Archivio per la categoria ‘Uncategorized’

Cicloprimati

Pubblicato: 26 giugno 2017 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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Afosa domenica di giugno, lascio la mia casa in campagna per recarmi a Monza in auto. Una stradina di due km mi separa dalla provinciale.

Mi precedono tre giovani ciclisti nel classico assetto sportivo della festa. All’incrocio ad angolo retto con la provinciale, la visuale è impedita sia dalle abbondanti fronde sia da un inopportuno cassonetto dell’immondizia. A dispetto della secondarietà delle strade, è uno degli incroci che mi infastidiscono di più e che temo quando guido, perché per immetterti devi usare un’enorme cautela.

paleocortecciaMa i tre ciclisti davanti a me entrano nella provinciale verso destra non solo senza rispettare lo Stop, come ormai costuma in bici, ma anche a piena velocità, compatibilmente con l’angolo retto, ossia diciamo a circa 10 km/h (2,5 m/sec: il tempo di reazione psicotecnica di un automobilista è di 1 sec, dopodiché comincia a frenare…), senza guardare né a sinistra né a destra e preoccupandosi solo di fare una svolta stretta per non invadere troppo la strada, la cui carreggiata peraltro non è più larga di 4,5 metri in tutto.

Essi sono ancora vivi perché da sinistra non proveniva nessuno che fosse così vicino all’incrocio, o così veloce da non riuscire a scartarli, o che fosse impedito a farlo da un eventuale veicolo che contemporaneamente sopravvenisse da destra. E sono poi vivi anche perché da destra non sopraggiungevano due veicoli uno dei quali in fase di sorpasso.

Dopo un po’ supero i tre miracolati e a raggiungo la rotonda che incrocia la strada statale. Qui, un ciclista di mezza età in assetto da corsa con tanto di bandana alla Pirata Pantani, provenendo dalla statale stessa, si avvia a 35-40 kmh verso la provinciale percorrendo la rotonda contromano – perché per percorrerla regolarmente avrebbe dovuto rallentare parecchio. E’ ancora vivo perché nessun automobilista proveniente dal ramo “buio”, invisibile della rotonda, quello meridionale, arrivava veloce e intenzionato a imboccarla senza guardare, come accade -ahimé- per un 30% delle auto.

Dopo poco, eccoci a Monza in Cesare Battisti, il grande viale monumentale che porta alla Villa Reale, con due corsie per senso di marcia e alcuni semafori che lo incrociano. E corredato, su ambo i lati, da due piste ciclopedonali larghe tre metri, completamente separate dalla strada.

Eppure un ciclista in assetto fighetto percorre il viale stando esattamente al centro della strada carrozzabile, sulla riga bianca tra le due corsie come fanno le moto (nei Paesi mediterranei e in quelli del III Mondo: in Germania o Danimarca, mai), in mezzo a due file di auto che tra un semaforo e l’altro vanno a 60-70 all’ora, a dispetto del limite di 50.

Attraversa col rosso due semafori, alzandosi sui pedali come Cipollini e dando rapidi sguardi a destra e a sinistra: il tutto a 20-30 all’ora, cosa che lo renderebbe inevitabile a chi per caso stesse sopraggiungendo anche solo a 40 km/h (ossia 10 m/sec) in auto o moto per passare col verde. Egli è vivo grazie a una fortunata congiunzione astrale, nonché a tutti gli automobilisti che si sono scostati e gli hanno dato strada, pur non avendone egli alcun diritto.

Sia chiaro: se facessi l’elenco delle infrazioni che, nel medesimo lasso di tempo, ho visto commettere da automobilisti e magari commesso io stesso, l’elenco sarebbe anche più lungo.

Ma due aspetti sono peculiari dell’indisciplina in bicicletta.

Il primo è che il ciclista è così intrinsecamente fragile, che dovrebbe fare di tutto per cautelarsi, essendo per giunta informato che al volante dei pericolosi mezzi a quattro ruote siedono animali come lui guidati dall’archicorteccia e dalla paleocorteccia cerebrale. Pedalare in superstrada, sfrecciare con il rosso o immettersi alla cieca, sono comportamenti precipuamente pericolosi in bici, molto più che in auto. Occorre dunque essere minus habens, per indulgervi. poisson

La seconda peculiarità dell’indisciplina ciclistica è l’ipocrisia dell’innocente-homo-ecologicus-messo-a-repentaglio-da-bruti sempre e comunque, anche quando passava col rosso o telefonava attraversando sulle strisce a tutta birra: la retorica de “il poveretto è stato trascinato per molti metri” anche quando il poveretto è l’esclusivo detentore della colpa.

Sarò franco: non mi si contraggono le budella quando un cretino come uno dei cinque che incontrai domenica viene asfaltato da qualche veicolo a motore – tranne quando ha meno di vent’anni. Se vengo a sapere che la colpa era solo della bici, mi risulta inevitabile immedesimarmi nel poveraccio (che magari un minuto dopo si sarebbe comportato da idiota con l’auto all’incrocio successivo) che ha investito il cicloprimate.

Mi spingo anche a fare l’antipatica considerazione eugenetica, secondo la quale la scomparsa di un esemplare biologico in grado di commettere magari una mezza dozzina di pericolose infrazioni per chilometro in bicicletta può essere riguardata come una diminuzione, infinitesima finché si vuole, della pericolosità della strada e, tutto sommato, anche del consumo di prezioso ossigeno atmosferico.

Carbon footprint

Pubblicato: 28 marzo 2017 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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carbon-footprintOggi il Corriere della Sera ha scritto “pret-a-porter” in un titolo. Sarebbe prêt-à-porter.

Non riuscendo mai a venire a capo di questa insidiosa locuzione, i giornali italiani hanno cercato di italianizzarla, scrivendola appunto in quel modo (Grazia, Donna Moderna, Rai). Eppure, volendo italianizzare, sarebbe pretaporté o pret-a-porté.

Quanto alla forma corretta, purtroppo nemmeno Google soccorre qui la confusa Generazione Erasmus, perché googlando da un indirizzo IP italiano le prime pagine di risultati riportano soprattutto le forme farlocche: pret a porter, pret a’ porter (Sky), prét-a-porter (Il Giornale), Prét a porter (Tesionline.it: potevamo farci mancare una versione “scientifica” del refuso?).

Bisognerebbe essere così smart da ricorrere a Wikipédia (NB: qui l’accento è un significante, non un inutile orpello): ma, lo sappiamo, uno su mille ce la fa.

E poi, a che scopo? Intanto, gli accenti non servono a nulla, ormai lo dicono anche i francesi. Poi, oggi nelle nostre testoline ci sono dentro così tante cose (Facebook, Google, LinkedIn, l’elettrodinamica quantistica, il Dna ricombinante, il Machine Learning, il sushi eccetera), da non esserci proprio più posto per “ê”.

E soprattutto, evitando di comporre sulla tastiera quel dannato e inutile circonflesso, risparmio tanta energia cinetica da alimentare un led per tre secondi, in tal modo riducendo il mio “carbon futprint” sul pianeta. A patto di avere un doppino di rame che mi esce dal culo e va a caricare la grid.

La asocialità di Robert Zimmerman

Pubblicato: 25 novembre 2016 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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teen-bobBob si segnalò già a 22 anni facendo una dichiarazione strampalata mentre gli consegnavano il Tom Paine Award, e parecchie altre ne ha fatte in circostanze analoghe.

E poi sbadigliava mentre gli veniva conferito un Dottorato alla St. Andrews University in Scozia; non si presentò a Corte per ritirare il Príncipe de Asturias; scappò senza salutare Obama dopo la consegna della Presidential Medal of Freedom; non strinse la mano a un osannante Letterman che lo invitò per l’ultima puntata; scrisse Day Of The Locusts dopo la consegna del dottorato a Princeton («I put down my robe, picked up my diploma / Took hold of my sweetheart and away we did drive / Straight for the hills, the black hills of Dakota / Sure was glad to get out of there alive»).

La asocialità di Robert Zimmerman può essere in parte dovuta, oltre che alla timidezza e al genio, il quale raramente si accorda con affabilità ed estroversione, anche alla eterna lotta per sfuggire alla trasformazione in «bandiera» di questo o e di quello, operata dai fan esagitati, che nei Sessanta lo vollero leader politico («everybody wants you / to be just like them / they sing while you slave and I just get bored / I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more»), poi maestro di vita, e oggi lo credono strafico perché snobba la Svenska Akademien, mentre si tratta solo di un gesto goffo e impacciato.

Gesto che comunque, in cambio del regalo che ci ha fatto di una così «vasta e complessa letteratura» (Borges), non riusciamo a non perdonargli.

18 settembre

Pubblicato: 9 settembre 2014 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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jimiNonostante il suo enorme impatto, Hendrix è stato un fenomeno a parte: si fatica a identificarne i precursori, e i seguaci sono tutti e nessuno.

Adam Gopnik, sul New Yorker, si trovò un giorno a fare la stessa osser­vazione circa Django Reinhardt, il proverbiale chitarrista zingaro che introdusse il jazz in Europa (e la chitarra nel jazz), negli anni Trenta. E alla fine fu por­tato ad accostare i due:

django«Il musicista che [gli] rassomiglia di più non è un jazzista ma Jimi Hendrix, anch’egli così centrale eppure sui generis. Hendrix, dopo tutto, se ne uscì da un’identità afro-americana per abbracciare quella di uno zingaro (uno dei suoi gruppi si chiamava Band of Gyp­sys), proprio come Django uscì dalla sua identità gitana per esplorare quella afro-americana. Anche lo Star-Spangled Banner di Jimi è anticipato dalla Marseillaise di Django, e c’è un brandello di due accordi all’inizio della registrazione Decca di St. Louis Blues che suona misteriosamente come il famoso balbettio iniziale di Purple Haze…».

[Gypsy – The Life of Django Reinhardt, December 6, 2004. Nostra traduzione].

Altro mondo

Pubblicato: 6 settembre 2014 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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Ed era, certo, un’epoca in cui un giovane studente o una persona colta anche di provincia trovava in libreria o in edicola, oltre al verri, anche Il Mondo, Paragone, Tempo Presente, Nuovi Argomenti, Il Caffè e altre ottime riviste. E le letture, anche di saggistica e critica, si facevano in buona parte per interesse e diletto. Non si limitavano a un’attività meramente scolastica, non nascevano e morivano all’interno dell’insegnamento e degli esami, come dialogo fra cattedre e sedie che si ripetono reciprocamente “come acutamente osserva il suo intelligente volumetto”. Né, ovviamente, si leggevano i libri solo perché sulla copertina c’è una faccia da televisione.

[Arbasino su Luciano Anceschi]

R&D chiacchierata

Pubblicato: 30 agosto 2014 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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Anche su Università e ricerca, in Italia solo discorsi di partigianeria, guelfi e ghibellini, in totale e rigoroso dispregio dei dati di fatto. Ne offro qui qualcuno utile, traendolo da un libro che scrissi nel 2011.

Se si sfoglia Measuring Innovation, A New Perspective (OECD, 2010), al paragrafo 5.1 “Reaping Returns From Innovation”, si trovano i tassi di partecipazione dei ricercatori dei vari Paesi ai 36mila papers più citati del periodo 2006-2008:

Usa 49%pic
GB 14%
Germania 12%
Francia 7%
Canada 7%
Cina 6%
Italia 5%
Olanda 5%
Giappone 5%
Australia 4%
[…]
India 2%
Brasile 1%
Russia 1%.

Per capirci, la classifica dice per esempio che in metà delle ricerche scientifiche più importanti compaiono ricercatori americani; italiani nel 5 percento; russi nell’1 percento. Eccetera.

Questi numeri sono sensibilmente influenzati (oltre che dalla lingua, che spiega il rango irrealisticamente basso di Russia e Giappone) dalle spese militari, che in R&D hanno un peso enorme e che in tutti i Paesi qui elencati tranne Olanda e Australia sono di almeno il 50% superiori alle nostre. Se, allora, dividiamo il numero di ricerche importanti per i quattrini profusi, scopriamo che gli italiani sono dietro, tra i grandi Paesi, solo a Gran Bretagna e Germania e davanti a Francia e Usa (mia elaborazione sulla medesima fonte).

Non siamo i migliori del mondo, come si legge a volte bizzarramente; dobbiamo rinnovare moltissimo del nostro sistema universitario, piagato da infrastrutture fatiscenti e da un corpo docente imboscato; dobbiamo far nascere più grandi aziende, che sappiano fare ricerca e innovazione. Ma non siamo neppure la feccia che si sente descrivere dagli sfascisti professionisti che cospicuamente abitano l’Italia.

 

 

influAprite un giornale e troverete sempre qualcuno, giornalista politico cittadino, che si lamenta della dittatura degli euroburocrati e della necessità che i popoli si autodetermino.

Questa nobile e alta pretesa necessita tuttavia di una robusta precisazione.

Da 25 anni buona parte delle leggi che si promulgano in Italia sono traduzioni di Direttive del Parlamento europeo.

Senza l’Europa, qui avremmo (e a volte ancora abbiamo) la spazzatura per strada, gli ospedali come quelli moldovi, i controlli agroalimentari come quelli nigeriani, le normative finanziarie della Belle Époque, la pedopornografia tailandese e le regole di mercato dell’Unione Sovietica.

Le critiche alla legislazione europea dovrebbero semmai appuntarsi sull’eccessivo peso del lobbismo, che può dar luogo a normative fatte su misura per le multinazionali, a scapito di consumatori e cittadini.

Negli Usa, studi anche di alto livello hanno ormai dimostrato come la legislazione federale sia principalmente un gioco a favore delle lobby, alla faccia della pretesa democrazia; e si ha ragione di ritenere che qualcosa di analogo accada di qui dall’Atlantico.

Ma anche tenendo conto di questa sgradevole circostanza, resta il fatto che finora l’Italia ha goduto di un benefico gradiente di civiltà diretto dall’Ue verso il Sud delle Alpi, avverso alla malefica palma che sale.