Cialtrocrazia

Pubblicato: 9 febbraio 2012 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo
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Il merito è un po’ come la beneficenza. Quando si fa beneficenza, e se si è galantuomini, non lo si sbandiera ai quattro venti. Ricordo che la professoressa Cavallotti ce lo insegnava alle Medie. Qualche decennio dopo, è arrivato un Presidente del Consiglio che passava platealmente l’assegno in mano a don Gelmini in televisione…

Oggi, si sa, siamo sotto il segno del Berlusca, non certo quello della Cavallotti. Così il merito, detto anche meritocrazia (come tipo ormai si dice tipologia, tecnica tecnologia, metodo metodologia, caffè caffetteria, eccetera), è diventato un valore autoaffermativo: “Il posto è andato a tizio, anziché a me, che me lo meritavo”.

Ho scritto in tempi non sospetti, ossia quando non era sguaiatamente e pelosamente di moda, del nepotismo nel sistema produttivo italiano, di familismo, di scarsa mobilità sociale, dei concorsi truccati all’Università. E ora qui sostengo, come peraltro ho sempre pensato, che quel che si merita lo si deve dimostrare nei fatti, non affermarlo a chiacchiere.

E che se, anziché dimostrarlo, lo si afferma, io sono immediatamente mosso al sospetto di mera cialtronaggine. Non distinguo tra il Trota e la squinzia che scrive al forum online una missiva sgrammaticata per rivendicare di aver meritato il posto da insegnante o da avvocato più di colei che invece lo ha conquistato. (Se il merito è stato conculcato, si deve insorgere con tutti i mezzi. Apprezzo chi avverso il concorso truccato fa causa e sta in giudizio per anni pur di affermare un principio, non chi piagnucola nei blog, magari anonimamente).

Chi sono queste masnade di “talenti” autoproclamati? Chi ha detto che perdere un concorso costituisca per forza un titolo di merito? Cos’è questo sancire le “eccellenze”, anche in campi sottilmente tecnici e astrusi dei quali solitamente nessuno capisce un’acca, con sbrigative inchieste giornalistiche condotte perché va di moda il talento emigrato?

Il merito va attestato vuoi dal mercato (scelta di un professionista, di un manager, di un calciatore, …) vuoi da esperti che si assumano la responsabilità diretta delle scelte (ricercatore, medico, tecnico), o possibilmente da entrambi.

Raccomandazioni e concorsi-farsa non possono diventare un alibi per asini e incompetenti, né devono essere sostituiti da un sistema de noantri nel quale chiunque abbia soggiornato all’estero, come le mie Samsonite, è un fenomeno e chi non ha passato il quiz per la patente è una vittima; o magari da una cialtrocrazia nella quale è meritevole chi dice di esserlo.

Le persone più meritevoli, matematici, fisici, poeti, scrittori, insegnanti, professionisti, artigiani, operai, sportivi, che ho conosciuto non hanno mai esse stesse affermato di esserlo. (Altra cosa è la sfacciataggine guascona e gagliarda di un Alì).

Cosa c’è di più triste, di più volgarmente cialtrone, del somaro che ricorre al TAR per essere promosso? Eppure accade ogni giorno, come conseguenza della trasformazione mostruosa alla quale è andato soggetto il diritto allo studio: nella Costituzione (art. 34), un diritto dei “capaci e meritevoli privi di mezzi”, e invece nella cultura italiana corrente il diritto di ogni perdigiorno a diventare dottore a spese del contribuente.

Ecco, temo che potremmo finire col fare strame della nozione di merito ancora prima di averla sperimentata.

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commenti
  1. […] principio di fondo è quello della cialtocrazia, in vigore da qualche decennio in Italia e che elucidammo un paio di anni […]