Rammenderemo i calzini?

Pubblicato: 5 gennaio 2017 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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rammendAgli inizi, di fronte al dilagare della globalizzazione si soleva dire «Occorrerà concentrarsi sui lavori che non possono essere delocalizzati, come l’artigianato, i servizi alla persona, e quelli legati al territorio».

La delocalizzazione, però, in quei comparti funziona anche all’inverso: volonterosi artigiani e fornitori di servizi si trasferiscono qui.

Basta pensare ai/alle badanti. E poi, a partire dalle grandi città e via via verso i centri anche più piccoli, il barista, il barbiere, il rammendatore, il ristoratore, il riparatore sono sempre più spesso persone cinesi. Dell’idraulico polacco si parla in Francia da un decennio, e credo sia alle porte anche qui, solo che sarà cinese o rumeno; mentre i polacchi vengono nel Nord a occuparsi della preziosa vendemmia a mano.

Pastori macedoni, rumeni e albanesi popolano le Alpi orientali. Da lustri, pizzaioli e cuochi sono egiziani e tunisini, e oggi le imprese della ristorazione possedute da stranieri sono l’11% del totale e crescono quattro volte più in fretta di quelle italiane, come del resto le aziende di stranieri in generale, che fra l’altro sono condotte da giovani in un caso su quattro, contro la media nazionale di uno su dieci.

Circa la metà degli iscritti alle 40 Accademie di Belle Arti italiane sono giovani cinesi. Parte di loro torneranno in Cina. Ma altri resteranno qui e si occuperanno di artigianato artistico, turismo, insegnamento, restauro, mercato d’arte, arte tout-court: le attività che per antonomasia consideravamo, insieme all’enogastronomia, nostro appannaggio.

Nel 2005 Daniel Trefler aprì il suo intervento a un congresso della Brookings Institution chiedendosi se gli americani avrebbero finito col rammendare i calzini ai businessmen cinesi. Possiamo a maggior ragione porci la medesima la questione anche in Italia, considerate anche la mollezza e la decadenza che ci contraddistinguono?

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