Sovranità limitata

Pubblicato: 31 gennaio 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo

p-t-the-people«Il popolo è sovrano» è una formula spesso grossolanamente fraintesa: chiara ai più, è invece intrigante e sottile per i pochi che ci riflettano sopra. E infatti la misteriosa sovranità popolare è dibattuta sin dagli albori della democrazia moderna.

Ad esempio i Padri costituenti Usa, autori nel Settecento della prima Carta costituzionale contemporanea, discussero a lungo se il Presidente federale dovesse essere eletto dagli Stati, dai cittadini o da rappresentanti di questi.

Irresoluti, optarono per una formula intermedia e bizzarra, quella degli Electors (noti come Grandi Elettori qui da noi). Da allora, i cittadini Usa non votano direttamente il candidato Presidente, bensì un intermediario, l’Elettore, che si occuperà, se crede, di riflettere col suo voto quella intenzione: la Costituzione federale non lo impegna a votare in assonanza col voto popolare.

Quanto all’assetto istituzionale italiano, il popolo è «sovrano» in un senso il cui limite si comprende già all’art. 1 della Carta: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

In pratica, il popolo italiano (a) elegge il Parlamento, (b) partecipa a qualche referendum abrogativo (ma non su temi sensibili come il fisco o i trattati internazionali), e (c) può presentare proposte di legge come qualunque singolo parlamentare. Basta.

costituzioneGoverno e Parlamento, invece, possono, chessò, raddoppiare le tasse, dichiarare una guerra, instaurare la pena di morte, sopprimere il Servizio Sanitario Nazionale, cambiare legge elettorale, variare la Costituzione (col 66%), e molto altro ancora, senza mai sentire il popolo.

Tanta era la fiducia che i Padri costituenti italiani riponevano in quei popoli «sovrani» che avevano acclamato Mussolini nelle piazze e fatto del partito Nazista il più grande di Germania già nel 1933, con regolari elezioni.

Il popolo, dunque, non è poi così sovrano. E per fortuna.

Nelle stragrande parte delle democrazie o monarchie costituzionali contemporanee, e particolarmente nei grandi paesi, il popolo è solo una componente del bilanciere complessivo, e vi si ricorre raramente perché, trattandosi di democrazie rappresentative, sono gli eletti e i loro delegati a occuparsi di gestire il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario.

Il populismo è l’orientamento politico che pretende di accentuare a dismisura il potere, vero o presunto, del popolo, sottovalutando gli altri poteri presenti nel bilanciere, e accentuando la cosiddetta volontà popolare. La volontà popolare, però, non è univoca: alle elezioni politiche, per esempio, essa esprime sempre una pluralità di tendenze; e anche in un voto sì/no come un referendum, essa è frazionata in due parti. E la parte perdente non è spazzatura, vuoto a perdere: in democrazia, contano anche le minoranze.

Dunque, il populismo è quasi sempre ingannevole, sia perché pretende di rappresentare una volontà che invece è plurale, sia perché non di rado attribuisce alla volontà popolare molti dei desideri del populista di turno.

Insomma:we-the-people

(1) in democrazia, non è “il popolo” che comanda, bensì un complesso sistema di intelligenze collettive, pesi e contrappesi;

(2) democrazia non è banalmente sinonimo di suffragio universale. Non è “vera democrazia” solo il voto popolare, come usa ripetere oggi da più parti: è vera democrazia anche un atto parlamentare, o una decisione della Corte Costituzionale, o la sentenza di un tribunale;

(3) il popolo non ha sempre ragione.

 

 

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