FanFascienza e fantacrescita

Pubblicato: 20 agosto 2012 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo
Tag:, , , , , , , , ,

La ricerca scientifica e tecnologica (R&D) è un altro esempio di causa nobile, come l’ecologia, l’energetica o l’alimentazione sana, che viene svilita dalle posizioni ideologiche e manichee, le quali, ultrasemplificando, finiscono col far male a ciò in cui credono.

Questo accade quando l’R&D viene presentata come sicuro volano dello sviluppo. Quando sentite dire o leggete “Per la crescita economica, occorre investire in ricerca e sviluppo”, in 19 casi su 20 si tratta di qualcuno che non sa bene quel che dice. Se poi dice che occorre investire in “conoscenza”, potete star quasi certi che parla a vanvera.

L’investimento in R&D non implica affatto automaticamente uno sviluppo economico, e neppure la nascita di innovazioni. L’ho spiegato qui e l’hanno spiegato anche fonti autorevoli, come per esempio questa o questa. Se prendessimo 100 miliardi e li affidassimo al CNR o ai Dipartimenti universitari, purtroppo non succederebbe quasi nulla sul piano economico, nemmeno dopo molti anni.

Questo perché la filiera dell’innovazione tecnologica è complicata e richiede molti ingredienti. La figura qua sotto dà un’idea delle proporzioni: la gente che studia è indispensabile (ne basta all’incirca lo 0,5% della popolazione, come accade oggi nei Paesi più avanzati), ma è insufficiente, perché servono anche le risorse “umili” sotto il vertice della piramide:

In più, oltre a essere complicata, la filiera dell’innovazione tecnologica è anche globale. C’è ben poco, in informatica, genetica, elettronica, bioalimentare e agricolo, apparecchiature medicali, tecnologie dei materiali, nanotech, farmacologia, che accada in un Paese senza avere riflessi immediati in quasi tutti gli altri. E sono sempre più numerosi i progetti scientifici multinazionali, i brevetti registrati in tutto il mondo, le filiere produttive distribuite e mondializzate (famosa ed efficientissima, ma certo non unica, quella della Apple). Dunque, i quattrini investiti da un Paese sono solo una piccola parte del gioco e possono persino andare a vantaggio di altri.

Nel periodo 1999-2003, Google, una fantastica azienda innovativa, attuò intensi programmi globali di assunzione di talenti scientifici e hi-tech: per giovani matematici, fisici, informatici e ingegneri ben laureati in buone scuole, non c’era nulla di più facile che accedere a un lavoro presso uno dei laboratori di Google, dall’India alla Svizzera alla California. Ed era anche un buon impiego: ottima paga, prestigio, libertà accademica (se fate ricerca per il Department of Defense, avete limiti alle pubblicazioni, ecc.; per Google non era così), mani libere.

Che ne uscì? Quasi nulla. Tutte le principali innovazioni presentate da Google dal 2003 a oggi sono state il frutto delle acquisizioni di aziende più piccole. Tant’è vero che Yahoo!, Intel, Ibm e altre decisero di ridurre drasticamente gli investimenti massicci in assunzione di personale e concentrarsi invece sulla creazione di “filiere” interne di scouting, con tanto di venture capital di tipo Monopoli. Il come creare innovazione divenne uno dei crucci principali di Corporate America, e il tema di infiniti programmi presso le più prestigiose business schools.

Nessuno, che conosca come si formano le innovazioni che producono ricchezza (delle quali, sia chiaro, quelle a base tecnologica, per quanto importanti, non sono la totalità), crede alla fanfaluca secondo la quale dando tanti soldi a chi fa ricerca qualcosa succederà. Gli economisti sono molto scettici anche riguardo ai programmi di incentivazione finanziaria e fiscale diretti alle aziende che fanno R&D.

Con questo, non sto dicendo che non si debba investire in R&D. Per mia inclinazione formativa e culturale, le spese in ricerca (e non solo tecno-scientifica) dovrebbero essere moltiplicate da subito per un fattore 3 o 4: per esempio tassando il packaging dei prodotti che inquinano e le televisioni che producono spazzatura; sottraendo alla politica il 75% dei finanziamenti pubblici; trasformando i posti di lavoro inutili, percentuale non trascurabile di quelli della Pubblica Amministrazione, in impieghi di sostegno alle attività di ricerca.

Sto dicendo, invece, che non esiste prova, salvo che nei libri un po’ pelosi e nei discorsi di coloro che cercano finanziamenti, che la spesa in R&D si traduca in sviluppo economico. I Paesi che spendono molto in R&D, come USA Svizzera Danimarca Giappone, non sono ricchi perché fanno molta ricerca: fanno molta ricerca perché sono ricchi, come sempre nella Storia. E la “conoscenza” nel senso di esser tutti sapienti non produce benessere economico, come dimostra il fatto che pochissimi intellettuali sono al vertice di aziende e che i giovani colti sono in genere i meno remunerati dal mercato.

La conoscenza che produce benessere economico (quella che indusse Peter Drucker a coniare il termine) è quella concernente i processi produttivi, che consente di accumulare e far fruttare il capitale organizzativo: sia per le imprese sia per le nazioni. Software applicativo, processi produttivi (di beni o servizi), brevetti, formule, schemi industriali, open innovation, collaborazione interimpresa, accordi di partnership, distribuzione e franchising, R&D: sono questi i fronti sui quali le aziende di successo investono per essere competitive nella molto malintesa “economia della conoscenza”.

I Paesi dovrebbero operare per favorire quegli investimenti e dovrebbero agevolare l’allestimento di reti finanziarie e di marketing (ossia gli snodi tra i tre settori della piramide di cui sopra) che favoriscano l’innovazione a base tecnologica.

Le frasi cool come la cultura che fattura o l’investimento in conoscenza servono a ottenere copertura mediatica. Ma chi propala questi slogan senza cognizione di causa sta facendo male, non bene, allo sviluppo dell’Italia nonché a quello della scienza e della conoscenza (comunque intesa).

commenti
  1. […] della conoscenza, la cultura italiana dovrebbe riflettere su come funziona veramente la filiera dell’innovazione, specie quella a base […]

  2. […] FanFascienza e fantacrescita […]

  3. […] Da un lato, si crede che la sola cosa che conta per la crescita economica e lo sviluppo siano le “idee”, come se non fosse ovvio che, invece, alle idee deve seguire la capacità realizzativa. […]