Globalizzazione e provincialismo

Pubblicato: 5 maggio 2013 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo, Scienza
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Insisto nel ritenere che, per essere compresi, molti fenomeni socio-economici vadano collocati nella loro globalità, internazionalità, anziché solo esaminati con piglio provinciale.

Ad esempio, per quanto riguarda la ricerca (R&D), l’intero dibattito italiano si fonda sull’assunto granitico che in Italia se ne faccia poca e che ciò abbia un effetto deprimente sul Pil. Ora, a parte la dubbia liceità del sillogismo, della quale abbiamo già detto altrove, le cause della scarsa spesa R&D italiana (1,1% del Pil versus 2,7% in Usa, 1,9% in Francia e 1,7% Uk) non vengono mai esaminate e si dà per scontato che il Governo dovrebbe aprire il portafogli e distribuire miliardi ai Dipartimenti universitari (magari dimenticando che, un attimo prima, li si era definiti sgangherati e corrotti fino al midollo).

Eppure, è semplice. La spesa R&D italiana è molto più bassa che in quei paesi, perché (A) là ci sono molte grandi aziende e qui no; e (B) quelli sono paesi che devolvono alle spese militari risorse proporzionalmente maggiori.

A] Secondo le definizioni dell’UE (Enterprise and Industry, SBA Fact Sheets 2012), in Italia ci sono 2943 grandi imprese. In Uk 6132 e in Francia 4665 (lasciamo perdere, per pietà, gli Usa!). Ora, non solo le grandi imprese hanno la massa critica necessaria per condurre R&D  con collegamenti accademici e internazionali; ma, a differenza di quella di tante imprese medio-piccole, italiane e non, la loro spesa R&D non sfugge alla contabilità nazionale che porta alle statistiche che stiamo citando, e viene tutta registrata.

B] Secondo lo Stockholm International Peace Institute Yearbook 2013, l’Italia spende in spese militari l’1,7% del Pil; la Uk il 2,5% e la Francia il 2,3%. A giudicare dagli esiti, ossia dall’entità delle rispettive Forze armate e dalla quantità delle esportazioni, il peso dell’Italia ci appare addirittura sovrastimato in questi numeri: ma lasciamo perdere. Se Uk e F spendono il 40% in più di noi (e gli Usa il 259%), e se è vero com’è vero che il militare è il principale driver di R&D, le proporzioni sono chiare.

C’è, poi, il piagnisteo intorno ai giovani ricercatori che non trovano impiego.

Qui, occorre innanzitutto dire che l’Italia è un’odiosa gerontocrazia che penalizza proprio le persone più attive e produttive: in quasi tutte le discipline scientifiche, ma soprattutto in quelle hard, la produttività del giovane è fantasticamente più elevata di quella dell’anziano. E’ pertanto da considerarsi scellerata e masochistica la nostra pervicace propensione a coccolare ricercatori e dirigenti di ricerca anziani, ai danni di quelli giovani.

Però, al contempo, c’è anche il fenomeno globale da considerare. Senza vedere quello, non possiamo capire.

Ebbene, risulta che i ricercatori giovani sono in crisi occupazionale in quasi tutti i paesi occidentali. In Usa, il Bureau of Labor Statistics ha calcolato che a dicembre 2010 ben 360mila tra laureati e dottorati vivevano di assistenza sociale. Addirittura in Finlandia, insieme a Israele forse il paese più R&D-oriented del mondo, il problema della disoccupazione intellettuale di alto livello si è affacciato.

Ora: il sapere che un fenomeno si sta manifestando ovunque non ci rende più felici. Ma di sicuro potrebbe aiutarci a comprenderlo. O no?

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