L’accademia di Totò e Peppino

Pubblicato: 1 marzo 2015 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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no pidgin on campusI sostenitori del pidgin English all’università accampano alcune buone ragioni ma non mi convincono.

In oltre trent’anni di convegni aziendali e congressi scientifici a cavallo dell’Atlantico, l’inglese più ridicolo e incomprensibile l’ho quasi sempre sentito pronunciare da dirigenti, consulenti e professori italiani (e francesi), anche delle migliori università o aziende.

Abbiamo persino inviati e corrispondenti Tv che non lasciano l’ufficio di New York senza l’interprete; dicono «Màichel» Jackson e parlano della Bush Library come di una «libreria». I loro colleghi in Italia si dibattono dietro cortine fatte di «pèrformans», «menègment», «ínternet», «ímport», «èsport», «occoupai», «quantìtative» e «innòvative»: esattamente la stessa lingua (impenetrabile, di primo acchito, a un anglofono) che si parla al Politecnico o alla Bocconi.

Persino i testi lungamente meditati per iscritto, come le pubblicazioni scientifiche, fanno ridere quando non sono revisionati da agenzie specializzate. E anche un Gruppo Linkedin della mia povera Università di Pavia, che potrebbe tranquillamente parlare italiano senza offendere né escludere chicchessia, vuole presentarsi in un orribile pidgin: «This is the group for all the students of Università degli Studi di Pavia, located in Italy near Milan. Its aim is to connect all the past, present and future people that have studied, is studying or is planning to study in one of the most ancient and time-honored University of Italy and Europe.» O tempora!

Gli italiani hanno un problema con l’inglese perché da piccoli gli vengono somministrati cartoni, videogame e film doppiati. Poi, da grandi, è difficilissimo raddrizzarli, a meno che (A) non vivano un po’ all’estero e (B) non abbiano studiato la grammatica. Senza la condizione B, cari i miei entusiasti del «è la pratica che conta», si può parlare confusamente di ristorazione o di moda, ma non rigorosamente di scienze dure, diritto o medicina: è difficile dire cose attendibili, e capirle, se si hanno dubbi tra which? e what?, non si apprezzano congiuntivi e condizionali, si ignora la consecutio, si confondono determinato e indeterminato, si bisticcia con eventually e actually, e così via. images

Quando studiavo fisica un secolo fa, non si veniva ammessi al biennio finale senza superare una prova di inglese e una di francese, perché molti libri di testo erano in quelle lingue (in francese quelli tradotti dal russo) e perché ai seminari si presentavano ovviamente ricercatori che parlavano inglese. Però le lezioni frontali, in aula, di Struttura della materia, Fisica teorica o Matematiche superiori si svolgevano in italiano, perché troppe e sottilissime erano le sfumature, le logiche arzigogolate, le perifrasi complesse, le discussioni puntigliose -e nessuno di noi era perfettamente bilingue. Con l’inglese di uno che ha lavato i bicchieri in un pub londinese ma non conosce la grammatica e non legge la materia nel testo, non potete parlare di fisica, logica del diritto, metamatematica, arte preraffaellita o antropologia culturale.

I Totò e i Peppino di oggi, che cavolo discutono, che diavolo capiscono, se la lezione è «in inglese»? Se il docente è di madrelingua, 95 ragazzi su 100 non capiscono quasi nulla. Se il docente è italiano e dunque usa il povero pidgin, non si può affrontare i concetti complessi e articolati e si resta a livello Wikipedia. Dunque, oggi nei corsi universitari «in inglese» si parla solo di cose superficiali e al più professionalizzanti.

Io credo che dovremmo, semmai, facilitare un anno di specializzazione in paesi anglofoni, magari in occasione della tesi di laurea. I ragazzi devono imparare sia la loro materia sia l’inglese, e non fingersi di prendere due piccioni con una fava quando in realtà stanno solo prendendo granchi. Per attirare invece gli stranieri, che poi è il vero problema, dovremmo favorire la partecipazione di ricercatori e professori internazionali ai concorsi a ruolo, con quote obbligate come si fa con le “quote rosa” in altri campi, e agevolarne l’apprendimento dell’italiano per vivere qui.

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