Archivio per la categoria ‘Uncategorized’

Cicloprimati

Pubblicato: 26 giugno 2017 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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Afosa domenica di giugno, lascio la mia casa in campagna per recarmi a Monza in auto. Una stradina di due km mi separa dalla provinciale.

Mi precedono tre giovani ciclisti nel classico assetto sportivo della festa. All’incrocio ad angolo retto con la provinciale, la visuale è impedita sia dalle abbondanti fronde sia da un inopportuno cassonetto dell’immondizia. A dispetto della secondarietà delle strade, è uno degli incroci che mi infastidiscono di più e che temo quando guido, perché per immetterti devi usare un’enorme cautela.

paleocortecciaMa i tre ciclisti davanti a me entrano nella provinciale verso destra non solo senza rispettare lo Stop, come ormai costuma in bici, ma anche a piena velocità, compatibilmente con l’angolo retto, ossia diciamo a circa 10 km/h (2,5 m/sec: il tempo di reazione psicotecnica di un automobilista è di 1 sec, dopodiché comincia a frenare…), senza guardare né a sinistra né a destra e preoccupandosi solo di fare una svolta stretta per non invadere troppo la strada, la cui carreggiata peraltro non è più larga di 4,5 metri in tutto.

Essi sono ancora vivi perché da sinistra non proveniva nessuno che fosse così vicino all’incrocio, o così veloce da non riuscire a scartarli, o che fosse impedito a farlo da un eventuale veicolo che contemporaneamente sopravvenisse da destra. E sono poi vivi anche perché da destra non sopraggiungevano due veicoli uno dei quali in fase di sorpasso.

Dopo un po’ supero i tre miracolati e a raggiungo la rotonda che incrocia la strada statale. Qui, un ciclista di mezza età in assetto da corsa con tanto di bandana alla Pirata Pantani, provenendo dalla statale stessa, si avvia a 35-40 kmh verso la provinciale percorrendo la rotonda contromano – perché per percorrerla regolarmente avrebbe dovuto rallentare parecchio. E’ ancora vivo perché nessun automobilista proveniente dal ramo “buio”, invisibile della rotonda, quello meridionale, arrivava veloce e intenzionato a imboccarla senza guardare, come accade -ahimé- per un 30% delle auto.

Dopo poco, eccoci a Monza in Cesare Battisti, il grande viale monumentale che porta alla Villa Reale, con due corsie per senso di marcia e alcuni semafori che lo incrociano. E corredato, su ambo i lati, da due piste ciclopedonali larghe tre metri, completamente separate dalla strada.

Eppure un ciclista in assetto fighetto percorre il viale stando esattamente al centro della strada carrozzabile, sulla riga bianca tra le due corsie come fanno le moto (nei Paesi mediterranei e in quelli del III Mondo: in Germania o Danimarca, mai), in mezzo a due file di auto che tra un semaforo e l’altro vanno a 60-70 all’ora, a dispetto del limite di 50.

Attraversa col rosso due semafori, alzandosi sui pedali come Cipollini e dando rapidi sguardi a destra e a sinistra: il tutto a 20-30 all’ora, cosa che lo renderebbe inevitabile a chi per caso stesse sopraggiungendo anche solo a 40 km/h (ossia 10 m/sec) in auto o moto per passare col verde. Egli è vivo grazie a una fortunata congiunzione astrale, nonché a tutti gli automobilisti che si sono scostati e gli hanno dato strada, pur non avendone egli alcun diritto.

Sia chiaro: se facessi l’elenco delle infrazioni che, nel medesimo lasso di tempo, ho visto commettere da automobilisti e magari commesso io stesso, l’elenco sarebbe anche più lungo.

Ma due aspetti sono peculiari dell’indisciplina in bicicletta.

Il primo è che il ciclista è così intrinsecamente fragile, che dovrebbe fare di tutto per cautelarsi, essendo per giunta informato che al volante dei pericolosi mezzi a quattro ruote siedono animali come lui guidati dall’archicorteccia e dalla paleocorteccia cerebrale. Pedalare in superstrada, sfrecciare con il rosso o immettersi alla cieca, sono comportamenti precipuamente pericolosi in bici, molto più che in auto. Occorre dunque essere minus habens, per indulgervi. poisson

La seconda peculiarità dell’indisciplina ciclistica è l’ipocrisia dell’innocente-homo-ecologicus-messo-a-repentaglio-da-bruti sempre e comunque, anche quando passava col rosso o telefonava attraversando sulle strisce a tutta birra: la retorica de “il poveretto è stato trascinato per molti metri” anche quando il poveretto è l’esclusivo detentore della colpa.

Sarò franco: non mi si contraggono le budella quando un cretino come uno dei cinque che incontrai domenica viene asfaltato da qualche veicolo a motore – tranne quando ha meno di vent’anni. Se vengo a sapere che la colpa era solo della bici, mi risulta inevitabile immedesimarmi nel poveraccio (che magari un minuto dopo si sarebbe comportato da idiota con l’auto all’incrocio successivo) che ha investito il cicloprimate.

Mi spingo anche a fare l’antipatica considerazione eugenetica, secondo la quale la scomparsa di un esemplare biologico in grado di commettere magari una mezza dozzina di pericolose infrazioni per chilometro in bicicletta può essere riguardata come una diminuzione, infinitesima finché si vuole, della pericolosità della strada e, tutto sommato, anche del consumo di prezioso ossigeno atmosferico.

Carbon footprint

Pubblicato: 28 marzo 2017 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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carbon-footprintOggi il Corriere della Sera ha scritto “pret-a-porter” in un titolo. Sarebbe prêt-à-porter.

Non riuscendo mai a venire a capo di questa insidiosa locuzione, i giornali italiani hanno cercato di italianizzarla, scrivendola appunto in quel modo (Grazia, Donna Moderna, Rai). Eppure, volendo italianizzare, sarebbe pretaporté o pret-a-porté.

Quanto alla forma corretta, purtroppo nemmeno Google soccorre qui la confusa Generazione Erasmus, perché googlando da un indirizzo IP italiano le prime pagine di risultati riportano soprattutto le forme farlocche: pret a porter, pret a’ porter (Sky), prét-a-porter (Il Giornale), Prét a porter (Tesionline.it: potevamo farci mancare una versione “scientifica” del refuso?).

Bisognerebbe essere così smart da ricorrere a Wikipédia (NB: qui l’accento è un significante, non un inutile orpello): ma, lo sappiamo, uno su mille ce la fa.

E poi, a che scopo? Intanto, gli accenti non servono a nulla, ormai lo dicono anche i francesi. Poi, oggi nelle nostre testoline ci sono dentro così tante cose (Facebook, Google, LinkedIn, l’elettrodinamica quantistica, il Dna ricombinante, il Machine Learning, il sushi eccetera), da non esserci proprio più posto per “ê”.

E soprattutto, evitando di comporre sulla tastiera quel dannato e inutile circonflesso, risparmio tanta energia cinetica da alimentare un led per tre secondi, in tal modo riducendo il mio “carbon futprint” sul pianeta. A patto di avere un doppino di rame che mi esce dal culo e va a caricare la grid.

La asocialità di Robert Zimmerman

Pubblicato: 25 novembre 2016 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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teen-bobBob si segnalò già a 22 anni facendo una dichiarazione strampalata mentre gli consegnavano il Tom Paine Award, e parecchie altre ne ha fatte in circostanze analoghe.

E poi sbadigliava mentre gli veniva conferito un Dottorato alla St. Andrews University in Scozia; non si presentò a Corte per ritirare il Príncipe de Asturias; scappò senza salutare Obama dopo la consegna della Presidential Medal of Freedom; non strinse la mano a un osannante Letterman che lo invitò per l’ultima puntata; scrisse Day Of The Locusts dopo la consegna del dottorato a Princeton («I put down my robe, picked up my diploma / Took hold of my sweetheart and away we did drive / Straight for the hills, the black hills of Dakota / Sure was glad to get out of there alive»).

La asocialità di Robert Zimmerman può essere in parte dovuta, oltre che alla timidezza e al genio, il quale raramente si accorda con affabilità ed estroversione, anche alla eterna lotta per sfuggire alla trasformazione in «bandiera» di questo o e di quello, operata dai fan esagitati, che nei Sessanta lo vollero leader politico («everybody wants you / to be just like them / they sing while you slave and I just get bored / I ain’t gonna work on Maggie’s farm no more»), poi maestro di vita, e oggi lo credono strafico perché snobba la Svenska Akademien, mentre si tratta solo di un gesto goffo e impacciato.

Gesto che comunque, in cambio del regalo che ci ha fatto di una così «vasta e complessa letteratura» (Borges), non riusciamo a non perdonargli.

18 settembre

Pubblicato: 9 settembre 2014 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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jimiNonostante il suo enorme impatto, Hendrix è stato un fenomeno a parte: si fatica a identificarne i precursori, e i seguaci sono tutti e nessuno.

Adam Gopnik, sul New Yorker, si trovò un giorno a fare la stessa osser­vazione circa Django Reinhardt, il proverbiale chitarrista zingaro che introdusse il jazz in Europa (e la chitarra nel jazz), negli anni Trenta. E alla fine fu por­tato ad accostare i due:

django«Il musicista che [gli] rassomiglia di più non è un jazzista ma Jimi Hendrix, anch’egli così centrale eppure sui generis. Hendrix, dopo tutto, se ne uscì da un’identità afro-americana per abbracciare quella di uno zingaro (uno dei suoi gruppi si chiamava Band of Gyp­sys), proprio come Django uscì dalla sua identità gitana per esplorare quella afro-americana. Anche lo Star-Spangled Banner di Jimi è anticipato dalla Marseillaise di Django, e c’è un brandello di due accordi all’inizio della registrazione Decca di St. Louis Blues che suona misteriosamente come il famoso balbettio iniziale di Purple Haze…».

[Gypsy – The Life of Django Reinhardt, December 6, 2004. Nostra traduzione].

Altro mondo

Pubblicato: 6 settembre 2014 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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Ed era, certo, un’epoca in cui un giovane studente o una persona colta anche di provincia trovava in libreria o in edicola, oltre al verri, anche Il Mondo, Paragone, Tempo Presente, Nuovi Argomenti, Il Caffè e altre ottime riviste. E le letture, anche di saggistica e critica, si facevano in buona parte per interesse e diletto. Non si limitavano a un’attività meramente scolastica, non nascevano e morivano all’interno dell’insegnamento e degli esami, come dialogo fra cattedre e sedie che si ripetono reciprocamente “come acutamente osserva il suo intelligente volumetto”. Né, ovviamente, si leggevano i libri solo perché sulla copertina c’è una faccia da televisione.

[Arbasino su Luciano Anceschi]

R&D chiacchierata

Pubblicato: 30 agosto 2014 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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Anche su Università e ricerca, in Italia solo discorsi di partigianeria, guelfi e ghibellini, in totale e rigoroso dispregio dei dati di fatto. Ne offro qui qualcuno utile, traendolo da un libro che scrissi nel 2011.

Se si sfoglia Measuring Innovation, A New Perspective (OECD, 2010), al paragrafo 5.1 “Reaping Returns From Innovation”, si trovano i tassi di partecipazione dei ricercatori dei vari Paesi ai 36mila papers più citati del periodo 2006-2008:

Usa 49%pic
GB 14%
Germania 12%
Francia 7%
Canada 7%
Cina 6%
Italia 5%
Olanda 5%
Giappone 5%
Australia 4%
[…]
India 2%
Brasile 1%
Russia 1%.

Per capirci, la classifica dice per esempio che in metà delle ricerche scientifiche più importanti compaiono ricercatori americani; italiani nel 5 percento; russi nell’1 percento. Eccetera.

Questi numeri sono sensibilmente influenzati (oltre che dalla lingua, che spiega il rango irrealisticamente basso di Russia e Giappone) dalle spese militari, che in R&D hanno un peso enorme e che in tutti i Paesi qui elencati tranne Olanda e Australia sono di almeno il 50% superiori alle nostre. Se, allora, dividiamo il numero di ricerche importanti per i quattrini profusi, scopriamo che gli italiani sono dietro, tra i grandi Paesi, solo a Gran Bretagna e Germania e davanti a Francia e Usa (mia elaborazione sulla medesima fonte).

Non siamo i migliori del mondo, come si legge a volte bizzarramente; dobbiamo rinnovare moltissimo del nostro sistema universitario, piagato da infrastrutture fatiscenti e da un corpo docente imboscato; dobbiamo far nascere più grandi aziende, che sappiano fare ricerca e innovazione. Ma non siamo neppure la feccia che si sente descrivere dagli sfascisti professionisti che cospicuamente abitano l’Italia.

 

 

influAprite un giornale e troverete sempre qualcuno, giornalista politico cittadino, che si lamenta della dittatura degli euroburocrati e della necessità che i popoli si autodetermino.

Questa nobile e alta pretesa necessita tuttavia di una robusta precisazione.

Da 25 anni buona parte delle leggi che si promulgano in Italia sono traduzioni di Direttive del Parlamento europeo.

Senza l’Europa, qui avremmo (e a volte ancora abbiamo) la spazzatura per strada, gli ospedali come quelli moldovi, i controlli agroalimentari come quelli nigeriani, le normative finanziarie della Belle Époque, la pedopornografia tailandese e le regole di mercato dell’Unione Sovietica.

Le critiche alla legislazione europea dovrebbero semmai appuntarsi sull’eccessivo peso del lobbismo, che può dar luogo a normative fatte su misura per le multinazionali, a scapito di consumatori e cittadini.

Negli Usa, studi anche di alto livello hanno ormai dimostrato come la legislazione federale sia principalmente un gioco a favore delle lobby, alla faccia della pretesa democrazia; e si ha ragione di ritenere che qualcosa di analogo accada di qui dall’Atlantico.

Ma anche tenendo conto di questa sgradevole circostanza, resta il fatto che finora l’Italia ha goduto di un benefico gradiente di civiltà diretto dall’Ue verso il Sud delle Alpi, avverso alla malefica palma che sale.

Ipocrisia e gelo

Pubblicato: 25 agosto 2014 da Paolo Magrassi in Uncategorized

imagesDovevamo occupare i campi di petrolio e gas libici già cinque anni fa, quando Geddafi campeggiava a Villa Pamphilj. O ancora meglio nel 2011, imbucandoci coi francesi e facendo combutta con loro.

Adesso invece, considerati anche Ucraina, Iraq e tutto il resto, nonché la nostra famosa penuria di rigassificatori, rischiamo di passare un inverno al freddo, raccontandoci favole sulle rinnovabili davanti al camino, fabbrica di diossina. Con la Libia ridotta a un puttanaio, e ipocritamente rinnovando il nostro sempiterno sostegno di nazione pacifica ai guerrafondai americani, incaricati dei lavori sporchi.

PS: Ah, e dove diavolo è la portarei Cavour, costata miliardi pochi anni fa?

Bewildered

Pubblicato: 2 aprile 2014 da Paolo Magrassi in consumatori, Uncategorized
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Netgear-D6300-1_32811_01Due mesi fa ho comprato un modem/router più versatile [del Telecom/Pirelli che ho in comodato d’uso con Alice], per ottenere alcune caratteristiche aggiuntive, come la doppia frequenza, condivisione multimediale LAN più ricca, capacità di amministrazione più estese.

Mi sono così unito, senza volerlo e mosso da tutt’altra motivazione, al triste girone purgatoriale dei sedicenti mavericks che si sbarazzano del “bidone telecom” per approdare a strumentazione più fica con nomignoli americani consonanti con la loro bassa cultura informatica italiota.

Date una scorsa ai forum online, e troverete legioni di queste creature. Gente che non distingue l’Internet Protocol dalla benzina IP, ma che discetta indefessa di DHCP e gateways come se sapesse quel che dice. (La stessa atmosfera impera nei forum di qualunque merceologia, intendiamoci. Basta guardare quelli delle auto o quelli medici. Un po’ meno minchiate, invece, sui forum finanziari, e buono Finanza online).

Il risultato è stato un disastro. Dopo un mesetto ho dovuto reinstallare il vecchio buon Alice Gate e sbattere nell’armadio, dove giacerà con mere funzioni di backup, il recente Netgear D6300: un prodotto apparsomi sorprendentemente dilettantesco.

Ho scritto a Netgear sia in Italia sia in Usa affiché mi aiutasse a capire di quale grave problema soffra il loro prodotto (gestito via firmware anziché software, un po’ come le calcolatrici intelligenti del 1976), ma non ho avuto riscontri. Qui e qui trovate qualche buona ragione per tenervi alla larga dal D6300.

Se [sapete quel che dite e] conoscete un buon modem/router moderno e con le caratteristiche elencate all’inizio, prego rendetemi partecipe. Non conosco il mercato e non posso passare i prossimi mesi scegliendo by trial and error!

hmLa squinzia “con due dottorati in studi umanistici” scrive (badate, non è che dica: bensì scrive tongue-in-cheek) “Io sono una di quelle che vive” al forum di Beppe Severgnini.

Avevamo già registrato da qualche anno la definitiva vittoria della concordanza retorica a senso [sballato]: il “vive” riferito a “una”, anziché a “quelle”, e con le “quelle” totalmente inutili, visto che basterebbe scrivere “io sono una che vive” per salvare capra e cavoli. Ormai l’italiano si parla e si scrive così: io sono una di quelle le quali vive. E vabbe’.

E ora, attenzione: se posso accordare il che all’una (una che vive), allora perché non accordare, già che ci sono, il verbo all’io (io vivo)? Si avvererebbe in tal modo la nostra previsione di due anni fa: “io sono una di quelle che vivo”. E infatti, è successo.

Il primo confortante segno di conferma alla nostra previsione ce lo ha offerto nei giorni scorsi lo stesso Beppe, che non vanta traballanti dottorati in materie frou frou ma una buona vecchia laurea in giurisprudenza, di quelle alle quali si arrivava dopo aver studiato l’analisi logica alle Medie inferiori, e che sa scrivere. Parlando da Gruber, egli ha detto “Io sono uno di quelli che penso che Napolitano […]”, senza mostrare alcun moto di disturbo né accennare a un tentativo di autocorrezione.

L’imprimatur è autorevole. Il dado è tratto. Aspettiamo solo di vederlo per iscritto.

Un altro passo avanti verso una lingua più misera, sempre più povera di costrutti e, soprattutto, sempre più sganciata dalla logica aristotelica.

In una prossima puntata discuteremo un altro trend emergente: l’accordo di genere all’ultima parola pronunciata: “le vite private dei politici francesi sono tutelati dalla privacy”, perché il cervelletto dell’Homo massmediaticus si dimentica il termine (n-1)simo subito dopo aver pronunciato l’nesimo. Fateci caso, in Tv.

Dategli tempo

Pubblicato: 13 agosto 2012 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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Chi ha progettato i più alti grattacieli cinesi? Molti, in Europa, pensano che si tratti di creazioni autoctone. Non è così. Vide infra per un campione significativo.

(PS: Un’altra cosa poco nota qui è che in Cina i grattacieli non funzionano benissimo. Infatti si tratta di macchine complesse, e occorre del tempo non solo per imparare a progettarli e costruirli ma anche per gestirli).

Taipei 101, 509m, 2004, C.Y. Lee & Partners (Taipei, Taiwan)

Shanghai World Financial Center, 492m, 2008, Kohn Pedersen Fox Associates PC (New York)

International Commerce Centre Hong Kong, 484m, 2010, Kohn Pedersen Fox Associates PC (New York)

Zifeng Tower Nanjing, 450m, 2010, Skidmore Owings And Merrill LLP (Chicago)

Kingkey 100 Shenzhen, 441m, 2011, Terry Farrell and Partners (London) and HuaSen Architectural & Engineering Designing Consultant Ltd. (Shenzhen)

Guangzhou International Finance Center, 437m, 2010, Wilkinson Eyre Architects (London)

Jin Mao Tower Shanghai, 420m, 1999, Skidmore Owings And Merrill LLP (Chicago)

Two International Finance Centre Hong Hong, 415m, 2003, Cesar Pelli & Associates (New Haven, Connecticut) and Rocco Design Ltd (Hong Kong)

Shimao International Plaza Shanghai, 333m, 2006, Ingenhoven Architects (Duesseldorf)

Shanghai Wheelock Square, 298m, 2010, Kohn Pedersen Fox Associates PC (New York)

Il cui è morto. Viva il  dove!

Se non so dire «viviamo in un’epoca in cui […]» allora dirò «viviamo in un’epoca dove […]». E così via. Fino al fatale «negli anni Quaranta, dove era normale andare in bici […]».

Una giovane giornalista ha detto di recente mentre conduceva il tg: «Passiamo ora alla Libia, un paese dove il suo leader vacilla».

Non le viene spontaneo di dire «un paese il cui leader vacilla», perché per lei il cui è un oggetto misterioso dal quale tenersi alla larga, e allora ricorre al deus ex machina delle proposizioni relative: il dove.

Sono così comparsi, e dilagheranno, «quello che parlavamo prima», «negli anni dove era proibito bere» e «sono uno di quelli che crede» (perché con il cui vanno a picco anche i gemelli il quale, del quale, ecc.).

Alla Medie inferiori degli anni Sessanta di stava chini per lunghi mesi su pronomi relativi, complementi indiretti, complementi di specificazione, moto a luogo, moto da luogo, stato in luogo, … Oggi, li si sorvola in poche ore, e a giudicare dall’analfabetismo analitico che riscontro, stimo che si sia smesso all’incirca negli anni Ottanta.

Per i giovani come quella giornalista (sicuramente laureata, immagino con la Tesi “Il mio compagno di banco”), quei concetti di analisi logica che ai miei tempi ci si smazzava in Seconda Media sono ormai espressioni astruse e incomprensibili  che fanno l’effetto della fraseologia di un manuale di medicina.

Il cui (di cui, da cui, a cui, in cui, per cui, …) è morto, e con esso alcuni ricchi costrutti dell’italiano. Che siano in diminuizione anche le facoltà logiche tout-court?

POSTILLE POSTUME: «Tra poco ci occuperemo di Ogm: un tema che ci spaventa tanto ma dove l’Europa sta per intervenire» (Radio24, conduttore). «Philippe Daverio ha scritto un bel libro, dove all’interno egli […]» (RadioRai, conduttrice)

ΚΑΤΑ ΤΟΝ ΔΑΙΜΟΝΑ ΕΑΥΤΟΥ

Pubblicato: 3 luglio 2011 da Paolo Magrassi in Uncategorized

December 8, 1943 – July 3, 1971

La mia attrazione verso i linguaggi formali nasce con l’analisi logica in II Media, si sviluppa nell’incontro col latino e si consolida in età adulta con felici mostri come l’Interlingua di Peano o il Vienna Development Method. Si cementa con l’utilizzo dei linguaggi di programmazione.

Mi piace l’aspirazione, che fu già di Aristotele, Crisippo, Leibniz (calculemus!), alla costruzione di un linguaggio non ambiguo che sommi i poteri del liguaggio naturale e di quello logico-matematico.

Se ci dotassimo di una lingua siffatta i vantaggi sarebbero molteplici. Per esempio, la produzione del software migliorerebbe drammaticamente.

Ma, cosa molto più importante e altrettanto utopistica, i rapporti umani potrebbero essere chiari come quelli che sussistono tra le grandezze scientifiche: circonferenza uguale tante volte il raggio, volume uguale area di base per altezza, ubicazione uguale metà dell’accelerazione per il quadrato del tempo trascorso, E=mc2… Dico una cosa, e tutti mi capiscono, senza ombra di dubbio: ci pensate?!

Un’utopia, certo, e forse anche futile. (Che non mi ha impedito di amare la poesia, i cui volumi costituiscono la sezione di gran lunga più ampia della mia biblioteca).

Quest’attitudine spiega la mia usuale reazione all’impiego sciatto e burino dei linguaggi normali, quelli i cui rudimenti apprendiamo da mamma e che poi la Scuola tenta (sempre meno) di insegnarci per bene. Reazione che si è manifestata pubblicamente per esempio qui, qui, qui, qui, qui, qui, o qui.

Per limitare le considerazioni all’Italia, ormai anche i libri degli editori più prestigiosi e i quotidiani più seri sono lardellati di sgrammaticature che non solo offendono il senso estetico della persona minimamente colta, ma dimostrano totale inconsapevolezza dell’analisi logica del discorso e risultano perciò sempre meno comprensibili. Qualche esempio?

(1)

«Io sono uno di quelli che dice pane al pane». Sarebbe «uno di quelli che dicono» (uno di coloro i quali dicono), e nel 1965 non si sarebbe usciti dalla III Media scrivendo così.  Oggi si va su Corriere o Repubblica, e si viene definiti “giornalista e scrittore” (come Hemingway, come Montanelli, horribile dictu).

Colti in fallo, alcuni s’industriano a sostenere che si possa accordare il verbo indifferentemente a “io” (che dice) oppure a “quelli” (che dicono). E’ una stupidaggine. Costoro dimostrano di essere avviati senza scampo lungo l’orribile china che conduce a «io sono uno che credo in Dio» e financo «io sono uno di quelli che credo in Dio»

Ed è proprio lì che andremo a finire: al fatidico «io sono uno di quelli che credo in Dio»… L’accordo non si fa a piacere, bensì a ragion veduta e secondo logica. Per esempio: «Un insieme di regole che serve a distinguere il grano dalla crusca», oppure «un insieme di regole che servono a distinguere il grano dalla crusca». Ma è tutt’altra altra faccenda.

(2)

Un altro esempio di illogicità è il mostruoso “dove” come deus ex machina teso a risolvere le situazioni in cui lo scrivente non sa a che pronome appellarsi. Ho letto di recente un imbarazzante «Era un’epoca dove non c’era ancora l’elettricità in tutte le case e la tv era una rarità…».

il “dove” piazzato in una frase lunga in luogo di “quando”, “da cui”, “in cui”, come si fa oggi, non è solo brutto: rende la frase un quiz.

Eppure lo scopo della comunicazione è farsi capire

(3)

«Per una completa revisione sia delle norme attuative sia generali». Orribile tonfo, che apre branche a livelli logici incoerenti. E ben diverso dalle forme corrette «Per una completa revisione sia delle norme attuative sia di quelle generali» oppure «Per una completa revisione delle norme sia attuative sia generali» o meglio ancora «Per una completa revisione delle norme attuative e di quelle generali».

Chi scrive così a) è un asino e b) non saprebbe metter giù due istruzioni di FORTRAN o C senza commettere almeno un errore. (NB: Stiamo parlando di chi scrive così in modo sistematico: l’errore estemporaneo può capitare a tutti!).

(4)

Una cosa che a prima vista può apparire un’inezia e invece può provocare danni: il «sia… che» in luogo del «sia… sia». La ragione per cui «sia… che» è sbagliato, e non semplicemente brutto (cosa che sarebbe opinabile), è che prima del secondo “sia” potrebbe trovarsi un “che” come pronome relativo: «La cosa si rivelò ininfluente sia a parere del perito che il gudice aveva ingaggiato sia dal punto di vista dell’opinione pubblica».

Se scriviamo «La cosa si rivelò ininfluente sia a parere del perito che il gudice aveva ingaggiato che dal punto di vista dell’opinione pubblica» la frase richiede uno sforzo maggiore per essere interpretata. E se scrivessimo una frase di cinquanta o settanta parole come quelle che compaiono in legalese, politichese, ignorantese, allora vedreste che essa diventerebbe inintellegibile.

(5)

Un sacco di gente pensa che punteggiatura sia una mera questione di gusto: piazzo una virgola qui, un punto là… Invece occorre ricordare che essa è un espediente per farsi capire. Ci sono molti modi creativi di usare la punteggiatura, sperimentati anche da grandi scrittori: ma sono forme d’arte, virtuosismi. Stanno alla lettera di un avvocato o a un articolo di analisi politica come un quadro di Fernand Léger sta alle foto del medico legale.

Adesso non vorrei farla troppo lunga, e poi non ne ho certo la statura. Ma ci sono almeno due piccole cause che intendo perorare.

Una è quella a favore dei segni “;” e “:”, che pure sono previsti. Perché usare solo virgole e punti e mai punto e virgola e due punti?!

Le virgole sono quasi insostituibili per gli elenchi e utilissime per gli incisi (per quest’ultimo scopo si potrebbero usare anche parentesi e trattini, ma quasi nessuno li conosce): sarebbe quindi meglio non usarle per separare frasi non subordinate e di senso scollegato, perché quando mettete una virgola il lettore si aspetta più probabilmente un inciso o una subordinata o un elenco. Può aspettarsi anche dell’altro, è vero: ma perché chiedere a lui tutto lo sforzo, se non siamo Kerouac o Gadda?

Scrivere periodi come il seguente è da sciattoni e, ciò che più conta, diminuisce la probabilità di comprensione da parte del lettore: «Sara e io siamo andate a Milano ieri, è stata una bellissima giornata e abbiamo comprato vestiti, alcuni utili altri totalmente inutili, per esempio quel tubino rosso di Zara che a me fa decisamente tristezza, c’era il Savini aperto, dicono che non ci si mangi più come una volta ma a noi non è andata male, tutto sommato aveva ragione Gigi, magari ci torno con lui per ridere». Conosco libri che vendono centinaia di migliaia di copie, scritti interamente così: e devi rileggere ogni periodo due volte. Le tesi di laurea sono scritte così. Le lettere degli avvocati.

Inoltre, corpo di mille fulmini, se apriamo un inciso, dobbiamo  anche chiuderlo! «Il segretario di stato Usa, Hillary Clinton ha dichiarato di essere d’accordo». No! Ci va la virgola dopo Clinton. Oppure: nessuna virgola, né prima né dopo. (Nel dubbio, le virgole sarebbero sempre da omettere). Perché così piace a me? Perché lo dice (e lo dice) l’Accademia della Crusca? No: perché aumentiamo la probabilità di essere capiti. Joyce o Arbasino potrebbero scrivere diversamente, come infatti fanno: ma non un giornalista, un notaio, un funzionario dell’Agenzia delle Entrate…

Inutile continuare, anche se potremmo scrivere un libro.

Il problema non è solo estetico, ma anche e soprattutto pratico. Non sono solo libri e giornali a essere scritti male sul piano logico, ma anche leggi, circolari, regolamenti, report aziendali, piani di progetto, studi di fattibilità, sentenze, perizie, eccetera. Queste non sono forme d’arte, bensì scritti che dovrebbero prefiggersi il precipuo fine di essere facilmente comprensibili.

Non lo sono, e questo causa un sacco di problemi alla società, come lungamente e inutilmente segnalò Montanelli. Ecco l’importanza di insegnare l’analisi logica alle Medie, come si faceva un tempo.

Sotto l’Albero mi sono arrivate le 10 copie-autore dell’ultimo libro.

Inorridito, scopro subito l’ennesima deturpazione: da “Tunc autem facie ad faciem“, la lettera ai Corinzi è diventata “Tunc autem facie a faciem“.

In fase di correzione (!) delle bozze mi ero battuto come un leone per ripristinare orribili e distratte modificazioni, introdotte principalmente da un software (che ha il livello culturale dello spelling checker di Word e corregge «un automa» in «un’automa» perché finisce per a) e che ovviamente nessuno si era preso la briga di verificare.

Oltre cinque settimane di calendario, spese esclusivamente per degradare il mio lavoro.

Persino Gozzano (pag. 145. I dilettanti eccedono sempre nelle citazioni) ne era uscito con le ossa rotte: egli infatti ignora che non si scrive «S’annuncia col profumo, come una cortigiana», bensì «S’annuncia con il profumo, come una cortigiana», con tutto quel che ne consegue per la metrica… Ma, quella volta, la Musa di guidogozzano volle che io mi avvedessi dell’obbrobrio prima della stampa.

La correzione di bozze è un processo durante il quale l’editore sembra fare di tutto per peggiorare un testo scritto con cura, perché applica procedure e accorgimenti pensati per coloro che pagano per essere pubblicati e non hanno alcuna dimestichezza con la scrittura.

Ho potuto verificare questo fatto con quattro editori diversi. Credo dunque che autopubblicherò il mio prossimo libro.

Sdrucciolando

Pubblicato: 28 aprile 2010 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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🙂 Ne imbroccheremo mai una?

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Pubblicato: 15 luglio 2009 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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Il corpo di Borges

Pubblicato: 12 febbraio 2009 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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Borges e Kodama nel 1976

A chi appartengono le spoglie mortali di Jorge Luis Borges? Alla moglie, Maria Kodama, oppure allo Stato argentino?

Alcuni intellettuali argentini e spagnoli, sostenuti da qualche politico, hanno iniziato una campagna mirata a chiedere alla Confererazione Elvetica la traslazione della salma di Borges dal cimitero del Plainpalais (Ginevra) a quello della Recoleta (Buenos Aires).

Maria Kodama vuole che la tomba resti a Ginevra, e ha offerto quello che noi crediamo sia l’argomento decisivo: l’opera di Borges appartiene al mondo, ma il suo corpo appartiene alla moglie.

La discussione intorno alla plausibilità di Ginevra come patria ultima di Borges può essere, come sarà, infinita. La vastità del personaggio, il suo eclettismo, l’ampiezza delle sue peregrinazioni e frequentazioni nel mondo, l’eterogeneità delle sue radici culturali e familiari, rendono eleggibili come cimiteri almeno una mezza dozzina di città.

Le azioni di Maria Kodama (la fedele segretaria sposata sul letto di morte svizzero con un atto registrato in Paraguay) dopo la scomparsa di Borges non mi convincono del tutto. In particolare, sollevano qualche perplessità alcune delle sue iniziative come curatrice dei diritti sull’opera dello scrittore.

Ritengo tuttavia che la sfera personale e privata debba rimanere distinta da quella pubblica, e che gli Stati non debbano impicciarsi degli affari di famiglia a meno che non ci siano violazioni della legge.

Tomba 735 D6 al Cimetière des Rois

La tomba 735 D6 al Cimetière des Rois

Modelle e modelli

Pubblicato: 27 giugno 2008 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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Ogni genitore sa che nell’educazione dei ragazzi un comportamento esemplare vale più di mille chiacchiere e raccomandazioni. Anzi, queste ultime spesso risultano controproducenti, mentre nulla scalfisce l’efficacia formativa dell’esempio comportamentale concreto.

Potete spendere un milione di parole sul fumo, mostrare grafici, far parlare esperti, visitare sanatori: ma se papà e mamma fumano, o se fumano i divi che la ragazza venera, non ci sarà nulla da fare. Se papà corre in macchina, o se lo fanno lo zio o l’amico grande più ammirato, il giovanotto sarà indotto a fare lo stupido al volante. Non si scappa. Le eccezioni sono poche.

Domandiamoci allora: perché perdere occasioni per mostrare ai nostri ragazzi qualche buon esempio, magari lasciandolo cadere lì come per caso e senza commenti? Cosa fa la Tv a questo proposito? E i giornali, zeppi di cronaca nera e zuffe politiche da cortile?

John Bardeen nacque il 23 maggio 1908 a Madison nel Wisconsin, non lontano da dove, mezzo secolo dopo, vivranno Fonzie e gli altri di Happy Days. Madison era stata fondata solo 70 anni prima, quando un giudice in pensione aveva comprato della terra in quella bellissima zona racchiusa fra quattro laghi con la decisa intenzione di costruire una città. Lo Stato del Wisconsin non esisteva ancora, e il Wisconsin Territory era stato istituito solo nel 1835. Insomma, pionieri. Il papà di John, Charles Bardeen, si era laureato in medicina sulla costa orientale nel 1897 e, trasferitosi nel Wisconsin, fondò la scuola di medicina all’università di Madison e ne divenne il primo rettore nel 1907. Pionieri.

Unico caso nella storia, John Bardeen vinse due premi Nobel per la fisica: uno nel 1956 per avere ideato il transistor insieme a Shockley e Brattain, e uno nel 1972 per la teoria BCS (Bardeen – Cooper -Schrieffer) sulla superconduttività.

Era però una persona modesta e senza pretese, incapace di darsi arie e concentrato più che altro sulle sue ricerche e sull’insegnamento. Il fisico italiano Luciano Pietronero, in Complessità e altre storie, racconta che quando da giovane andava a in America per lavorare col team di Bardeen in un paio di occasioni questi, che aveva già 70 anni, andò personalmente a prelevarlo all’aeroporto.

Per 40 anni John Bardeen ha insegnato nella cittadella universitaria di Urbana-Champaign, a sud di Chicago, vivendo con moglie e tre figli in una classica villetta col prato davanti e il cortile sul retro. Amava il barbecue e ingaggiava spesso i vicini di casa in gare culinarie, ossessionandoli un poco. Nessuno di loro seppe mai dei suoi risultati e dei suoi onori scientifici. Sapevano solo che insegnava all’università. Ignoravano che, senza di lui, sarebbero arrivate molto più tardi cosucce come l’Era dell’Informazione, la tomografia computerizzata o la risonanza magnetica nucleare.

A dimostrazione della riservatezza e dell’umiltà della figura di Bardeen, si pensi che la stessa Wikipedia anglofona, alla voce “Madison, Wisconsin“, non lo menziona tra i cittadini illustri.

Quest’uomo geniale ma modesto, benefattore dell’umanità ma quasi povero, maestro di tanti allievi che sono ancora tra noi, non ha mai ammiccato dalle videate sconce delle televisioni e i media lo ignorano: egli non costituisce un modello se non per rari e selezionati studenti di fisica e di ingegneria elettronica. Siamo convinti che il sentirne parlare ogni tanto (brevemente, di sfuggita e senza insistere) farebbe bene alle giovani generazioni.

Così come farebbe loro bene il sentir parlare più spesso di Muhammad Alì. Tornato vincitore dalle Olimpiadi di Roma del 1960, l’allora Cassius Clay gettò da un ponte sul fiume Ohio la medaglia d’oro dopo essere stato trattato con razzismo in un ristorante della sua città.

Poi, dopo sette anni di trionfi, campione mondiale dei pesi massimi, ormai membro della Nazione dell’Islam e pacifista, Alì si trovò a dover rifiutare il servizio militare perché l’ufficio della Leva non si rivolgeva a lui con il suo nuovo nome e si ostinava a impiegare quello “da schiavo negro”, Cassius Marcellus Clay, che papà e mamma gli avevano dato. Alì sapeva che per lui il servizio militare sarebbe stato all’acqua di rose e non avrebbe mai implicato l’avvio al fronte bensì, al più, un paio di viaggi in Vietnam per battersi davanti alle truppe con qualche avversario fantoccio.

Ciononostante, egli rimase fedele ai suoi principi. Rischiò l’arresto, perse il titolo mondiale e ingaggi per decine di milioni di dollari (di 40 anni fa), dilapidò i suoi soldi in avvocati e potè tornare a combattere solo nel 1970, perdendo gli anni migliori della carriera professionistica.

Nonostante la renitenza alla leva nell’epoca arroventata del Vietnam e a dispetto della negritudine e dei problemi connessi, l’America si riconciliò con Alì, riconoscendovi un uomo integro e il portatore di valori sani. Nel 1996 The Greatest commuoverà miliardi di spettatori comparendo, a sorpresa, come ultimo tedoforo nello stadio olimpico di Atlanta, tutto tremante a causa del Parkinson. Il Presidente Clinton gli restituì, in quegli stessi giorni, la medaglia gettata nel fiume 36 anni prima.

Alì aveva conquistato il titolo mondiale per la terza volta nel 1974 contro George Foreman, un altro grande uomo. Vent’anni più tardi, Foreman riconquistò a sua volta il titolo, a 45 anni suonati. Muhammad Alì, che nel frattempo era diventato suo grande amico, non andò ad assistere all’incontro e quando gli chiesero perché rispose “La mia presenza avrebbe distolto l’attenzione da George. Era il suo momento, non il mio”.

La Tv potrebbe raccontare ai nostri ragazzi anche di Richard Feynman (1918-1988). Egli fu, oltre che un grande scienziato (premio Nobel per la fisica 1965), un indimenticabile insegnante.

Intere generazioni di studenti universitari di fisica, matematica e ingegneria, in tutto il mondo, hanno avuto la fortuna di studiare sul testo La fisica di Feynman, che fermò sulla carta le sue lezioni in aula al California Institute of Technology nel 1961. Il linguaggio brillante, scoppiettante, beffardo e chiaro utilizzato in quei tre volumi densi di concetti scientifici sofisticati (che in altri libri sono di solito resi incomprensibili un po’ dall’intrinseca difficoltà e un po’ dalla “tromboneria” degli autori), era lo stesso che Feynman utilizzava in aula dal vivo, con i fortunati che lo frequentarono al Caltech negli anni ’50-60. Gli stessi studenti, i colleghi professori, i tecnici e le segretarie dell’Istituto potevano rivederlo a tarda sera suonare le percussioni nei locali notturni di Pasadena.

L’esplosione in volo, subito dopo il decollo, dello shuttle Challenger nel 1986 fu l’evento più sconvolgente per l’America tra Dallas e le Twin Towers, e il verificarsi di un incidente così spettacolare, così cruento e così dannoso in quel programma spaziale straordinario e affascinante (la navicella che va nello spazio e ne ritorna, per poi tornarvi ancora e ancora) fece correre brividi lungo la schiena di tutti. Il Paese aveva quasi paura di conoscere quali verità si potessero nascondere dietro quel disastro, dietro quel delitto in mondovisione, dietro l’improvvisa intrusione della morte nel cielo azzurrissimo della Florida di gennaio, come in un noir di Stephen King.

La missione, delicatissima e quasi impossibile, di scoprire cosa fosse successo fu affidata a Richard Feynman, personaggio pubblico tanto eccentrico e irriverente quanto credibile e rispettato. La commissione da lui presieduta rivelò in pochi mesi non solo i cedimenti strutturali ma anche la catena di incomprensioni e negligenze che avevano portato al disastro.

L’America aveva mostrato di avere la massima fiducia di quell’uomo e di aspettarsi da lui verità, per crude che potessero essere, e non camuffamenti, decisioni salomoniche e discorsi in politichese. Mai fiducia fu così ben riposta.