Omero vs. Gazzetta

Pubblicato: 12 agosto 2012 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo
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Trovo insopportabile il nazionalismo sportivo (il nazionalismo in genere).

In tutti i Paesi che conosco, i media seguono le olimpiadi solo alla ricerca di successi dei propri atleti. La medaglietta di un italiano (rispettivamente americano, francese, ecc.) oscura le più grandi imprese sportive, se compiute da un forestiero.

Per esempio, il sistema mediatico italiano (fuori delle ottime telecronache di Bragagna) ha ignorato personaggi come David Rudisha, sceso sotto gli 1’41” negli 800 metri facendo gara di testa da start a finish. Se è per quello, la maggioranza degli italiani non sanno neppure che Lord Sebastian Coe, direttore di London 2012, detiene ancora il terzo tempo di sempre sulla distanza, che stabilì 31 anni fa.

Di Mo Farah i media hanno parlato solo perché ha festeggiato insieme a Bolt sabato sera. Ma il suo doppio oro a London 2012, 5mila e 10mila, lo colloca in un olimpo di soli cinque runner nella storia.

Poco o nulla si è detto di Allyson Felix, vincitrice di tre ori nello sprint (due in staffetta), con un range dai 100 ai 400 piani, e iscritta al Project Believe della US Anti-Doping Agency.

Si sono versati fiumi di inchiostro e lacrime sulle stupidaggini di Schwazer e sulla medaglia sfuggita a Cagnotto, come se l’unica cosa che conta fosse arrivare terzi anziché quarti, e nessun rilievo è stato dato a Vincenzo Picardi, che, perso il proprio incontro per un solo punto e in modo discutibile, all’annuncio del giudizio ha dapprima battuto la testa sul ring tre-quattro volte, poi si è rialzato, è andato a salutare cordialmente i secondi dell’avversario e l’arbitro, e infine ha abbracciato fraternamente il vincitore.

Era un momento di sport, e proprio per questo è sfuggito del tutto alla cultura pop, che pure di sport credeva di occuparsi.

Tempo fa, commentando la sfilata del 2 giugno ai Fori Imperiali, una cara amica mi diceva che la commuove l’inno della Brigata Sassari perché la Patria resta per lei un valore supremo. Io, sebbene abbia fatto il servizio militare mentre lei sfogliava margherite cantando Battisti, me ne impippo della patria. Anche perché, tra tre o quattro diverse, non saprei quale scegliere.

Eppure quel canto piace anche a me. Così come qualunque analogo canto francese o danese. Non perché siano legati a gesta militari, che preferirei non esistessero: ma perché evocano il senso di appartenenza provato, molto ma molto tempo prima del 2 giugno 2012, da tanti ragazzi che ci hanno lasciato la pelle perché erano stati chiamati a combattere e lo hanno fatto. Senza stipendio, senza pubblicità, e spesso senza prospettive di vittoria.

(Potremmo aggiungere: spesso, senza riflettere. Ma dovremmo allora meditare anche il motto brechtiano: Erst kommt das Fressen, dann die Moral…)

Quel dovere compiuto, quel senso disperato di appartenza, risuonano con il senso sportivo di Vincenzo Picardi, e di chissà quanti altri che mi sono sfuggiti, dei quali non si parlerà mai e che invece sono i veri eroi di London 2012.

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