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Mary Tsingou circa 1955

“Every writer creates his own precursors,” said Borges. And it doesn’t just happen in art: it also happens in science.

In the field of nonlinearity, known in popular literature by the ambiguous term ‘complexity’, almost no one noticed the scope of Poincaré’s work on the three-body problem until after Lorenz in 1963. And prior to the advent of ‘chaos theory’ in 1977, the Fermi – Pasta – Ulam problem was not out of the circles of super experts.

The extent of nonlinearity in the natural sciences could not be discovered without computers: Poincaré himself, at the end of the nineteenth century, was perplexed by his results and could not go further because of the inhuman implied calculation effort. The encounter between computers and natural sciences was provoked by Enrico Fermi in the early fifties.

To explore his visions, he did not struggle to involve Stan Ulam, a brilliant Polish mathematician and polymath who like Fermi emigrated to America due to racial laws, and John Pasta, a physicist in his thirties who was becoming one of the pioneers of computer science under the guide of giants like Nick Metropolis, the man who at Fermi’s hint created the Montecarlo Method and the architect of the MANIAC computer, conceived with John von Neumann.

The Fermi / Pasta / Ulam paradox was being born, as the result of a computer-simulated mechanical experiment poised to keep physicists busy for over half a century.

The simulation was made possible by a program written in machine language for the MANIAC by Mary Tsingou, a mathematics graduate student who, like many young women since the Manhattan Project in 1943-45, had been hired in Los Alamos as a computer (sic) herself.

In 1953, however, the computer had also become available in the form of an automaton, no longer only a girl, and a young woman willingly took on the task of instructing him to simulate a physics experiment.

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This is the flow chart, i.e. the algorithm of the program. Most likely mainly a Pasta creation, its development is sure to have had Tsingou deeply involved. So how come her name disappeared from all subsequent mentions of the crucial experiment?

The internal report of the Los Alamos Laboratory says that it was “written by Fermi, Pasta, and Ulam” on the basis of a work done by “Fermi, Pasta, Ulam, and Tsingou” (E. Fermi, J. Pasta, and S. Ulam, ‘Studies of the Nonlinear Problems’, I, Los Alamos Report LA-1940, 1955).

That is, Mary Tsingou had not participated in the drafting of the report and this caused her name to disappear from the authors of the experiment in the subsequent citations in the scientific literature.

Had the report not just been filed internally to the Lab, but published in a scientific journal, something which was never done because Fermi died in November 1954, Tsingou would have been given the usual citation credits. Coding the first computer program ever that simulates a physics experiment is not a triviality. It wouldn’t be today.

The boys’ invasion

Tsingou’s name was revived in 2008 by French physicist Thierry Dauxois in ‘Fermi, Pasta, Ulam and a mysterious lady‘ in Physics Today. She did graduate in Ann Arbor and went on to work as a programmer for the government and the military, including assisting John von Neumann in a study and becoming one of the earliest FORTRAN virtuosos. She reportedly lives in Los Alamos today.

From the beginning of computing until well into the 1980s, women filled a higher proportion of programming jobs than today. Very early on, like post-war times at Los Alamos, they were often preferred for coding jobs because it was believed that a meticulous mentality was required and this was supposed to be a female’s specialty.

Getty imagesIn the United States, by 1960 more than one in four programmers were women and by 1983, 37 percent of all students graduating with degrees in computer and information sciences were female. This was the historical peak though.

Early forms of personal computing were emerging, and they were used almost exclusively by boys. The Commodore and TRS wiz-kids started flocking to Computer Science 101 classes and in ten years the percentage of women in computing degrees was down to 28 percent. It has kept going down ever since and we are down to about 18% today in the US.

This has turned computing and the IT industry in general into an all-male business, although it looks like it is less due to women’s disaffection than the mighty influx of men.

It is believed that to increase gender diversity in information technology, remedies include giving computer devices and game consoles to girls as well instead of just boys, and inserting as many female board members and executives as possible in IT enterprises.

lupo-mannaro

Ho l’impressione, fondata sulle conoscenze quantitative attuali e contrastante con la vulgata corrente, che la catastrofe sia avvenuta in Lombardia perché il SARS-Cov-2 ha attaccato più lì che altrove.

La Lombardia è accusata dalla vulgata di non aver agito come il virtuoso Veneto. Il Veneto ha in effetti fatto tutto molto bene. Però non sappiamo come gli sarebbe andata se fosse stato aggredito con la medesima virulenza e negli stessi tempi.

Mi spiego

Ammiravo il professor Crisanti quando nessuno, salvo qualche giornale regionale veneto, ne aveva ancora mai parlato. Chi progettava la app Immuni può testimoniare che il 20 marzo raccomandai loro di sentirlo come consulente.

Crisanti e Zaia (che, particolare forse non secondario, è laureato in Scienze della Produzione Animale) hanno fatto bene. Io ritengo Crisanti forse il più competente esperto che abbiamo tra quelli apparsi in pubblico e vorrei che fosse consulente del Governo.

Però dai numeri sembra proprio che la Lombardia sia stata attaccata in modo molto più severo di ogni altra regione.

La stessa cosa è successa, per dire, a New York City, a Madrid, al Belgio o a Londra, con esiti analoghi (RSA comprese): non so se si possa, per ognuna di queste regioni, affidarsi alla stoltezza degli amministratori come spiegazione.

Questo è ciò che sa fare un tifoso o un politicante, non un analista. (Io detestavo il Celeste i suoi accoliti ciellini, e mi faccio beffe dei leghisti. Ma mi piace guardare ai problemi senza il piglio del partigiano, fin dove possibile).

Davvero crediamo che i virus si propaghino in modo uniforme e armonioso sui territori fin dall’inizio?

 

Allora ascoltiamo gli esperti della Fondazione Bruno Kessler, secondo i quali in Lombardia “l’epidemia è iniziata con largo anticipo rispetto alle altre regioni e ben prima che ce ne potessimo accorgere“.

Infatti, quando Mattia andò al Pronto Soccorso la prima volta, il 15 febbraio, il tasso effettivo di riproduzione del contagio R(t) non solo era già poco sotto il 4 in Lombardia, ma aveva anche subìto una prima impennata a fine gennaio:

R

Inoltre, in Lombardia la magnitudine dell’attacco si è combinata anche con la sua qualità: un paziente è andato a contaminare un intero ospedale, dal 15 febbraio in avanti.

E’ stato un errore non chiudere quell’ospedale, come invece Crisanti/Zaia fecero a Schiavonia dopo il primo morto (non il primo infetto)?

Può darsi. Ma non abbiamo evidenze per fornire adesso risposte certe. E non so se le avessero, allora, i dirigenti della Lombardia.

Secondo il professor Palù (2 aprile), meglio si sarebbe fatto a tenere gli infettivi a Codogno per evitare di spargerli in Lombardia: “La scelta della Lombardia di trasferire i malati dall’ospedale di Codogno, che era il primo focolaio, ad altre strutture della regione, si è rivelata infelice“.

Ma forse il suo pensiero non è stato riferito con precisione dal Corriere.

Già nei primi giorni, infatti, circa l’11% dei Casi lombardi cadevano in cure intensive: i 19 pazienti Covid intubati del 24 febbraio, per dire, non potevano certo stare in un piccolo ospedale – che di posti in intensiva ne ha uno o due – o aspettare che ne sorgesse uno da campo a Codogno. Per loro fortuna (l’ottanta per cento sopravviverà) erano stati inviati al San Matteo di Pavia e al Sacco di Milano.

Poiché non si conoscevano né il virus né le terapie, se anche tutti quei pazienti fossero rimasti a casa, curati con l’assistenza territoriale, ce ne sarebbe sempre stato come minimo un 25% (dato veneto del 24 marzo, forse anche superiore in febbraio…) che necessitava di ricovero ospedaliero. Ossia, le folle in ospedale si sarebbero comunque verificate, e tutti quei pazienti non potevano restare a Codogno.

Non ho ancora visto fonti autorevoli esprimersi pubblicamente su questo punto, con dei dati alla mano.

Posso solo darvi un numero come paletto di riferimento: il 28 febbraio, i Covid lombardi in terapia intensiva erano già 47, e raddoppiavano ogni 60 ore. E fino ad allora, come vedete dalla Figura qui sotto, addirittura era più probabile in Veneto che non in Lombardia, finire intubati se malati di Covid-19 (mia grafica su dati tratti da qui):

chart vl

Molte persone non capiscono i processi esponenziali, a volte anche scienziati se non del settore fisico/matematico. I giornalisti, poi, non ne sanno nulla.

E purtroppo sul tema ho finora letto risposte “certe” solo nel data journalism sciattone stile Gabanelli, ascoltando il quale apprendereste che il wifi e il 5G uccidono, il vaccino contro il Papilloma virus fa male, le fragole-pesce esistono e Antonio Di Pietro aveva 45 case – che però erano particelle catastali.

Insomma non sappiamo se la sorte della Lombardia sarebbe stata un’altra se essa si fosse comportata diversamente quando il 20 febbraio, a Codogno, Mattia fu attestato malato Covid19.

E andiamo oltre.

Curare invece di ricoverare

Uno potrebbe argomentare così: anche se c’erano molti più casi in Lombardia, si può supporre che, salvaguardando al massimo gli ospedali e relegando da qualche parte, al limite a casa, i pazienti paucisintomatici e facendoli curare al telefono, si sarebbe ridotto di molto il numero di quelli che finivano in Intensiva, e quindi alla lunga i morti.

Intanto, rammentiamo che anche in Veneto almeno un quarto dei sintomatici andavano in ospedale e che, di questi, almeno uno su dieci veniva intubato fino al 20 febbraio. (Durante l’intera crisi fino al 20 maggio, il Veneto ha ospedalizzato circa 5mila pazenti Covid19: una massa pari grosso modo a un terzo dei posti letto totali. Chi sopravaluta le cure territoriali, dimentica che il numero dei ricoverati è comunque grande e che se gli infetti fossero stati il quintuplo, come in Lombardia, il sistema sanitario veneto sarebbe stato messo a repentaglio).

Poi, e più importante, nessuno ha ancora dimostrato che fosse possibile mitigare gli esiti della malattia nelle persone con comorbilità (il 97% dei morti ne avevano almeno una e l’83% ne avevano due), né che lo sia ora.

Ne è noto come le si sarebbe dovute curare a casa. (Dove comunque, sia detto per completezza, esse infettano i conviventi. “Cure territoriali” non significa, come si crede in Italia, essere curati a casa dal MMG: significa relegare gli infetti in apposite strutture / lazzaretti, come facevano in Cina).

Tantomeno era noto due mesi fa.

C’erano messaggi cinesi utili, ma erano lettere al Direttore (nella fattispecie Nature, Letter to the Editor, e peraltro solo uno studio sugli animali) e comunque non so se li avessero consultati, il 20 febbraio, i medici italiani.

Cosa si può somministrare, a casa o in lazzaretto, a un paucisintomatico Covid19, magari vecchio, cardiopatico e con insufficienza renale cronica, per evitargli di morire presto?

Al Sant’Orsola di Bologna, ossia non gli ultimi arrivati, e anche altrove, ancora a fine maggio si crede nella idrossiclorochina associata agli antibiotici. Fra non molto forse vedremo al lavoro i ‘lazzaretti’ (predisposti da fine marzo anche in Lombardia) con somministrazioni di quei farmaci ai pazienti leggeri, nella speranza di ridurre significativamente l’accesso all’intubazione. Speriamo!

Ma la cosa è discussa nella letteratura scientifica ‘di guerra’: vedi ad esempio Barbosa et al. sul New England Journal of Medicine, o Molina et al. o Chen et al o la meta-analisi assai negativa di Lancet del 22 maggio. Attenzione: forse io, che di medicina so nulla, fraintendo la negatività di questi studi, e forse sto sottovalutando quelli incoraggianti, anche se sono meno recenti e sono stati molto criticati dal mainstream.

Forse. Ma sta di fatto che il consenso scientifico non c’è, come confermato ancora il 12 maggio da Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani di Roma, in un’intervista dal vivo a RAI Radio Anch’io alle ore 07:50.

Del resto, ancora ai primi di aprile, a Hong Kong e Singapore, due paesi allora “vincenti” sul coronavirus, i pazienti infetti venivano ospedalizzati – e i rispettivi contatti relegati a casa con braccialetti GPS.

Dunque: nessuno mi ha ancora dimostrato che

1) chiudendo l’ospedale di Codogno il 20 febbraio la Lombardia avrebbe avuto un decorso di lutti paragonabile a quello del Veneto, né che
(2) isolando in un lazzaretto (o addirittura a casa) i pazienti paucisintomatici e facendo prescrizioni al telefono con al più qualche rara visita da parte di Unità Speciali di Continuità Assistenziale (strumento ancora in sviluppo), si possano limitare le morti.

Ciò che poi conta per gli scopi della presente discussione, è che di sicuro (1) e (2) non erano dimostrati il 20 febbraio 2020.

Le dimensioni contano

In ogni caso, se anche un giorno (1) e (2) venissero dimostrati, ricordiamo che

i Casi Confermati in Lombardia (un proxy di quelli effettivi) sono sempre stati da 3 a 6 volte quelli veneti, e tuttora sono, cumulativamente, il quadruplo.

Questo potrebbe essere un ‘gatto che si morde la coda’… Ma se non altro, è scientificamente noto.

Lo si desume ad esempio dalle seguenti due Figure, che sono rispettivamente la 2 e la 6 di Epidemiological characteristics of COVID-19 cases in Italy and estimates of the reproductive numbers one month into the epidemic, medRxiv):

2nd paper

bis

E, ricordate: tutto si gioca durante l’assalto esponenziale iniziale, incomprensibile ai commentatori della vulgata.

(Guardate l’andamento di R prima del 20 febbraio).

Non vi stupirà, dunque, apprendere che il 21 maggio alle 18:40, su Sky News, il prof Carlo La Vecchia, ordinario di Statistica medica alla Statale MI e uno studioso con un h-index pari a 169 su Scholar, ha detto:

L’impatto è stato molto più violento in Lombardia. […] Si può praticamente dire che ci siano state ‘tre epidemie’ in Italia: quella in Est-Lombardia e provincia di Piacenza; quella nel resto della Lombardia; e quella nel resto d’Italia

Dunque, noi a rigore non sappiamo se, quand’anche si fosse chiuso Codogno e si fossero lasciati un sacco di persone a casa con ipotetiche cure ‘territoriali’, gli esiti lombardi sabbero stati così felici come quelli veneti.

Con il quadruplo dei contagiati, e un processo esponenziale (o ‘cubico’, come dicono i pignoli) in corso fino a marzo inoltrato, forse i numeri dei morti nelle due regioni si sarebbero comunque divaricati di molto. Non lo sappiamo. Non lo sa nessuno.

E andiamo oltre.

Come mai proprio a Milano nessuna catastrofe?

Quando guardai i dati l’ultima volta durante il lockdown, 26 aprile 2020, la provincia di Milano era la 22ma in Italia per numero di Casi Confermati sul numero degli abitanti (i Casi Confermati sono molti meno di quelli effettivi, ma sono pur sempre un proxy col quale possiamo fino a un certo punto confrontare i territori tra loro).

Milano veniva dopo tutte le province lombarde tranne Monza e Como e, per dire, anche dopo Aosta, Pesaro Urbino, Trento, nonché quasi tutte le province piemontesi.

La stragrande parte dei morti per abitante, in Lombardia sono stati a BG, BS, CR, LO. I pazienti di queste province sono stati massicciamente curati anche a Milano e Pavia. Le altre province sono state lasciate certo non indenni, ma molto molto meno colpite di quelle quattro là.

Secondo voi qual era la principale possibile vittima di un’epidemia in Lombardia, se non l’area urbana più popolosa e con la più fitta e frequentata rete di trasporto pubblico, ossia Milano con il suo hinterland?

Eppure lì a Milano e Monza-Brianza è successo ben poco rispetto alle province orientali. La provincia di MI ha avuto, per ogni mille abitanti, la metà dei casi di BG e un terzo di quelli di CR.

Questo potrebbe essere un ulteriore indizio del fatto che forse la ragione della tragedia lombarda è da ricercare nella magnitudine e nella qualità (vedi sopra) dell’attacco del SARS-CoV-2, piuttosto che nelle decisioni prese sul campo dalla Regione e dal Governo?

Ossia: se le decisioni, la ospedalizzazione in primis, fossero state radicalmente sbagliate, si può pensare che il riflesso sarebbe stato pesantissimo in tutta la Regione, o quantomeno a Milano.

Semmai, se errori acclarati ci sono stati, questi sarebbero quelli di carattere locale, verosimilmente a BG, BS e CR, la cui responsabilità è ancora da accertare. (Secondo alcuni esperti, come l’immunoinfettivologo dell’Umberto I Francesco Le Foche, invece, la sola partita Atalanta-Valencia potrebbe essere stato un episodio super-diffusore fatale. E questa tesi risuona col famoso Paziente 31 sudcoreano, il superspreader che provocò 5mila contagi).

Questi ipotetici errori sembrerebbero doversi ricondurre in gran parte al mancato lockdown severo e tempestivo nelle province di BG e BS ai tempi di Codogno. Non ho capito se ciò sarebbe da imputare principalmente alle Autorità lombarde o a quelle romane.

Di sicuro, ricordo i violenti e scomposti attacchi, intorno al 27 febbraio, da parte sia del senatore Salvini sia di Confindustria, che pretendevano si rimuovesse il lockdown di Lodi perché comprometteva le filiere produttive: un Governo di Larghe Intese avrebbe dovuto provvedervi…

Ne fui molto colpito perché in quei giorni io, invece, ero intento a pensare quali competenze si potessero mobilitare per ridurre al minimo l’inevitabile impatto del lockdown sulle catene del valore lombarde. Pensavo a business schools, think tanks, associazioni imprenditoriali.

Fui pertanto molto deluso nel constatare che la principale di queste ultime non aveva altro da dire che “riaprite subito”.

Mi apparve evidente che Confindustria non aveva ancora capito nulla del pericolo che stavamo correndo.

Sono dunque incline a ritenere che se errori ci furono in Est Lombardia, le responsabilità vadano forse condivise tra più enti.

In conclusione

Insomma, tentennamenti e incertezze nella gestione dei blocchi possono aver influito sulle conseguenze della Covid19 in Est Lombardia. Ma tentennamenti e incertezze ci sono stati in tutta Italia, mentre le conseguenze di gran lunga più tragiche si sono verificate in Lombardia.

Perché? Verosimilmente, perché il SARS-Cov-2 ha attaccato più lì che altrove.

 

Può darsi che un giorno si trovi una spiegazione diversa. Oggi, tuttavia, essa mi è sconosciuta. Se qualcuno di voi la conosce, nel senso che può documentarla credibilmente e non con aneddoti o corbellerie giornalistiche, lo faccia.

POSCRITTO: No cherry-picking, please

 

Mi viene segnalata una relazione della Direttrice regionale Prevenzione del Veneto, Francesca Russo, che, alla data del 26 aprile, in una presentazione pubblica al fianco del Governatore Zaia, vanta i risultati della sua regione rispetto alla Lombardia.

Tale relazione sottace la portata del fenomeno nelle due regioni, e le evidenze empiriche da me sopra citate.

Un esempio: Russo sostiene che il Veneto sarebbe “partito in svantaggio, perché tra il 24 febbraio e il 2 marzo i casi sono aumentati di 8,5 volte passando da 32 a 271, mentre in Lombardia sono cresciuti di 6,5 volte, lievitando da 166 a 1077“.

Questa affermazione è curiosa:

(1)

Intanto, la storia del Coronavirus in Italia non inizia certo il 24 febbraio.

Riandiamo a Epidemiological characteristics of COVID-19 cases in Italy and estimates of the reproductive numbers one month into the epidemic  e ricordiamoci, ricordandolo anche alla dottoressa Russo, come il virus abbia galoppato in modi ben diversi nelle due regioni, già dal 28 gennaio al 6 febbraio, con tassi di riproduzione ben diversi (ahimé, ancora gli esponenziali…)

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(2)

A Francesca Russo sembra mancare un importante pezzo della storia Coronavirus in Italia. Oppure forse ha inteso scegliere una specifica finestra temporale che potesse servire a illustrare meglio la sua opinione? Ma in questo caso ha sbagliato, perché se la sua osservazione circa il trend in quei 9 giorni è corretta (stiamo entrambi usando la stessa fonte), essa omette di ricordare i valori assoluti in gioco. Eccoli:

Casi

Per farvi un’immagine più dettagliata di quanto già illustrato più sopra, guardatevi la chart delle settimane che vanno da quella citata da Russo fino al lockdown nazionale:

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Ricordate? L’incidenza del virus in Lombardia si è sempre mantenuta da 3 a 6 volte superiore a quella veneta, fin da epoche precedenti a quella richiamata da Russo. Queste charts che Russo ci induce a riesumare, non fanno che confermare l’asserto già assodato sopra mediante fonti più autorevoli delle nostre.

Se tutto ciò non convince la dottoressa Russo, essa potrà forse valutare il parere del prof. La Vecchia, dei cui titoli diciamo sopra, o di Stefano Merler, modellista matematico ed epidemiologo della Fondazione Bruno Kessler, i quali entrambi ci assicurano (vide supra) che in Lombardia “l’epidemia è iniziata con largo anticipo rispetto alle altre regioni e ben prima che ce ne potessimo accorgere”. e che è stata di qualità e intensità diversa da quella nazionale.

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Ho già rivelato da tempo la mia ammirazione per il coraggio e la spregiudicatezza di Milena Gabanelli, qualità rare da coltivare facendo il giornalista.

Purtroppo, non è che ci prenda sempre. Leggendo le sue inchieste o guardandole in tv, già dovemmo apprendere con orrore corbellerie quali il wifi che uccide, la malignità del vaccino contro il Papilloma virus, l’esistenza delle fragole-pesce, e le 56 (o giù di lì) case di Antonio Di Pietro che in realtà si rivelarono poi essere particelle catastali.

Il difetto di Gabanelli è la sua spiccata propensione verso il giornalismo a tesi.

Il coltivare una tesi preconcetta è allo stesso tempo un dovere e un rischio del giornalismo di inchiesta: un rischio che bisognerebbe imparare a mitigare. Per questo, sulla porta della sala Stampa Estera di non so più quale istituzione a Washington DC campeggia la scritta (ironica, Milena: ironica!)

Dear God, never let the facts get in the way of a good story!

Non è per forza una cattiva idea il partire con una tesi, un’ipotesi di lavoro. Succede spessissimo, nessuno di noi è neutrale. Anche lo scienziato parte con un’idea in mente. Ma allora, poi, la nostra inchiesta deve spietatamente cercare e poi vagliare fatti e ipotesi che a quella tesi potrebbero opporsi.

Poniamo ti venga il sospetto che il Presidente dell’OMS sia un burattino nelle mani della Cina e che come tale abbia malignamente orientato la sua istituzione durante la crisi Coronavirus.

Non è un’idea straordinariamente originale, il 10 maggio 2020, visto che se ne parla da mesi e in modo particolarmente insistente da quando, settimane addietro, Donald Trump ha cominciato a incolpare Cina ed OMS del disastro in corso negli Usa.

Diciamo che a me, per dire, sarebbe saltato in mente semmai di mostrare vero il contrario della litania che sento sui media da un mese, e di vedere se per caso è l’OMS non sia andata poi così malaccio e che la catastrofe Usa sia stata causata solo dalla testardaggine di DJT.

Se debbo dar retta al Guardian, che fra l’altro ha il merito di non aver lardellato l’articolo di figure sguaiatamente colorate e grafica tutta funzionale a una sola tesi, in buona sostanza

«La stessa decisione di dichiarare una pandemia il 13 marzo – una distinzione ampiamente retorica, dal momento che chiamare una PHEIC [la Public Health Emergency of International Concern annunciata il 30 gennaio, NdT] richiede già ai membri dell’OMS di rispondere – era mirata a dare la sveglia agli stati membri. Nel Regno Unito la Premier League stava ancora giocando, e la settimana precedente gli Stati Uniti avevano tenuto le Primarie.

“Hanno dichiarato la pandemia perché i paesi non stavano seguendo il consiglio”, ci dice Adam Kamradt-Scott, professore di salute globale all’Università di Sydney. […] I paesi hanno ripetutamente ignorato i consigli dell’OMS”»

Tesi riecheggiata da un’inchiesta del New York Times, il quale sostiene che l’OMS ha ammonito sul coronavirus presto e spesso, e conclude che

“Con informazioni limitate e rapidamente mutevoli, l’OMS ha mostrato una determinazione precoce e coerente nel trattare il nuovo contagio come quella minaccia che sarebbe diventata e nel persuadere gli altri a fare lo stesso. Allo stesso tempo, l’organizzazione ha ripetutamente elogiato la Cina, agendo e parlando con la cautela politica che scaturisce dall’essere un braccio delle Nazioni Unite, con poche risorse proprie, incapace di svolgere il proprio lavoro senza cooperazione internazionale.”

Ma supponiamo che Donald Trump ti abbia instillato il sospetto che queste siano solo tiritere da Dem e che Tedros Adhanom Ghebreyesus sia un burattino cinese e tu voglia confermarlo o smentirlo.

Che fai? Sentirai anche qualcuno che non aderisce a quella tesi? Cercherai, nei fatti e non solo nelle chiacchiere mediatiche (specie se pretendi di occuparti di data journalism) indizi che quella tesi sembrano smentire o ridimensionare? Studierai le analisi di chi propugna una tesi opposta?

Ebbene, Milena Gabanelli (e Simona Ravizza) non ha fatto nulla di tutto ciò. Si è limitata a collezionare il maggior numero possibile di indizi che potessero confermare la sua tesi preconcetta.

Per esempio

  • imputa ad Adhanom Ghebreyesus di avere dichiarato la PHEIC “solo il 30 gennaio, quando i contagi ufficiali sono già 7.836 e 18 i paesi coinvolti“. Perché solo? Quando avrebbe Gabanelli o gli esperti da lei intervistati, ammesso che ve ne siano stati, chiamato la PHEIC?
  • interpreta come sudditanza gli elogi rivolti da Adhanom Ghebreyesus alla Cina, circa la rapidità e l’efficacia di questa nel reagire all’epidemia.
    Eppure a noi, pur consapevoli delle limitazioni cui vanno soggette le informazioni provenienti da una società non democratica, la rapidità e l’efficacia cinesi sono apparse evidenti, e stridenti con le interminabili e fatali esitazioni di Francia, UK o USA. Anche il Guardian e il NY Times la pensano così.
  • Omette di dire che l’azione di Adhanom Ghebreyesus, che è un microbiologo, come Ministro della salute in Etiopia ottenne significativi riconoscimenti internazionali (per esempio nel 2011 dalla Yale School of Public Health)
  • Omette di precisare che l’accusa di “aver insabbiato tre epidemie di colera” in Etiopia – ripetuta più volte da Gabanelli – gli fu elevata solo nel 2017 da un consulente di David Nabarro, il candidato avverso a Adhanom Ghebreyesus per la direzione dell’OMS
  • Spende una grossa fetta dell’inchiesta per illustrare la  preponderanza cinese in Etiopia (arcinota da un quarto di secolo), per corroborare la teoria secondo la quale il presidente OMS etiope è se non suddito almeno obbligato a eterna riconoscenza alla Cina
  • Definisce, come Trump, la OMS “una agenzia ONU a guida cinese” quando gli stessi dati da Gabanelli maldestramente riportati mostrano che la stragrande parte dei supporter e contribuenti dell’OMS sono americani, inglesi, tedeschi e giapponesi…
  • Non ha letto é il Guardian né il New York Times,
  • Non cita alcuna fonte che non sia preconcettualmente ostile alla leadership dell’OMS
  • Cosa forse peggiore di tutte, Milena Gabanelli è probabilmente ignara del rapporto col quale il Global Preparedness Monitoring Board organizzato da OMS e Banca Mondiale ammoniva, nel settembre 2019, della costante minaccia di “veloci pandemie di patogeni respiratori fatali“. Cara Gabanelli…

 

Insomma, giornalismo d’inchiesta de noantri, per palati molto semplici. Assai al di sotto del livello consueto.

 

 

Minima moralia: combinato disposto

Pubblicato: 24 aprile 2020 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo, Scienza

combination(1)Scrivendo al giornale, qualcuno si lamenta della pomposa espressione ‘il combinato disposto’, che, sostiene, meglio sarebbe sostituita da ‘la combinazione’ e basta.

Ha ragione.

Anche se a me dànno più fastidio al fine (invece di per) e altresì (invece di anche e a volte invece di oppure), che dominano sovrani ogni volta che non dico un politico o un avvocato, ma anche un italiano qualsiasi predispone un avviso condominiale. Prescriverei le nerbate in piazza..

Il lettore sbaglia solo nel dire che il combinato disposto sia di origine burocratica. In realtà, esso ha qualche fondamento nella logica matematica.

Chi dice combinato disposto, in Diritto o in Politica, intende alludere alla complessità che nasce dal considerare non solo in quanti modi posso raggruppare a gruppi di k un numero pari di oggetti n, bensì anche la disposizione che i singoli oggetti assumono nei gruppi.

Questa l’intenzione iniziale. Naturalmente, il giorno successivo sarà sùbito nato l’abuso da parte di che vuol solo mettere un po’ di latinorum nei suoi poveri concetti da babbeo.

The fog of war

Pubblicato: 10 aprile 2020 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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Lt Hanson - Army Tigers

Nella nebbia della guerra, ci difettano informazioni sulle nostre forze così come su quelle del nemico, del quale fatichiamo inoltre a capire le intenzioni.

Per quaranta pagine della Certosa di Parma,  Fabrizio del Dongo vaga nel campo di battaglia di Waterloo, e non ci capisce nulla. Ma sono spesso confusi anche coloro che possono vedere le cose dall’alto. Canne, Balaclava, Little Big Horn, le Ardenne, Pearl Harbour: tutti esempi di sotto o sopravalutazioni, disinformazione, cattive valutazioni, inaffidabilità dei dati.

Mentre scrivo, nessuno sa davvero come stanno le cose. Non il medico nel reparto ospedaliero. Non il ricercatore in laboratorio. Non il modellista matematico. Qualcuno, probabilmente, sta formulando proprio adesso le domande che un giorno si riveleranno essere quelle giuste: ma non sappiamo esattamente chi sia.

Qualcuno deve prendere decisioni stando dentro questa incertezza: il politico. A costui dobbiamo rispetto. E tanto più, quanto maggiori sono il nostro carico cognitivo e la nostra disponibilità informativa, perché questi ci fanno apprezzare l’incertezza e la complessità della situazione.

PS: Per costruirvi qualche opinione, io vi suggerisco di seguire

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Bisognava seguire i moniti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sui rischi delle pandemie, moniti che pervenivano sotto forma di report annuali ricorrenti.

Non si trattava di spendere fantastiliardi o configurare le “terapie intensive” come se stesse sempre per arrivare l’Attacco degli Zombie (cosa insensata ed economicamente insostenibile).

Occorreva metter su un’infrastruttura ad hoc con un primo livello di monitoraggio e allarme, e un secondo più corposo di prima risposta, in grado di attivarsi nello spazio di una settimana.

Invece a me pare di capire che avessimo pochissimo del primo e nulla del secondo. Per esempio, i casi, ancora non è noto quanto numerosi ma sicuramente avvenuti, di troppe e strane polmoniti interstiziali bilaterali già in gennaio (se non addirittura in dicembre), avrebbero meritato, fusi ad altre informazioni (come minimo, l’allarme Cina-OMS del 31.12.2019), la dignità di allarme anziché di curiosità aneddotica.

Amen. Ma, benché già grave, tutto ciò non è ancora nulla. Abbiamo infatti avuto una seconda chance.

Tutti, anche i non addetti ai lavori, intorno a Capodanno ormai sapevano che disastro fosse in corso in Cina: lo si vedeva in tv. Questa consapevolezza avrebbe dovuto fare le veci della sostanziale mancanza di un sistema di monitoraggio e allerta: avrebbe dovuto indurci ad attuare la prima risposta.

Ossia, nei primi giorni di gennaio avremmo potuto e dovuto:

  • predisporre la catena di comando e controllo in caso di crisi sanitaria pandemica, compresa la stesura delle bozze di decreti di legge e simili, la nomina di Commissari e consulenti, eccetera
  • cominciare a chiedere alle Regioni di potenziare le unità di Terapia Intensiva, sulla scorta quantomeno delle esperienze in corso negli ospedali di Wuhan (se non dell’ammonizione annuale dell’OMS circa il rischio di eventuali “veloci pandemie di patogeni respiratorii letali”)
  • predisporre un piano di allocazione dei pazienti infettivi che sarebbero esplosi se la pandemia ci avesse attaccato
  • revisionare la mappa di tutte le strutture sanitarie, dai medici di famiglia a quelle ospedaliere di vario livello ai ricoveri per pazienti a bassa morbilità, a quelli per anziani ecc.
  • iniziare a revisionare le filiere di approvvigionamento e produzione del materiale di protezione individuale che si sarebbe potuto rendere necessario al personale ospedaliero, a quello delle comunità assistenziali, ai medici di famiglia
  • idem per le attrezzature mediche utili in caso di epidemia di un patogeno respiratorio letale (vedi qui pag. 5), come respiratori, ventilatori, saturimetri, ecc le cose che i medici conoscono bene
  • avviare un’infrastruttura di monitoraggio di massa, come
      • predisporre dei siti di test nel territorio e criteri di campionamento (che ancora non vedo oggi!!)
      • procurarsi un’apposita App da distribuire a tutti per risalire più facilmente ai contatti dei contagiati scoperti
      • monitorare e tracciare scuole, carceri, RSA e comunità chiuse in genere
      • altre cose che io non so dire perché non sono un esperto

Invece, ancora nella settimana del 21 gennaio praticamente tutti, Ministro della Salute in testa e persino la stessa OMS, minimizzavano.

Solo il prof. Burioni e, ne sono certo anche se non posso citarli, altri esperti avvertivano essere il pericolo degno di nota, sebbene senza fornire dati quantitativi e dando l’impressione che comunque fosse al lavoro una rete di monitoraggio e che la prima risposta fosse già in attuazione.

Al 31 gennaio, con la scoperta dei coniugi cinesi contagiati, l’allarme divenne chiaro anche in Italia.

Ma non abbiamo veramente predisposto, se non in parte, le contromisure di cui sopra fino al 20 febbraio quanto a Codogno compare il primo malato. Due mesi di ritardo, di fronte a un fenomeno dalla crescita esponenziale che raddoppiava ogni pochi giorni.

Anzi, ancora oggi non disponiamo di buona parte di quella infrastruttura. No app, no rete per fare i test (salvo qualcosina in Emilia e Veneto), no piano -almeno noto pubblicamente- per la fase successiva al lockdown

Prendersela solo col Governo in carica, anche se in effetti la colpa contingente è sua, è quasi futile. Per molti anni abbiamo ignorato le linee-guida sull’emergenza pandemia. E non erano preparati, per dirne alcuni, neppure Francia, Spagna, Usa e Uk.

I Paesi che hanno fatto seguito ai moniti annuali OMS, come Sud Corea, Singapore, Vietnam e Taiwan (e forse anche Giappone), lo hanno fatto perché avevano visto da vicino la SARS e altre epidemie. In tal modo, essi ci stanno surclassando in fase di risposta a SARS-CoV-2.


POSCRITTO DEL 19 APRILE:

Dopo aver postato quanto sopra, ho letto ciò che gli esperti, prima del nuovo coronavirus, dicevano circa il perché praticamente nessun paese avesse il sistema di risposta che sarebbe stato necessario in caso di pandemia.

La diagnosi era che non era possibile convincere l’opinione pubblica, e quindi la maggior parte delle forze politiche, che si sarebbe dovuta fare una seria prevenzione in quell’area.

Venivano richiamate, ad esempio, le reazioni – dal freddo all’ostile – alla prospettiva di una vaccinazione di massa contro l’influenza A H1N1 del 2009: “soldi buttati via”, il “ministro un burattino nelle mani di BigPharma”, l’orrore del  controllo statale sull’individuo… Stessi discorsi, in tutto il mondo. (Mi hanno fatto ricordare che se ne parlò anche qui).

Poi, ieri, in Tv ho avuto una folgorazione, quando ho visto che si interrogavano i dirigenti della Sanità lombarda e torinese circa la presenza di posti di terapia intensiva approntati in fretta e furia nelle fiere e altri edifici pubblici, nei quali non ci sono pazienti.

In due diversi Tg, l’atteggiamento del giornalista era tra il beffardo e l’inquisitorio, come a dire “E adesso? Così dunque sprecate le donazioni dei cittadini?”.

Attraverso queste vicissitudini mi sono dunque convinto che non saremo mai pronti per una pandemia, anche se una delle prossime potrebbe essere anche peggio di quella di adesso.

#Coronavirus – La crisi è grave

Pubblicato: 7 marzo 2020 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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friexpI ricoverati ospedalieri, inclusi quelli in terapia intensiva, stanno raddoppiando ogni sessanta ore e prima di fine mese saranno dieci volte quelli di adesso. La stessa dinamica osservata a Wuhan.
Dobbiamo rallentare la circolazione del virus, stando in casa ed evitando assembramenti anche piccoli. Le Autorità, oltre a ingaggiare nuovo personale medico più rapidamente e a proteggere meglio quello esistente, devono cooptare con ogni mezzo i relativi distretti industriali per produrre i farmaci e le attrezzature che non stiamo riuscendo a procurare attraverso i canali di acquisto. Entro due settimane.
Altrimenti (1) il sistema sanitario padano si inginocchierà a fine marzo, coi letti nei palasport e nelle scuole e il personale stremato e largamente insufficiente. (2) Entro un mese esploderanno i morti non-Covid privati di accesso alle cure (infarti, ictus, traumi). (3) In due mesi l’intero S.S.N. territoriale italiano sarà distrutto e quasi nessuno avrà più accesso a cure mediche di alcun genere.

PREGO FATE CIRCOLARE QUESTE INFORMAZIONI AD AMICI GIORNALISTI, POLITICI, DIRIGENTI P.A.

durante la sua intera esistenza, un’auto a benzina media emette nell’aria, per ogni passeggero trasportato al Km, 234 grammi di CO2

l’aereo Boeing 737 Legacy  ne emette 170

la metropolitana BART di San Francisco ne emette 125

(altro…)

Anche in ARERA, nessun orgoglio professionale, nessuna dignitosa pulsione a fare della propria giornata lavorativa qualcosa di sensato anziché una sequela di gesti che i chatbot potrebbero fare prima e meglio, come infatti accadrà.

(altro…)

Union of Concerned ScientistsLa parola d’ordine dev’essere PRAGMATISMO.

Non è vero che per frenare il riscaldamento globale dovremmo cambiare radicalmente il nostro stile di vita.

Quello che dobbiamo fare è alla nostra portata, ed è scritto nei rapporti elaborati dal Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici: entro undici anni dovremmo ridurre della metà le emissioni di CO2, metano e N2O (più alcuni altri gas) rispetto a i livelli del 2017, e poi portarle a zero entro altri trenta anni.

Ciò si ottiene (1) utilizzando principalmente (non esclusivamente) sistemi energetici a basse emissioni di carbonio, come quelli basati su energia eolica, solare, geotermica, nucleare, idroelettrica, ecc; (2) modificando alcune politiche agroalimentari e di allevamento; (3) catturando CO2 nell’atmosfera e pompandola sottoterra o modificandola per renderla inoffensiva.

Un approccio pragmatico è di gran lunga preferibile a un approccio radicale. Gli approcci radicali e ideologici provocano aspre reazioni popolari, manicheismo, discussioni politiche senza fine e in definitiva inazione.

E un approccio pragmatico consiste nel focalizzare l’attenzione innanzitutto sugli aspetti più rilevanti del problema:

(A) Assistiamo a estenuanti discussioni, nei media e in politica, su auto elettriche e edifici intelligenti. Ma il grosso del problema è altrove. Il 70% delle emissioni di gas serra sono dovute a (a) produzione di energia elettrica, (b) agricoltura, allevamento, silvicoltura e altri usi del suolo, (c) produzione industriale. Concentriamoci su questi primi, entro il 2030, con magari un focus meno ossessivo sui trasporti (14% delle emissioni), edifici (6%) e altre fonti (10%).

(B) Sette paesi più l’UE generano due terzi delle emissioni da combustibili fossili. Sembra ovvio che gli sforzi politici dovrebbero concentrarsi soprattutto lì, con un’attenzione minore agli altri 200 paesi.

(C) L’industria è responsabile del 25% delle emissioni totali di gas serra. Addirittura, 90 imprese sembrano aver prodotto da sole il 63% di CO2 e metano introdotti dalle attività umane nell’atmosfera dal 1854 al 2010. Si tratta di 50 aziende di proprietà di investitori privati, 31 società di proprietà statale, e 9 stati-nazione: tutti producono petrolio, gas naturale, carbone e cemento. L’autore dello studio ha osservato che i massimi dirigenti di tutte queste entità occuperebbero solo un paio di autobus se si riunissero per parlarne…

Ancora pragmatismo. Prendiamo i Gilet Gialli, partiti dalla protesta per un piccolo aumento del prezzo della benzina. I governanti saggi sanno che, se si vuole introdurre una tassa per motivi ecologici, occorre abbassare approssimativamente di un importo uguale alcune altre tasse sulle stesse coorti di cittadini .

A volte si può evitare del tutto la tassa ecologica: ad esempio, riducendo il limite di velocità del 10% si otterrebbe una discesa esponenziale delle emissioni. Si potrebbe anche, e forse è questa la singola misura più utile, incentivare le persone a sbarazzarsi di quel 25% di veicoli a motore che producono due terzi delle emissioni.

Oppure si può combinare le tre misure, la tassa, il limite di velocità, gli incentivi, per raggiungere un obiettivo globale. Sembrano, sono, cose facili da fare. E senza dare la stura a grandi dibattiti sul futuro della civiltà.

E non è che un esempio. Un pragmatismo simile può essere adottato sulla produzione di carne e quella di oli alimentari, sulle fonti rinnovabili di energia, o su incentivi economici per la “decarbonizzazione”.

La roboante retorica di una revisione apocalittica dello stile di vita, in Occidente o in Oriente, può essere utile per attirare l’attenzione sul problema e in qualche modo utile per fissare obiettivi molto generali, identificando le forze politiche in gioco. Ma per quanto riguarda il da farsi, le risposte sono davanti al nostro naso e alla portata.

Mi accorgo che molti non sanno nulla del riscaldamento globale. La questione è in realtà alquanto semplice da spiegare.

La temperatura della superficie terrestre ha attraversato numerose altalene. Da alcuni decenni, però, l’evidenza paleoclimatica indica che l’aumento di temperatura in atto adesso è circa dieci volte più rapido della velocità media dei riscaldamenti avvenuti alla fine delle ultime sette ere glaciali.

gton30A ciò si è aggiunta l’osservazione di un veloce e, nell’intensità, inedito aumento della presenza di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera.

Proprio da queste due principali constatazioni partì la discussione scientifica sul riscaldamento globale in atto, con controversie che si sono spente all’incirca dopo il 2005. I negazionisti, oggi, fanno ancora circolare le tesi degli studiosi che 25-30 anni fa non erano d’accordo sull’origine antropica del riscaldamento globale. E quelle tesi erano rispettabilissime allora. Ma sono state in seguito confutate e superate.

La famosa CO2 c’entra per la ragione seguente. I “gas serra” abilitano la nostra vita sul pianeta. Senza di loro, la radiazione solare terrebbe la temperatura media della superficie terrestre a soli -18°C; sono invece proprio i gas serra a impedire alla gran parte del calore di venire riflessa verso lo spazio, e così quella temperatura sta intorno ai +15°.

Ossia: minuscole e pressoché invisibili molecole di vapor acqueo (soprattutto) e di gas, come il CO2, consentono la presenza dell’uomo sulla Terra.

Purtroppo, da molti decenni questo provvidenziale effetto serra si è guastato per via di extra emissioni di alcune di quelle molecole, specie CO2, metano ed N2O, causate da deforestazione, agricoltura, allevamento e soprattutto combustione di carbone e petrolio.

Con appena un terzo di quelle molecole gassose in più, l’effetto serra ha accelerato in modo abnorme e sta scaldando troppo la superficie terrestre, soprattutto dal 1975-1980 in avanti.

fiat-panda-4x4-noleggio-a-lungo-termine-728x452L’Automobile Club tedesco, Adac, ha da poco pubblicato i risultati dei suoi test ecologici sui modelli di auto 2018, test che si spingono molto più in profondo, quanto a cura e precisione, rispetto ai formalismi delle classificazioni “Euro”, per conseguire le quali bastano prove di laboratorio senza connotati di praticità stradale.

Le cinque stelle ecologiche Adac sono state ottenute da sette modelli di auto, tutte elettriche tranne una: la Panda 0.9 Twinair Natural Power. La Panda bifuel gas/benzina è davanti, per dire, a Tesla Model X, Jaguar iPace e Toyota Yaris Hybrid.

La classifica di Adac infatti si sforza di prendere in considerazione la globalità dei fattori: di un veicolo elettrico, per esempio, stima anche gli inquinanti emessi dai camini delle remote centrali elettriche che lo ricaricheranno. (La stessa cosa fa il Governo di Singapore da qualche anno, per calcolare ecotasse e incentivi sul parco circolante).

Il problema climatico (NB: un caso particolare del problema ecologico) si affronta seriamente innanzitutto con soluzioni tattiche e pragmatiche, implementabili qui e ora, che devono certo poggiare su visioni strategiche di fondo ma contenere tanta risolutezza e poco latinorum.

Dunque, non «modificare entro il 2060 la matrice energetica del pianeta» o «convertirsi a un nuovo modello di sviluppo» o «Milano zero emissioni nel 2030» (tutte chiacchiere destinate a essere disattese) o premiare ciecamente solo i veicoli elettrici: bensì operare chirurgicamente azioni mirate e sùbito utili.

Gli interventi sui divieti di circolazione operati a fine 2018 da alcune regioni italiane del nord vanno bene, anche se dovrebbero essere più severi (perché libera circolazione agli ecologicamente orribili furgoni commerciali?) e accompagnati da incentivi più allettanti.

E bene le ecotasse e gli incentivi attuati in questi giorni dal Governo: ma perché non c’è la Panda bifuel?

E cosa aspettiamo a ridurre un poco i limiti di velocità (con conseguente risparmio ecologico più che proporzionale), come si sta facendo in tutti i paesi avanzati?

E magari a installare un paio di impianti nucleari EPR nei prossimi dieci anni, dopo esserci sbarazzati degli assurdi vincoli indotti da quel grullissimo referendum populista?

Luoghi comuni, oltre il PIL

Pubblicato: 11 dicembre 2018 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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Joe Stiglitz torna sulla, a mio parere urgente, questione dell’andare oltre il PIL, ma lo fa senza lasciare veramente il segno. e limtandosi ad autocitarsi, da trombone qual è diventato.

Così già fu in passato, quando il presidente Sarkozy lo cooptò nella commissione divenuta poi nota come Stiglitz-Sen-Fitoussi, con l’incarico di mettere a punto metriche e linee-guida per aiutare il governo francese e poi il mondo ad andare oltre la semplicistica rilevazione del PIL per misurare il progresso.

E’ un tema di cui si parla da mezzo secolo, dopo un famoso discorso di Bob Kennedy. Ma non se ne esce. Perché? Perché, come temo di avere ripetuto qui già parecchie volte, la qualità della vita è un concetto politico, fortemente influenzato dalle condizioni sociali di chi ne parla. Non è lo stesso per tutti. Non può essere stabilito in modo dirigista da un’Autorità superiore.

L’aria pulita è un valore fondamentale e primario per società sviluppate e ricche, ma non importante per i paesi emergenti poveri. La qualità del sistema universitario è importante per le famiglie che potranno usufruirne ma non conta un fico secco per l’autista peruviano di Amazon, schiavo immigrato. Trasporto pubblico e piste ciclabili sono valori onorati nelle classifiche dei magazines, ma irrilevanti per ci viaggia con lo chauffeur o per i gilet jaunes.

E così via per ogni criterio che possiamo farci venire in mente e scrivere sui libroni dell’Ocse e dell’Onu.

Quindi, per andare oltre il PIL il mondo (Ocse, Onu, FMI, World Bank, ecc.) dovrebbe intanto concordare una serie di parametri (e qui già abbiamo molto materiale). Poi, ogni paese, ogni anno, dovrebbe assegnare pesi a ciascun parametro di questo tipo per ottenere il proprio NuovoPIL annuale. Servirebbe un consenso globale sia sui metodi per misurare i parametri, sia sulla elasticità concessa nell’attribuzione dei pesi: e questa è la parte difficile.

A fine di ogni anno, potremmo vedere il progresso di ogni paese e del mondo misurato con un solo indice normalizzato, come il PIL. Sarebbe bello. E utile, per orientare le azioni future e smetterla di parlare soltanto di ragioneria.

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Ancora nessuno che, dopo l’uscita del grande scienziato politico Beppe Grillo, si prenda la briga di “studiare” almeno con Google la famosa questione del sorteggio dei parlamentari!

Scoprirebbero che sul tema ci sono importantissime opere italiane da citare.

Per esempio e per restare al presente, Democrazia a Sorte. Ovvero la sorte della democrazia (Malcor D’ Edizione 2012), di M. Caserta, C. Garofalo, A. Pluchino, A. Rapisarda, S. Spagano.

Opera (basata su un precedente lavoro scientifico) che, a differenza di tutte le altre tirate in ballo in questi giorni, non si limita a filosofeggiare ma utilizza anche un modello matematico.

Simulando con agenti un parlamento virtuale, gli autori immaginano di introdurre una componente di deputati selezionati a caso, per sorteggio, tra tutti i cittadini, che faccia da ago della bilancia tra i due schieramenti di maggioranza e minoranza. E ritengono di avere dimostrato che esiste un numero ottimale di questi deputati indipendenti dai partiti in grado di massimizzare l’efficienza del parlamento.

Caserta e Spagano sono economisti; Rapisarda e Pluchino, fisici; Garofalo, sociologo.

Ci sono quaranta celebri pagine nella Chartreuse, in cui Fabrizio del Dongo vaga a lungo per il campo di Waterloo durante la battaglia.

La sua personale esperienza è significativa per lui e per l’economia del romanzo. Ma non è Fabrizio la persona più adatta a decifrare la strategia, e neppure la tattica, degli eserciti sul terreno: egli percepisce solo frammenti e scene isolate, che non gli consentono di ricostruire il senso dell’evento collettivo.

Da qualche decennio, i metodi scientifici applicati alla scienze sociali e umane ci permettono di capire meglio la società.tdbu

Le letture che di essa facciamo tu o io estrapolando le nostre personali microesperienze possono a volte essere anche molto lontane da quel che emerge dopo un’analisi statistica rigorosa, e lo sono spesso quando i fenomeni in osservazione sono complessi o anche solo complicati.

Allo stesso modo, il medico mi è di enorme aiuto, ma non può prescindere dagli studi basati sul metodo scientifico, perché sa che se si basasse solo sulla sua personale esperienza commetterebbe più errori del necessario.

Giornalismo scatenato

Pubblicato: 2 aprile 2018 da Paolo Magrassi in consumatori, Politica e mondo
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civil_screenshot_2.jpg_resized_620_Per il momento mi pare sia sfuggito, al provinciale mondo del giornalismo nostrano, il lancio della piattaforma Civil, un «ecosistema decentralizzato e resistente alla censura per il giornalismo online».

Vi si affaccia anche un approccio nuovo al modello di vendita delle news online: in Civil, esse sono pagate direttamente dal lettore, click dopo click, grazie a un sottostante software di tipo Blockchain.

Io resto con qualche piccolo e sommesso dubbio circa la capacità della tecnologia di sostenere uno sviluppo su larga scala del giornalismo alla Civil.

Ma, perplessità tecniche a parte, da profano mi sembra una bella proposta innovativa per il giornalismo online, che si dibatte tra entrate scarse e fake news imperanti.

Istat da Eurostat

Di fronte agli orribili femminicidi snocciolati dalla cronaca, ci si accappona la pelle e ci convinciamo vieppiù che ogni possibile misura deve essere messa in atto per impedire gesti simili, anche uno solo, in futuro.

In particolare, è assolutamente inaccettabile che una donna possa addirittura caderne vittima dopo che ha sporto tanto di denuncia ai carabinieri.

Non credo, al contempo, che vada sottaciuto il lento progresso che stiamo conseguendo in questo campo. Nell’ultimo quarto di secolo, le donne vittime di omicidio volontario sono calate di un terzo (da 6 a 4 ogni milione) e soprattutto, secondo la Polizia di Stato, negli ultimi dieci anni (2008 – 2017) gli omicidi di donne commessi da partners, ex partners o familiari (i “veri” femminicidi, nel senso primigenio del termine***), sono calati da 150 a 121 per anno. [Calo che si conferma in agosto 2018].

Anche i reati spia del possibile femminicidio, ossia i maltrattamenti in famiglia e gli atti persecutori, sono scesi del 5% nell’ultimo quinquennio (beninteso, attenzione: questi dati sono basati sulle denunce sporte). Unico dato negativo, l’aumento del 5% delle violenze sessuali negli ultimi due anni, commesse peraltro da immigrati in quasi la metà dei casi.

E’ poi infondato il luogo comune che vede l’Italia pervasa da una speciale cultura maschilista che favorirebbe più che altrove il femminicidio. Quella cultura esiste eccome: ma i numeri non confermano affatto il presunto triste primato italiano. Dall’Istat che cita i dati Eurostat (che è la fonte della grafica di cui sopra) apprendiamo che l’Italia nel 2015 era nelle ultime posizioni dell’infamante classifica, preceduta da paesi come Svizzera, Finlandia, Francia, Germania, Olanda e Gran Bretagna.

Né la bassa incidenza italiana né l’apparente calo in atto, devono indurre a compiacimento e rilassatezza.

Inoltre è vero che il femminicidio è un fenomeno culturale ed endemico, che richiede cure profonde e non solo repressione: è solo la punta dell’iceberg di un problema di genere che è in discussione sotto molti aspetti, tutti, a mio avviso, utili e benvenuti (molestie camuffate da corteggiamento; ricatti; lessico maschilista, eccetera).

Ed è vero che “non è normale che sia normale“, ossia che si debba tollerare anche solo un livello “fisiologico” di aggressione alle donne.

Ma è contemporaneamente vero che i giornalisti non dovrebbero taroccare i numeri né inventare fanfaluche pur di prolungare la presenza in prima pagina.

*** La figura soprastante riguarda tutti gli omicidi di donne. Comprende, per dire, anche Mattia Del Zotto che uccide nonna e zia col tallio, o Lea Garofalo, che il marito ‘ndranghetista scioglie nell’acido perché ella voleva confessare la loro vita mafiosa. Questi, e molti altri omicidi volontari di donne, non sono connessi alla condizione femminile o a reazioni belluine degli ex, ma da un po’ di tempo vengono tutti classificati come “femminicidi”.

LGBT a Gaza

Pubblicato: 7 marzo 2018 da Paolo Magrassi in Politica e mondo

Haaretz (in un pezzo che ho incontrato sul Courrier International) ci informa di cosa significhi essere gay a Gaza. Significa temere che Hamas ti scopra anche se hai un’identità fasulla su un social. Significa sognare di andare lontano. Significa, certe volte, pagare migliaia di dollari a una guardia di confine per scappare in Egitto e da lì trovare dei passeur che ti agevolino una chiatta per l’Europa. Significa vivere ancora peggio se, anziché gay, sei lesbica.

Di sicuro i pasdarán antisraeliani ci diranno che quella è mera propaganda sionista -esercitata sul più autorevole organo di stampa del Middle East…

 

Accontentiamoci

Pubblicato: 29 settembre 2017 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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accontentarsi-mai-o-forse-si-L-77UOIoMilena Gabanelli è per me, come per molti altri, una specie di eroina.

Anche gli eroi, beninteso, hanno comunque i loro difetti. Una volta scoprimmo Gabanelli ignara di cosa sia in realtà il PIL. Un’altra, ci toccò di vederla intenta a scagliare il suo Report contro le onde del wifi di casa, che sono pericolose più o meno come i broccoli al vapore.

In questi giorni, sul Corriere, Milena mostra di credere che Amazon sia una libreria online e che l’OCSE sia «finanziato dalla politica americana».

Direte voi: embè? Nessuno nasce imparato, bello mio. O forse è obbligatorio conoscere gli affaracci di Amazon e sapere cos’è l’OCSE? Bè, dico io, se su di loro incentrate un vostro articolo sulla prima pagina del Corriere, sarebbe bello che conosceste qualcosa in merito. O no?

Oggi come oggi, Amazon trae circa il 5% dei propri ricavi dalla vendita di libri. E l’OCSE riceve dai 35 paesi membri un contributo annuale proporzionale alla forza economica di ciascuno di essi.

Ecco così che è finanziata al 20% dagli USA e solo al 7% dalla Germania e 5% dalla Francia: ma vi basta sommare Germania, Francia, Italia e Spagna per ottenere un potere contributivo pari a quello degli USA. E dell’OCSE fanno parte quasi tutti i paesi europei.

E’ dunque avventuroso il sostenere, come fa Milena sul Corriere, che l’OCSE sia teleguidata dagli USA. Oltretutto, l’organizzazione ha sede da sempre in Francia, e da sempre è guidata da europei…

Condivido in toto l’aspirazione di Milena Gabanelli a far pagare le imposte ai bulli tipo Amazon, Apple, Facebook o Google, che, comodamente installati in Lussemburgo e/o in Irlanda, eludono il fisco nel resto d’Europa: sono solo un tantino meno convinto di lei circa le misure da prendere in pratica, poiché ad esempio pondero l’impatto ramificato che potrebbe avere l’istituzione di un’imposta sul fatturato anziché sull’utile.

A me piace il giornalismo d’inchiesta informato e rigoroso, diciamo stile New Yorker. In mancanza di ciò, e considerata la deplorevole condizione del giornalismo d’inchiesta italiano, accetto anche quello un po’ avventato e raffazzonato. Dunque, Gabanelli perdonata, nonostante gli strafalcioni.

apple-measurement-tape-1183767Uno degli scopi di questo blog è di far vedere come il sistema mediatico e quello politico conoscano poco i fenomeni sociali, il che induce ad adottare misure inadeguate allorché si mette mano ai problemi.

Questo è vero anche di questioni che vengono dibattute in modo ricorrente, come i fenomeni migratori, la circolazione dei “talenti“, le compagnie aeree, la disuguaglianza sociale, la ricerca scientifica, la qualità delle Università, la finanza e la “economia reale“, la legge elettorale, la disoccupazione e l’inoccupazione.

In questi giorni, intorno all’1 Maggio, ho sentito ripetere alcune litanie un po’ fruste. Nessun accenno ai fondamenti fattuali, concreti, dai quali occorrerebbe partire per capire.

Ad esempio, intorno alla disoccupazione giovanile, un gravissimo problema sociale, si tende alla farneticazione, senza neppure sapere come i giovani potrebbero formarsi per risultare più appetibili nel mondo del lavoro: vedi la totale confusione che regna, in Italia, intorno ai titoli di studio e alla formazione professionale, un fattore probabilmente molto importante tra i molteplici in gioco.

E’ inoltre circolato ossessivamente, e collegato a quanto sopra, il consueto refrain secondo il quale tantissimi giovani non lasciano la casa dei genitori “perché c’è la crisi“. Si tratta con ogni probabilità di una visione miopica e pregiudiziale.

Infatti le statistiche ufficiali europee indicano già da decenni come i giovani italiani siano, da molto prima della recente crisi economica, tra i meno propensi a lasciare la casa di mammà.

Su questo tema, l’Italia è considerata dagli studiosi una situazione “tipica” dell’Europa mediterranea, dove un 20% di quarantenni erano ancora in casa coi genitori nel 2007 (ossia prima della crisi), rispetto a percentuali insignificanti in Germania (considerata tipica del centro-Europa) o Danimarca (tipica della Scandinavia): vedasi qui, alla FIGURE II.

L’età media europea alla quale i maschi escono dalla casa paterna è stabilmente intorno ai 26,1 anni sin dal 2004 (23,5 in Francia; 23,9 in Germania). Gli italiani, invece, hanno sempre lasciato intorno ai 28,7 anni, per salire a 31 anni nel 2007, quando la crisi economica non era ancora neppure immaginata.

Nel 1992, l’età media al primo matrimonio dei maschi italiani era di 29 anni, già la quarta più alta d’Europa: nel 2002, era salita a 32. Non stupisce pertanto che l’Italia sia in fondo anche alla classifica europea della natalità.

E neppure quest’ultimo dato può essere banalmente spiegato con la crisi economica, che sembra semmai esacerbare un trend sottostante già ben delineato. (Altro fattore in gioco, la relativa carenza, rispetto a molti Paesi avanzati, di infrastrutture di accoglienza per i bambini).

Il calo della natalità è peraltro una tendenza che riguarda da decenni un po’ tutto l’Occidente, e la ricerca intorno alla questione è partita da tempo. In The Prime of Life. A History of Modern Adulthood (2004) lo storico e pedagogista Steven Mintz argomentava che la diminuita fertilità sembra correlarsi con una minore e più lenta propensione a diventare adulti nel mondo opulento. E se questo fattore ha un peso importante, figuriamoci quanto ne avrà in Italia, dove ci si considera “ragazzi” fin oltre i 40 anni…

Occorrerebbe essere, anziché dilettanti come chi scrive, sociologi, politologi ed economisti ben attrezzati, per orientarsi con sicurezza su questi temi. Ora delle due l’una: o questi esperti mancano dalla scena italiana, oppure né i politici né i giornali li interpellano mai…