ParetoTra coloro che hanno poca dimestichezza con le cose economiche (anche se magari passano per analisti), fa sempre scalpore la “scoperta” che il 10% degli italiani possiedano il 50% della ricchezza.

Eppure si tratta di un dato riscontrabile da sempre, con poca varianza, in quasi tutti i paesi avanzati (e in quelli in via di sviluppo, tipo BRICS, la sperequazione è naturalmente  molto maggiore).

Non solo c’è chi guadagna di più e quindi accumula, ma, dalla Gran Bretagna alla Grecia, dalla Germania all’insospettabile Svezia, moltissime famiglie consumano sistematicamente il reddito e hanno risparmi assai piccoli, spesso prossimi allo zero. E se sommiamo un milione di zeri otteniamo che un tizio con 30mila euro in Bot è più ricco di un milione di famiglie, ossia del 5% di tutti gli italiani. Lui da solo! Anche se nessuno lo definirebbe ricco…

Di più: se non ho risparmi e ho un mutuo pari al valore della casa, il mio patrimonio netto è uguale a zero, sebbene abbia un reddito (con cui pago il mutuo) e una casa di proprietà, dunque non sia povero. Eppure entrerò come “povero” nella statistica di distribuzione della ricchezza. E una vecchina con €500/mese di pensione e €60mila di Btp in banca figurerà più ricca di tutte le persone come me.

Se diamo un’occhiata al Global Wealth Report 2010 di Credit Suisse, da cui è tratta la mia rielaborazione grafica sottostante, scopriamo che l’Italia ha una bassa densità di ricchi (barre verdi) e, soprattutto, un’elevata mediana di ricchezza (barre rosse).

pippo

Le barre rosse significano che A) metà degli italiani hanno un patrimonio netto inferiore a 115,000 dollari, mentre B) metà dei francesi sono sotto i $67,000 e C) addirittura, quel 50% di danesi che sono più “poveri” hanno tutti un patrimonio inferiore agli 11,000 dollari.

Niente male! Anche se ciò non autorizza ad affermare, come si sente spesso dire, che gli italiani sono i più benestanti d’Europa: il patrimonio netto è uguale a risparmi meno debiti, e un conto è indebitarsi per comprare una villa e mandare i figli nelle migliori scuole (Danimarca), un altro conto è fare il mutuo per non pagare l’affitto di un bilocale in periferia e contrarre debiti per comprare il tv plasma e lo smàrfon (Italia).

Inoltre, per capire davvero come stanno le cose e sottrarsi all’effetto pollo-di-Trilussa, dovremmo studiare la varianza (non dispongo di fonti affidabili per fare questo): discorsi tabù sulla stampa e nel dibattito politico italiano, data la cronica idiosincrasia per i numeri. Da noi si discute senza in realtà sapere di cosa di parla, e senza saper di non sapere.

Comunque non credo che il problema dell’Italia siano i patrimoni, che appaiono meglio distribuiti che altrove. I redditi, semmai, sono in sofferenza da almeno una decina d’anni. I coefficienti di Gini, che continuano a salire, indicano che i nostri redditi netti dopo le tasse sono del 7% più sperequati della media europea, e del 35% rispetto ai paesi più equi, che sono gli scandinavi.

Per non scivolare indietro (alla lunga, anche sui patrimoni), l’Italia dovrebbe agire sul versante dei redditi: salari bassi e precariato abnorme sembrano essere i problemi chiave.

CREATIVE COMMONS PAOLO MAGRASSI ATTRIBUZIONE NON OPERE DERIVATE 2.5 ITALIA 2012

commenti
  1. […] libro congetturo che la tecnologia informatica possa aver provocato la troppo sbilanciata distribuzione di reddito alla quale stiamo […]

  2. […] banalità lapalissiana e con poco senso. E’ vero, semmai, che le diseguaglianze reddituali e patrimoniali stanno crescendo, e che […]

  3. […] Prima capire, poi fare […]