Archivio per la categoria ‘Politica e mondo’

slovenliness 1.jpgScrivo allo “Sportello per il consumatore Energia e Ambiente” dell’ARERA, per segnalare che un mio fornitore di energia fa il furbetto con le fatturazioni e con gli algoritmi di calcolo.

Come mio solito, uso una prosa asciutta ed efficace, perfettamente comprensibile, producendo tutti gli allegati richiesti e utilizzando il canale e la modulistica (“SEGNALAZIONE”) da essi suggeriti.

Mi rispondono, dopo due settimane, come se la mia fosse una “Rich info su servizio ele/gas/idrico“, ossia una richiesta di informazioni e non già una Segnalazione. Infatti, la loro lettera è un copiaincolla di informazioni facilmente reperibili sul loro stesso sito.

E chiudono la pratica contestualmente all’invio della pseudorisposta. Un po’ come fa Telecom Italia se chiamate per segnalare un problema, no? Ti inviano un URL binario-morto, e chiudono la pratica…

Via PEC, segnalo la falla, chiedo lumi. Ma sono tutti morti.

Anche qui dunque, nessun orgoglio professionale, nessuna dignitosa pulsione a fare della propria giornata lavorativa qualcosa di sensato anziché una sequela di gesti che i chatbot potrebbero fare prima e meglio.

(Dopo qualche settimana arriva anche -poteva mancare?- il tratto che denota analfabetismo digitale, ossia la richiesta di cambiare la password sul sito pena il decadimento della user-id. Beninteso, essi non hanno idea di come si gestisca la sicurezza, ma questo me lo aspettavo)

 

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Union of Concerned ScientistsLa parola d’ordine dev’essere PRAGMATISMO.

Non è vero che per frenare il riscaldamento globale dovremmo cambiare radicalmente il nostro stile di vita.

Quello che dobbiamo fare è alla nostra portata, ed è scritto nei rapporti elaborati dal Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici: entro undici anni dovremmo ridurre della metà le emissioni di CO2, metano e N2O (più alcuni altri gas) rispetto a i livelli del 2017, e poi portarle a zero entro altri trenta anni.

Ciò si ottiene (1) utilizzando principalmente (non esclusivamente) sistemi energetici a basse emissioni di carbonio, come quelli basati su energia eolica, solare, geotermica, nucleare, idroelettrica, ecc; (2) modificando alcune politiche agroalimentari e di allevamento; (3) catturando CO2 nell’atmosfera e pompandola sottoterra.

Un approccio pragmatico è di gran lunga preferibile a un approccio radicale. Gli approcci radicali e ideologici provocano aspre reazioni popolari, manicheismo, discussioni politiche senza fine e in definitiva inazione.

E un approccio pragmatico consiste nel focalizzare l’attenzione innanzitutto sugli aspetti più rilevanti del problema:

(A) Assistiamo a estenuanti discussioni, nei media e in politica, su auto elettriche e edifici intelligenti. Ma il grosso del problema è altrove. Il 70% delle emissioni di gas serra sono dovute a (a) produzione di energia elettrica, (b) agricoltura, allevamento, silvicoltura e altri usi del suolo, (c) produzione industriale. Concentriamoci su questi primi, entro il 2030, con magari un focus meno ossessivo sui trasporti (14% delle emissioni), edifici (6%) e altre fonti (10%).

(B) Sette paesi più l’UE generano due terzi delle emissioni da combustibili fossili. Sembra ovvio che gli sforzi politici dovrebbero concentrarsi soprattutto lì, con un’attenzione minore agli altri 200 paesi.

(C) L’industria è responsabile del 25% delle emissioni totali di gas serra. Addirittura, 90 imprese sembrano aver prodotto da sole il 63% di CO2 e metano introdotti dalle attività umane nell’atmosfera dal 1854 al 2010. Si tratta di 50 aziende di proprietà di investitori privati, 31 società di proprietà statale, e 9 stati-nazione: tutti producono petrolio, gas naturale, carbone e cemento. L’autore dello studio ha osservato che i massimi dirigenti di tutte queste entità occuperebbero solo un paio di autobus se si riunissero per parlarne…

Ancora pragmatismo. Prendiamo i Gilet Gialli, partiti dalla protesta per un piccolo aumento del prezzo della benzina. I governanti saggi sanno che, se si vuole introdurre una tassa per motivi ecologici, occorre abbassare approssimativamente di un importo uguale alcune altre tasse sulle stesse coorti di cittadini .

A volte si può evitare del tutto la tassa ecologica: ad esempio, riducendo il limite di velocità del 10% si otterrebbe una discesa esponenziale delle emissioni. Si potrebbe anche, e forse è questa la singola misura più utile, incentivare le persone a sbarazzarsi di quel 25% di veicoli a motore che producono due terzi delle emissioni.

Oppure si può combinare le tre misure, la tassa, il limite di velocità, gli incentivi, per raggiungere un obiettivo globale. Sembrano, sono, cose facili da fare. E senza dare la stura a grandi dibattiti sul futuro della civiltà.

E non è che un esempio. Un pragmatismo simile può essere adottato sulla produzione di carne e quella di oli alimentari, sulle fonti rinnovabili di energia, o su incentivi economici per la “decarbonizzazione”.

La roboante retorica di una revisione apocalittica dello stile di vita, in Occidente o in Oriente, può essere utile per attirare l’attenzione sul problema e in qualche modo utile per fissare obiettivi molto generali, identificando le forze politiche in gioco. Ma per quanto riguarda il da farsi, le risposte sono davanti al nostro naso e alla portata.

Mi accorgo che molti non sanno nulla del riscaldamento globale. La questione è in realtà alquanto semplice da spiegare.

La temperatura della superficie terrestre ha attraversato numerose altalene. Da alcuni decenni, però, l’evidenza paleoclimatica indica che l’aumento di temperatura in atto adesso è circa dieci volte più rapido della velocità media dei riscaldamenti avvenuti alla fine delle ultime sette ere glaciali.

gton30A ciò si è aggiunta l’osservazione di un veloce e, nell’intensità, inedito aumento della presenza di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera.

Proprio da queste due principali constatazioni partì la discussione scientifica sul riscaldamento globale in atto, con controversie che si sono spente all’incirca dopo il 2005. I negazionisti, oggi, fanno ancora circolare le tesi degli studiosi che 25-30 anni fa non erano d’accordo sull’origine antropica del riscaldamento globale. E quelle tesi erano rispettabilissime allora. Ma sono state in seguito confutate e superate.

La famosa CO2 c’entra per la ragione seguente. I “gas serra” abilitano la nostra vita sul pianeta. Senza di loro, la radiazione solare terrebbe la temperatura media della superficie terrestre a soli -18°C; sono invece proprio i gas serra a impedire alla gran parte del calore di venire riflessa verso lo spazio, e così quella temperatura sta intorno ai +15°.

Ossia: minuscole e pressoché invisibili molecole di vapor acqueo (soprattutto) e di gas, come il CO2, consentono la presenza dell’uomo sulla Terra.

Purtroppo, da molti decenni questo provvidenziale effetto serra si è guastato per via di extra emissioni di alcune di quelle molecole, specie CO2, metano ed N2O, causate da deforestazione, agricoltura, allevamento e soprattutto combustione di carbone e petrolio.

Con appena un terzo di quelle molecole gassose in più, l’effetto serra ha accelerato in modo abnorme e sta scaldando troppo la superficie terrestre, soprattutto dal 1975-1980 in avanti.

fiat-panda-4x4-noleggio-a-lungo-termine-728x452L’Automobile Club tedesco, Adac, ha da poco pubblicato i risultati dei suoi test ecologici sui modelli di auto 2018, test che si spingono molto più in profondo, quanto a cura e precisione, rispetto ai formalismi delle classificazioni “Euro”, per conseguire le quali bastano prove di laboratorio senza connotati di praticità stradale.

Le cinque stelle ecologiche Adac sono state ottenute da sette modelli di auto, tutte elettriche tranne una: la Panda 0.9 Twinair Natural Power. La Panda bifuel gas/benzina è davanti, per dire, a Tesla Model X, Jaguar iPace e Toyota Yaris Hybrid.

La classifica di Adac infatti si sforza di prendere in considerazione la globalità dei fattori: di un veicolo elettrico, per esempio, stima anche gli inquinanti emessi dai camini delle remote centrali elettriche che lo ricaricheranno. (La stessa cosa fa il Governo di Singapore da qualche anno, per calcolare ecotasse e incentivi sul parco circolante).

Il problema climatico si affronta seriamente innanzitutto con soluzioni tattiche e pragmatiche, implementabili qui e ora, che devono certo poggiare su visioni strategiche di fondo ma contenere tanta risolutezza e poco latinorum.

Dunque, non «modificare entro il 2060 la matrice energetica del pianeta» o «convertirsi a un nuovo modello di sviluppo» o «Milano zero emissioni nel 2030» (tutte chiacchiere destinate a essere disattese) o premiare ciecamente solo i veicoli elettrici: bensì operare chirurgicamente azioni mirate e sùbito utili.

Gli interventi sui divieti di circolazione operati a fine 2018 da alcune regioni italiane del nord vanno bene, anche se dovrebbero essere più severi (perché libera circolazione agli ecologicamente orribili furgoni commerciali?) e accompagnati da incentivi più allettanti.

E bene le ecotasse e gli incentivi attuati in questi giorni dal Governo: ma perché non c’è la Panda bifuel?

E cosa aspettiamo a ridurre un poco i limiti di velocità (con conseguente risparmio ecologico più che proporzionale), come si sta facendo in tutti i paesi avanzati?

E magari a installare un paio di impianti nucleari EPR nei prossimi dieci anni, dopo esserci sbarazzati degli assurdi vincoli indotti da quel grullissimo referendum populista?

Luoghi comuni, oltre il PIL

Pubblicato: 11 dicembre 2018 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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Joe Stiglitz torna sulla, a mio parere urgente, questione dell’andare oltre il PIL, ma lo fa senza lasciare veramente il segno. e limtandosi ad autocitarsi, da trombone qual è diventato.

Così già fu in passato, quando il presidente Sarkozy lo cooptò nella commissione divenuta poi nota come Stiglitz-Sen-Fitoussi, con l’incarico di mettere a punto metriche e linee-guida per aiutare il governo francese e poi il mondo ad andare oltre la semplicistica rilevazione del PIL per misurare il progresso.

E’ un tema di cui si parla da mezzo secolo, dopo un famoso discorso di Bob Kennedy. Ma non se ne esce. Perché? Perché, come temo di avere ripetuto qui già parecchie volte, la qualità della vita è un concetto politico, fortemente influenzato dalle condizioni sociali di chi ne parla. Non è lo stesso per tutti. Non può essere stabilito in modo dirigista da un’Autorità superiore.

L’aria pulita è un valore fondamentale e primario per società sviluppate e ricche, ma non importante per i paesi emergenti poveri. La qualità del sistema universitario è importante per le famiglie che potranno usufruirne ma non conta un fico secco per l’autista peruviano di Amazon, schiavo immigrato. Trasporto pubblico e piste ciclabili sono valori onorati nelle classifiche dei magazines, ma irrilevanti per ci viaggia con lo chauffeur o per i gilet jaunes.

E così via per ogni criterio che possiamo farci venire in mente e scrivere sui libroni dell’Ocse e dell’Onu.

Quindi, per andare oltre il PIL il mondo (Ocse, Onu, FMI, World Bank, ecc.) dovrebbe intanto concordare una serie di parametri (e qui già abbiamo molto materiale). Poi, ogni paese, ogni anno, dovrebbe assegnare pesi a ciascun parametro di questo tipo per ottenere il proprio NuovoPIL annuale. Servirebbe un consenso globale sia sui metodi per misurare i parametri, sia sulla elasticità concessa nell’attribuzione dei pesi: e questa è la parte difficile.

A fine di ogni anno, potremmo vedere il progresso di ogni paese e del mondo misurato con un solo indice normalizzato, come il PIL. Sarebbe bello. E utile, per orientare le azioni future e smetterla di parlare soltanto di ragioneria.

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Ancora nessuno che, dopo l’uscita del grande scienziato politico Beppe Grillo, si prenda la briga di “studiare” almeno con Google la famosa questione del sorteggio dei parlamentari!

Scoprirebbero che sul tema ci sono importantissime opere italiane da citare.

Per esempio e per restare al presente, Democrazia a Sorte. Ovvero la sorte della democrazia (Malcor D’ Edizione 2012), di M. Caserta, C. Garofalo, A. Pluchino, A. Rapisarda, S. Spagano.

Opera (basata su un precedente lavoro scientifico) che, a differenza di tutte le altre tirate in ballo in questi giorni, non si limita a filosofeggiare ma utilizza anche un modello matematico.

Simulando con agenti un parlamento virtuale, gli autori immaginano di introdurre una componente di deputati selezionati a caso, per sorteggio, tra tutti i cittadini, che faccia da ago della bilancia tra i due schieramenti di maggioranza e minoranza. E ritengono di avere dimostrato che esiste un numero ottimale di questi deputati indipendenti dai partiti in grado di massimizzare l’efficienza del parlamento.

Caserta e Spagano sono economisti; Rapisarda e Pluchino, fisici; Garofalo, sociologo.

Ci sono quaranta celebri pagine nella Chartreuse, in cui Fabrizio del Dongo vaga a lungo per il campo di Waterloo durante la battaglia.

La sua personale esperienza è significativa per lui e per l’economia del romanzo. Ma non è Fabrizio la persona più adatta a decifrare la strategia, e neppure la tattica, degli eserciti sul terreno: egli percepisce solo frammenti e scene isolate, che non gli consentono di ricostruire il senso dell’evento collettivo.

Da qualche decennio, i metodi scientifici applicati alla scienze sociali e umane ci permettono di capire meglio la società.tdbu

Le letture che di essa facciamo tu o io estrapolando le nostre personali microesperienze possono a volte essere anche molto lontane da quel che emerge dopo un’analisi statistica rigorosa, e lo sono spesso quando i fenomeni in osservazione sono complessi o anche solo complicati.

Allo stesso modo, il medico mi è di enorme aiuto, ma non può prescindere dagli studi basati sul metodo scientifico, perché sa che se si basasse solo sulla sua personale esperienza commetterebbe più errori del necessario.