Archivio per la categoria ‘Politica e mondo’

Ci sono quaranta celebri pagine nella Chartreuse, in cui Fabrizio del Dongo vaga a lungo per il campo di Waterloo durante la battaglia.

La sua personale esperienza è significativa per lui e per l’economia del romanzo. Ma non è Fabrizio la persona più adatta a decifrare la strategia, e neppure la tattica, degli eserciti sul terreno: egli percepisce solo frammenti e scene isolate, che non gli consentono di ricostruire il senso dell’evento collettivo.

Da qualche decennio, i metodi scientifici applicati alla scienze sociali e umane ci permettono di capire meglio la società.tdbu

Le letture che di essa facciamo tu o io estrapolando le nostre personali microesperienze possono a volte essere anche molto lontane da quel che emerge dopo un’analisi statistica rigorosa, e lo sono spesso quando i fenomeni in osservazione sono complessi o anche solo complicati.

Allo stesso modo, il medico mi è di enorme aiuto, ma non può prescindere dagli studi basati sul metodo scientifico, perché sa che se si basasse solo sulla sua personale esperienza commetterebbe più errori del necessario.

Annunci
Maryam-Mirzakhani M. Cook The New Yorker

Maryam Mirzakhani (1977-2017) ritratta da M. Cook sul New Yorker

Tutti i test somministrati a grandi popolazioni di studenti rilevano un vantaggio dei ragazzi sulle ragazze nel campo delle abilità matematiche. (Come del resto se ne rileva uno, maggiore, delle ragazze quanto ad abilità di comprensione dei testi scritti).

Il divario medio è di circa il 10% nei test PISA, che si fa in decine di paesi ai ragazzi di 15 anni, e 6% nei test SAT che si fanno in Usa a quelli di 16-17; qui i maschi fanno meglio delle femmine anche nei test matematici GRE e GMAT, che si somministrano a circa 22 anni, dopo la laurea di primo livello.

Il test SAT è quello di più antico utilizzo, e può essere interessante dare uno sguardo ai risultati di mezzo secolo, come nella Figura sotto, dalla quale si osservano sia la storicità del gap sia il suo lievissimo calo negli ultimi lustri.

Nel 2012 i test PISA, dal canto loro, hanno riscontrato il divario in tutti i paesi tranne Tailandia, Giordania e Malesia; e maggiormente pronunciato in Israele, Italia, Corea, Colombia, Nuova Zelanda, Lussemburgo e Hong Kong. Il PISA mostra anche un accentuarsi del gap tra quei ragazzi, maschi e femmine, che hanno i migliori risultati nei test: i maschi bravi nel test di mate sono molto più bravi delle ragazze brave.

Analizzando i risultati del SAT e accostandoli a quelli scolastici, è stato fatto notare che le ragazze sono peraltro migliori alle scuole superiori, anche in matematica. Tra i ragazzi americani che scelgono matematica per tutti e quattro gli anni delle superiori, le ragazze sono il 53%, contro il 47% dei ragazzi. Inoltre, le ragazze sono anche più presenti nelle classi liceali più avanzate di matematica, 55% a 45%.

satnew

NB: Differenze drammatizzate dalla grafica

Da questa constatazione, ossia che le ragazze americane vadana meglio a scuola in matematica ma figurino del 6% sotto nei test SAT, sembra di potersi congetturare che le femmine, pur partendo, da adolescienti, lievemente meno dotate dei maschi in matematica, sopperiscano allo handicap con l’impegno e lo studio.

Questo modo di ragionare, che a me sembra corretto, nel 2005 costò il rettorato di Harvard a Larry Summers, sbranato da famelici branchi di luogocomunologi e politicorretti in sèguito a un suo intellettualmente provocante speech di apertura dell’anno accademico.

Più civilmente, alcune studiose (da allora, i ricercatori uomini si guardano bene dall’occuparsi del tema) si sono messe alla ricerca di quali possano essere le ragioni del -vero o presunto- gender gap in matematica, e la teoria più seria della quale io sia a conoscenza sostiene che durante la somministrazione di qualsiasi test le ragazze sono meno competitive dei maschi (cosa che anche noi qui abbiamo congetturato in passato. Come del resto abbiamo, qualche volta, avvertito della potenziale fragilità dei classificoni globali tipo PISA). Quella teoria tuttavia non spiega come mai le ragazze stravincano i test in dominii diversi dalla matematica…

Comunque, supponendo per un attimo, come sembrerebbe lecito fare, che il gender gap adolescenziale sia oggettivo, una domanda che può sorgere è: potremmo noi usarlo per spiegare l’inesistenza di una grande tradizione di donne matematiche? No, o meglio non ancora, ammesso che mai sia possibile.

Per cominciare, i genii che cambiano il corso di una disciplina scientifica non vengono fuori dai grandi numeri. Poi, e soprattutto, la tradizione al femminile, come in moltissimi altri campi, è troppo più breve di quella maschile. In epoche neanche tanto lontane, le donne-scienziato erano ridotte addirittura a pubblicare sotto pseudonimi maschili, e ancora nel secondo Dopoguerra grandi ricercatrici come Lise MeitnerRosalind Franklin furono trattate da subalterne, pur avendo collaborato alla pari con uomini ai quali invece andò il Nobel.

Insomma, per millenni le donne scienziato sono state una rarità: impossibile adesso paragonare i due generi nel campo della produzione o dell’attitudine  scientifica o matematica.

Solo nell’ultimo mezzo secolo questo stato di cose ha cominciato a mutare e, specie nei Paesi in cui le scuole superiori di matematica sono più forti, come Usa Francia Russia Uk e Giappone, le ragazze hanno cominciato a dedicarsi anche alla matematica. E’ in questo senso che potremmo cominciare ad aspettarci prima o poi qualche risultato di massa al femminile, per vedere se le apparenti evidenze PISA/SAT trovano un riscontro nei dati dei top performers adulti.

Dal 2003 a oggi sono stati concessi 18 Premi Abel: nessuno è andato a una donna. Ma sono andati a gente avanti negli anni, che non fanno testo perché le radici dei loro successi affondano in un’epoca nella quale le donne erano sottorappresentate in matematica. (NB: le donne sono ancora oggi sottorappresentate come professori ordinari e direttori di dipartimento, ma qui stiamo parlando di eccellenza scientifica, non di carriere, dirigenza, eccetera, che sono tutt’altra faccenda).

Dal 2002 sono state assegnate 16 Medaglie Fields, che vanno solo a studiosi sotto i 40 anni di età. Una donna ha ricevuto questo riconoscimento nel 2014: l’iraniana Maryam Mirzakhani, professoressa prima a Princeton e poi a Stanford, purtroppo scomparsa nel 2017 proprio a 40 anni. Vedremo adesso, nel 2018, e successivamente nel 2022 e così via (la Fields si assegna ogni quattro anni), se si trattò di una fluttuazione statistica o se si affaccia una tendenza al femminile in matematica d’altissimo bordo. Sappiamo anche, da corrispondenze supposte riservate e tuttavia rivelate, che nel 1958 un’altra donna fu candidata alla Fields: quella stessa Olga Ladyzhenskaya che dopo molti anni vincerà, unica femmina, la prestigiosa Medaglia d’Oro Lomonosov.

Insomma, le donne sono ancora una piccola minoranza nell’élite della matematica. E forse questo stato di cose, ammesso che possa cambiare, non muterà ancora per qualche decennio, visto che ancora oggi, secondo uno studio Usa su dati 2015, nelle scuole superiori di matematica i maschi sono il 50% in più delle femmine.

Bigots.jpgE le masse critiche contano: per emergere in una comunità prevalentemente maschile, ed emergere al punto da essere votati per ricevere il premio più importante al mondo, forse è più utile essere maschi.

Dobbiamo dare tempo al tempo, forse una cinquantina d’anni, per capire se davvero le donne siano un pochino meno brave in matematica, come oggi sembra. Non mi pare, in ogni caso, un problema grave, intorno al quale imbastire feroci faide e tessere gomitoli di bigotteria.

 

Giornalismo scatenato

Pubblicato: 2 aprile 2018 da Paolo Magrassi in consumatori, Politica e mondo
Tag:, ,

civil_screenshot_2.jpg_resized_620_Per il momento mi pare sia sfuggito, al provinciale mondo del giornalismo nostrano, il lancio della piattaforma Civil, un «ecosistema decentralizzato e resistente alla censura per il giornalismo online».

Vi si affaccia anche un approccio nuovo al modello di vendita delle news online: in Civil, esse sono pagate direttamente dal lettore, click dopo click, grazie a un sottostante software di tipo Blockchain.

Io resto con qualche piccolo e sommesso dubbio circa la capacità della tecnologia di sostenere uno sviluppo su larga scala del giornalismo alla Civil.

Ma, perplessità tecniche a parte, da profano mi sembra una bella proposta innovativa per il giornalismo online, che si dibatte tra entrate scarse e fake news imperanti.

Femicides Europe

Di fronte agli orribili femminicidi snocciolati dalla cronaca, ci si accappona la pelle e ci convinciamo vieppiù che ogni possibile misura deve essere messa in atto per impedire gesti simili, anche uno solo, in futuro.

In particolare, è assolutamente inaccettabile che una donna possa addirittura caderne vittima dopo che ha sporto tanto di denuncia ai carabinieri.

Non credo, al contempo, che vada sottaciuto il lento progresso che stiamo conseguendo in questo campo. Secondo la Polizia di Stato, negli ultimi dieci anni (2008 – 2017) gli omicidi di donne commessi da partners, ex partners o familiari, sono calati da 150 a 121 per anno.

Anche i reati spia del possibile femminicidio, ossia i maltrattamenti in famiglia e gli atti persecutori, sono scesi del 5% nell’ultimo quinquennio (beninteso, attenzione: questi dati sono basati sulle denunce sporte). Unico dato negativo, l’aumento del 5% delle violenze sessuali sulle donne (commesse da cittadini italiani per il 60% dei casi) negli ultimi due anni.

E’ poi infondato il luogo comune che vede, come piace fare per esempio alle simpatiche pasdaràn di Ventisettesima Ora, l’Italia pervasa da una speciale cultura maschilista che favorirebbe più che altrove il femminicidio. Quella cultura esiste eccome: ma i numeri non confermano affatto il presunto triste primato italiano.

Dal think tank Osservatorio Balcani e Caucaso (che è la fonte della grafica di cui sopra) apprendiamo che l’Italia nel 2015 era nelle ultime posizioni dell’infamante classifica, preceduta da paesi come Svizzera, Finlandia, Francia, Germania, Olanda e Gran Bretagna (femminicidi ogni 100mila donne residenti, 2015).

Nè la bassa incidenza italiana né l’apparente calo in atto, devono assolutamente indurre compiacimento e rilassatezza.

Inoltre è vero che il femminicidio è un fenomeno culturale ed endemico, che richiede cure profonde e non solo repressione: è solo la punta dell’icerberg di un problema di genere che è in discussione sotto molti aspetti, tutti, a mio avviso, utili e benvenuti (molestie camuffate da corteggiamento; ricatti; lessico maschilista, eccetera).

Ma è contemporaneamente vero che i giornalisti non dovrebbero taroccare i numeri né inventare fanfaluche pur di prolungare la presenza in prima pagina. (Come ha fatto di recente Milena Gabanelli, eroina del data journalism de noantri che scivola e casca ogni volta che vede un numero: ha confuso il femminicidio con l’omicidio di donne, e quale fonte si è avvalsa di un sito di anonimi che attingono i dati dagli articoli di giornale…).

LGBT a Gaza

Pubblicato: 7 marzo 2018 da Paolo Magrassi in Politica e mondo

Haaretz (in un pezzo che ho incontrato sul Courrier International) ci informa di cosa significhi essere gay a Gaza. Significa temere che Hamas ti scopra anche se hai un’identità fasulla su un social. Significa sognare di andare lontano. Significa, certe volte, pagare migliaia di dollari a una guardia di confine per scappare in Egitto e da lì trovare dei passeur che ti agevolino una chiatta per l’Europa. Significa vivere ancora peggio se, anziché gay, sei lesbica.

Di sicuro i pasdarán antisraeliani ci diranno che quella è mera propaganda sionista -esercitata sul più autorevole organo di stampa del Middle East…

 

Accontentiamoci

Pubblicato: 29 settembre 2017 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
Tag:, ,

accontentarsi-mai-o-forse-si-L-77UOIoMilena Gabanelli è per me, come per molti altri, una specie di eroina.

Anche gli eroi, beninteso, hanno comunque i loro difetti. Una volta scoprimmo Gabanelli ignara di cosa sia in realtà il PIL. Un’altra, ci toccò di vederla intenta a scagliare il suo Report contro le onde del wifi di casa, che sono pericolose più o meno come i broccoli al vapore.

In questi giorni, sul Corriere, Milena mostra di credere che Amazon sia una libreria online e che l’OCSE sia «finanziato dalla politica americana».

Direte voi: embè? Nessuno nasce imparato, bello mio. O forse è obbligatorio conoscere gli affaracci di Amazon e sapere cos’è l’OCSE? Bè, dico io, se su di loro incentrate un vostro articolo sulla prima pagina del Corriere, sarebbe bello che conosceste qualcosa in merito. O no?

Oggi come oggi, Amazon trae circa il 5% dei propri ricavi dalla vendita di libri. E l’OCSE riceve dai 35 paesi membri un contributo annuale proporzionale alla forza economica di ciascuno di essi.

Ecco così che è finanziata al 20% dagli USA e solo al 7% dalla Germania e 5% dalla Francia: ma vi basta sommare Germania, Francia, Italia e Spagna per ottenere un potere contributivo pari a quello degli USA. E dell’OCSE fanno parte quasi tutti i paesi europei.

E’ dunque avventuroso il sostenere, come fa Milena sul Corriere, che l’OCSE sia teleguidata dagli USA. Oltretutto, l’organizzazione ha sede da sempre in Francia, e da sempre è guidata da europei…

Condivido in toto l’aspirazione di Milena Gabanelli a far pagare le imposte ai bulli tipo Amazon, Apple, Facebook o Google, che, comodamente installati in Lussemburgo e/o in Irlanda, eludono il fisco nel resto d’Europa: sono solo un tantino meno convinto di lei circa le misure da prendere in pratica, poiché ad esempio pondero l’impatto ramificato che potrebbe avere l’istituzione di un’imposta sul fatturato anziché sull’utile.

A me piace il giornalismo d’inchiesta informato e rigoroso, diciamo stile New Yorker. In mancanza di ciò, e considerata la deplorevole condizione del giornalismo d’inchiesta italiano, accetto anche quello un po’ avventato e raffazzonato. Dunque, Gabanelli perdonata, nonostante gli strafalcioni.

apple-measurement-tape-1183767Uno degli scopi di questo blog è di far vedere come il sistema mediatico e quello politico conoscano poco i fenomeni sociali, il che induce ad adottare misure inadeguate allorché si mette mano ai problemi.

Questo è vero anche di questioni che vengono dibattute in modo ricorrente, come i fenomeni migratori, la circolazione dei “talenti“, le compagnie aeree, la disuguaglianza sociale, la ricerca scientifica, la qualità delle Università, la finanza e la “economia reale“, la legge elettorale, la disoccupazione e l’inoccupazione.

In questi giorni, intorno all’1 Maggio, ho sentito ripetere alcune litanie un po’ fruste. Nessun accenno ai fondamenti fattuali, concreti, dai quali occorrerebbe partire per capire.

Ad esempio, intorno alla disoccupazione giovanile, un gravissimo problema sociale, si tende alla farneticazione, senza neppure sapere come i giovani potrebbero formarsi per risultare più appetibili nel mondo del lavoro: vedi la totale confusione che regna, in Italia, intorno ai titoli di studio e alla formazione professionale, un fattore probabilmente molto importante tra i molteplici in gioco.

E’ inoltre circolato ossessivamente, e collegato a quanto sopra, il consueto refrain secondo il quale tantissimi giovani non lasciano la casa dei genitori “perché c’è la crisi“. Si tratta con ogni probabilità di una visione miopica e pregiudiziale.

Infatti le statistiche ufficiali europee indicano già da decenni come i giovani italiani siano, da molto prima della recente crisi economica, tra i meno propensi a lasciare la casa di mammà.

Su questo tema, l’Italia è considerata dagli studiosi una situazione “tipica” dell’Europa mediterranea, dove un 20% di quarantenni erano ancora in casa coi genitori nel 2007 (ossia prima della crisi), rispetto a percentuali insignificanti in Germania (considerata tipica del centro-Europa) o Danimarca (tipica della Scandinavia): vedasi qui, alla FIGURE II.

L’età media europea alla quale i maschi escono dalla casa paterna è stabilmente intorno ai 26,1 anni sin dal 2004 (23,5 in Francia; 23,9 in Germania). Gli italiani, invece, hanno sempre lasciato intorno ai 28,7 anni, per salire a 31 anni nel 2007, quando la crisi economica non era ancora neppure immaginata.

Nel 1992, l’età media al primo matrimonio dei maschi italiani era di 29 anni, già la quarta più alta d’Europa: nel 2002, era salita a 32. Non stupisce pertanto che l’Italia sia in fondo anche alla classifica europea della natalità.

E neppure quest’ultimo dato può essere banalmente spiegato con la crisi economica, che sembra semmai esacerbare un trend sottostante già ben delineato. (Altro fattore in gioco, la relativa carenza, rispetto a molti Paesi avanzati, di infrastrutture di accoglienza per i bambini).

Il calo della natalità è peraltro una tendenza che riguarda da decenni un po’ tutto l’Occidente, e la ricerca intorno alla questione è partita da tempo. In The Prime of Life. A History of Modern Adulthood (2004) lo storico e pedagogista Steven Mintz argomentava che la diminuita fertilità sembra correlarsi con una minore e più lenta propensione a diventare adulti nel mondo opulento. E se questo fattore ha un peso importante, figuriamoci quanto ne avrà in Italia, dove ci si considera “ragazzi” fin oltre i 40 anni…

Occorrerebbe essere, anziché dilettanti come chi scrive, sociologi, politologi ed economisti ben attrezzati, per orientarsi con sicurezza su questi temi. Ora delle due l’una: o questi esperti mancano dalla scena italiana, oppure né i politici né i giornali li interpellano mai…