Riscaldamento globale: che fare?

Pubblicato: 24 aprile 2019 da Paolo Magrassi in Politica e mondo, Scienza
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Union of Concerned ScientistsLa parola d’ordine dev’essere PRAGMATISMO.

Non è vero che per frenare il riscaldamento globale dovremmo cambiare radicalmente il nostro stile di vita.

Quello che dobbiamo fare è alla nostra portata, ed è scritto nei rapporti elaborati dal Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici: entro undici anni dovremmo ridurre della metà le emissioni di CO2, metano e N2O (più alcuni altri gas) rispetto a i livelli del 2017, e poi portarle a zero entro altri trenta anni.

Ciò si ottiene (1) utilizzando principalmente (non esclusivamente) sistemi energetici a basse emissioni di carbonio, come quelli basati su energia eolica, solare, geotermica, nucleare, idroelettrica, ecc; (2) modificando alcune politiche agroalimentari e di allevamento; (3) catturando CO2 nell’atmosfera e pompandola sottoterra.

Un approccio pragmatico è di gran lunga preferibile a un approccio radicale. Gli approcci radicali e ideologici provocano aspre reazioni popolari, manicheismo, discussioni politiche senza fine e in definitiva inazione.

E un approccio pragmatico consiste nel focalizzare l’attenzione innanzitutto sugli aspetti più rilevanti del problema:

(A) Assistiamo a estenuanti discussioni, nei media e in politica, su auto elettriche e edifici intelligenti. Ma il grosso del problema è altrove. Il 70% delle emissioni di gas serra sono dovute a (a) produzione di energia elettrica, (b) agricoltura, allevamento, silvicoltura e altri usi del suolo, (c) produzione industriale. Concentriamoci su questi primi, entro il 2030, con magari un focus meno ossessivo sui trasporti (14% delle emissioni), edifici (6%) e altre fonti (10%).

(B) Sette paesi più l’UE generano due terzi delle emissioni da combustibili fossili. Sembra ovvio che gli sforzi politici dovrebbero concentrarsi soprattutto lì, con un’attenzione minore agli altri 200 paesi.

(C) L’industria è responsabile del 25% delle emissioni totali di gas serra. Addirittura, 90 imprese sembrano aver prodotto da sole il 63% di CO2 e metano introdotti dalle attività umane nell’atmosfera dal 1854 al 2010. Si tratta di 50 aziende di proprietà di investitori privati, 31 società di proprietà statale, e 9 stati-nazione: tutti producono petrolio, gas naturale, carbone e cemento. L’autore dello studio ha osservato che i massimi dirigenti di tutte queste entità occuperebbero solo un paio di autobus se si riunissero per parlarne…

Ancora pragmatismo. Prendiamo i Gilet Gialli, partiti dalla protesta per un piccolo aumento del prezzo della benzina. I governanti saggi sanno che, se si vuole introdurre una tassa per motivi ecologici, occorre abbassare approssimativamente di un importo uguale alcune altre tasse sulle stesse coorti di cittadini .

A volte si può evitare del tutto la tassa ecologica: ad esempio, riducendo il limite di velocità del 10% si otterrebbe una discesa esponenziale delle emissioni. Si potrebbe anche, e forse è questa la singola misura più utile, incentivare le persone a sbarazzarsi di quel 25% di veicoli a motore che producono due terzi delle emissioni.

Oppure si può combinare le tre misure, la tassa, il limite di velocità, gli incentivi, per raggiungere un obiettivo globale. Sembrano, sono, cose facili da fare. E senza dare la stura a grandi dibattiti sul futuro della civiltà.

E non è che un esempio. Un pragmatismo simile può essere adottato sulla produzione di carne e quella di oli alimentari, sulle fonti rinnovabili di energia, o su incentivi economici per la “decarbonizzazione”.

La roboante retorica di una revisione apocalittica dello stile di vita, in Occidente o in Oriente, può essere utile per attirare l’attenzione sul problema e in qualche modo utile per fissare obiettivi molto generali, identificando le forze politiche in gioco. Ma per quanto riguarda il da farsi, le risposte sono davanti al nostro naso e alla portata.

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