Odio il crowdsourcing

Pubblicato: 25 marzo 2014 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo
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Sicuramente qualcuno avrà già impostato una sociologia del crowdsourcing (e non intendo quella rudimentale abbozzata da me tempo addietro, limitata all’àmbito scientifico), sebbene di sicuro non in italiano.

caporalatoEbbene, mi sembra di conoscere già le prime conclusioni: un disastro.

Dovunque mi giri, dal crowdsourcing delle attività più elementari sino a quello delle ricerche scientifiche, il quadro è sempre quello: da un lato, mercanti che chiedono aiuto urlando nello spazio e, dall’altro, veri e propri morti di fame che si offrono. In pratica, caporalato bell’e buono.

La recensione di un libro vale, sui mercati italiani, circa €5. Su quelli internazionali in inglese, una traduzione di 50 cartelle vale $1, dico un dollaro Usa. La messa a punto di una molecola ad hoc per scopi dell’industria chimico-famaceutica o agroalimentare o l’ideazione di un nuovo materiale valgono, a star larghi, dai mille ai 10mila dollari su Innocentive, ossia da un centesimo a un decimo del costo annuale di un ricercatore a libro paga.

Le multinazionali “della conoscenza” -tranne, un pochino, il pharma- non hanno ancora imparato a far leva sui grandi marketplace di crowdsourcing ma, quando lo faranno, aspettiamoci uno stravolgimento del mercato globale del lavoro intellettuale.

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