Il Paese degli altri

Pubblicato: 10 novembre 2014 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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familismo Vi siete chiesti perché nel cicaleccio politico l’Italia non si chiama quasi mai Italia bensì «questo Paese»? Due i fattori in gioco.

Intanto, il termine si è installato nel politichese molti decenni orsono per derivazione dall’internazionalismo comunista, un’invenzione della Rivoluzione d’Ottobre poi trasformata dallo stalinismo in strumento di dominazione dei partiti satelliti. Il «Paese» del comunista parlante non era che una delle tante istanze della Internazionale.

In Italia, a differenza che altrove, il termine ha avuto molto successo grazie a un secondo fattore: il campanilismo medievale e le dominazioni straniere hanno storicamente creato negli italiani la fiducia nella sola famiglia e il disprezzo per tutto ciò che è collettivo, nazionale, eccetera. Il famoso familismo.

Ecco dunque che a un italiano medio viene molto più facile dire «questo Paese» che non «Italia», perché il termine impersonale aiuta ad allontanarsi sentimentalmente dalla cosa che si nomina e che non si sente propria. In Francia o in Inghilterra sentirete qualche volta dire «ce pays» e «this country»: ma sono eccezioni rispetto ai più comuni «France» e «England/Britain».

Questo particolare linguistico è inoltre imparentato con un fenomeno più fastidioso: la nazionale propensione a denigrare l’Italia.

I giornalisti italiani sono voluttuosamente attratti da tutte le classifiche che vedano l’Italia fare brutta figura, e i loro lettori ne godono, abbandonandosi a fiumi di commenti (inesorabilmente a vanvera) sui social e sui siti dei giornali.

Eravamo reduci dall’annuale piagnisteo sugli italiani senza laurea (una fanfaluca), quando in questi giorni abbiamo potuto vedere i connazionali rivoltarsi ancora come porci nel fango di fronte alla classifica dell’ignoranza dei fenomeni sociali spicci, come immigrazione, criminalità, ecc.

I nostri giornalisti, si sa, condividono con la cittandinanza anche scarsissima attitudine per tutto ciò che è quantitativo e data-driven; nonché, beninteso, l’ignoranza delle lingue straniere.

Se così non fosse, essi avrebbero letto non solo la grafica colorata, ma anche il paragrafo Technical Note del sondaggio Ipsos Mori sull’ignoranza nella percezione dei fenomeni sociali, e avrebbero appreso che a esprimersi sono stati poche decine di italiani intervistati intorno a ferragosto…

Si sarebbero poi chiesti se 1500 interviste totali in 14 Paesi con parecchie centinaia di milioni di abitanti possano costituire un campione credibile. E si sarebbero infine domandati se il superficiale survey non abbia per accidente pescato molti italiani di periferia e magari, di riscontro, molti svedesi (che sono risultati i più informati) del lussuoso quartiere di Östermalm, ovvero due gruppi di persone naturalmente inclini a percepire in modo molto diverso questioni come l’immigrazione e la criminalità. sfp

Un’altra classifica menagrama di questi giorni è quella di Legatum, dalla quale apprendiamo grottescamente gli italiani sono più pessimisti della media.

Ossia: in capo a un anno di notizie menagramo che parlano male del loro paese e nelle quali essi stessi sguazzano, agli italiani si è andati a chiedere se si sentono ottimisti oppure no: e loro, pensa un po’, hanno risposto di no!

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