Sul Domenicale ritrovo Gloria Origgi, compilatrice della sgraziata ricerca “tarocca” di cui dissi tempo addietro, intenta a vergare un [meritevole] necrologio di Elinor Ostrom. Ne esce, ahinoi, il tratteggio di un’eroina pop, e la valenza scientifica della studiosa sfuma via indignata cum gemitu.

Il racconto, infatti, del lavoro di Ostrom come contrapposto a quello di Hardin (The Tragedy Of The Commons) è una semplificazione cara ai media e al dibattituccio ideologico che vede contrapposti coloro che vorrebbero tutto ridotto a un mondo francescano di beni comuni e coloro che vedono il bisogno di privatizzare ogni cosa per “efficientare”. Analisi per slogan, insomma: robetta del genere nucleare sì / nucleare no, bio vs. Ogm, e via semplificando.

Il grande contributo di Ostrom è stato invece quello di definire i vincoli necessari affinché un bene comune sia sostenibile (Governing the Commons […]) e possa sfuggire al suo “tragico” destino. Il lavoro di Ostrom è consequenziale a quello di Hardin, e non banalmente contrapposto, come il Domenicale sostiene adottando la bassa lettura ideologica. Non solo, ma, come spiega bene Vernon Smith, le ricerche di Ostrom incontrarono anche numerosi esempi di fallimento di gestione dei beni comuni. L’interesse di Elinor Ostrom si accentrò sempre sul chiedersi quali fossero i fattori che facevano funzionare la gestione e quali fossero invece quelli del fallimento.

Il modo di porgere l’argomento adottato dal Domenicale sta alla soluzione del problema dei commons come i ragionamenti svolti il 16 agosto dai contradaioli senesi stanno alla logica aristotelica. Come nel caso del problema energetico, di quello ecologico, di quello alimentare, e di altri al centro del nostro futuro planetario, la riduzione delle questioni a contrapposizioni estreme non fa che ultrasemplificare i termini e, in definitiva, impedisce di capire alcunché.

commenti
  1. […] Beni comuni: guelfi e ghibellini […]