libero mercato“, allora: con cosa sostituire il libero mercato? Oppure, in caso crediamo al libero mercato in sé ma non alla effettiva libertà di quelli hic et nunc: come rendere finalmente libero un mercato troppo presidiato da bande?

Ogni volta che mi guardo attorno con queste domande, ottengo solo risposte superficiali. O slogan.

(PS del 16/10/2011: Sento dire che finalmente circola un documento consensuale dei protestatori di Wall Street. Ma non l’ho ancora letto. I primi resoconti, non so quanto fedeli, riferiscono di un’accozzaglia di rivendicazioni pseudo-socialdemocratiche, del tipo stipendio garantito a tutti, ecc. Se così fosse, gli estensori dovrebbero domandarsi come mai in Europa, dove quelle cose c’erano da tempo, si sia comunque finiti con le pezze al didietro…)

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