Archivio per la categoria ‘consumatori’

slovenliness 1.jpgScrivo allo “Sportello per il consumatore Energia e Ambiente” dell’ARERA, per segnalare che un mio fornitore di energia fa il furbetto con le fatturazioni e con gli algoritmi di calcolo.

Come mio solito, uso una prosa asciutta ed efficace, perfettamente comprensibile, producendo tutti gli allegati richiesti e utilizzando il canale e la modulistica (“SEGNALAZIONE”) da essi suggeriti.

Mi rispondono, dopo due settimane, come se la mia fosse una “Rich info su servizio ele/gas/idrico“, ossia una richiesta di informazioni e non già una Segnalazione. Infatti, la loro lettera è un copiaincolla di informazioni facilmente reperibili sul loro stesso sito.

E chiudono la pratica contestualmente all’invio della pseudorisposta. Un po’ come fa Telecom Italia se chiamate per segnalare un problema, no? Ti inviano un URL binario-morto, e chiudono la pratica…

Via PEC, segnalo la falla, chiedo lumi. Ma sono tutti morti.

Anche qui dunque, nessun orgoglio professionale, nessuna dignitosa pulsione a fare della propria giornata lavorativa qualcosa di sensato anziché una sequela di gesti che i chatbot potrebbero fare prima e meglio, come infatti accadrà.

(Dopo qualche settimana arriva anche -poteva mancare?- il tratto che denota analfabetismo digitale, ossia la richiesta di cambiare la password sul sito pena il decadimento della user-id. Beninteso, essi non hanno idea di come si gestisca la sicurezza, ma questo me lo aspettavo)

 

L’analfabeta del mese

Pubblicato: 22 gennaio 2019 da Paolo Magrassi in consumatori
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neandL’analfabeta digitale del mese è Lombardia Informatica Spa.

In Lombardia abbiamo la Carta regionale dei Servizi. Il suo numero serve anche come login per accedere al proprio fascicolo sanitario online e farci un sacco di cose utili.

Certo, nessuno, neppure il mio medico che pure è giovane, ha mai usato la mia tessera né guardato il mio fascicolo sanitario online, e in pratica la card viene usata solo dagli amministrativi (di ospedali, case di cura, studi medici, e uffici di ogni genere, come sportelli bancari o commercialisti) e solo per desumerne il codice fiscale. NB: Lombardia informatica conta tutti quegli accessi come se fossero effettivi utilizzi di fascicoli sanitari, vantandone il successo. Ma non si capisce se c’è o ce fa

Insomma, la Carta dei Servizi lombarda sembrerebbe quasi inutile. Eppure io ne sono felice: abbiamo il fascicolo sanitario online, il potenziale è là! Non ci resta che capirlo, e sfruttarlo per vivere tutti meglio, medici e cittadini, anziché limitarci a mugugnare. E’ la digitalizzazione, bellezza!

Ci sono tuttavia alcuni piccoli ostacoli, che spetta alla Regione di superare…

Per esempio, è vero che la maggior parte delle persone non sa scegliere una password, ma per aggirare il problema i progettisti si sono lasciati prendere la mano da un’ossessione di sicurezza adatta non a un’applicazione sanitaria bensì ai Servizi Segreti, e destinata a ottenere effetti opposti a quelli che si prefigge.

Per fare login da un pc, non bastano (1) le dieci cifre (!!!) del numero della Carta e (2) la password (di quelle stupide, coi caratteri strani): serve anche (3) un codice usa e getta che loro ti mandano sul telefonino, e che consta di ben otto cifre. E’ come se dovessimo avviare un drone da combattimento della CIA.

In online banking puoi fare un bonifico da €99.000 con degli usa-e-getta di 5-6 cifre, e se vuoi solo vedere il tuo estratto conto, senza modificarlo, bastano login e password. Se invece voglio anche semplicemente vedere il mio fascicolo sanitario, mi si chiede l’usa-e-getta oltre a tutto il resto… Perdipiù, il livello di sicurezza non può essere fissato in parte dall’utilizzatore: è prestabilito da loro, al livello massimo possibile. Il contrario della usabilità.

Poi: la password regionale ti scade ogni sei mesi. Non solo: sullo smartphone, ogni volta che la Regione invia un aggiornamento della app, bisogna ripercorrere per intero il noioso processo di autenticazione (cosa che non accade, per esempio, alle mie app di online banking. O a quella di Amazon. O a quelle di email).

La app Salutile/Ricette serve per stampare le ricette “elettroniche” (😂) e portarle in farmacia. La app, che non è in grado di utilizzare l’accesso biometrico dello smartphone né sa se esso è almeno protetto da una password, pretende una sua password per essere utilizzata sul mio iPhone. Che è un codice numerico di otto cifre, naturalmente diverso dalla password che usi per accedere al fascicolo sanitario via pc.

Non solo: quel codice scade ogni tre mesi. Risultato? Per non dimenticarlo (la app si usa di rado, com’è ovvio), io lo devo scrivere nell’iPhone ogni volta che lo rinnovo (aggiungendo 1 al numero precedente).

Una password dovrebbe essere memorabile per l’utente e difficile da indovinare per il pirata. Scrivere le password, e generarne di nuove che somigliano alle precedenti, è il contrario della sicurezza. Ma a questo mi costringe il vetusto e angusto software di Lombardia Informatica. Non solo. Per antica consuetudine di vecchio informatico diffidente, io mi segno il codice in forma crittografata, e questo aggiunge un pochino alla rottura di scatole, ravvivando in me, a ogni utilizzo, un antipatico ricordo degli autori.

jbInsomma: per aiutare questa utile innovazione a diffondersi tra cittadini e medici,  cosa che non sta succedendo dalla sua introduzione molti anni fa (quando per usarla era addirittura necessario comprare un apposito lettore di smart card!!!), sarebbe tempo che la gestione del software venisse trasferita da James Bond a qualcuno che sappia di applicazioni nel mondo reale.

(PS: Ho scritto queste cose a Lombardia Informatica e loro mi hanno risposto che la legge gli impone di comportarsi così. Strano. Non ho contezza di leggi che fissino forma e lunghezza delle password. E l’uso dell’autenticazione a due fattori è stato introdotto da organismi finanziari come la BCE, che non incoraggiano a inviare usa-e-getta di otto cifre per accedere in sola lettura ai propri dati.)

CCleaner and Avast: watch out

Pubblicato: 2 Mag 2018 da Paolo Magrassi in consumatori
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imageCCleaner proposed me to install a new version. Such suggestions are usually either genuine software updates or (understandable) attempts to have you upgrade to the professional version from the free version.

In this case, however (second half of April, Windows 10), it was a trick aimed at installing Avast antivirus free.

Having run many times in the past the routine for CCleaner software update, I clicked so quickly that I did not realise the option “Install Avast free antivirus” was pre-ticked. In other words, I was supposed to carefully opt out from a choice already made for me by CCleaner.

Damn!

Uninstalling annoying Avast software was a pain in the neck, entailing the download of their specific uninstaller, the restart of Windows in Safe Mode, and all that crap.

Beware when CCleaner proposes you the next version update.

Giornalismo scatenato

Pubblicato: 2 aprile 2018 da Paolo Magrassi in consumatori, Politica e mondo
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civil_screenshot_2.jpg_resized_620_Per il momento mi pare sia sfuggito, al provinciale mondo del giornalismo nostrano, il lancio della piattaforma Civil, un «ecosistema decentralizzato e resistente alla censura per il giornalismo online».

Vi si affaccia anche un approccio nuovo al modello di vendita delle news online: in Civil, esse sono pagate direttamente dal lettore, click dopo click, grazie a un sottostante software di tipo Blockchain.

Io resto con qualche piccolo e sommesso dubbio circa la capacità della tecnologia di sostenere uno sviluppo su larga scala del giornalismo alla Civil.

Ma, perplessità tecniche a parte, da profano mi sembra una bella proposta innovativa per il giornalismo online, che si dibatte tra entrate scarse e fake news imperanti.

addictPerché le telco italiane vivono come poveri tossici, alla continua spasmodica ricerca di una dose?

Servizi non richiesti, fatturazione incessante dopo la disdetta, scempio della privacy, contact centre ridicoli, SIM dell’antifurto che auto-sottoscrivono abbonamenti per navigare il web, il comodato del modem trasformato in abbonamento quadriennale. E poi la fatturazione a 28gg, irrogata tutti assieme concordemente, la stessa notte…

Comprate un iPhone: vi faranno sentire Signori Clienti. Provate Amazon: vi troverete a tal punto coccolati, da non poterne più fare a meno. (Da notare, fra l’altro, che le due citate operano in un business molto più complesso dell’erogazione di servizi di telefonia e internet).

E allora perché le tristi Tim, FastWeb, Vodafone, Wind, iia-iia-ò conducono invece un’esistenza miserabile e sostanzialmente gaglioffa, quando, ben seguiti, i loro milioni di clienti potrebbero far crescere indefinitamente le fortune finanziarie del settore, specie alla luce delle incessanti novità tecnologiche?

Perché?!

Se ve lo spiegano all’MBA, fatemi sapere.

 

airline of the year

Fonte: en.wikipedia.org, 28 Apr 2017

Quasi tutte le compagnie aeree che negli ultimi quindici anni compaiono al top della classifica di Skytrax sono aziende statali o para-statali: vedi Figura.

Com’è noto, io ho un’opinione tutta mia di queste classificone internazionali – su qualunque argomento – e sono abituato ad accoglierle cum grano salis. Ma siccome esse sono universalmente molto rinomate e venerate, siamo autorizzati a sospettare che un’aerolinea, per essere reputata ottima, debba essere sostenuta dai soldi dei contribuenti.

E forse è vero, visto che il trasporto aereo è un business tanto rischioso quanto aprire un nuovo ristorante: «Vuoi diventare milionario? Parti da miliardario e fonda una compagnia aerea», ebbe a dire Richard Branson, che se ne intende.

Se Paesi come Qatar, Singapore, Emirati Arabi Uniti o Thailandia, in grande spolvero e crescita rampante ma in ogni caso con Pil che vanno da un quinto a un mezzo del nostro, tengono in piedi pregiate compagnie di bandiera, non potremmo anche a noi farci un pensierino, restando per il momento l’Italia ancora tra le prime cinque destinazioni turistiche al mondo?

PS: Già prevedo le obiezioni.

Quella del liberista de noantri: «Lasciamola fallire, ‘sta  sanguisuga di denaro pubblico!» Ci sarebbe molta parte di ragione in questa invettiva, se non provenisse da gente secondo la quale lo Stato dovrebbe impicciarsi di tutto, dalla spazzatura al diritto al suicidio al salvataggio della sua banca quando essa sta fallendo, e che con 9 probabilità su 10 è un evasore dell’Iva, dell’Irpef o di qualche altra imposta o tassa.

Quella del frequent flyer: «Al diavolo questo baraccone di paraculi ipersindacalizzati che non sorridono mai!». Gli utilizzatori sono sempre ipercritici nei confronti delle compagnie dei loro Paesi, figuriamoci gli italiani! Il frequent flyer de noantri, poi, spiccica un basic e incomprensibile pidgin English: non sarebbe in grado di polemizzare con un officer di Thai o Lufthansa (né ne capisce il body language), mentre è prodigo di rimbrotti col connazionale al terminale del gate, che oltretutto vorrebbe eternamente sorridente – immemore del fatto che anche quelli che ci stanno pigliando per i fondelli, sorridono.

napalm51Ne abbiamo parlato qualche anno fa.

E adesso la cosa sta approdando sui media italiani: “La scienza vive un’epidemia di studi inservibili”, portale Aduc, 11.1.2017.

Insomma, tra poco anche in Italia tutti sapranno che «l’85 percento degli sforzi dedicati a ricerche biomediche sono solo uno spreco»; che molti studi «non apportano niente di valido o, peggio, procedono facendo riferimento ad interpretazioni statistiche preconcepite e che non sono certe»; che questi sono autoinganni «che [possono] moltiplicare la quantità di falsi positivi»; che «non dobbiamo dimenticare il ruolo complice […] di riviste importanti, che preferiscono pubblicare risultati […] che provocano molto rumore e impatto, prima di assicurarsi e verificare […] l’affidabilità degli stessi».

Sono tutte parole di scienziati, i quali ormai riconoscono che c’è una dilagante crisi di riproducibilità nelle scienze della vita. Ossia: in medicina e biologia si pubblicano un’infinità di esperimenti che nessuno scienziato riesce a verificare.

La possibilità di rifare, o almeno riprodurre, un lavoro scientifico pubblicato da altri, è uno dei pilastri fondanti della scienza: se salta questo vincolo, allora si cade nel ciarpame, fra Stamina e Nature non c’è più differenza.

Questo problemino, al quale occorrerà metter mano alla svelta anche se non sarà facile, esplode proprio nel momento storico in cui la fuffa anti-scientifica di provenienza pop o commerciale è forse a un massimo: creazionismo (che Trump vuole rivitalizzare), no-Ogm, no-vaccini, no-glutine, Stamina, e così via.

Tra poco, i propalatori per interesse di notizie farlocche avranno una formidabile freccia al loro arco: se la maggior parte degli studi scientifici sono infondati, chi impedisce a chicchessia di metter su un blog o un giornale in cui si discetta di medicina?

E la moltitudine dei webeti che «si informano in rete» e cascano in ogni sorta di imbroglio, gli faranno un’immensa eco. Non è una prospettiva incoraggiante.