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Non ho mai pensato che il data journalism si sarebbe presto invalso in Italia.

Adesso comincio a pensare che non vi si svilupperà mai. Non conosco un direttore di quotidiano o periodico che ne abbia anche solo una nozione passabile. Infografiche confuse e abuso farraginoso di dati cherry-picked per confortare una tesi, sono la cifra del nostro data journalism. Chiari segni di malattia infantile.

Lungo e faticoso è il cursus studiorum che conduce alla capacità di raccogliere dati affidabili, analizzarli e ricavarne deduzioni. Serve poi anche dimestichezza con gli strumenti di data analytics sul web -come minimo quelli di Google. E bisogna essere giornalisti, non solo giocatori di dati.

Milena Gabanelli, considerata il top del dj italiano, ha studiato Storia del cinema. Si capisce subito che coi numeri non ci prende. Certo, un paio di volte per secolo nasce uno come Srinivasa Ramanujan, che a 14 anni aveva già ricostruito da sé, senza averli mai incontrati, dozzine di teoremi fondamentali della matematica da Euclide a Gauss. Ma alle persone normali un curriculum scolastico è solitamente richiesto. 

In UK e USA, i giornalisti con degree scientifici o tecnici sono legioni. Da noi, circa zero. Però ormai anche in Italia esistono da tempo dei buoni analisti di dati (che non significa pasticciatori di infografiche!), che immersi in una redazione giornalistica potrebbero portare valore aggiunto.

Oppure, un direttore potrebbe, per cominciare, investire scritturando un giovane fisico o matematico e/o (ancor meglio) un giovane sociologo o scienziato politico con un PhD in analisi quantitativa presso un’università specializzata.

Di sicuro, non serve a nulla mandare a un “corso di data journalism” una persona che non sa la differenza tra media e mediana o non sa scrivere una macro Excel.

Non evolveremo in fretta. Credo che i nostri media continueranno a raccontare favole dove le figure non sono Biancaneve, Cappuccetto Rosso o Berlusconi bensì tabelle colorate piene di numeri ‘ad minchiam’, per dirla con Leibniz.

Post scriptum

Il nostro giornalismo scientifico non è messo molto meglio.

Scienza in Rete, magazine online che si propone nientemeno come voce della scienza in Italia, questa famosa scienza non sa neppure dove stia di casa, visto che chiama Arvix il preprint arXiv, da trent’anni il salotto preferito da fisici, matematici e informatici di tutto il mondo. (Non è un lapsus: ricorre 3 volte in un solo articolo: scomparirà solo se leggeranno qui e capiranno).

Duilio Giammaria, conduttore di Petrolio su RAI2, definisce “associazione di scienziati” la Fondazione GIMBE, che nel proprio “comitato scientifico” annovera fisioterapisti, infermieri, farmacisti, dentisti, medici ospedalieri e zero ricercatori. Potete immaginare con quale autorevolezza il nostro Direttore Produzione Documentari RAI possa convocare scienziati in tv…

 

 

lupo-mannaro

Ho l’impressione, fondata sulle conoscenze quantitative attuali e contrastante con la vulgata corrente, che la catastrofe sia avvenuta in Lombardia perché il SARS-Cov-2 ha attaccato più lì che altrove.

La Lombardia è accusata dalla vulgata di non aver agito come il virtuoso Veneto. Il Veneto ha in effetti fatto tutto molto bene. Però non sappiamo come gli sarebbe andata se fosse stato aggredito con la medesima virulenza e negli stessi tempi.

Mi spiego

Ammiravo il professor Crisanti quando nessuno, salvo qualche giornale regionale veneto, ne aveva ancora mai parlato. Chi progettava la app Immuni può testimoniare che il 20 marzo raccomandai loro di sentirlo come consulente.

Crisanti e Zaia (che, particolare forse non secondario, è laureato in Scienze della Produzione Animale) hanno fatto bene. Io ritengo Crisanti forse il più competente esperto che abbiamo tra quelli apparsi in pubblico e vorrei che fosse consulente del Governo.

Però dai numeri sembra proprio che la Lombardia sia stata attaccata in modo molto più severo di ogni altra regione.

La stessa cosa è successa, per dire, a New York City, a Madrid, al Belgio o a Londra, con esiti analoghi (RSA comprese): non so se si possa, per ognuna di queste regioni, affidarsi alla stoltezza degli amministratori come spiegazione.

Questo è ciò che sa fare un tifoso o un politicante, non un analista. (Io detestavo il Celeste i suoi accoliti ciellini, e mi faccio beffe dei leghisti. Ma mi piace guardare ai problemi senza il piglio del partigiano, fin dove possibile).

Davvero crediamo che i virus si propaghino in modo uniforme e armonioso sui territori fin dall’inizio?

 

Allora ascoltiamo gli esperti della Fondazione Bruno Kessler, secondo i quali in Lombardia “l’epidemia è iniziata con largo anticipo rispetto alle altre regioni e ben prima che ce ne potessimo accorgere“.

Infatti, quando Mattia andò al Pronto Soccorso la prima volta, il 15 febbraio, il tasso effettivo di riproduzione del contagio R(t) non solo era già poco sotto il 4 in Lombardia, ma aveva anche subìto una prima impennata a fine gennaio:

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Inoltre, in Lombardia la magnitudine dell’attacco si è combinata anche con la sua qualità: un paziente è andato a contaminare un intero ospedale, dal 15 febbraio in avanti.

E’ stato un errore non chiudere quell’ospedale, come invece Crisanti/Zaia fecero a Schiavonia dopo il primo morto (non il primo infetto)?

Può darsi. Ma non abbiamo evidenze per fornire adesso risposte certe. E non so se le avessero, allora, i dirigenti della Lombardia.

Secondo il professor Palù (2 aprile), meglio si sarebbe fatto a tenere gli infettivi a Codogno per evitare di spargerli in Lombardia: “La scelta della Lombardia di trasferire i malati dall’ospedale di Codogno, che era il primo focolaio, ad altre strutture della regione, si è rivelata infelice“.

Ma forse il suo pensiero non è stato riferito con precisione dal Corriere.

Già nei primi giorni, infatti, circa l’11% dei Casi lombardi cadevano in cure intensive: i 19 pazienti Covid intubati del 24 febbraio, per dire, non potevano certo stare in un piccolo ospedale – che di posti in intensiva ne ha uno o due – o aspettare che ne sorgesse uno da campo a Codogno. Per loro fortuna (l’ottanta per cento sopravviverà) erano stati inviati al San Matteo di Pavia e al Sacco di Milano.

Poiché non si conoscevano né il virus né le terapie, se anche tutti quei pazienti fossero rimasti a casa, curati con l’assistenza territoriale, ce ne sarebbe sempre stato come minimo un 25% (dato veneto del 24 marzo, forse anche superiore in febbraio…) che necessitava di ricovero ospedaliero. Ossia, le folle in ospedale si sarebbero comunque verificate, e tutti quei pazienti non potevano restare a Codogno.

Non ho ancora visto fonti autorevoli esprimersi pubblicamente su questo punto, con dei dati alla mano.

Posso solo darvi un numero come paletto di riferimento: il 28 febbraio, i Covid lombardi in terapia intensiva erano già 47, e raddoppiavano ogni 60 ore. E fino ad allora, come vedete dalla Figura qui sotto, addirittura era più probabile in Veneto che non in Lombardia, finire intubati se malati di Covid-19 (mia grafica su dati tratti da qui):

chart vl

Molte persone non capiscono i processi esponenziali, a volte anche scienziati se non del settore fisico/matematico. I giornalisti, poi, non ne sanno nulla.

E purtroppo sul tema ho finora letto risposte “certe” solo nel data journalism sciattone stile Gabanelli, ascoltando il quale apprendereste che il wifi e il 5G uccidono, il vaccino contro il Papilloma virus fa male, le fragole-pesce esistono e Antonio Di Pietro aveva 45 case – che però erano particelle catastali.

Insomma non sappiamo se la sorte della Lombardia sarebbe stata un’altra se essa si fosse comportata diversamente quando il 20 febbraio, a Codogno, Mattia fu attestato malato Covid19.

E andiamo oltre.

Curare invece di ricoverare

Uno potrebbe argomentare così: anche se c’erano molti più casi in Lombardia, si può supporre che, salvaguardando al massimo gli ospedali e relegando da qualche parte, al limite a casa, i pazienti paucisintomatici e facendoli curare al telefono, si sarebbe ridotto di molto il numero di quelli che finivano in Intensiva, e quindi alla lunga i morti.

Intanto, rammentiamo che anche in Veneto almeno un quarto dei sintomatici andavano in ospedale e che, di questi, almeno uno su dieci veniva intubato fino al 20 febbraio. (Durante l’intera crisi fino al 20 maggio, il Veneto ha ospedalizzato circa 5mila pazenti Covid19: una massa pari grosso modo a un terzo dei posti letto totali. Chi sopravaluta le cure territoriali, dimentica che il numero dei ricoverati è comunque grande e che se gli infetti fossero stati il quintuplo, come in Lombardia, il sistema sanitario veneto sarebbe stato messo a repentaglio).

Poi, e più importante, nessuno ha ancora dimostrato che fosse possibile mitigare gli esiti della malattia nelle persone con comorbilità (il 97% dei morti ne avevano almeno una e l’83% ne avevano due), né che lo sia ora.

Ne è noto come le si sarebbe dovute curare a casa. (Dove comunque, sia detto per completezza, esse infettano i conviventi. “Cure territoriali” non significa, come si crede in Italia, essere curati a casa dal MMG: significa relegare gli infetti in apposite strutture / lazzaretti, come facevano in Cina).

Tantomeno era noto due mesi fa.

C’erano messaggi cinesi utili, ma erano lettere al Direttore (nella fattispecie Nature, Letter to the Editor, e peraltro solo uno studio sugli animali) e comunque non so se li avessero consultati, il 20 febbraio, i medici italiani.

Cosa si può somministrare, a casa o in lazzaretto, a un paucisintomatico Covid19, magari vecchio, cardiopatico e con insufficienza renale cronica, per evitargli di morire presto?

Al Sant’Orsola di Bologna, ossia non gli ultimi arrivati, e anche altrove, ancora a fine maggio si crede nella idrossiclorochina associata agli antibiotici. Fra non molto forse vedremo al lavoro i ‘lazzaretti’ (predisposti da fine marzo anche in Lombardia) con somministrazioni di quei farmaci ai pazienti leggeri, nella speranza di ridurre significativamente l’accesso all’intubazione. Speriamo!

Ma la cosa è discussa nella letteratura scientifica ‘di guerra’: vedi ad esempio Barbosa et al. sul New England Journal of Medicine, o Molina et al. o Chen et al o la meta-analisi assai negativa di Lancet del 22 maggio. Attenzione: forse io, che di medicina so nulla, fraintendo la negatività di questi studi, e forse sto sottovalutando quelli incoraggianti, anche se sono meno recenti e sono stati molto criticati dal mainstream.

Forse. Ma sta di fatto che il consenso scientifico non c’è, come confermato ancora il 12 maggio da Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani di Roma, in un’intervista dal vivo a RAI Radio Anch’io alle ore 07:50.

Del resto, ancora ai primi di aprile, a Hong Kong e Singapore, due paesi allora “vincenti” sul coronavirus, i pazienti infetti venivano ospedalizzati – e i rispettivi contatti relegati a casa con braccialetti GPS.

Dunque: nessuno mi ha ancora dimostrato che

1) chiudendo l’ospedale di Codogno il 20 febbraio la Lombardia avrebbe avuto un decorso di lutti paragonabile a quello del Veneto, né che
(2) isolando in un lazzaretto (o addirittura a casa) i pazienti paucisintomatici e facendo prescrizioni al telefono con al più qualche rara visita da parte di Unità Speciali di Continuità Assistenziale (strumento ancora in sviluppo), si possano limitare le morti.

Ciò che poi conta per gli scopi della presente discussione, è che di sicuro (1) e (2) non erano dimostrati il 20 febbraio 2020.

Le dimensioni contano

In ogni caso, se anche un giorno (1) e (2) venissero dimostrati, ricordiamo che

i Casi Confermati in Lombardia (un proxy di quelli effettivi) sono sempre stati da 3 a 6 volte quelli veneti, e tuttora sono, cumulativamente, il quadruplo.

Questo potrebbe essere un ‘gatto che si morde la coda’… Ma se non altro, è scientificamente noto.

Lo si desume ad esempio dalle seguenti due Figure, che sono rispettivamente la 2 e la 6 di Epidemiological characteristics of COVID-19 cases in Italy and estimates of the reproductive numbers one month into the epidemic, medRxiv):

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E, ricordate: tutto si gioca durante l’assalto esponenziale iniziale, incomprensibile ai commentatori della vulgata.

(Guardate l’andamento di R prima del 20 febbraio).

Non vi stupirà, dunque, apprendere che il 21 maggio alle 18:40, su Sky News, il prof Carlo La Vecchia, ordinario di Statistica medica alla Statale MI e uno studioso con un h-index pari a 169 su Scholar, ha detto:

L’impatto è stato molto più violento in Lombardia. […] Si può praticamente dire che ci siano state ‘tre epidemie’ in Italia: quella in Est-Lombardia e provincia di Piacenza; quella nel resto della Lombardia; e quella nel resto d’Italia

Dunque, noi a rigore non sappiamo se, quand’anche si fosse chiuso Codogno e si fossero lasciati un sacco di persone a casa con ipotetiche cure ‘territoriali’, gli esiti lombardi sabbero stati così felici come quelli veneti.

Con il quadruplo dei contagiati, e un processo esponenziale (o ‘cubico’, come dicono i pignoli) in corso fino a marzo inoltrato, forse i numeri dei morti nelle due regioni si sarebbero comunque divaricati di molto. Non lo sappiamo. Non lo sa nessuno.

E andiamo oltre.

Come mai proprio a Milano nessuna catastrofe?

Quando guardai i dati l’ultima volta durante il lockdown, 26 aprile 2020, la provincia di Milano era la 22ma in Italia per numero di Casi Confermati sul numero degli abitanti (i Casi Confermati sono molti meno di quelli effettivi, ma sono pur sempre un proxy col quale possiamo fino a un certo punto confrontare i territori tra loro).

Milano veniva dopo tutte le province lombarde tranne Monza e Como e, per dire, anche dopo Aosta, Pesaro Urbino, Trento, nonché quasi tutte le province piemontesi.

La stragrande parte dei morti per abitante, in Lombardia sono stati a BG, BS, CR, LO. I pazienti di queste province sono stati massicciamente curati anche a Milano e Pavia. Le altre province sono state lasciate certo non indenni, ma molto molto meno colpite di quelle quattro là.

Secondo voi qual era la principale possibile vittima di un’epidemia in Lombardia, se non l’area urbana più popolosa e con la più fitta e frequentata rete di trasporto pubblico, ossia Milano con il suo hinterland?

Eppure lì a Milano e Monza-Brianza è successo ben poco rispetto alle province orientali. La provincia di MI ha avuto, per ogni mille abitanti, la metà dei casi di BG e un terzo di quelli di CR.

Questo potrebbe essere un ulteriore indizio del fatto che forse la ragione della tragedia lombarda è da ricercare nella magnitudine e nella qualità (vedi sopra) dell’attacco del SARS-CoV-2, piuttosto che nelle decisioni prese sul campo dalla Regione e dal Governo?

Ossia: se le decisioni, la ospedalizzazione in primis, fossero state radicalmente sbagliate, si può pensare che il riflesso sarebbe stato pesantissimo in tutta la Regione, o quantomeno a Milano.

Semmai, se errori acclarati ci sono stati, questi sarebbero quelli di carattere locale, verosimilmente a BG, BS e CR, la cui responsabilità è ancora da accertare. (Secondo alcuni esperti, come l’immunoinfettivologo dell’Umberto I Francesco Le Foche, invece, la sola partita Atalanta-Valencia potrebbe essere stato un episodio super-diffusore fatale. E questa tesi risuona col famoso Paziente 31 sudcoreano, il superspreader che provocò 5mila contagi).

Questi ipotetici errori sembrerebbero doversi ricondurre in gran parte al mancato lockdown severo e tempestivo nelle province di BG e BS ai tempi di Codogno. Non ho capito se ciò sarebbe da imputare principalmente alle Autorità lombarde o a quelle romane.

Di sicuro, ricordo i violenti e scomposti attacchi, intorno al 27 febbraio, da parte sia del senatore Salvini sia di Confindustria, che pretendevano si rimuovesse il lockdown di Lodi perché comprometteva le filiere produttive: un Governo di Larghe Intese avrebbe dovuto provvedervi…

Ne fui molto colpito perché in quei giorni io, invece, ero intento a pensare quali competenze si potessero mobilitare per ridurre al minimo l’inevitabile impatto del lockdown sulle catene del valore lombarde. Pensavo a business schools, think tanks, associazioni imprenditoriali.

Fui pertanto molto deluso nel constatare che la principale di queste ultime non aveva altro da dire che “riaprite subito”.

Mi apparve evidente che Confindustria non aveva ancora capito nulla del pericolo che stavamo correndo.

Sono dunque incline a ritenere che se errori ci furono in Est Lombardia, le responsabilità vadano forse condivise tra più enti.

In conclusione

Insomma, tentennamenti e incertezze nella gestione dei blocchi possono aver influito sulle conseguenze della Covid19 in Est Lombardia. Ma tentennamenti e incertezze ci sono stati in tutta Italia, mentre le conseguenze di gran lunga più tragiche si sono verificate in Lombardia.

Perché? Verosimilmente, perché il SARS-Cov-2 ha attaccato più lì che altrove.

 

Può darsi che un giorno si trovi una spiegazione diversa. Oggi, tuttavia, essa mi è sconosciuta. Se qualcuno di voi la conosce, nel senso che può documentarla credibilmente e non con aneddoti o corbellerie giornalistiche, lo faccia.

POSCRITTO: No cherry-picking, please

 

Mi viene segnalata una relazione della Direttrice regionale Prevenzione del Veneto, Francesca Russo, che, alla data del 26 aprile, in una presentazione pubblica al fianco del Governatore Zaia, vanta i risultati della sua regione rispetto alla Lombardia.

Tale relazione sottace la portata del fenomeno nelle due regioni, e le evidenze empiriche da me sopra citate.

Un esempio: Russo sostiene che il Veneto sarebbe “partito in svantaggio, perché tra il 24 febbraio e il 2 marzo i casi sono aumentati di 8,5 volte passando da 32 a 271, mentre in Lombardia sono cresciuti di 6,5 volte, lievitando da 166 a 1077“.

Questa affermazione è curiosa:

(1)

Intanto, la storia del Coronavirus in Italia non inizia certo il 24 febbraio.

Riandiamo a Epidemiological characteristics of COVID-19 cases in Italy and estimates of the reproductive numbers one month into the epidemic  e ricordiamoci, ricordandolo anche alla dottoressa Russo, come il virus abbia galoppato in modi ben diversi nelle due regioni, già dal 28 gennaio al 6 febbraio, con tassi di riproduzione ben diversi (ahimé, ancora gli esponenziali…)

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(2)

A Francesca Russo sembra mancare un importante pezzo della storia Coronavirus in Italia. Oppure forse ha inteso scegliere una specifica finestra temporale che potesse servire a illustrare meglio la sua opinione? Ma in questo caso ha sbagliato, perché se la sua osservazione circa il trend in quei 9 giorni è corretta (stiamo entrambi usando la stessa fonte), essa omette di ricordare i valori assoluti in gioco. Eccoli:

Casi

Per farvi un’immagine più dettagliata di quanto già illustrato più sopra, guardatevi la chart delle settimane che vanno da quella citata da Russo fino al lockdown nazionale:

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Ricordate? L’incidenza del virus in Lombardia si è sempre mantenuta da 3 a 6 volte superiore a quella veneta, fin da epoche precedenti a quella richiamata da Russo. Queste charts che Russo ci induce a riesumare, non fanno che confermare l’asserto già assodato sopra mediante fonti più autorevoli delle nostre.

Se tutto ciò non convince la dottoressa Russo, essa potrà forse valutare il parere del prof. La Vecchia, dei cui titoli diciamo sopra, o di Stefano Merler, modellista matematico ed epidemiologo della Fondazione Bruno Kessler, i quali entrambi ci assicurano (vide supra) che in Lombardia “l’epidemia è iniziata con largo anticipo rispetto alle altre regioni e ben prima che ce ne potessimo accorgere”. e che è stata di qualità e intensità diversa da quella nazionale.

investigative_journalism_home

Ho già rivelato da tempo la mia ammirazione per il coraggio e la spregiudicatezza di Milena Gabanelli, qualità rare da coltivare facendo il giornalista.

Purtroppo, non è che ci prenda sempre. Leggendo le sue inchieste o guardandole in tv, già dovemmo apprendere con orrore corbellerie quali il wifi che uccide, la malignità del vaccino contro il Papilloma virus, l’esistenza delle fragole-pesce, e le 56 (o giù di lì) case di Antonio Di Pietro che in realtà si rivelarono poi essere particelle catastali.

Il difetto di Gabanelli è la sua spiccata propensione verso il giornalismo a tesi.

Il coltivare una tesi preconcetta è allo stesso tempo un dovere e un rischio del giornalismo di inchiesta: un rischio che bisognerebbe imparare a mitigare. Per questo, sulla porta della sala Stampa Estera di non so più quale istituzione a Washington DC campeggia la scritta (ironica, Milena: ironica!)

Dear God, never let the facts get in the way of a good story!

Non è per forza una cattiva idea il partire con una tesi, un’ipotesi di lavoro. Succede spessissimo, nessuno di noi è neutrale. Anche lo scienziato parte con un’idea in mente. Ma allora, poi, la nostra inchiesta deve spietatamente cercare e poi vagliare fatti e ipotesi che a quella tesi potrebbero opporsi.

Poniamo ti venga il sospetto che il Presidente dell’OMS sia un burattino nelle mani della Cina e che come tale abbia malignamente orientato la sua istituzione durante la crisi Coronavirus.

Non è un’idea straordinariamente originale, il 10 maggio 2020, visto che se ne parla da mesi e in modo particolarmente insistente da quando, settimane addietro, Donald Trump ha cominciato a incolpare Cina ed OMS del disastro in corso negli Usa.

Diciamo che a me, per dire, sarebbe saltato in mente semmai di mostrare vero il contrario della litania che sento sui media da un mese, e di vedere se per caso è l’OMS non sia andata poi così malaccio e che la catastrofe Usa sia stata causata solo dalla testardaggine di DJT.

Se debbo dar retta al Guardian, che fra l’altro ha il merito di non aver lardellato l’articolo di figure sguaiatamente colorate e grafica tutta funzionale a una sola tesi, in buona sostanza

«La stessa decisione di dichiarare una pandemia il 13 marzo – una distinzione ampiamente retorica, dal momento che chiamare una PHEIC [la Public Health Emergency of International Concern annunciata il 30 gennaio, NdT] richiede già ai membri dell’OMS di rispondere – era mirata a dare la sveglia agli stati membri. Nel Regno Unito la Premier League stava ancora giocando, e la settimana precedente gli Stati Uniti avevano tenuto le Primarie.

“Hanno dichiarato la pandemia perché i paesi non stavano seguendo il consiglio”, ci dice Adam Kamradt-Scott, professore di salute globale all’Università di Sydney. […] I paesi hanno ripetutamente ignorato i consigli dell’OMS”»

Tesi riecheggiata da un’inchiesta del New York Times, il quale sostiene che l’OMS ha ammonito sul coronavirus presto e spesso, e conclude che

“Con informazioni limitate e rapidamente mutevoli, l’OMS ha mostrato una determinazione precoce e coerente nel trattare il nuovo contagio come quella minaccia che sarebbe diventata e nel persuadere gli altri a fare lo stesso. Allo stesso tempo, l’organizzazione ha ripetutamente elogiato la Cina, agendo e parlando con la cautela politica che scaturisce dall’essere un braccio delle Nazioni Unite, con poche risorse proprie, incapace di svolgere il proprio lavoro senza cooperazione internazionale.”

Ma supponiamo che Donald Trump ti abbia instillato il sospetto che queste siano solo tiritere da Dem e che Tedros Adhanom Ghebreyesus sia un burattino cinese e tu voglia confermarlo o smentirlo.

Che fai? Sentirai anche qualcuno che non aderisce a quella tesi? Cercherai, nei fatti e non solo nelle chiacchiere mediatiche (specie se pretendi di occuparti di data journalism) indizi che quella tesi sembrano smentire o ridimensionare? Studierai le analisi di chi propugna una tesi opposta?

Ebbene, Milena Gabanelli (e Simona Ravizza) non ha fatto nulla di tutto ciò. Si è limitata a collezionare il maggior numero possibile di indizi che potessero confermare la sua tesi preconcetta.

Per esempio

  • imputa ad Adhanom Ghebreyesus di avere dichiarato la PHEIC “solo il 30 gennaio, quando i contagi ufficiali sono già 7.836 e 18 i paesi coinvolti“. Perché solo? Quando avrebbe Gabanelli o gli esperti da lei intervistati, ammesso che ve ne siano stati, chiamato la PHEIC?
  • interpreta come sudditanza gli elogi rivolti da Adhanom Ghebreyesus alla Cina, circa la rapidità e l’efficacia di questa nel reagire all’epidemia.
    Eppure a noi, pur consapevoli delle limitazioni cui vanno soggette le informazioni provenienti da una società non democratica, la rapidità e l’efficacia cinesi sono apparse evidenti, e stridenti con le interminabili e fatali esitazioni di Francia, UK o USA. Anche il Guardian e il NY Times la pensano così.
  • Omette di dire che l’azione di Adhanom Ghebreyesus, che è un microbiologo, come Ministro della salute in Etiopia ottenne significativi riconoscimenti internazionali (per esempio nel 2011 dalla Yale School of Public Health)
  • Omette di precisare che l’accusa di “aver insabbiato tre epidemie di colera” in Etiopia – ripetuta più volte da Gabanelli – gli fu elevata solo nel 2017 da un consulente di David Nabarro, il candidato avverso a Adhanom Ghebreyesus per la direzione dell’OMS
  • Spende una grossa fetta dell’inchiesta per illustrare la  preponderanza cinese in Etiopia (arcinota da un quarto di secolo), per corroborare la teoria secondo la quale il presidente OMS etiope è se non suddito almeno obbligato a eterna riconoscenza alla Cina
  • Definisce, come Trump, la OMS “una agenzia ONU a guida cinese” quando gli stessi dati da Gabanelli maldestramente riportati mostrano che la stragrande parte dei supporter e contribuenti dell’OMS sono americani, inglesi, tedeschi e giapponesi…
  • Non ha letto é il Guardian né il New York Times,
  • Non cita alcuna fonte che non sia preconcettualmente ostile alla leadership dell’OMS
  • Cosa forse peggiore di tutte, Milena Gabanelli è probabilmente ignara del rapporto col quale il Global Preparedness Monitoring Board organizzato da OMS e Banca Mondiale ammoniva, nel settembre 2019, della costante minaccia di “veloci pandemie di patogeni respiratori fatali“. Cara Gabanelli…

 

Insomma, giornalismo d’inchiesta de noantri, per palati molto semplici. Assai al di sotto del livello consueto.

 

 

Minima moralia: combinato disposto

Pubblicato: 24 aprile 2020 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo, Scienza

combination(1)Scrivendo al giornale, qualcuno si lamenta della pomposa espressione ‘il combinato disposto’, che, sostiene, meglio sarebbe sostituita da ‘la combinazione’ e basta.

Ha ragione.

Anche se a me dànno più fastidio al fine (invece di per) e altresì (invece di anche e a volte invece di oppure), che dominano sovrani ogni volta che non dico un politico o un avvocato, ma anche un italiano qualsiasi predispone un avviso condominiale. Prescriverei le nerbate in piazza..

Il lettore sbaglia solo nel dire che il combinato disposto sia di origine burocratica. In realtà, esso ha qualche fondamento nella logica matematica.

Chi dice combinato disposto, in Diritto o in Politica, intende alludere alla complessità che nasce dal considerare non solo in quanti modi posso raggruppare a gruppi di k un numero pari di oggetti n, bensì anche la disposizione che i singoli oggetti assumono nei gruppi.

Questa l’intenzione iniziale. Naturalmente, il giorno successivo sarà sùbito nato l’abuso da parte di che vuol solo mettere un po’ di latinorum nei suoi poveri concetti da babbeo.

Nobody seriously sick beyond the Alps?

Pubblicato: 14 marzo 2020 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni

So, it is only in Italy that we have been experiencing an unusual growth of bilateral interstitial pneumonia (the first covid-19 cause of death) since late February, while six weeks later none have been reported yet to the public concerning France, Germany, US etc.?

What’s up?

With SARS-CoV-2 confirmed cases in the order of 2,000 each? This is so peculiar. Are the French and German media doing their job? Are the respective authorities?

The first warning in China was on December 26. And likely correlation with Covid19 is known in Europe (at least in Italy) since February 22 at the latest, when in Italy a mere 100 cases of SARS-CoV-2 infections had been found.

Just saying…

durante la sua intera esistenza, un’auto a benzina media emette nell’aria, per ogni passeggero trasportato al Km, 234 grammi di CO2

l’aereo Boeing 737 Legacy  ne emette 170

la metropolitana BART di San Francisco ne emette 125

(altro…)

fiat-panda-4x4-noleggio-a-lungo-termine-728x452L’Automobile Club tedesco, Adac, ha da poco pubblicato i risultati dei suoi test ecologici sui modelli di auto 2018, test che si spingono molto più in profondo, quanto a cura e precisione, rispetto ai formalismi delle classificazioni “Euro”, per conseguire le quali bastano prove di laboratorio senza connotati di praticità stradale.

Le cinque stelle ecologiche Adac sono state ottenute da sette modelli di auto, tutte elettriche tranne una: la Panda 0.9 Twinair Natural Power. La Panda bifuel gas/benzina è davanti, per dire, a Tesla Model X, Jaguar iPace e Toyota Yaris Hybrid.

La classifica di Adac infatti si sforza di prendere in considerazione la globalità dei fattori: di un veicolo elettrico, per esempio, stima anche gli inquinanti emessi dai camini delle remote centrali elettriche che lo ricaricheranno. (La stessa cosa fa il Governo di Singapore da qualche anno, per calcolare ecotasse e incentivi sul parco circolante).

Il problema climatico (NB: un caso particolare del problema ecologico) si affronta seriamente innanzitutto con soluzioni tattiche e pragmatiche, implementabili qui e ora, che devono certo poggiare su visioni strategiche di fondo ma contenere tanta risolutezza e poco latinorum.

Dunque, non «modificare entro il 2060 la matrice energetica del pianeta» o «convertirsi a un nuovo modello di sviluppo» o «Milano zero emissioni nel 2030» (tutte chiacchiere destinate a essere disattese) o premiare ciecamente solo i veicoli elettrici: bensì operare chirurgicamente azioni mirate e sùbito utili.

Gli interventi sui divieti di circolazione operati a fine 2018 da alcune regioni italiane del nord vanno bene, anche se dovrebbero essere più severi (perché libera circolazione agli ecologicamente orribili furgoni commerciali?) e accompagnati da incentivi più allettanti.

E bene le ecotasse e gli incentivi attuati in questi giorni dal Governo: ma perché non c’è la Panda bifuel?

E cosa aspettiamo a ridurre un poco i limiti di velocità (con conseguente risparmio ecologico più che proporzionale), come si sta facendo in tutti i paesi avanzati?

E magari a installare un paio di impianti nucleari EPR nei prossimi dieci anni, dopo esserci sbarazzati degli assurdi vincoli indotti da quel grullissimo referendum populista?

Intelligente, ma non si applica

Pubblicato: 24 luglio 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni

secchioneCirca la minaccia di 5mila docenti universitari di boicottare gli appelli d’esame d’autunno, scaricando sugli studenti una questione di bottega, applaudo all’intervento del professor Nuccio Ordine sul Corriere della Sera del 12 luglio, Docenti universitari e stipendi bassi: Ora non è la vera priorità, che tutti i suoi colleghi dovrebbero leggere.

Peccato solo che anche quel nobile articolo contenga la solita corbelleria che emerge sempre in questi casi di rivendicazione salariale: «i colleghi tedeschi o inglesi guadagnano di più».

Tutti i rivendicanti e i questuanti d’Italia hanno sempre in bocca quell’immancabile frase.

Ma si dà il caso che le retribuzioni di chiunque, in Italia, tranne i politici e alcuni loro accoliti, siano inferiori a quelle delle nazioni mittel- e nord-europee, di una media oscillante tra il 15 e il 30% secondo le varie stime, per complicate ragioni legate a produttivitàdebito pubblico, e liberismo del mercato che magari almeno i docenti universitari, specie quando scrivono sulle prime pagine dei quotidiani, potrebbero cominciare non dico a capire ma almeno a imparare mandandole a memoria.

Un “innovation editor” del Corriere della Sera ha scritto che i computer

«sono dei mostri di calcolo verticale, non confrontabili con il cervello dell’uomo che riesce a passare agilmente da una partita di scacchi alla poesia, dai 100 metri veloci a una maratona mentale».

(Per inciso: manca una cruciale virgola dopo uomo, perché l’autore non si riferiva a uno specifico uomo eccezionale bensì al cervello umano. Ma ormai dai giornali tutto possiamo aspettarci fuorché la punteggiatura, anche quando determina il senso del discorso).

hor vertCapisco che qualcuno possa avere esposto all’articolista questa teoria sotto forma di metafora. Ma mi sentirei di sollevare qualche obiezione.

Per cominciare, anche in molte delle persone intellettualmente superdotate si rilevano spesso i segni di una certa carenza di “orizzontalità”: sono così straordinari nella loro arte o nella loro scienza, o anche semplicemente nella loro intelligenza, da apparire stralunati e a volte persino incapaci nelle banali cose di ogni giorno.

E poi i computer compongono musica, e improvvisano in gruppi jazz, da un paio di decenni. Watson, quello che vinse a Jeopardy e che il Corriere menziona nell’articolo, si occupa anche di diagnostica medica, sicurezza informatica, relazioni colla clientela, formazione, gestione patrimoniale: una notevole versatilità, direi. Il più mondano ma pur sempre strabiliante software di Amazon, dal canto suo, vende, consegna, fattura, gestisce i reclami, coccola i clienti, propone, impara. Nessuna singola persona, neppure la più intelligente mai nata, saprebbe fare quel che fanno Watson e Amazon, per dire.

Se poi paragoniamo, anziché i rappresentanti di punta delle due categorie (umani e computer), gli esponenti medi o mediani, anche qui l’homo sapiens non esce precisamente a testa alta.

Intanto, per seguire il Corriere nel suo discorso, il 99,9% delle poesie composte dagli umani fanno ridere: «Prima dei diciotto anni tutti scriviamo poesie. Dopo quell’età, a farlo restano solo i poeti e i cretini», disse De André citando, mi pare, Benedetto Croce. E se uno è invece un vero poeta/poetessa, spesso non è forte in matematica o in biologia, dunque non è “orizzontale” affatto. (Le eccezioni non mancano, ma qui parliamo di medie).

Poi, la maggioranza delle persone non sanno fare bene neppure il proprio lavoro “verticale”. E’ vero che il cervello umano è versatile e, con la formazione, noi possiamo prendere un mediocre architetto, urologo o elettricista e trasformarlo in un professionista più efficace in un altro settore: ma questo possiamo farlo anche col computer, mettendoci nuovo software.

In ogni caso, il mio iPad sa fare così tante cose da potersi ragionevolmente parlare di orizzontalità: più del 99% delle persone non sanno fare quel che fanno, soli o tutti assieme, Excel, Google e Wolfram|Alpha.

E’ vero che l’intelligenza artificiale è attualmente l’oggetto di una noiosa fanfara mediatica. Ma ciò non significa che l’homo sapiens possa sicuramente dormire sonni tranquilli perché è orizzontale, come crede il Corriere.

 

apple-measurement-tape-1183767Uno degli scopi di questo blog è di far vedere come il sistema mediatico e quello politico conoscano poco i fenomeni sociali, il che induce ad adottare misure inadeguate allorché si mette mano ai problemi.

Questo è vero anche di questioni che vengono dibattute in modo ricorrente, come i fenomeni migratori, la circolazione dei “talenti“, le compagnie aeree, la disuguaglianza sociale, la ricerca scientifica, la qualità delle Università, la finanza e la “economia reale“, la legge elettorale, la disoccupazione e l’inoccupazione.

In questi giorni, intorno all’1 Maggio, ho sentito ripetere alcune litanie un po’ fruste. Nessun accenno ai fondamenti fattuali, concreti, dai quali occorrerebbe partire per capire.

Ad esempio, intorno alla disoccupazione giovanile, un gravissimo problema sociale, si tende alla farneticazione, senza neppure sapere come i giovani potrebbero formarsi per risultare più appetibili nel mondo del lavoro: vedi la totale confusione che regna, in Italia, intorno ai titoli di studio e alla formazione professionale, un fattore probabilmente molto importante tra i molteplici in gioco.

E’ inoltre circolato ossessivamente, e collegato a quanto sopra, il consueto refrain secondo il quale tantissimi giovani non lasciano la casa dei genitori “perché c’è la crisi“. Si tratta con ogni probabilità di una visione miopica e pregiudiziale.

Infatti le statistiche ufficiali europee indicano già da decenni come i giovani italiani siano, da molto prima della recente crisi economica, tra i meno propensi a lasciare la casa di mammà.

Su questo tema, l’Italia è considerata dagli studiosi una situazione “tipica” dell’Europa mediterranea, dove un 20% di quarantenni erano ancora in casa coi genitori nel 2007 (ossia prima della crisi), rispetto a percentuali insignificanti in Germania (considerata tipica del centro-Europa) o Danimarca (tipica della Scandinavia): vedasi qui, alla FIGURE II.

L’età media europea alla quale i maschi escono dalla casa paterna è stabilmente intorno ai 26,1 anni sin dal 2004 (23,5 in Francia; 23,9 in Germania). Gli italiani, invece, hanno sempre lasciato intorno ai 28,7 anni, per salire a 31 anni nel 2007, quando la crisi economica non era ancora neppure immaginata.

Nel 1992, l’età media al primo matrimonio dei maschi italiani era di 29 anni, già la quarta più alta d’Europa: nel 2002, era salita a 32. Non stupisce pertanto che l’Italia sia in fondo anche alla classifica europea della natalità.

E neppure quest’ultimo dato può essere banalmente spiegato con la crisi economica, che sembra semmai esacerbare un trend sottostante già ben delineato. (Altro fattore in gioco, la relativa carenza, rispetto a molti Paesi avanzati, di infrastrutture di accoglienza per i bambini).

Il calo della natalità è peraltro una tendenza che riguarda da decenni un po’ tutto l’Occidente, e la ricerca intorno alla questione è partita da tempo. In The Prime of Life. A History of Modern Adulthood (2004) lo storico e pedagogista Steven Mintz argomentava che la diminuita fertilità sembra correlarsi con una minore e più lenta propensione a diventare adulti nel mondo opulento. E se questo fattore ha un peso importante, figuriamoci quanto ne avrà in Italia, dove ci si considera “ragazzi” fin oltre i 40 anni…

Occorrerebbe essere, anziché dilettanti come chi scrive, sociologi, politologi ed economisti ben attrezzati, per orientarsi con sicurezza su questi temi. Ora delle due l’una: o questi esperti mancano dalla scena italiana, oppure né i politici né i giornali li interpellano mai…

Fake news stagionata

Pubblicato: 2 maggio 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo
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La bufala dei prezzi “raddoppiati” con l’avvento dell’euro è da tempo uno dei tesori del gregge sovranista, grande consumatore di fake news.

Il grafico illustra chiaramente che l’indice dei prezzi al consumo restò imperturbato all’ingresso dell’euro. Il Post ha anche mostrato (beninteso, a chi sa leggere un articolo e non solo i titoloni) che il potere d’acquisto degli italiani crebbe dal 2002 all’inizio della crisi economica.

Le chiacchiere starebbero a zero, se di mere chiacchiere non si nutrisse il Popolo Sovrano…

Ab imo pectore

Pubblicato: 30 aprile 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Image converted using ifftoanyMilano sta diventando un hub della conoscenza e della creatività (Corriere della Sera). A Milano un hub per accogliere famiglie sfrattate (La Repubblica). La Prefettura di Roma cerca una struttura con funzione di hub (Il Messaggero). La Borsa internazionale della cultura di Torino vuol essere l’hub delle grandi mostre (La Stampa). A Pompei, l’hub ferroviario non è in discussione (Il Mattino).

Sarebbe “uno hub” e “lo hub”, ma lasciamo perdere. Il punto è che i media italiani vanno pazzi per hub, che tutti pronunciano ab. Perché allora non scrivere ab, e basta? Oppure perché non scrivere e dire semplicemente perno, centro, fulcro, polo?

airline of the year

Fonte: en.wikipedia.org, 28 Apr 2017

Quasi tutte le compagnie aeree che negli ultimi quindici anni compaiono al top della classifica di Skytrax sono aziende statali o para-statali: vedi Figura.

Com’è noto, io ho un’opinione tutta mia di queste classificone internazionali – su qualunque argomento – e sono abituato ad accoglierle cum grano salis. Ma siccome esse sono universalmente molto rinomate e venerate, siamo autorizzati a sospettare che un’aerolinea, per essere reputata ottima, debba essere sostenuta dai soldi dei contribuenti.

E forse è vero, visto che il trasporto aereo è un business tanto rischioso quanto aprire un nuovo ristorante: «Vuoi diventare milionario? Parti da miliardario e fonda una compagnia aerea», ebbe a dire Richard Branson, che se ne intende.

Se Paesi come Qatar, Singapore, Emirati Arabi Uniti o Thailandia, in grande spolvero e crescita rampante ma in ogni caso con Pil che vanno da un quinto a un mezzo del nostro, tengono in piedi pregiate compagnie di bandiera, non potremmo anche a noi farci un pensierino, restando per il momento l’Italia ancora tra le prime cinque destinazioni turistiche al mondo?

PS: Già prevedo le obiezioni.

Quella del liberista de noantri: «Lasciamola fallire, ‘sta  sanguisuga di denaro pubblico!» Ci sarebbe molta parte di ragione in questa invettiva, se non provenisse da gente secondo la quale lo Stato dovrebbe impicciarsi di tutto, dalla spazzatura al diritto al suicidio al salvataggio della sua banca quando essa sta fallendo, e che con 9 probabilità su 10 è un evasore dell’Iva, dell’Irpef o di qualche altra imposta o tassa.

Quella del frequent flyer: «Al diavolo questo baraccone di paraculi ipersindacalizzati che non sorridono mai!». Gli utilizzatori sono sempre ipercritici nei confronti delle compagnie dei loro Paesi, figuriamoci gli italiani! Il frequent flyer de noantri, poi, spiccica un basic e incomprensibile pidgin English: non sarebbe in grado di polemizzare con un officer di Thai o Lufthansa (né ne capisce il body language), mentre è prodigo di rimbrotti col connazionale al terminale del gate, che oltretutto vorrebbe eternamente sorridente – immemore del fatto che anche quelli che ci stanno pigliando per i fondelli, sorridono.

Noio voulevòn savuàr (2)

Pubblicato: 24 aprile 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Ma, dico, uno che sappia pronunciare “Le Pen” (e parlo del Le, non del Pen), non esiste proprio?

Certo, non potrebbe essere una di quelle che seguono la haute coutoure, né uno di quelli che degustano il crou nella floute o ascoltano la ouvertoure… Però almeno uno straccio di Generazione Erasmus, dài! O un corrispondente radio-tv di quelli da anni a Parigi a consumar note-spesa…

No? Nessuno?

Mannaggia!

1412260231_bufalaTra poco uscirà il conteggio internazionale sui titoli di studio di terzo livello, e tutti i nostri media faranno circolare il solito comunicato stampa: «Italia cenerentola in Europa per numero di laureati», che diventerà luogo comune per un anno.

Ma è una distorsione della realtà.

In Inghilterra, Irlanda, Finlandia, Norvegia, Australia o Francia ci si può laureare elettricista, capomastro, programmatore software o ragioniere anche a 18 anni (più spesso 19).

In quasi tutta l’Ocse, infatti, la formazione professionale superiore (vocational tertiary education) è in stadio molto avanzato. In Italia, invece, siamo in ritardo: gli Istituti Tecnici Superiori esistono, ma non sono molto frequentati, non so se per colpa loro o per disinformazione della potenziale utenza.

E’ un peccato per l’Italia: la società moderna ha un grande bisogno di super-periti, e la formazione universitaria classica non riesce a rispondere a questo bisogno, se non stravolgendo i programmi e la stessa propria funzione, che non dovrebbe essere banalmente professionalizzante.

Ed ecco così che, in lingua italiana, il concetto evocato da “laureato” non coincide con quello del cuoco o dell’idraulico, cosa che invece avviene nelle statistiche internazionali. Statistiche dalle quali, semmai, emerge che l’Italia ha relativamente molti laureati “normali”, forse troppi rispetto alla sua scarsità di grandi imprese disposte ad ingaggiare architetti, avvocati, giornalisti e biologi.

Dunque, i comunicati stampa che verranno presto diffusi attestano l’incompetenza e la sciatteria del nostro sistema mediatico. La notizia sarebbe: «Italia sempre tra gli ultimi per la formazione professionale superiore e tra i primi per la produzione di laureati ordinari in parte destinati alla disoccupazione».  E darebbe luogo a un dibattito finalmente informato e forse utile intorno al triste problema della disoccupazione giovanile.

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Non passa giorno senza che io senta dire da radio o tv di primaria importanza nazionale, nei dibattiti ma anche nelle news, che «centomila giovani lasciano l’Italia ogni anno» oppure «ogni anno centomila laureati fuggono».

Queste fantasiose notizie si sono installate solidamente nei nostri media a causa di un diffuso fraintendimento dei imagescomunicati stampa Istat che, poiché contengono dei numeri, nessuno capisce. Appena pubblicati, vengono trasformati in fuffa.

Andiamo dunque a vedere Istat, 6 dicembre 2016, Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente.

Vi leggeremo che nel 2015, ossia l’ultimo periodo relativamente al quale si hanno dati stabili, emigrarono 102mila cittadini italiani (e ne immigrarono 25mila, insieme a 255mila stranieri regolari). Degli emigrati italiani, 23mila erano laureati (ne sforniamo circa 250mila nuovi ogni anno). Vediamo inoltre che 30mila di quegli espatriati (nei quali però credo siano contati anche i nati all’estero con cittadinanza italiana) avevano meno di 25 anni, ossia l’equivalente di due ragazzi ogni mille che ci sono in Italia.

In un’altra fonte (Fondazione Migrantes citata dal Corriere della Sera) reperiamo, con beneficio di inventario perché trattasi di fonte indiretta, il dato degli emigrati con un’età compresa tra i 18 e i 34 anni, che nel 2015 sarebbero stati 39mila, ossia quattro ogni mille italiani di quella età.

Insomma, non «centomila» giovani, bensì 40mila. Non «centomila laureati» bensì 23mila. E’ importante? Naturalmente no, visto che, da noi, l’aritmetica è comunque un’opinione.

Poteva mancare il Sole 24Ore nel grande coro provinciale e mammistico dei “talenti in fuga”? Certo che no, dal momento che ne fu uno degli inauguratori con la sua radio, da anni ammorbata da una trasmissione stralunata sul tema. Ed ecco in febbraio 2017 l’articolo Quanto guadagnano in più i laureati fuggiti dall’Italia?

figuraIl mammismo è già nel titolo. Il presupposto del pezzo è che i laureati che vanno all’estero siano necessariamente “in fuga”. Ossia: se Google o IBM mi assumono e mi mandano a Mountain View, a Zurigo o a Singapore, oppure se vado a fare il dottorato in biotech a La Jolla o in informatica a Urbana-Champaign o in sociologia a SciencesPo, sto scappando da qualcosa. E se Donnarumma fosse ingaggiato dal Real Madrid o dai cinesi con 100 milioni di stipendio, sarebbe anch’egli un talento in fuga.

D’altro canto è pur vero che, come abbiamo sempre ripetuto qui e come chiunque comprende, in una società gerontocratica e con poche imprese grandi, i laureati vanno incontro a difficoltà di occupazione e a sotto-occupazione. Non sarebbe perciò strano se essi emigrassero in gran numero. Invece, come abbiamo sempre notato e come conferma lo stesso paper citato dall’articolo, i laureati italiani emigrano sorprendentemente poco: «the share of graduates who leave the country (2.4 per cent) is remarkably low» (pag. 14). L’annotazione sfugge all’articolista del Sole, che ovviamente non ha letto il paper.

Si noti che il dato numerico colto da questi ricercatori sostanzialmente coincide con quello che si reperisce in [Franzoni C., Scellato G., Stephan P., Foreign Born Scientists: Mobility Patterns for Sixteen Countries, Nature Biotechnology, 30(12):1250-1253, 2012], che abbiamo spesso citato e dal quale è tratta la figura qui sopra, in quanto i due lavori si riferiscono all’incirca al medesimo intervallo temporale, il 2011. (Secondo le stime più recenti, la percentuale dei nostri laureati che espatriano appare oggi più che raddoppiata, e forse quadruplicata nel 2015: ma, coerentemente con i trend della globalizzazione, essa è cresciuta anche negli altri Paesi, come Francia, Gran Bretagna, Germania, per non parlare di Olanda o Danimarca).

E’ interessante notare come il paper citato dall’articolo dia, della scarsa propensione all’emigrazione dei “talenti” italiani, le stesse spiegazioni che abbiamo sempre dato noi, ossia il mammismo/familismo e la scarsa conoscenza dell’inglese: «We would like to especially highlight two hurdles that are prominent in the Italian case: on the one hand, the knowledge of foreign languages, which is remarkably weak among Italian students; on the other, the ‘social costs’ of migration, which are likely to be higher in a familistic society like Italy» (pag 14).

E poi c’è il provincialismo. L’articolo del 24Ore poggia interamente sui dati concernenti la sola Italia: la mondializzazione lo elude del tutto e, per lui, i laureati “fuggono” solo dall’Italia. Abbiamo spiegato sino alla noia, quanto siano “in fuga” anche i talenti altrui: non lo abbiamo fatto attraverso aneddoti derivati da conversazioni occasionali, bensì studiando le fonti.

Ma il Sole 24Ore – forse perché piagato dal brain drain – le fonti non le conosce e quando per caso incoccia in una la stravolge, come ha fatto in questo articolo, e pensa che a emigrare siano solo gli italiani. Chissà se sa leggere almeno le figure colorate… Se sì, potrebbe guardare quella qui sopra: essa riguarda solo i ricercatori, dunque non comprende gli young professionals (che sono più numerosi, come migranti, dei primi), ma ci dà un’idea. Scorretela, e vedete quanti talenti erano “in fuga” nel 2012 dall’Italia e da alcuni altri Paesi.

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Sovranità limitata

Pubblicato: 31 gennaio 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo

p-t-the-people«Il popolo è sovrano» è una formula spesso grossolanamente fraintesa: chiara ai più, è invece intrigante e sottile per i pochi che ci riflettano sopra. E infatti la misteriosa sovranità popolare è dibattuta sin dagli albori della democrazia moderna.

Ad esempio i Padri costituenti Usa, autori nel Settecento della prima Carta costituzionale contemporanea, discussero a lungo se il Presidente federale dovesse essere eletto dagli Stati, dai cittadini o da rappresentanti di questi.

Irresoluti, optarono per una formula intermedia e bizzarra, quella degli Electors (noti come Grandi Elettori qui da noi). Da allora, i cittadini Usa non votano direttamente il candidato Presidente, bensì un intermediario, l’Elettore, che si occuperà, se crede, di riflettere col suo voto quella intenzione: la Costituzione federale non lo impegna a votare in assonanza col voto popolare.

Quanto all’assetto istituzionale italiano, il popolo è «sovrano» in un senso il cui limite si comprende già all’art. 1 della Carta: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

In pratica, il popolo italiano (a) elegge il Parlamento, (b) partecipa a qualche referendum abrogativo (ma non su temi sensibili come il fisco o i trattati internazionali), e (c) può presentare proposte di legge come qualunque singolo parlamentare. Basta.

costituzioneGoverno e Parlamento, invece, possono, chessò, raddoppiare le tasse, dichiarare una guerra, instaurare la pena di morte, sopprimere il Servizio Sanitario Nazionale, cambiare legge elettorale, variare la Costituzione (col 66%), e molto altro ancora, senza mai sentire il popolo.

Tanta era la fiducia che i Padri costituenti italiani riponevano in quei popoli «sovrani» che avevano acclamato Mussolini nelle piazze e fatto del partito Nazista il più grande di Germania già nel 1933, con regolari elezioni.

Il popolo, dunque, non è poi così sovrano. E per fortuna.

Nelle stragrande parte delle democrazie o monarchie costituzionali contemporanee, e particolarmente nei grandi paesi, il popolo è solo una componente del bilanciere complessivo, e vi si ricorre raramente perché, trattandosi di democrazie rappresentative, sono gli eletti e i loro delegati a occuparsi di gestire il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario.

Il populismo è l’orientamento politico che pretende di accentuare a dismisura il potere, vero o presunto, del popolo, sottovalutando gli altri poteri presenti nel bilanciere, e accentuando la cosiddetta volontà popolare. La volontà popolare, però, non è univoca: alle elezioni politiche, per esempio, essa esprime sempre una pluralità di tendenze; e anche in un voto sì/no come un referendum, essa è frazionata in due parti. E la parte perdente non è spazzatura, vuoto a perdere: in democrazia, contano anche le minoranze.

Dunque, il populismo è quasi sempre ingannevole, sia perché pretende di rappresentare una volontà che invece è plurale, sia perché non di rado attribuisce alla volontà popolare molti dei desideri del populista di turno.

Insomma:we-the-people

(1) in democrazia, non è “il popolo” che comanda, bensì un complesso sistema di intelligenze collettive, pesi e contrappesi;

(2) democrazia non è banalmente sinonimo di suffragio universale. Non è “vera democrazia” solo il voto popolare, come usa ripetere oggi da più parti: è vera democrazia anche un atto parlamentare, o una decisione della Corte Costituzionale, o la sentenza di un tribunale;

(3) il popolo non ha sempre ragione.

 

 

jeanneEssendo uno dei forse cinquanta individui in tutto il mondo che l’hanno letto integralmente, vorrei commentare brevemente il rapporto Oxfam Un’economia per il 99%.

Era certo che il Rapporto avrebbe raggiunto i media di tutto il mondo, essendo stato diffuso a mezzo di un annuncio molto pop e impressionante per il pubblico digiuno di nozioni economiche: Gates, Zuckerberg e altri sei omologhi sono più ricchi del 50% dell’umanità tutta intera.

Io condivido quasi tutte le convinzioni di Oxfam in materia: le dinamiche di reddito e ricchezza sono distorte in questi anni; il mercato non ha sempre ragione; il PIL è una metrica povera; e il turbocapitalismo spregiudicato è odioso. La “Economia umana” di Oxfam è, se non una gran novità, una proposta per me molto buona.

Purtroppo, il Rapporto di Oxfam sembra ignorare che il reddito e la ricchezza sono sempre stati distribuzioni esponenziali, come Pareto ha mostrato già un secolo fa: una minoranza di persone hanno sempre e dovunque posseduto la maggior parte della ricchezza, per diverse ragioni neanche troppo difficili da comprendere.

Senza questa consapevolezza, non è facile orientarsi nei dati che testimoniano la crescita o meno della “diseguaglianza”. E questo fatto diminuisce assai la forza del Rapporto, almeno agli occhi del lettore scettico e informato.

Ho anche trovato un po’ sgradevole vedere l’autrice in costante ricerca di fonti di dati che potessero confermare le sue tesi, e orientata ad ignorare quelle che potrebbero confutarle.

Inoltre, in punti cruciali – come il fatidico paragrafo sui Magnifici Otto contro gli altri 3.600.000.000 – ella mescola fonti eterogenee di dati (e valute!) nelle stesse formule aritmetiche: in questo modo, si possono al massimo ricavare spunti e ipotesi, non certo risultati scientifici.

Io non credo nell’analisi  economica neutrale. Tuttavia, per me, quando ci si mette di buzzo buono (50 pagine) per dimostrare una tesi o sostenere una causa, si suonerà più credibili se si cerca di confutare tesi discordanti e credenze opposte a quelle che si intende propugnare e dimostrare vere.

Credo che un rapporto come questo di Oxfam, con la risonanza di cui gode, costituisca un progetto nobile e utile. E’ proprio per questo che l’avrei preferito rigoroso e non vacuamente pop.

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Continua senza posa la lagna che vuole gli italiani tutti “giovani talenti” in fuga da un Paese maledetto. I commentatori sono alla voluttuosa ricerca di numeri che confortino quella tesi preconcetta, senza riguardo alcuno per quelli che potrebbero confutarla.

Consultando i quotidiani europei, scoprirebbero che ovunque si pensa che i propri giovani siano in fuga e siano i più bravi: ecco infatti i cerveaux en fuite, la fuga de cerebros, il brain drain tedesco e quello britannico. E poi gli assalti a Erasmus, le multinazionali in espansione, i soggiorni a Londra, sport internazionale e non solo italiano, come dolentemente e piagnosamente si crede nel Belpaese.

Se prendiamo OECD International Migration Outlook 2016, esso ci dice che l’emigrazione di italiani (il 70% senza neppure un diploma, e solo un terzo giovani, anche se, nei grandi numeri, sicuramente si nasconde anche un brain drain) è raddoppiata nel periodo 2010-2014. Ma se continuiamo nello stesso file PDF, leggiamo che l’anno scorso, per dire, olandesi e danesi sono espatriati quattro volte più noi e gli svedesi il doppio. E se sapessimo un po’ di francese, constateremmo che il saldo negativo tra rientri ed espatrii di francesi è raddoppiato in un decennio.

Negli anni Ottanta è esplosa la globalizzazione, e i flussi di tutto, persone incluse, salgono da allora esponenzialmente. Gli italiani sono nel trend come altri europei, con poche varianti (difficile rientrare per carenza di multinazionali e vigente gerontocrazia; pochi “talenti” stranieri in ingresso; crisi economica peggiore qui) e con un po’ di mobilità in meno, dati l’inglese scarso e il famoso mammismo (misurabile già ben prima della crisi).

Il trend essendo esponenziale, ciò che ieri è raddoppiato domani potrebbe triplicare: frigneremo più forte, o tenteremo di capire meglio la società?