L’Accademia dei dilettanti

Pubblicato: 26 novembre 2012 da Paolo Magrassi in Politica e mondo, Scienza
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Sui media, ma anche nei circoli tipo Il Mulino et similia, regna sovrana la confusione circa la qualità della ricerca scientifica. E da questa confusione si traggono a volte deduzioni errate che vanno a influenzare le misure politiche.

Ciò che sembra sfuggire è che in ogni latitudine l’Accademia è suddivisa in Premier League, First Division e Amateurs.

In Premier, i ricercatori vengono cooptati da gente che ne conosce direttamente il valore. Si va dalle superstar come Grisha Perelman, uno dei più grandi matematici viventi, che snobba i journals (ai quali preferisce il sito arXiv, prediletto da matematici e fisici) e nemmeno risponde alle sirene della Ivy League; ai casi più ordinari, come quello del ragazzo italiano che qualche anno fa assurse a notorietà per essere stato respinto a un concorso fasullo de noantri ma ingaggiato ad Aarus via email il mese dopo.

Tutti gli altri fanno carriera in base alle pubblicazioni.

In First Division, si gradiscono quelle apparse su riviste con una reputazione (“impact factor”), dove appaiono il 5, forse il 10% degli articoli scientifici.

Il resto è prevalentemente terreno e opera degli Amateurs  (ma vi contribuisce anche gente che ha giocato o giocherà in First Division), ossia accademici di basso profilo i quali, sapendo che non riuscirebbero mai a pubblicare sulle riviste vere perché non hanno granché da dire, ne allestiscono di accomodanti.

Basta fare comunella con colleghi che hanno lo stesso problema in altre università, possibilmente situate in diversi Paesi. Si imbastisce un’ammuina stile peer review, e nei casi più sofisticati si escogitano persino espedienti per accrescere il numero delle citazioni.

Intendiamoci. C’è un’area grigia e per nulla netta tra Amateurs e First Division. Per dirne una: un ricercatore non può restare per lustri ancorato alla speranza che il journal a elevato impact factor gli conceda il lusso di pubblicare dopo anni e anni qualcosa che a quel punto sarà già obsoleto. Oppure ancora: i journal “autorevoli”, intenti più ad accrescere la statistica delle citazioni che non a inseguire la ricerca, vanno soggetti a un certo ingessamento sui paradigmi dominanti, e chi ha qualcosa di veramente innovativo da proporre spesso non vi trova ospitalità.

Con queste avvertenze, è comunque bene si sappia che le riviste-spazzatura sono migliaia e, un po’ come i libri autopubblicati, costituiscono un mare di ciarpame un po’ patetico dentro il quale giace qualche sparuta perla destinata all’oblio eterno. (Le perle sono le ricerche interessanti che non trovavano posto sulle riviste istituzionali).

Decine di migliaia di persone siedono in cattedra o dirigono un Dipartimento, in Italia e altrove, grazie a queste messe in scena. Che, si badi, avvengono a spese del contribuente perché le pubblicazioni scientifiche vengono pagate dagli autori.

Questo accade persino nelle riviste serie (open source o no), alle quali non bastano i ricavi da abbonamenti per coprire i costi editoriali. Figuriamoci le altre, la maggioranza, alle quali nessuno si abbonerebbe mai: ed ecco allora che per partecipare al Congresso si paga (non solo la trasferta, ma anche l’iscrizione: a riprova di quanto poco venga valutato quel che il congressista ha da dire), così come si paga per essere pubblicati sul journal farlocco.

E a pagare è il Dipartimento universitario. E il Dipartimento lo paga il contribuente, che ha già pagato sia lo stipendio dell’Autore (sia, nei paesi socialdemocratici come il nostro, il grosso dei costi dei suoi studi) sia il progetto di ricerca che ha condotto questi a divulgare le sue preziose scoperte…

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commenti
  1. […] L’Accademia dei dilettanti […]

  2. […] Insomma, il trend della diminuzione degli iscritti all’università avrebbe meritato su ROARS un’analisi credibile e seria, anche perché il sito è animato da gente che sull’università ci campa. […]