Femminicidio: punta di iceberg

Pubblicato: 13 marzo 2018 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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Istat da Eurostat

Di fronte agli orribili femminicidi snocciolati dalla cronaca, ci si accappona la pelle e ci convinciamo vieppiù che ogni possibile misura deve essere messa in atto per impedire gesti simili, anche uno solo, in futuro.

In particolare, è assolutamente inaccettabile che una donna possa addirittura caderne vittima dopo che ha sporto tanto di denuncia ai carabinieri.

Non credo, al contempo, che vada sottaciuto il lento progresso che stiamo conseguendo in questo campo. Nell’ultimo quarto di secolo, le donne vittime di omicidio volontario sono calate di un terzo (da 6 a 4 ogni milione) e soprattutto, secondo la Polizia di Stato, negli ultimi dieci anni (2008 – 2017) gli omicidi di donne commessi da partners, ex partners o familiari (i “veri” femminicidi, nel senso primigenio del termine***), sono calati da 150 a 121 per anno. [Calo che si conferma in agosto 2018].

Anche i reati spia del possibile femminicidio, ossia i maltrattamenti in famiglia e gli atti persecutori, sono scesi del 5% nell’ultimo quinquennio (beninteso, attenzione: questi dati sono basati sulle denunce sporte). Unico dato negativo, l’aumento del 5% delle violenze sessuali negli ultimi due anni, commesse peraltro da immigrati in quasi la metà dei casi.

E’ poi infondato il luogo comune che vede l’Italia pervasa da una speciale cultura maschilista che favorirebbe più che altrove il femminicidio. Quella cultura esiste eccome: ma i numeri non confermano affatto il presunto triste primato italiano. Dall’Istat che cita i dati Eurostat (che è la fonte della grafica di cui sopra) apprendiamo che l’Italia nel 2015 era nelle ultime posizioni dell’infamante classifica, preceduta da paesi come Svizzera, Finlandia, Francia, Germania, Olanda e Gran Bretagna.

Né la bassa incidenza italiana né l’apparente calo in atto, devono indurre a compiacimento e rilassatezza.

Inoltre è vero che il femminicidio è un fenomeno culturale ed endemico, che richiede cure profonde e non solo repressione: è solo la punta dell’iceberg di un problema di genere che è in discussione sotto molti aspetti, tutti, a mio avviso, utili e benvenuti (molestie camuffate da corteggiamento; ricatti; lessico maschilista, eccetera).

Ed è vero che “non è normale che sia normale“, ossia che si debba tollerare anche solo un livello “fisiologico” di aggressione alle donne.

Ma è contemporaneamente vero che i giornalisti non dovrebbero taroccare i numeri né inventare fanfaluche pur di prolungare la presenza in prima pagina.

*** La figura soprastante riguarda tutti gli omicidi di donne. Comprende, per dire, anche Mattia Del Zotto che uccide nonna e zia col tallio, o Lea Garofalo, che il marito ‘ndranghetista scioglie nell’acido perché ella voleva confessare la loro vita mafiosa. Questi, e molti altri omicidi volontari di donne, non sono connessi alla condizione femminile o a reazioni belluine degli ex, ma da un po’ di tempo vengono tutti classificati come “femminicidi”.

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