Carbon footprint

Pubblicato: 28 marzo 2017 da Paolo Magrassi in Uncategorized

carbon-footprintOggi il Corriere della Sera ha scritto “pret-a-porter” in un titolo. Sarebbe prêt-à-porter.

Non riuscendo mai a venire a capo di questa insidiosa locuzione, i giornali italiani hanno cercato di italianizzarla, scrivendola appunto in quel modo (Grazia, Donna Moderna, Rai). Eppure, volendo italianizzare, sarebbe pretaporté o pret-a-porté.

Quanto alla forma corretta, purtroppo nemmeno Google soccorre qui la confusa Generazione Erasmus, perché googlando da un indirizzo IP italiano le prime pagine di risultati riportano soprattutto le forme farlocche: pret a porter, pret a’ porter (Sky), prét-a-porter (Il Giornale), Prét a porter (Tesionline.it: potevamo farci mancare una versione “scientifica” del refuso?).

Bisognerebbe essere così smart da ricorrere a Wikipédia (NB: qui l’accento è un significante, non un inutile orpello): ma, lo sappiamo, uno su mille ce la fa.

E poi, a che scopo? Intanto, gli accenti non servono a nulla, ormai lo dicono anche i francesi. Poi, oggi nelle nostre testoline ci sono dentro così tante cose (Facebook, Google, LinkedIn, l’elettrodinamica quantistica, il Dna ricombinante, il Machine Learning, il sushi eccetera), da non esserci proprio più posto per “ê”.

E soprattutto, evitando di comporre sulla tastiera quel dannato e inutile circonflesso, risparmio tanta energia cinetica da alimentare un led per tre secondi, in tal modo riducendo il mio “carbon futprint” sul pianeta. A patto di avere un doppino di rame che mi esce dal culo e va a caricare la grid.

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