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Anche in ARERA, nessun orgoglio professionale, nessuna dignitosa pulsione a fare della propria giornata lavorativa qualcosa di sensato anziché una sequela di gesti che i chatbot potrebbero fare prima e meglio, come infatti accadrà.

(altro…)

L’analfabeta del mese

Pubblicato: 22 gennaio 2019 da Paolo Magrassi in consumatori
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neandL’analfabeta digitale del mese è Lombardia Informatica Spa.

In Lombardia abbiamo la Carta regionale dei Servizi. Il suo numero serve anche come login per accedere al proprio fascicolo sanitario online e farci un sacco di cose utili.

Certo, nessuno, neppure il mio medico che pure è giovane, ha mai usato la mia tessera né guardato il mio fascicolo sanitario online, e in pratica la card viene usata solo dagli amministrativi (di ospedali, case di cura, studi medici, e uffici di ogni genere, come sportelli bancari o commercialisti) e solo per desumerne il codice fiscale. NB: Lombardia informatica conta tutti quegli accessi come se fossero effettivi utilizzi di fascicoli sanitari, vantandone il successo. Ma non si capisce se c’è o ce fa

Insomma, la Carta dei Servizi lombarda sembrerebbe quasi inutile. Eppure io ne sono felice: abbiamo il fascicolo sanitario online, il potenziale è là! Non ci resta che capirlo, e sfruttarlo per vivere tutti meglio, medici e cittadini, anziché limitarci a mugugnare. E’ la digitalizzazione, bellezza!

Ci sono tuttavia alcuni piccoli ostacoli, che spetta alla Regione di superare…

Per esempio, è vero che la maggior parte delle persone non sa scegliere una password, ma per aggirare il problema i progettisti si sono lasciati prendere la mano da un’ossessione di sicurezza adatta non a un’applicazione sanitaria bensì ai Servizi Segreti, e destinata a ottenere effetti opposti a quelli che si prefigge.

Per fare login da un pc, non bastano (1) le dieci cifre (!!!) del numero della Carta e (2) la password (di quelle stupide, coi caratteri strani): serve anche (3) un codice usa e getta che loro ti mandano sul telefonino, e che consta di ben otto cifre. E’ come se dovessimo avviare un drone da combattimento della CIA.

In online banking puoi fare un bonifico da €99.000 con degli usa-e-getta di 5-6 cifre, e se vuoi solo vedere il tuo estratto conto, senza modificarlo, bastano login e password. Se invece voglio anche semplicemente vedere il mio fascicolo sanitario, mi si chiede l’usa-e-getta oltre a tutto il resto… Perdipiù, il livello di sicurezza non può essere fissato in parte dall’utilizzatore: è prestabilito da loro, al livello massimo possibile. Il contrario della usabilità.

Poi: la password regionale ti scade ogni sei mesi. Non solo: sullo smartphone, ogni volta che la Regione invia un aggiornamento della app, bisogna ripercorrere per intero il noioso processo di autenticazione (cosa che non accade, per esempio, alle mie app di online banking. O a quella di Amazon. O a quelle di email).

La app Salutile/Ricette serve per stampare le ricette “elettroniche” (😂) e portarle in farmacia. La app, che non è in grado di utilizzare l’accesso biometrico dello smartphone né sa se esso è almeno protetto da una password, pretende una sua password per essere utilizzata sul mio iPhone. Che è un codice numerico di otto cifre, naturalmente diverso dalla password che usi per accedere al fascicolo sanitario via pc.

Non solo: quel codice scade ogni tre mesi. Risultato? Per non dimenticarlo (la app si usa di rado, com’è ovvio), io lo devo scrivere nell’iPhone ogni volta che lo rinnovo (aggiungendo 1 al numero precedente).

Una password dovrebbe essere memorabile per l’utente e difficile da indovinare per il pirata. Scrivere le password, e generarne di nuove che somigliano alle precedenti, è il contrario della sicurezza. Ma a questo mi costringe il vetusto e angusto software di Lombardia Informatica. Non solo. Per antica consuetudine di vecchio informatico diffidente, io mi segno il codice in forma crittografata, e questo aggiunge un pochino alla rottura di scatole, ravvivando in me, a ogni utilizzo, un antipatico ricordo degli autori.

jbInsomma: per aiutare questa utile innovazione a diffondersi tra cittadini e medici,  cosa che non sta succedendo dalla sua introduzione molti anni fa (quando per usarla era addirittura necessario comprare un apposito lettore di smart card!!!), sarebbe tempo che la gestione del software venisse trasferita da James Bond a qualcuno che sappia di applicazioni nel mondo reale.

(PS: Ho scritto queste cose a Lombardia Informatica e loro mi hanno risposto che la legge gli impone di comportarsi così. Strano. Non ho contezza di leggi che fissino forma e lunghezza delle password. E l’uso dell’autenticazione a due fattori è stato introdotto da organismi finanziari come la BCE, che non incoraggiano a inviare usa-e-getta di otto cifre per accedere in sola lettura ai propri dati.)

CCleaner and Avast: watch out

Pubblicato: 2 maggio 2018 da Paolo Magrassi in consumatori
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imageCCleaner proposed me to install a new version. Such suggestions are usually either genuine software updates or (understandable) attempts to have you upgrade to the professional version from the free version.

In this case, however (second half of April, Windows 10), it was a trick aimed at installing Avast antivirus free.

Having run many times in the past the routine for CCleaner software update, I clicked so quickly that I did not realise the option “Install Avast free antivirus” was pre-ticked. In other words, I was supposed to carefully opt out from a choice already made for me by CCleaner.

Damn!

Uninstalling annoying Avast software was a pain in the neck, entailing the download of their specific uninstaller, the restart of Windows in Safe Mode, and all that crap.

Beware when CCleaner proposes you the next version update.

Giornalismo scatenato

Pubblicato: 2 aprile 2018 da Paolo Magrassi in consumatori, Politica e mondo
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civil_screenshot_2.jpg_resized_620_Per il momento mi pare sia sfuggito, al provinciale mondo del giornalismo nostrano, il lancio della piattaforma Civil, un «ecosistema decentralizzato e resistente alla censura per il giornalismo online».

Vi si affaccia anche un approccio nuovo al modello di vendita delle news online: in Civil, esse sono pagate direttamente dal lettore, click dopo click, grazie a un sottostante software di tipo Blockchain.

Io resto con qualche piccolo e sommesso dubbio circa la capacità della tecnologia di sostenere uno sviluppo su larga scala del giornalismo alla Civil.

Ma, perplessità tecniche a parte, da profano mi sembra una bella proposta innovativa per il giornalismo online, che si dibatte tra entrate scarse e fake news imperanti.

addictPerché le telco italiane vivono come poveri tossici, alla continua spasmodica ricerca di una dose?

Servizi non richiesti, fatturazione incessante dopo la disdetta, scempio della privacy, contact centre ridicoli, SIM dell’antifurto che auto-sottoscrivono abbonamenti per navigare il web, il comodato del modem trasformato in abbonamento quadriennale. E poi la fatturazione a 28gg, irrogata tutti assieme concordemente, la stessa notte…

Comprate un iPhone: vi faranno sentire Signori Clienti. Provate Amazon: vi troverete a tal punto coccolati, da non poterne più fare a meno. (Da notare, fra l’altro, che le due citate operano in un business molto più complesso dell’erogazione di servizi di telefonia e internet).

E allora perché le tristi Tim, FastWeb, Vodafone, Wind, iia-iia-ò conducono invece un’esistenza miserabile e sostanzialmente gaglioffa, quando, ben seguiti, i loro milioni di clienti potrebbero far crescere indefinitamente le fortune finanziarie del settore, specie alla luce delle incessanti novità tecnologiche?

Perché?!

Se ve lo spiegano all’MBA, fatemi sapere.

 

airline of the year

Fonte: en.wikipedia.org, 28 Apr 2017

Quasi tutte le compagnie aeree che negli ultimi quindici anni compaiono al top della classifica di Skytrax sono aziende statali o para-statali: vedi Figura.

Com’è noto, io ho un’opinione tutta mia di queste classificone internazionali – su qualunque argomento – e sono abituato ad accoglierle cum grano salis. Ma siccome esse sono universalmente molto rinomate e venerate, siamo autorizzati a sospettare che un’aerolinea, per essere reputata ottima, debba essere sostenuta dai soldi dei contribuenti.

E forse è vero, visto che il trasporto aereo è un business tanto rischioso quanto aprire un nuovo ristorante: «Vuoi diventare milionario? Parti da miliardario e fonda una compagnia aerea», ebbe a dire Richard Branson, che se ne intende.

Se Paesi come Qatar, Singapore, Emirati Arabi Uniti o Thailandia, in grande spolvero e crescita rampante ma in ogni caso con Pil che vanno da un quinto a un mezzo del nostro, tengono in piedi pregiate compagnie di bandiera, non potremmo anche a noi farci un pensierino, restando per il momento l’Italia ancora tra le prime cinque destinazioni turistiche al mondo?

PS: Già prevedo le obiezioni.

Quella del liberista de noantri: «Lasciamola fallire, ‘sta  sanguisuga di denaro pubblico!» Ci sarebbe molta parte di ragione in questa invettiva, se non provenisse da gente secondo la quale lo Stato dovrebbe impicciarsi di tutto, dalla spazzatura al diritto al suicidio al salvataggio della sua banca quando essa sta fallendo, e che con 9 probabilità su 10 è un evasore dell’Iva, dell’Irpef o di qualche altra imposta o tassa.

Quella del frequent flyer: «Al diavolo questo baraccone di paraculi ipersindacalizzati che non sorridono mai!». Gli utilizzatori sono sempre ipercritici nei confronti delle compagnie dei loro Paesi, figuriamoci gli italiani! Il frequent flyer de noantri, poi, spiccica un basic e incomprensibile pidgin English: non sarebbe in grado di polemizzare con un officer di Thai o Lufthansa (né ne capisce il body language), mentre è prodigo di rimbrotti col connazionale al terminale del gate, che oltretutto vorrebbe eternamente sorridente – immemore del fatto che anche quelli che ci stanno pigliando per i fondelli, sorridono.

napalm51Ne abbiamo parlato qualche anno fa.

E adesso la cosa sta approdando sui media italiani: “La scienza vive un’epidemia di studi inservibili”, portale Aduc, 11.1.2017.

Insomma, tra poco anche in Italia tutti sapranno che «l’85 percento degli sforzi dedicati a ricerche biomediche sono solo uno spreco»; che molti studi «non apportano niente di valido o, peggio, procedono facendo riferimento ad interpretazioni statistiche preconcepite e che non sono certe»; che questi sono autoinganni «che [possono] moltiplicare la quantità di falsi positivi»; che «non dobbiamo dimenticare il ruolo complice […] di riviste importanti, che preferiscono pubblicare risultati […] che provocano molto rumore e impatto, prima di assicurarsi e verificare […] l’affidabilità degli stessi».

Sono tutte parole di scienziati, i quali ormai riconoscono che c’è una dilagante crisi di riproducibilità nelle scienze della vita. Ossia: in medicina e biologia si pubblicano un’infinità di esperimenti che nessuno scienziato riesce a verificare.

La possibilità di rifare, o almeno riprodurre, un lavoro scientifico pubblicato da altri, è uno dei pilastri fondanti della scienza: se salta questo vincolo, allora si cade nel ciarpame, fra Stamina e Nature non c’è più differenza.

Questo problemino, al quale occorrerà metter mano alla svelta anche se non sarà facile, esplode proprio nel momento storico in cui la fuffa anti-scientifica di provenienza pop o commerciale è forse a un massimo: creazionismo (che Trump vuole rivitalizzare), no-Ogm, no-vaccini, no-glutine, Stamina, e così via.

Tra poco, i propalatori per interesse di notizie farlocche avranno una formidabile freccia al loro arco: se la maggior parte degli studi scientifici sono infondati, chi impedisce a chicchessia di metter su un blog o un giornale in cui si discetta di medicina?

E la moltitudine dei webeti che «si informano in rete» e cascano in ogni sorta di imbroglio, gli faranno un’immensa eco. Non è una prospettiva incoraggiante.

Buono a sapersi

Pubblicato: 13 gennaio 2017 da Paolo Magrassi in consumatori
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downloadAvrò in futuro cura di tenermi alla larga da Register.it Spa e Infocert Spa, che sono riuscite nell’impresa di cancellare (senza volerlo, debbo supporre) una casella PEC che usavo da anni, senza preavvisare e senza motivo.

Non avevo rinnovato il pagamento annuale perché inopinatamente non mi era pervenuta, come ogni anno, la sequela delle email di avviso di scadenza. Precisamente questo è stato il loro primigenio errore (e non di problema di antispam si trattò, anche perché io sapevo cos’è un filtro antispam prima che chiunque lavori per quelle due aziende apprendesse cos’è la posta elettronica).

Agli errori si può spesso rimediare. Ma c’è chi proprio non ci riesce…

Non ho ricevuto alcuna spiegazione né informazione, sino a quando, abbandonati al loro destino gli inutili contact centre, ho inviato email certificate (da altri indirizzi PEC di mia proprietà, presso altri provider) ai legali rappresentanti. Al che le due magnifiche SpA si sono esibite nel classico rito dello scaricabarile, condito di baggianate sulla pràivasi et similia: le fanfaluche nelle quali si rifugiano gli italiani che non san cosa dire.

Quando alla fine hanno offerto rimedii, era troppo tardi perché mi erano venuti a noia. Bear in mind.

Com’è possibile divertirsi con un argomento noioso come il Transatlantic Trade and Investment Partnership?! Be’, basta leggere la stampa italiana.

La cosa che diverte di più, oltre alle baggianate sugli OGM, sul bio e sulla difesa del consumatore (che in USA è molto più profonda che qui) è la pretesa “segretezza” delle trattative.

Ora, a parte il fatto che durante una negoziazione nessuna parte vuol far sapere all’altra per iscritto su cosa esattamente sarebbe disposta a cedere, sicché nessuna trattativa diplomatica, mai, avviene interamente alla luce del sole; a parte quel fatto, se andate a questa pagina web vi si aprirà un mondo di link che vi porteranno a spasso attraverso un’immensa e dettagliata documentazione.

noio-voulevon-savuarDi questa documentazione, in gran parte disponibile solo in inglese, i media (e i politici) italiani sono totalmente all’oscuro. Si sono letti articoli di giornale e persino lunghi saggi, in italiano, che dimostravano completa e smaccata ignoranza di quella documentazione -che costituisce gli argomenti di discussione nel TTIP.

Per colpa di occhiute multinazionali? Ma va’ là! Per colpa della nostra totale ignoranza dell’inglese.

1Life sciences and social sciences are producing an ever-increasing number of unreliable results, as suggested by the disturbingly low reproducibility of their published experiments.

The problem is as follows.

The possibility for third-party researchers to replicate a scientific study published by others, is one of the founding pillars of science. If you remove the replicability constraint, then no differentiation is possible between real science and fake science.

In some fields, such as epidemiology or large clinical trials or huge particle-accelerator physics experiments, it becomes foolishly impractical (e.g., expensive) to replicate experiments entirely. In these cases a lower-level control strategy is applied, called reproducibility: data sets and computer code, produced by and employed for conducting the experiment, are made available to others for verifying published results and carrying out alternative analyses.

About ten years ago, Stanford professor John Ioannidis noted that, increasingly, biomedical research experiments were becoming irreproducible (“Why most published research findings are false”, PLoS Medicine, 2005): if you studied a published experiment and set out to analyse its data, you would seldom come up with the same conclusions as the original authors.

This consciousness grew within the scientific community, with Ioannidis becoming one of the most quoted authors, until it made it to the New York Timesin 2014. From then on, the dirty little secret was no longer concealable.

Today, scientific repositories like Nature maintain lists of best practices and publish special issues on reproducible research.

The problem of social-science and life-science research (think of the grandiose studies to explore the effects of a new drug or medical procedure) having become largely irreproducible has been attributed to the combination of three causes.

One is the complexity of the experiments, often entailing the scrutiny of large samples of living individuals (humans or other animals), each representing in itself a complex organism. The second factor is the publish-or-peril atmosphere that dominates academia, infusing a sense of urgency in spreading results sometimes long before the author(s) herself is confident on their validity.

The third factor being blamed is what we could call the “data science myth”: the idea that as long as I have a huge set of useful data taken from the real world, someway or another I am bound to find a routine that will run over it and infer some logical result.

One example of such fallacy that has gained much attention of late is the abuse of p-values, a kind of inferential statistics from which researchers… infer much more than would be allowed by logic. As an example, p-value statistics can tell us if a drug does differentiate from placebo: however it does not tell us if the drug produces the intended effects, and more statistical tests are necessary to reach such conclusion. On the contrary, pharma studies often draw conclusions from the p-test only.

These distortions concern disciplines ranging from medicine to sociology, from economics to biology. In one semi-serious study aimed at debunking the mythology of p values, listening to music by the Beatles was found to make undergraduates younger; in another, eating chocolate helped people to lose weight. All supported by robust P values

This has become so serious that in 2016 the American Statistical Association has issued a warning, explaining why too often the P-value measurement strategy is abused.

However this is not going to be easy. People with mathematical-logic backgrounds who have happened to work side-by-side with colleagues from social or life sciences, have sometimes found certain inference subtleties to go unappreciated. In fact, statistics is one of mathematics’ most difficult domains, if not the toughest, and it often challenges hard-science folks too, not excluding mathematicians.

And there is more. «Decisions that are made earlier in data analysis have a much greater impact [than P value analysis] on results — from experimental design to batch effects, lack of adjustment for confounding factors, or simple measurement error. Arbitrary levels of statistical significance can be achieved by changing the ways in which data are cleaned, summarized or modeled». Or, to state it in one of my favorite mottos: If tortured long enough, data will confess anything…

This reproducibility crisis is a symptom of the data-science myth/abuse: the idea that we can automatically infer conclusions from data, which causes a declining attention on the mechanisms of logic.

Ultra-powerful Artificial Intelligence software contributes to consolidate such myth. DeepBlue showed long ago that it could take all the logical steps necessary to beating a Chess grandmaster. AlphaGo demonstrates intuition by inferring a good Go move from a pattern-matching exercise. Watson infers the meaning of a human phrase using more or less the same strategy…

The extensive and now irreplaceable use of computers in fields such as computational biology and many others, may fool even very skilled humans, such as researchers, into thinking that the answer is in the data, always. And, of course, it’s Big.

Proviamoci

Pubblicato: 19 ottobre 2015 da Paolo Magrassi in consumatori, Scienza
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prssSulla questione degli anti-vaccino io sono molto scettico (e conseguentemente preoccupato).

La maggior parte di queste persone non mi sembrano recuperabili alla sfera del raziocinio: sono come i fan di Stamina, o quelli di una religione. Non possiamo sperare di convincere un credente che il suo credo è una boiata.

Ma so che invece una percentuale minoritaria di quelle persone sono recuperabili: in errore, perché informate male, ma abbastanza razionali da potersi ravvedere. Le righe che seguono sono dedicate a costoro.

  • Non vaccino mio figlio perché Big Pharma ne sa una più del diavolo e fa tanti vaccini solo per vendere.
    Allora immagino non assumiate nessun farmaco, giusto? Non date il paracetamolo al bambino quando ha il febbrone. Non prendete il diclofenac quando restate bloccati con la schiena. Non prendete ansiolitici né sonniferi. Non assumete i prazoli contro gastrite e reflusso. Rifiutate ogni tipo di anestesia, anche dal dentista. Se per caso venite ricoverati all’ospedale, chiamate subito l’avvocato di fiducia chiedendogli di intimare ai medici di non somministrarvi alcuna sostanza, vero?
    E’ verissimo che Big Pharma ne sa una più del diavolo. Volete sapere la peggiore? Affinché un nuovo farmaco venga approvato dalle Autorità sanitarie pubbliche, è sufficiente che la Casa produttrice faccia lei uno studio clinico che stabilisca l’efficacia ed elenchi gli effetti indesiderati del farmaco. E se per caso lo studio (che è molto costoso e richiede tanto tempo, durante il quale il nuovo farmaco non può ancora essere venduto) desse un esito negativo, la Casa è autorizzata a non farlo sapere alle Autorità. Semplicemente, farà un altro studio, nella speranza di ottenere risultati più incoraggianti… E’ così; in USA come in Europa. E scommetto che non lo sapevate. E potrei raccontarvene molte altre, come gli studi scientifici non riproducibili o il caso di Lucentis vs Avastin, sul quale la nostra Sanità si è svenata.
    Però tutto ciò non implica che un singolo dottore possa saperne più di Big Pharma. Né che noi possiamo fare a meno di tutti i farmaci, o che non ce ne siano di efficacissimi. Ne esistono per combattere il dolore o l’ulcera. Per abbassare pericolosi sbalzi di pressione arteriosa. Per combattere il rigetto dopo i trapianti. Per annullare le aggressioni batteriche. Per non farci contrarre pericolose malattie contagiose, …
    PS: Il vaccino è un farmaco antieconomico per l’industria farmacetica nel suo complesso, perché “abolisce” definitivamente una malattia e non consente di guadagnare curandola.
  • Non vaccino mio figlio perché può diventare autistico, epilettico, o roba del genere.
    Non esiste nessun lavoro scientifico, anche di quelli condotti non da Big Pharma bensì da Istituti di ricerca indipendenti, che correli la vaccinazione con l’autismo o l’epilessia. (Si sono registrati casi di convulsioni, che hanno creato la diceria che i vaccini possano indurre l’epilessia). Quello, famoso, del 1998 in Inghilterra che prospettava il rischio autismo, era un lavoro farlocco pubblicato da un ciarlatano che alla fine di un lungo procedimento nel 2010 è stato radiato dall’Ordine dei Medici. Eppure noi, come cretini, ancora qui a parlarne…
    E se ne è parlato a tal punto che si sono dovuti fare degli studi per tranquillizzare la gente: nessuna connessione è stata mai rilevata tra autismo e i vaccini che quel cialtrone aveva tirato in ballo.
  • Sarà. Ma ci sono comunque un sacco di effetti collaterali.
    Tutti i farmaci comportano effetti collaterali. L’importante è che gli effetti collaterali seri siano rari: i farmaci siffatti si dicono “sicuri”. I farmaci, invece, sicuri al 100% non esistono. Se il vostro pediatra / omeopata non vi spiega queste cose, è uno che ha studiato poco e male: cambiatelo sùbito.
    Come per tutti i farmaci, ogni singolo effetto collaterale ha una sua probabilità di manifestarsi sul paziente. Quale probabilità? Semplice: “numero di pazienti che hanno avuto quell’effetto collaterale DIVISO numero di pazienti che hanno preso il farmaco”.
    Sui “bugiardini” nelle scatole delle medicine trovate classificati gli effetti collaterali in base alle probabilità: vi si parla di effetti collaterali MOLTO RARI, RARI, COMUNI, eccetera. Gli effetti collaterali più comuni hanno probabilità di circa 1/10: ogni dieci persone che assumono il farmaco, una subisce quell’effetto collaterale.
    Un farmaco è conveniente se il bene che ci fa o il male dal quale ci  scherma è molto più probabile del peggior effetto collaterale. Per esempio, circa un paziente ogni 10mila muore a causa dell’anestesia generale; ma se per operarvi al fegato non vi fanno l’anestesia, quasi certamente (diciamo, probabilità 99%) patirete un male tale da poterne anche morire: cosa scegliete, 1/10000 o 99/100?
    E se per caso uno su diecimila vi sembra un rischio di cui preoccuparsi (non lo è!), ebbene allora non prendete più Aspirina, Tavor, Tachipirina o Voltaren, perché gli effetti collaterali letali di questi innocui farmaci hanno una probabilità superiore a uno su diecimila! E mi raccomando: non andate più in automobile, perché quasi sicuramente morirete in un incidente!
  • Ci sono fior di sentenze di tribunali che parlano di danni da vaccini.
    I danni da vaccini li valuta e li stabilisce la letteratura scientifica, non il tribunale. Le cause in tribunale possono spesso dare esiti bizzarri: pensate alle sentenze che ordinavano ai medici di somministrare l’intruglio Stamina.
    Inoltre, alla base di tutto c’è il discorso fatto sopra circa gli effetti collaterali. Una persona su un milione può avere un gravissimo danno da vaccino (per esempio uno shock anafilattico fatale) e in tribunale, se riesce a dimostrare la correlazione causale, otterrà ragione.
  • Non vaccino mio figlio perché i vaccini polivalenti sono uno shock grave per il sistema immunitario.
    I ricercatori stimano che 10 vaccini contemporanei stimolino l’attività di circa l’uno per mille del sistema immunitario. E qui interviene anche il progresso tecnologico. Negli anni Ottanta, i sette vaccini più comuni implicavano di inoculare alcune migliaia antigeni nel bambino: oggi, solo 300.
  • Non vaccino mio figlio perché tanto quella malattia non esiste più.
    Questo è il solo argomento razionale sollevato dai dubbiosi e dai perplessi. Esso sta fra la Teoria dei Giochi e la «tragedia dei beni comuni» di cui parlò il biologo Garrett Hardin, ossia il conflitto tra interesse individuale e interesse collettivo.
    In parole povere, io potrei chiedermi ad esempio: che senso ha vaccinarmi contro il morbillo, se in Italia nel 2015 se ne prevedono 150 casi e se, anche ammalandomi, la probabilità di morire è comunque piccolissima? La probabilità che ho oggi di morire a causa del morbillo è all’incirca la stessa che avrei di andare incontro a uno shock anafilattico facendomi inoculare il vaccino (uno su un milione); e ad essa devo poi sommare la probabilità di reazioni meno gravi ma seccanti (come le convulsioni: uno su diecimila), quella di prendermi la febbre (uno su tre) e la seccatura di andare a farmi vaccinare. Chi me lo fa fare? Il rapporto costi/benefici del vaccino contro il morbillo è sfavorevole all’individuo, almeno fino a quando il morbillo resta una malattia rara, proprio grazie ai vaccini.
    Non vaccinandomi, io evito una seccatura ma diminuisco l’immunità di branco, in tal modo danneggiando un bene comune e, alla lunga, esponendo me stesso all’eventualità di contrarre il morbillo quando un giorno, a causa dei comportamenti come il mio, esso tornerà.

La palma di analfabeta digitale del mese va a Telecom Italia. Il sito web Area Clienti Business, alias Impresa Semplice alias 191, è degno di quelli che si vedevano del 1995.

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  • Da molti mesi vi ho richiesto la spedizione della bolletta online ma il sito dice che non è così: la relativa opzione è impostata a “NO”, e non è modificabile;
  • Il mio conto risulta “non domiciliato” mentre in realtà lo è;
  • Questi errori non possono essere comunicati a nessuno (e infatti Telecom non li sistema da anni);
  • Se segnalate la cosa all’191 vi dicono che non hanno alcuna competenza circa il sito (a proposito di multicanalità);
  • Per comunicare con loro via email occorre dapprima compilare un modulo, da inviare via fax (!!!!!!!) insieme a una fotocopia del documento di identità (illecito ai sensi del Dlgs 196/2003)

Devo aggiungere altro?

Be’, sì, aggiungo la mia solita annotazione polemica sulla banda larga, luogo comune noioso: credete che se le bande fossero “larghe” quel sito sarebbe diverso? LOL

Bewildered

Pubblicato: 2 aprile 2014 da Paolo Magrassi in consumatori, Uncategorized
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Netgear-D6300-1_32811_01Due mesi fa ho comprato un modem/router più versatile [del Telecom/Pirelli che ho in comodato d’uso con Alice], per ottenere alcune caratteristiche aggiuntive, come la doppia frequenza, condivisione multimediale LAN più ricca, capacità di amministrazione più estese.

Mi sono così unito, senza volerlo e mosso da tutt’altra motivazione, al triste girone purgatoriale dei sedicenti mavericks che si sbarazzano del “bidone telecom” per approdare a strumentazione più fica con nomignoli americani consonanti con la loro bassa cultura informatica italiota.

Date una scorsa ai forum online, e troverete legioni di queste creature. Gente che non distingue l’Internet Protocol dalla benzina IP, ma che discetta indefessa di DHCP e gateways come se sapesse quel che dice. (La stessa atmosfera impera nei forum di qualunque merceologia, intendiamoci. Basta guardare quelli delle auto o quelli medici. Un po’ meno minchiate, invece, sui forum finanziari, e buono Finanza online).

Il risultato è stato un disastro. Dopo un mesetto ho dovuto reinstallare il vecchio buon Alice Gate e sbattere nell’armadio, dove giacerà con mere funzioni di backup, il recente Netgear D6300: un prodotto apparsomi sorprendentemente dilettantesco.

Ho scritto a Netgear sia in Italia sia in Usa affiché mi aiutasse a capire di quale grave problema soffra il loro prodotto (gestito via firmware anziché software, un po’ come le calcolatrici intelligenti del 1976), ma non ho avuto riscontri. Qui e qui trovate qualche buona ragione per tenervi alla larga dal D6300.

Se [sapete quel che dite e] conoscete un buon modem/router moderno e con le caratteristiche elencate all’inizio, prego rendetemi partecipe. Non conosco il mercato e non posso passare i prossimi mesi scegliendo by trial and error!

enelL’Analfabeta Digitale del mese è l’Enel, incapace di comunicare via email persino coi clienti iscritti (come me, da parecchi anni) al servizio enel.it.

Di quando in quando può arrivarti una mail da “servizioclienti@enel.com”, ma con la raccomandazione «Ti preghiamo di non rispondere a questa mail e di non utilizzare questa casella postale. Per eventuali comunicazioni o per informazioni puoi utilizzare uno dei canali di contatto a tua disposizione».

Questi canali sono (a) il vecchio buon fax, ormai in disuso in tutte le società civili e recentemente censurato persino da una legge della polverosa Repubblica italiana; (b) una casella postale di Potenza (che come polo logistico non evoca esattamente Louisville, KY o Atlanta, GA); (c) l’800900800, chiamando il quale non rimane in tue mani alcuna memoria né traccia dell’operazione e dove qualunque frescaccia può esserti riferita impunemente, come in tutti i call centre.

Recentemente, l’operatore del call centre mi ha aperto una pratica di secondo livello che prometteva una chiamata al mio cellulare entro 48 ore: nessuna chiamata (né msg in segreteria, né tentativo a vuoto), bensì solo una lettera cartacea arrivata un mese dopo, che mi invitava a richiamare il call centre a proposito della stessa pratica…

Questi comportamenti da Primo Novecento contribuiscono a frenare la crescita e la maturazione dell’Italia, alla quale servono meno la banda larga o le “startàp” che non un’educazione all’impiego delle tecnologie digitali e agli enormi vantaggi che esse possono comportare per la vita civile oltre che per quella produttiva.

primpPS: Di multicanalità le aziende parlano da un quarto di secolo (e di Business Process Automation dalla metà degli anni Novanta). Nel mondo avanzato, vuol dire che una pratica può essere iniziata attraverso un canale e poi proseguita fino alla conclusione attraverso una pluralità di altri. In Italia, vuol dire avere un call center e uno straccio di sito web. Ebbene, nemmeno questa versione minimale funziona…

The NSA does not send me junk mail

Pubblicato: 29 gennaio 2014 da Paolo Magrassi in consumatori, Luoghi comuni
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NYTThe media adore stories of the NSAs and CIAs of sort geolocating people and sneaking into their phone apps habits.

However this is all crap.

What are the chances that my location or my habits are picked out of a billion other users’ and actually processed, turning into a problem for me? Just about the same probability that I win Mega Millions or the Sorteo Extraordinario de Navidad next year…

Ecco le questioni fondamentali per l’avvento dell’auto elettrica (e non semplicemente ibrida o assistita da un motore a scoppio):

  1. L’auto elettrica deve avere costi, di acquisto e di esercizio, confrontabili a quelli delle auto attuali, o il consumatore non l’acquisterà;
  2. L’auto elettrica deve fornire prestazioni simili a quelle alle quali gli automobilisti sono avvezzi;
  3. L’auto elettrica deve fornire la stessa autonomia alla quale gli automobilisti sono stati viziati, senza bruciare carburanti aggiuntivi per ottenerla;
  4. La rete di sostituzione o ricarica delle batterie deve essere diffusa. Se l’autonomia dei veicoli elettrici diminuisse rispetto a quella delle auto a combustione interna, la capillarità della rete di rifornimento dovrebbe crescere proporzionalmente, e dovrebbe diminuire il tempo di ricarica;
  5. La rete elettrica per la ricarica delle batterie deve essere a energia rinnovabile e/o poco inquinante. (Molti definiscono “pulita” l’auto elettrica, ma non fanno la semplice considerazione che, oggi, essa è alimentata da centrali elettriche inquinanti).

Purtroppo, solo la condizione (2) è per il momento verificata, mentre le altre costituiscono tutte problemi seri.

Autonomia

L’energia immagazzinata nei carburanti è notevole: la benzina è contiene 13,2 kwh per kg e 9,6 kwh per litro: un pieno di benzina ha lo stesso contenuto energetico di mille candelotti di dinamite.

Una batteria agli ioni di litio, invece, ha circa 0,01 kwh / kg e 0,1 kwh / litro (Chevrolet VOLT). La benzina ha quindi grosso modo 100 volte la densità di energia di una batteria agli ioni di litio.

Questa differenza nella densità di energia viene parzialmente mitigata dalla altissima efficienza di un motore elettrico nel convertire l’energia accumulata nella batteria per far camminare l’auto: circa il 60-80 percento del potenziale energetico viene sfruttato. L’efficienza, invece, di un motore a combustione interna nel convertire l’energia immagazzinata nella benzina per far andare la macchina è tipicamente del 15-20 per cento, ossia circa 4-5 volte inferiore.

Pertanto, con questo rapporto favorevole di circa 5 volte in termini di efficienza di conversione dell’energia, una batteria con una densità di immagazzinamento di energia che fosse pari anche solo a 1/5 di quello della benzina darebbe all’automobile la stessa autonomia del motore a benzina.

Ma, come abbiamo già visto, siamo ancora ben lontani da questo scenario: allo stato dell’arte, le batterie che renderebbero competitiva l’auto elettrica dovrebbero essere pesantissime e costosissime.

Impatto energetico

Questo è un vero peccato, perché, in termini di consumo di energia primaria (carbone, petrolio, acqua, vento, ecc), alimentare una macchina con l’elettricità è più efficiente che alimentarla con benzina.

Infatti, nonostante le centrali elettriche consegnino all’utente solo circa il 30 percento dell’energia che utilizzano alla fonte mentre le raffinerie sono efficienti nel convertire petrolio in benzina, alla fin fine, ponderando da un lato questi due processi e dall’altro l’efficienza dei motori a bordo delle auto, si può calcolare che l’automobile completamente elettrica utilizza il 60 percento in più di energia primaria, ossia ne spreca meno.

Requisiti delle batterie

La batteria è un punto cruciale, sebbene non l’unico importante, dell’auto elettrica. E i requisiti della batteria sono diversi secondo il tipo di auto.

La batteria di un’auto ibrida (HEV, Hybrid Electric Vehicle), che usa i motori elettrici solo per consumare meno benzina e/o migliorare le prestazioni, non ha bisogno di immagazzinare molta energia: deve solo essere in grado di immagazzinarla rapidamente (dal motore termico e dalle decelerazioni rigenerative). E poiché ha una gamma di carica / scarica ristretta, la sua vita può essere molto lunga.

La batteria di una ibrida ricaricabile (PHEV, Plug-in Hybrid Electric Vehicle: quelle che usano il motore a scoppio come back-up e per la estensione dell’autonomia), invece, deve avere una capacità di immaganizzazione molto maggiore e per di più, poiché effettua cariche / scariche abbastanza radicali, il suo ciclo di vita è più limitato.

La batteria di un’auto solo elettrica (BEV, Battery-only Electric Vehicle, ossia l’auto che, fatta a regola d’arte, potrebbe essere davvero pulita), deve fornire tutta l’energia per alimentare da sola la macchina, e deve utilizzare la maggior parte della gamma di carica / scarica. Questo vuol dire una batteria grande, pesante, costosa, e con un ciclo di vita limitato.

Purtroppo, i ricercatori ci dicono che la tecnologia delle pile è ancora ben lontana dal soddisfare i requisiti di una BEV accettabile dal consumatore.

Non solo, ma la ricerca sulle batterie è sotto-finanziata,perché c’è una falsa percezione da parte del pubblico e dei politici che le prestazioni delle batterie attuali siano sufficienti per l’accettazione diffusa di veicoli elettrici a batteria.

Tutti pensano che l’auto elettrica sia già una realtà, e paradossalmente questa convinzione è un ostacolo serio proprio all’avvento dell’auto elettrica.

Prospettive

Torniamo alle cinque questioni iniziali, che, come abbiamo visto, sono in realtà solo 4:

  • Costi di acquisto e di esercizio: i prezzi delle BEV non sono ancora convincenti. E’ vero che €85k per una Tesla Roadster non sono poi tantissimi, però i €37k per una Nissan Leaf, l’auto veramente interessante per il mercato generale, sono parecchi. I costi di esercizio, poi, sono ancora oscurati dalla mancanza di statistiche affidabili circa la durata delle batterie;
  • Autonomia: 150 Km di autonomia fanno della Leaf una seconda auto cittadina e niente più. La Tesla Roadster fa quasi 400 Km, ma pochi se la possono permettere;
  • Rete di sostituzione o ricarica delle batterie: Sostanzialmente assente, quasi ovunque. E in ogni caso inadeguata ai 150 Km di autonomia;
  • Rete elettrica a energia rinnovabile: Assente. (NB: questo è un altro dato cruciale. Senza una grid “pulita”, nessuna auto elettrica può esserlo).

Che fare?

Occorre dedicarsi molto più robustamente alla ricerca e sviluppo di tecnologie di batterie superiori a quelle attuali.

Occorre “lavorare ai fianchi” il consumatore per ridurre il suo livello di aspettativa dall’auto elettrica:

  • attraverso la comunicazione (per es.: le auto ibride che vincono a Le Mans confondono il pubblico e i media)
  • attraverso la disincentivazione all’utilizzo dell’auto privata

Occorre far crescere nel pubblico, a cominciare dai media e dai politici, la consapevolezza dei veri termini del problema energetico e di quello ecologico, per evitare che la società resti in balìa di slogan semplicistici, dibattendosi tra gli interessi delle lobby e l’ecologismo d’accatto.

Delle fanfaluche che circolano nella cultura italiana intorno all’auto elettrica abbiamo già detto un anno fa, e nulla è cambiato.

Per fortuna, al di là delle amenità pubblicitarie e della eccitazione pop (com’è quella di coloro che, installato un impianto fotovoltaico a spese del contribuente, credono di vendere convenientemente energia all’Enel), c’è gente seria che lavora veramente al problema ecologico costituito dalle automobili.

Pare che ancora per parecchi anni a venire tali sforzi continuino a dover essere concentrati sulle auto a combustione interna (che inquinano sempre meno, anche meno di un’elettrica, in determinate condizioni), sulle ibride e sulle ibride plug-in.

L’auto interamente elettrica, infatti, ossia quella con solo una batteria ricaricabile a bordo e senza motore a combustione “di sostegno”, è penalizzata dalla tecnologie delle batterie, oggi insufficiente e destinata a esserlo per qualche lustro.

Questo almeno è quanto emerge dagli atti del convegno “Beyond Lithium Ion V: Symposium on Scalable Energy Storage”, tenutosi al Lawrence Berkeley National Lab (LBNL) in giugno, dei quali apprendo dal mensile della American Physical Society.

La chimica degli ioni di litio ha ormai dato il suo massimo o quasi. Si tratta di una tecnologia insufficiente a supportare le auto fully electric, la cui autonomia stradale è inadeguata per il consumatore americano.

Le relazioni più apprezzate sono state quelle che hanno descritto gli sforzi sperimentali in corso con chimica litio/ossigeno o litio/zolfo. Ma gli ostacoli da superare sono ancora grandi, anche a livello teorico: “Per ottenere un futuro energetico veramente sostenibile” ha detto Paul Alivisatos, direttore di LBNL, “dobbiamo comprendere bene i meccanismi fisici dei processi di conversione di energia”.

Questo significa che non dovremmo continuare a credere in un naturale e imminente passaggio all’auto elettrica.

Dovremmo semmai operare risolutamente sul terreno politico (imposizione fiscale, norme della circolazione) e culturale (messaggi pubblicitari, moral suasion), per indurre l’automobilista ad accettare un nuovo stile di guida.

Per aumentare il range delle auto a batteria, dobbiamo ridurre la potenza installata e alleggerire i veicoli.

Raccontandoci frottole rassicuranti, non combineremo nulla di buono.

  • Non si provocano 6 km di coda (“Viaggiare informati”, stamane) per verificare se tutte le auto hanno le catene da neve. Si promulga una norma in base alla quale chi provoca disagi per non avere avuto le catene installate passa una settimana in galera, paga 100mila euro di multa e ha la patente ritirata;
  • Non si proibisce la circolazione a tutti i veicoli per non inquinare. Si identifica quel 10% che produce il 90% dell’inquinamento e se ne forza la dismissione e la sostituzione con modelli ecologici, incentivando finanziariamente i prorpietari;
  • Non si verificano 15 milioni di caldaie, alla ricerca di quell’una su 200mila che esploderà. Si promulga una norma in base alla quale, se una caldaia esplode, vanno in prigione per un mese e pagano una multa di 100mila euro il proprietario (o i suoi coabitanti superstiti), il responsabile dell’impianto e l’amministratore di condominio;
  • Non si fa ammuina con miliardi di inutili scontrini per ogni caffè, ogni bullone, ogni pizza: si cercano gli evasori fiscali lavorando (anziché facendo piazzate) selettivamente e quotidianamente, e si mette in galera quelli che si interecettano. Gi altri, prenderanno buona nota.
  • Eccetera.

Progresso o sviluppo?

Pubblicato: 29 gennaio 2012 da Paolo Magrassi in consumatori, Politica e mondo
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Ci sono quelli che parlano (come Latouche) e quelli che fanno (come Segrè).

Il mondo ha bisogno di entrambi, però fare è più difficile.

“SOPA è al tempo stesso troppo forte e troppo ampia. Troppo forte nei rimedi che propone, e troppo ampia per i problemi che cerca di aggredire. [… ] Nel complesso, il mio voto è un no.” [Jonathan Zittrain, giurista, co-fondatore del Berkman Center for Internet and Society ad Harvard]

La faccenda della pirateria digitale va risolta.

Va risolta perché abbiamo lasciato crescere una generazione di confusi che, spalleggiati da un’orda i ipocriti, scambiano la ricettazione per libertà.

Va risolta perché il diritto d’autore necessita di riforme: open source/content e creative commons hanno indicato la strada.

Va risolta perché nella società post-industriale (“economia della conoscenza”) le opere dell’ingegno hanno un’importanza cruciale.

Va risolta perché non possiamo accettare che si brevettino fagiolini e zucchine.

Va risolta armonizzando la funzione di beni comuni da un lato e proprietà intellettuali dall’altro.

Purtroppo la strada sarà molto lunga, come dimostra il fatto che dura già da un quarto di secolo.

Lunga perché il tema è complesso e va al cuore di alcuni cardini sociali, come proprietà privata, libero mercato, lavoro.

Lunga perché i tempi della politica lo sono.

E siamo ancora nello stadio storico nel quale le lobby propongono le leggi e queste si affacciano ai parlamenti in condizioni di deludente partigianeria: succede in America, figuriamoci in Italia dove di economia digitale capiscono poco persino gli accademici e dove la cultura giuridica è ancora sostanzialmente digiuna dell’argomento.