Archivio per la categoria ‘Luoghi comuni’

Maryam-Mirzakhani M. Cook The New Yorker

Maryam Mirzakhani (1977-2017) ritratta da M. Cook sul New Yorker

L’ortodossia bigotta e l’oscurantismo disturbano la mente aperta, curiosa e orientata al progresso del sapere, anche quando riecheggiano le sue stesse opinioni.

Tutti i test somministrati a grandi popolazioni di studenti rilevano un vantaggio dei ragazzi sulle ragazze nel campo delle abilità matematiche. Come del resto se ne rileva uno, maggiore, delle ragazze quanto ad abilità di comprensione dei testi scritti.

In matematica, il divario medio è di circa il 10% nei test PISA, che si fa in decine di paesi ai ragazzi di 15 anni, e 6% nei test SAT che si fanno in Usa a quelli di 16-17; qui i maschi fanno meglio delle femmine anche nei test matematici GRE e GMAT, che si somministrano a circa 22 anni, dopo la laurea di primo livello.

Il test SAT è quello di più antico utilizzo, e può essere interessante dare uno sguardo ai risultati di mezzo secolo, come nella Figura sotto, dalla quale si osservano sia la storicità del gap sia il suo lievissimo calo negli ultimi lustri.

Nel 2012 i test PISA, dal canto loro, hanno riscontrato il divario in tutti i paesi tranne Tailandia, Giordania e Malesia; e maggiormente pronunciato in Israele, Italia, Corea, Colombia, Nuova Zelanda, Lussemburgo e Hong Kong. Il PISA mostra anche un accentuarsi del gap tra quei ragazzi, maschi e femmine, che hanno i migliori risultati nei test: i maschi bravi nel test di mate sono molto più bravi delle ragazze brave.

Analizzando i risultati del SAT e accostandoli a quelli scolastici, risulta che le ragazze sono peraltro più presenti, dalle scuole superiori all’università, nei corsi di matematica: tra gli americani che scelgono matematica per tutti e quattro gli anni delle superiori, le ragazze sono il 53%, contro il 47% dei ragazzi. Non solo: le ragazze sono anche più presenti nelle classi liceali più avanzate di matematica, 55% a 45%.

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NB: Differenze drammatizzate dalla grafica

Da questa constatazione, ossia che le ragazze americane vadano meglio a scuola in matematica ma figurino del 6% sotto nei test SAT, sembra di potersi congetturare che le femmine, pur partendo, da adolescenti, lievemente meno dotate dei maschi in matematica, sopperiscano allo handicap con l’impegno e lo studio.

Alcune studiose (da quando Larry Summers fu defenestrato da Harvard per aver sfiorato il tema, i ricercatori maschi si guardano bene dall’occuparsene!) si sono messe alla ricerca di quali possano essere le ragioni del -vero o presunto- gender gap in matematica, e la teoria più seria della quale io sia a conoscenza sostiene che durante la somministrazione di qualsiasi test le ragazze sono meno competitive dei maschi (cosa che anche noi qui abbiamo congetturato in passato. Come del resto abbiamo, qualche volta, avvertito della potenziale fragilità dei classificoni globali tipo PISA).

Tuttavia, quella teoria non sembra spiegare come mai le ragazze stravincano i test in dominii diversi dalla matematica, come la compresione dei testi scritti; a meno di non voler congetturare che le femmine siano così superiori nella comprensione, da vincere i test a man bassa anche se non vi ci si dedicano. Un’ipotesi di lavoro alla quale non mi risulta che alcuno si sia mai dedicato, forse in assonanza coll’andazzo generale, che confonde la parità con la uguaglianza

Comunque, supponendo per un attimo, come sembrerebbe lecito fare, che il gender gap adolescenziale sia oggettivo, una domanda che può sorgere è: potremmo noi usarlo per spiegare l’inesistenza di una grande tradizione di donne matematiche?

No. Per cominciare, i genii che cambiano il corso di una disciplina scientifica non vengono fuori dai grandi numeri. Poi, e soprattutto, la tradizione al femminile, come in moltissimi altri campi, è troppo più breve di quella maschile. In epoche neanche tanto lontane, le donne-scienziato erano ridotte addirittura a pubblicare sotto pseudonimi maschili, e ancora nel secondo Dopoguerra grandi ricercatrici come Lise MeitnerRosalind Franklin furono trattate da subalterne, pur avendo collaborato alla pari con uomini ai quali invece andò il Nobel.

Insomma, per millenni le donne scienziato sono state una rarità: impossibile adesso paragonare i due generi nel campo della produzione o dell’attitudine  scientifica o matematica.

Solo nell’ultimo mezzo secolo questo stato di cose ha cominciato a mutare, e prima o poi potremo cominciare ad aspettarci qualche risultato di massa al femminile, per vedere se le apparenti evidenze PISA/SAT trovano un riscontro nei dati dei top performers adulti.

Dal 2003 a oggi sono stati concessi 18 Premi Abel: nessuno è andato a una donna. Ma sono andati a gente avanti negli anni, che non fanno testo perché le radici dei loro successi affondano in un’epoca nella quale le donne erano sottorappresentate in matematica. (NB: le donne sono ancora oggi sottorappresentate come professori ordinari e direttori di dipartimento, ma qui stiamo parlando di eccellenza scientifica, non di carriere, dirigenza, eccetera, che sono tutt’altra faccenda).

Dal 2002 sono state assegnate 20 Medaglie Fields (e 60 dal 1936), che vanno solo a studiosi sotto i 40 anni di età. Una donna ha ricevuto questo riconoscimento nel 2014: l’iraniana Maryam Mirzakhani, professoressa prima a Princeton e poi a Stanford, purtroppo scomparsa nel 2017 proprio a 40 anni. Vedremo adesso, dal 2022 in avanti (la Fields si assegna ogni quattro anni), se si trattò di una fluttuazione statistica o se si affaccia una tendenza al femminile. (Sappiamo anche, da corrispondenze supposte riservate e tuttavia rivelate, che nel 1958 un’altra donna fu candidata alla Fields: quella stessa Olga Ladyzhenskaya che dopo molti anni vincerà, unica femmina, la prestigiosa Medaglia d’Oro Lomonosov).

Insomma, le donne sono ancora mosche bianche nell’élite della matematica. E forse questo stato di cose, ammesso che possa cambiare, non muterà ancora per qualche decennio, visto che ancora oggi, secondo uno studio Usa su dati 2015, nelle scuole superiori di matematica i maschi sono il 50% in più delle femmine.

Bigots.jpgE le masse critiche contano: per emergere in una comunità prevalentemente maschile, ed emergere al punto da essere votati per ricevere il premio più importante al mondo, forse è più utile essere maschi.

Dobbiamo dare tempo al tempo, forse una cinquantina d’anni, per capire se davvero le donne siano un pochino meno brave in matematica, come oggi sembra. Non mi pare, in ogni caso, un problema grave, intorno al quale imbastire feroci faide e tessere gomitoli di bigotteria.

Perché, oggi, questi sono tabù? Chi e perché mai dovrebbe aver paura di studi in questo senso? Per dire, gli americani neri sono, rispetto a quelli bianchi, più colpiti dal diabete, dal tumore al polmone, dall’ictus, e muoiono più facilmente di cancro: questi fatti vengono studiati per escogitare rimedi, capire la fisiologia, la patologia, la genetica.

E allora perché i maschi dovrebbero temere che si dimostrasse una loro lieve inferiorità nel capire il linguaggio, o le femmine che si dimostrasse una loro lieve inferiorità nei test matematici? Perché sui journals scientifici, se nell’Abstract e nell’Introduzione mostri di accordarti con l’andazzo politicorretto allora vieni pubblicato più facilmente, anche quando scrivi manifeste frescacce e produci ricerche fasulle?

La Conoscenza procede spesso a partire da ipotesi di lavoro bislacche, osservazioni curiose, congetture ardite, strane fluttuazioni statistiche. Impedire ai ricercatori di occuparsi delle differenze di genere, beninteso quando queste siano adombrate da evidenze empiriche, è puro oscurantismo, come lo è impedire la ricerca sugli embrioni o sugli Ogm.

 

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Intelligente, ma non si applica

Pubblicato: 24 luglio 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni

secchioneCirca la minaccia di 5mila docenti universitari di boicottare gli appelli d’esame d’autunno, scaricando sugli studenti una questione di bottega, applaudo all’intervento del professor Nuccio Ordine sul Corriere della Sera del 12 luglio, Docenti universitari e stipendi bassi: Ora non è la vera priorità, che tutti i suoi colleghi dovrebbero leggere.

Peccato solo che anche quel nobile articolo contenga la solita corbelleria che emerge sempre in questi casi di rivendicazione salariale: «i colleghi tedeschi o inglesi guadagnano di più».

Tutti i rivendicanti e i questuanti d’Italia hanno sempre in bocca quell’immancabile frase.

Ma si dà il caso che le retribuzioni di chiunque, in Italia, tranne i politici e alcuni loro accoliti, siano inferiori a quelle delle nazioni mittel- e nord-europee, di una media oscillante tra il 15 e il 30% secondo le varie stime, per complicate ragioni legate a produttivitàdebito pubblico, e liberismo del mercato che magari almeno i docenti universitari, specie quando scrivono sulle prime pagine dei quotidiani, potrebbero cominciare non dico a capire ma almeno a imparare mandandole a memoria.

Un “innovation editor” del Corriere della Sera ha scritto che i computer

«sono dei mostri di calcolo verticale, non confrontabili con il cervello dell’uomo che riesce a passare agilmente da una partita di scacchi alla poesia, dai 100 metri veloci a una maratona mentale».

(Per inciso: manca una cruciale virgola dopo uomo, perché l’autore non si riferiva a uno specifico uomo eccezionale bensì al cervello umano. Ma ormai dai giornali tutto possiamo aspettarci fuorché la punteggiatura, anche quando determina il senso del discorso).

hor vertCapisco che qualcuno possa avere esposto all’articolista questa teoria sotto forma di metafora. Ma mi sentirei di sollevare qualche obiezione.

Per cominciare, anche in molte delle persone intellettualmente superdotate si rilevano spesso i segni di una certa carenza di “orizzontalità”: sono così straordinari nella loro arte o nella loro scienza, o anche semplicemente nella loro intelligenza, da apparire stralunati e a volte persino incapaci nelle banali cose di ogni giorno.

E poi i computer compongono musica, e improvvisano in gruppi jazz, da un paio di decenni. Watson, quello che vinse a Jeopardy e che il Corriere menziona nell’articolo, si occupa anche di diagnostica medica, sicurezza informatica, relazioni colla clientela, formazione, gestione patrimoniale: una notevole versatilità, direi. Il più mondano ma pur sempre strabiliante software di Amazon, dal canto suo, vende, consegna, fattura, gestisce i reclami, coccola i clienti, propone, impara. Nessuna singola persona, neppure la più intelligente mai nata, saprebbe fare quel che fanno Watson e Amazon, per dire.

Se poi paragoniamo, anziché i rappresentanti di punta delle due categorie (umani e computer), gli esponenti medi o mediani, anche qui l’homo sapiens non esce precisamente a testa alta.

Intanto, per seguire il Corriere nel suo discorso, il 99,9% delle poesie composte dagli umani fanno ridere: «Prima dei diciotto anni tutti scriviamo poesie. Dopo quell’età, a farlo restano solo i poeti e i cretini», disse De André citando, mi pare, Benedetto Croce. E se uno è invece un vero poeta/poetessa, spesso non è forte in matematica o in biologia, dunque non è “orizzontale” affatto. (Le eccezioni non mancano, ma qui parliamo di medie).

Poi, la maggioranza delle persone non sanno fare bene neppure il proprio lavoro “verticale”. E’ vero che il cervello umano è versatile e, con la formazione, noi possiamo prendere un mediocre architetto, urologo o elettricista e trasformarlo in un professionista più efficace in un altro settore: ma questo possiamo farlo anche col computer, mettendoci nuovo software.

In ogni caso, il mio iPad sa fare così tante cose da potersi ragionevolmente parlare di orizzontalità: più del 99% delle persone non sanno fare quel che fanno, soli o tutti assieme, Excel, Google e Wolfram|Alpha.

E’ vero che l’intelligenza artificiale è attualmente l’oggetto di una noiosa fanfara mediatica. Ma ciò non significa che l’homo sapiens possa sicuramente dormire sonni tranquilli perché è orizzontale, come crede il Corriere.

 

apple-measurement-tape-1183767Uno degli scopi di questo blog è di far vedere come il sistema mediatico e quello politico conoscano poco i fenomeni sociali, il che induce ad adottare misure inadeguate allorché si mette mano ai problemi.

Questo è vero anche di questioni che vengono dibattute in modo ricorrente, come i fenomeni migratori, la circolazione dei “talenti“, le compagnie aeree, la disuguaglianza sociale, la ricerca scientifica, la qualità delle Università, la finanza e la “economia reale“, la legge elettorale, la disoccupazione e l’inoccupazione.

In questi giorni, intorno all’1 Maggio, ho sentito ripetere alcune litanie un po’ fruste. Nessun accenno ai fondamenti fattuali, concreti, dai quali occorrerebbe partire per capire.

Ad esempio, intorno alla disoccupazione giovanile, un gravissimo problema sociale, si tende alla farneticazione, senza neppure sapere come i giovani potrebbero formarsi per risultare più appetibili nel mondo del lavoro: vedi la totale confusione che regna, in Italia, intorno ai titoli di studio e alla formazione professionale, un fattore probabilmente molto importante tra i molteplici in gioco.

E’ inoltre circolato ossessivamente, e collegato a quanto sopra, il consueto refrain secondo il quale tantissimi giovani non lasciano la casa dei genitori “perché c’è la crisi“. Si tratta con ogni probabilità di una visione miopica e pregiudiziale.

Infatti le statistiche ufficiali europee indicano già da decenni come i giovani italiani siano, da molto prima della recente crisi economica, tra i meno propensi a lasciare la casa di mammà.

Su questo tema, l’Italia è considerata dagli studiosi una situazione “tipica” dell’Europa mediterranea, dove un 20% di quarantenni erano ancora in casa coi genitori nel 2007 (ossia prima della crisi), rispetto a percentuali insignificanti in Germania (considerata tipica del centro-Europa) o Danimarca (tipica della Scandinavia): vedasi qui, alla FIGURE II.

L’età media europea alla quale i maschi escono dalla casa paterna è stabilmente intorno ai 26,1 anni sin dal 2004 (23,5 in Francia; 23,9 in Germania). Gli italiani, invece, hanno sempre lasciato intorno ai 28,7 anni, per salire a 31 anni nel 2007, quando la crisi economica non era ancora neppure immaginata.

Nel 1992, l’età media al primo matrimonio dei maschi italiani era di 29 anni, già la quarta più alta d’Europa: nel 2002, era salita a 32. Non stupisce pertanto che l’Italia sia in fondo anche alla classifica europea della natalità.

E neppure quest’ultimo dato può essere banalmente spiegato con la crisi economica, che sembra semmai esacerbare un trend sottostante già ben delineato. (Altro fattore in gioco, la relativa carenza, rispetto a molti Paesi avanzati, di infrastrutture di accoglienza per i bambini).

Il calo della natalità è peraltro una tendenza che riguarda da decenni un po’ tutto l’Occidente, e la ricerca intorno alla questione è partita da tempo. In The Prime of Life. A History of Modern Adulthood (2004) lo storico e pedagogista Steven Mintz argomentava che la diminuita fertilità sembra correlarsi con una minore e più lenta propensione a diventare adulti nel mondo opulento. E se questo fattore ha un peso importante, figuriamoci quanto ne avrà in Italia, dove ci si considera “ragazzi” fin oltre i 40 anni…

Occorrerebbe essere, anziché dilettanti come chi scrive, sociologi, politologi ed economisti ben attrezzati, per orientarsi con sicurezza su questi temi. Ora delle due l’una: o questi esperti mancano dalla scena italiana, oppure né i politici né i giornali li interpellano mai…

Fake news stagionata

Pubblicato: 2 maggio 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo
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La bufala dei prezzi “raddoppiati” con l’avvento dell’euro è da tempo uno dei tesori del gregge sovranista, grande consumatore di fake news.

Il grafico illustra chiaramente che l’indice dei prezzi al consumo restò imperturbato all’ingresso dell’euro. Il Post ha anche mostrato (beninteso, a chi sa leggere un articolo e non solo i titoloni) che il potere d’acquisto degli italiani crebbe dal 2002 all’inizio della crisi economica.

Le chiacchiere starebbero a zero, se di mere chiacchiere non si nutrisse il Popolo Sovrano…

Ab imo pectore

Pubblicato: 30 aprile 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Image converted using ifftoanyMilano sta diventando un hub della conoscenza e della creatività (Corriere della Sera). A Milano un hub per accogliere famiglie sfrattate (La Repubblica). La Prefettura di Roma cerca una struttura con funzione di hub (Il Messaggero). La Borsa internazionale della cultura di Torino vuol essere l’hub delle grandi mostre (La Stampa). A Pompei, l’hub ferroviario non è in discussione (Il Mattino).

Sarebbe “uno hub” e “lo hub”, ma lasciamo perdere. Il punto è che i media italiani vanno pazzi per hub, che tutti pronunciano ab. Perché allora non scrivere ab, e basta? Oppure perché non scrivere e dire semplicemente perno, centro, fulcro, polo?

airline of the year

Fonte: en.wikipedia.org, 28 Apr 2017

Quasi tutte le compagnie aeree che negli ultimi quindici anni compaiono al top della classifica di Skytrax sono aziende statali o para-statali: vedi Figura.

Com’è noto, io ho un’opinione tutta mia di queste classificone internazionali – su qualunque argomento – e sono abituato ad accoglierle cum grano salis. Ma siccome esse sono universalmente molto rinomate e venerate, siamo autorizzati a sospettare che un’aerolinea, per essere reputata ottima, debba essere sostenuta dai soldi dei contribuenti.

E forse è vero, visto che il trasporto aereo è un business tanto rischioso quanto aprire un nuovo ristorante: «Vuoi diventare milionario? Parti da miliardario e fonda una compagnia aerea», ebbe a dire Richard Branson, che se ne intende.

Se Paesi come Qatar, Singapore, Emirati Arabi Uniti o Thailandia, in grande spolvero e crescita rampante ma in ogni caso con Pil che vanno da un quinto a un mezzo del nostro, tengono in piedi pregiate compagnie di bandiera, non potremmo anche a noi farci un pensierino, restando per il momento l’Italia ancora tra le prime cinque destinazioni turistiche al mondo?

PS: Già prevedo le obiezioni.

Quella del liberista de noantri: «Lasciamola fallire, ‘sta  sanguisuga di denaro pubblico!» Ci sarebbe molta parte di ragione in questa invettiva, se non provenisse da gente secondo la quale lo Stato dovrebbe impicciarsi di tutto, dalla spazzatura al diritto al suicidio al salvataggio della sua banca quando essa sta fallendo, e che con 9 probabilità su 10 è un evasore dell’Iva, dell’Irpef o di qualche altra imposta o tassa.

Quella del frequent flyer: «Al diavolo questo baraccone di paraculi ipersindacalizzati che non sorridono mai!». Gli utilizzatori sono sempre ipercritici nei confronti delle compagnie dei loro Paesi, figuriamoci gli italiani! Il frequent flyer de noantri, poi, spiccica un basic e incomprensibile pidgin English: non sarebbe in grado di polemizzare con un officer di Thai o Lufthansa (né ne capisce il body language), mentre è prodigo di rimbrotti col connazionale al terminale del gate, che oltretutto vorrebbe eternamente sorridente – immemore del fatto che anche quelli che ci stanno pigliando per i fondelli, sorridono.