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Intelligente, ma non si applica

Pubblicato: 24 luglio 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni

secchioneCirca la minaccia di 5mila docenti universitari di boicottare gli appelli d’esame d’autunno, scaricando sugli studenti una questione di bottega, applaudo all’intervento del professor Nuccio Ordine sul Corriere della Sera del 12 luglio, Docenti universitari e stipendi bassi: Ora non è la vera priorità, che tutti i suoi colleghi dovrebbero leggere.

Peccato solo che anche quel nobile articolo contenga la solita corbelleria che emerge sempre in questi casi di rivendicazione salariale: «i colleghi tedeschi o inglesi guadagnano di più».

Tutti i rivendicanti e i questuanti d’Italia hanno sempre in bocca quell’immancabile frase.

Ma si dà il caso che le retribuzioni di chiunque, in Italia, tranne i politici e alcuni loro accoliti, siano inferiori a quelle delle nazioni mittel- e nord-europee, di una media oscillante tra il 15 e il 30% secondo le varie stime, per complicate ragioni legate a produttivitàdebito pubblico, e liberismo del mercato che magari almeno i docenti universitari, specie quando scrivono sulle prime pagine dei quotidiani, potrebbero cominciare non dico a capire ma almeno a imparare mandandole a memoria.

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Un “innovation editor” del Corriere della Sera ha scritto che i computer

«sono dei mostri di calcolo verticale, non confrontabili con il cervello dell’uomo che riesce a passare agilmente da una partita di scacchi alla poesia, dai 100 metri veloci a una maratona mentale».

(Per inciso: manca una cruciale virgola dopo uomo, perché l’autore non si riferiva a uno specifico uomo eccezionale bensì al cervello umano. Ma ormai dai giornali tutto possiamo aspettarci fuorché la punteggiatura, anche quando determina il senso del discorso).

hor vertCapisco che qualcuno possa avere esposto all’articolista questa teoria sotto forma di metafora. Ma mi sentirei di sollevare qualche obiezione.

Per cominciare, anche in molte delle persone intellettualmente superdotate si rilevano spesso i segni di una certa carenza di “orizzontalità”: sono così straordinari nella loro arte o nella loro scienza, o anche semplicemente nella loro intelligenza, da apparire stralunati e a volte persino incapaci nelle banali cose di ogni giorno.

E poi i computer compongono musica, e improvvisano in gruppi jazz, da un paio di decenni. Watson, quello che vinse a Jeopardy e che il Corriere menziona nell’articolo, si occupa anche di diagnostica medica, sicurezza informatica, relazioni colla clientela, formazione, gestione patrimoniale: una notevole versatilità, direi. Il più mondano ma pur sempre strabiliante software di Amazon, dal canto suo, vende, consegna, fattura, gestisce i reclami, coccola i clienti, propone, impara. Nessuna singola persona, neppure la più intelligente mai nata, saprebbe fare quel che fanno Watson e Amazon, per dire.

Se poi paragoniamo, anziché i rappresentanti di punta delle due categorie (umani e computer), gli esponenti medi o mediani, anche qui l’homo sapiens non esce precisamente a testa alta.

Intanto, per seguire il Corriere nel suo discorso, il 99,9% delle poesie composte dagli umani fanno ridere: «Prima dei diciotto anni tutti scriviamo poesie. Dopo quell’età, a farlo restano solo i poeti e i cretini», disse De André citando, mi pare, Benedetto Croce. E se uno è invece un vero poeta/poetessa, spesso non è forte in matematica o in biologia, dunque non è “orizzontale” affatto. (Le eccezioni non mancano, ma qui parliamo di medie).

Poi, la maggioranza delle persone non sanno fare bene neppure il proprio lavoro “verticale”. E’ vero che il cervello umano è versatile e, con la formazione, noi possiamo prendere un mediocre architetto, urologo o elettricista e trasformarlo in un professionista più efficace in un altro settore: ma questo possiamo farlo anche col computer, mettendoci nuovo software.

In ogni caso, il mio iPad sa fare così tante cose da potersi ragionevolmente parlare di orizzontalità: più del 99% delle persone non sanno fare quel che fanno, soli o tutti assieme, Excel, Google e Wolfram|Alpha.

E’ vero che l’intelligenza artificiale è attualmente l’oggetto di una noiosa fanfara mediatica. Ma ciò non significa che l’homo sapiens possa sicuramente dormire sonni tranquilli perché è orizzontale, come crede il Corriere.

 

apple-measurement-tape-1183767Uno degli scopi di questo blog è di far vedere come il sistema mediatico e quello politico conoscano poco i fenomeni sociali, il che induce ad adottare misure inadeguate allorché si mette mano ai problemi.

Questo è vero anche di questioni che vengono dibattute in modo ricorrente, come i fenomeni migratori, la circolazione dei “talenti“, le compagnie aeree, la disuguaglianza sociale, la ricerca scientifica, la qualità delle Università, la finanza e la “economia reale“, la legge elettorale, la disoccupazione e l’inoccupazione.

In questi giorni, intorno all’1 Maggio, ho sentito ripetere alcune litanie un po’ fruste. Nessun accenno ai fondamenti fattuali, concreti, dai quali occorrerebbe partire per capire.

Ad esempio, intorno alla disoccupazione giovanile, un gravissimo problema sociale, si tende alla farneticazione, senza neppure sapere come i giovani potrebbero formarsi per risultare più appetibili nel mondo del lavoro: vedi la totale confusione che regna, in Italia, intorno ai titoli di studio e alla formazione professionale, un fattore probabilmente molto importante tra i molteplici in gioco.

E’ inoltre circolato ossessivamente, e collegato a quanto sopra, il consueto refrain secondo il quale tantissimi giovani non lasciano la casa dei genitori “perché c’è la crisi“. Si tratta con ogni probabilità di una visione miopica e pregiudiziale.

Infatti le statistiche ufficiali europee indicano già da decenni come i giovani italiani siano, da molto prima della recente crisi economica, tra i meno propensi a lasciare la casa di mammà.

Su questo tema, l’Italia è considerata dagli studiosi una situazione “tipica” dell’Europa mediterranea, dove un 20% di quarantenni erano ancora in casa coi genitori nel 2007 (ossia prima della crisi), rispetto a percentuali insignificanti in Germania (considerata tipica del centro-Europa) o Danimarca (tipica della Scandinavia): vedasi qui, alla FIGURE II.

L’età media europea alla quale i maschi escono dalla casa paterna è stabilmente intorno ai 26,1 anni sin dal 2004 (23,5 in Francia; 23,9 in Germania). Gli italiani, invece, hanno sempre lasciato intorno ai 28,7 anni, per salire a 31 anni nel 2007, quando la crisi economica non era ancora neppure immaginata.

Nel 1992, l’età media al primo matrimonio dei maschi italiani era di 29 anni, già la quarta più alta d’Europa: nel 2002, era salita a 32. Non stupisce pertanto che l’Italia sia in fondo anche alla classifica europea della natalità.

E neppure quest’ultimo dato può essere banalmente spiegato con la crisi economica, che sembra semmai esacerbare un trend sottostante già ben delineato. (Altro fattore in gioco, la relativa carenza, rispetto a molti Paesi avanzati, di infrastrutture di accoglienza per i bambini).

Il calo della natalità è peraltro una tendenza che riguarda da decenni un po’ tutto l’Occidente, e la ricerca intorno alla questione è partita da tempo. In The Prime of Life. A History of Modern Adulthood (2004) lo storico e pedagogista Steven Mintz argomentava che la diminuita fertilità sembra correlarsi con una minore e più lenta propensione a diventare adulti nel mondo opulento. E se questo fattore ha un peso importante, figuriamoci quanto ne avrà in Italia, dove ci si considera “ragazzi” fin oltre i 40 anni…

Occorrerebbe essere, anziché dilettanti come chi scrive, sociologi, politologi ed economisti ben attrezzati, per orientarsi con sicurezza su questi temi. Ora delle due l’una: o questi esperti mancano dalla scena italiana, oppure né i politici né i giornali li interpellano mai…

Ab imo pectore

Pubblicato: 30 aprile 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Image converted using ifftoanyMilano sta diventando un hub della conoscenza e della creatività (Corriere della Sera). A Milano un hub per accogliere famiglie sfrattate (La Repubblica). La Prefettura di Roma cerca una struttura con funzione di hub (Il Messaggero). La Borsa internazionale della cultura di Torino vuol essere l’hub delle grandi mostre (La Stampa). A Pompei, l’hub ferroviario non è in discussione (Il Mattino).

Sarebbe “uno hub” e “lo hub”, ma lasciamo perdere. Il punto è che i media italiani vanno pazzi per hub, che tutti pronunciano ab. Perché allora non scrivere ab, e basta? Oppure perché non scrivere e dire semplicemente perno, centro, fulcro, polo?

airline of the year

Fonte: en.wikipedia.org, 28 Apr 2017

Quasi tutte le compagnie aeree che negli ultimi quindici anni compaiono al top della classifica di Skytrax sono aziende statali o para-statali: vedi Figura.

Com’è noto, io ho un’opinione tutta mia di queste classificone internazionali – su qualunque argomento – e sono abituato ad accoglierle cum grano salis. Ma siccome esse sono universalmente molto rinomate e venerate, siamo autorizzati a sospettare che un’aerolinea, per essere reputata ottima, debba essere sostenuta dai soldi dei contribuenti.

E forse è vero, visto che il trasporto aereo è un business tanto rischioso quanto aprire un nuovo ristorante: «Vuoi diventare milionario? Parti da miliardario e fonda una compagnia aerea», ebbe a dire Richard Branson, che se ne intende.

Se Paesi come Qatar, Singapore, Emirati Arabi Uniti o Thailandia, in grande spolvero e crescita rampante ma in ogni caso con Pil che vanno da un quinto a un mezzo del nostro, tengono in piedi pregiate compagnie di bandiera, non potremmo anche a noi farci un pensierino, restando per il momento l’Italia ancora tra le prime cinque destinazioni turistiche al mondo?

PS: Già prevedo le obiezioni.

Quella del liberista de noantri: «Lasciamola fallire, ‘sta  sanguisuga di denaro pubblico!» Ci sarebbe molta parte di ragione in questa invettiva, se non provenisse da gente secondo la quale lo Stato dovrebbe impicciarsi di tutto, dalla spazzatura al diritto al suicidio al salvataggio della sua banca quando essa sta fallendo, e che con 9 probabilità su 10 è un evasore dell’Iva, dell’Irpef o di qualche altra imposta o tassa.

Quella del frequent flyer: «Al diavolo questo baraccone di paraculi ipersindacalizzati che non sorridono mai!». Gli utilizzatori sono sempre ipercritici nei confronti delle compagnie dei loro Paesi, figuriamoci gli italiani! Il frequent flyer de noantri, poi, spiccica un basic e incomprensibile pidgin English: non sarebbe in grado di polemizzare con un officer di Thai o Lufthansa (né ne capisce il body language), mentre è prodigo di rimbrotti col connazionale al terminale del gate, che oltretutto vorrebbe eternamente sorridente – immemore del fatto che anche quelli che ci stanno pigliando per i fondelli, sorridono.

Noio voulevòn savuàr (2)

Pubblicato: 24 aprile 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Ma, dico, uno che sappia pronunciare “Le Pen” (e parlo del Le, non del Pen), non esiste proprio?

Certo, non potrebbe essere una di quelle che seguono la haute coutoure, né uno di quelli che degustano il crou nella floute o ascoltano la ouvertoure… Però almeno uno straccio di Generazione Erasmus, dài! O un corrispondente radio-tv di quelli da anni a Parigi a consumar note-spesa…

No? Nessuno?

Mannaggia!

1412260231_bufalaTra poco uscirà il conteggio internazionale sui titoli di studio di terzo livello, e tutti i nostri media faranno circolare il solito comunicato stampa: «Italia cenerentola in Europa per numero di laureati», che diventerà luogo comune per un anno.

Ma è una distorsione della realtà.

In Inghilterra, Irlanda, Finlandia, Norvegia, Australia o Francia ci si può laureare elettricista, capomastro, programmatore software o ragioniere anche a 18 anni (più spesso 19).

In quasi tutta l’Ocse, infatti, la formazione professionale superiore (vocational tertiary education) è in stadio molto avanzato. In Italia, invece, siamo in ritardo: gli Istituti Tecnici Superiori esistono, ma non sono molto frequentati, non so se per colpa loro o per disinformazione della potenziale utenza.

E’ un peccato per l’Italia: la società moderna ha un grande bisogno di super-periti, e la formazione universitaria classica non riesce a rispondere a questo bisogno, se non stravolgendo i programmi e la stessa propria funzione, che non dovrebbe essere banalmente professionalizzante.

Ed ecco così che, in lingua italiana, il concetto evocato da “laureato” non coincide con quello del cuoco o dell’idraulico, cosa che invece avviene nelle statistiche internazionali. Statistiche dalle quali, semmai, emerge che l’Italia ha relativamente molti laureati “normali”, forse troppi rispetto alla sua scarsità di grandi imprese disposte ad ingaggiare architetti, avvocati, giornalisti e biologi.

Dunque, i comunicati stampa che verranno presto diffusi attestano l’incompetenza e la sciatteria del nostro sistema mediatico. La notizia sarebbe: «Italia sempre tra gli ultimi per la formazione professionale superiore e tra i primi per la produzione di laureati ordinari in parte destinati alla disoccupazione».  E darebbe luogo a un dibattito finalmente informato e forse utile intorno al triste problema della disoccupazione giovanile.

Paolo Magrassi Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported