downloadDi fronte al dilagare della globalizzazione si soleva dire “Occorrerà concentrarsi sui lavori che non possono essere delocalizzati, come l’artigianato, i servizi alla persona, e quelli legati al territorio”.

La delocalizzazione, però, in quei comparti ha funzionato all’inverso: sono gli artigiani e i fornitori dei servizi a trasferirsi qui.

A cominciare dalle grandi città, e poi via via verso i centri anche più piccoli, servizi e artigianato vengono lentamente rilevati da persone cinesi: il bar, il barbiere, il rammendatore, il ristoratore, il riparatore (anche di apparecchiature complicate)… Dell’idraulico polacco si parla in Francia da un decennio, e credo sia alle porte anche qui, solo che sarà prevalentemente cinese, immagino.

Adesso, sento addirittura dire che la metà degli iscritti alle Accademie di Belle Arti italiane, una quarantina di istituti governati dal MIUR, sono giovani cinesi. (Fra l’altro, in gran parte nullatenenti e dunque esentati dalle tasse scolastiche…).

La metà! Parte di questi giovani, forse, torneranno in Cina a costruire nuove Vegas con forme italiane. Ma una parte, di sicuro, resteranno qui e si occuperanno di restauro, artigianato artistico, turismo, insegnamento, mercato d’arte, arte tout-court: le attività che per antonomasia consideravamo nostro appannaggio.

Che dite: ci lasceranno almeno i calzini da rammendare?

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