Il neutro che abbiamo perduto

Pubblicato: 7 gennaio 2017 da Paolo Magrassi in Politica e mondo

downloadSecondo me la questione della ministra, della sindaca e dell’avvocata merita qualche approfondimento.

Per le occupazioni dimesse si usa sempre anche il femminile: operaia, impiegata, bidella, commessa, cameriera, sguattera. Per le professioni, invece, no: dottora, avvocata, ingegnera e professora non si sono mai sentiti e ancora oggi ministra, sindaca e assessora sono relegati a un uso sporadico.

Claudio Marazzini, Presidente della Crusca, sostiene che bidella, sguattera eccetera si usano perché quelle occupazioni esistono da lunghissimo tempo, e che ciò potrebbe preludere a un’epoca nella quale, dopo aver visto molte donne ministro, ingegnere, eccetera, si invarranno anche le versioni femminili di quei termini, anche se ciò non è certo che accada perché le vie dell’uso linguistico sono contorte.

I suffissi come “-essa” o “-ice”, d’altro canto, nascono dall’usanza di indicare in quel modo la consorte del vero titolare, come in principessa o ambasciatrice: ad alcune (e alcuni), pertanto, appaiono inadeguati quando ci si vuole riferire a una donna che ricopre quella carica o esercita quella professione in prima persona (professoressa, avvocatessa).

Azita Raji, che ha letto magistralmente il saluto di Dylan al banchetto dei Nobel, non è ambasciatrice nel senso di moglie di un ambasciatore bensì un ambasciatore ella stessa: eppure, impieghiamo lo stesso termine per riferirci a lei così come per riferirci, chessò, a Linda Douglass, che è la moglie dell’ambasciatore Usa in Italia.

Per uscire dall’impiccio, sarebbe bello potersi rifugiare nel genere neutro (come sembra stiano facendo gli svedesi), e stabilire che come tali dovrebbero intendersi l’ambasciatore, l’ingegnere, il medico o il sindaco: termini unisex. Ma il neutro, fuori da qualche selezionato Ginnasio, non lo capisce nessuno.

Ecco, dunque, che secondo alcune (e alcuni), Azita Raji dovrebbe essere chiamata ambasciatora, per scrollarsi di dosso il retaggio della millenaria società maschilista e infondere nelle nuove generazioni un senso di equità di genere: questo è il punto che ai più, uomini e donne, sembra sfuggire.

E’ questa la sola via d’uscita? Dobbiamo rassegnarci a virare verso avvocata, medica, professora e ingegnera? Io non ho una risposta, e del resto la domanda ha poco senso, perché sarà come sempre l’uso a dirimere la questione.

La mia personale e inutile opinione è che si potrebbe sopravvivere con –essa e –ice e qualche sporadica –a. (Mi fanno anche un po’ ridere coloro che si scandalizzano di sindaca o ministra e poi non sanno scrivere né pronunciare una frase senza infilarci uno strafalcione).

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