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Mary Tsingou circa 1955

“Every writer creates his own precursors,” said Borges. And it doesn’t just happen in art: it also happens in science.

In the field of nonlinearity, known in popular literature by the ambiguous term ‘complexity’, almost no one noticed the scope of Poincaré’s work on the three-body problem until after Lorenz in 1963. And prior to the advent of ‘chaos theory’ in 1977, the Fermi – Pasta – Ulam problem was not out of the circles of super experts.

The extent of nonlinearity in the natural sciences could not be discovered without computers: Poincaré himself, at the end of the nineteenth century, was perplexed by his results and could not go further because of the inhuman implied calculation effort. The encounter between computers and natural sciences was provoked by Enrico Fermi in the early fifties.

To explore his visions, he did not struggle to involve Stan Ulam, a brilliant Polish mathematician and polymath who like Fermi emigrated to America due to racial laws, and John Pasta, a physicist in his thirties who was becoming one of the pioneers of computer science under the guide of giants like Nick Metropolis, the man who at Fermi’s hint created the Montecarlo Method and the architect of the MANIAC computer, conceived with John von Neumann.

The Fermi / Pasta / Ulam paradox was being born, as the result of a computer-simulated mechanical experiment poised to keep physicists busy for over half a century.

The simulation was made possible by a program written in machine language for the MANIAC by Mary Tsingou, a mathematics graduate student who, like many young women since the Manhattan Project in 1943-45, had been hired in Los Alamos as a computer (sic) herself.

In 1953, however, the computer had also become available in the form of an automaton, no longer only a girl, and a young woman willingly took on the task of instructing him to simulate a physics experiment.

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This is the flow chart, i.e. the algorithm of the program. Most likely mainly a Pasta creation, its development is sure to have had Tsingou deeply involved. So how come her name disappeared from all subsequent mentions of the crucial experiment?

The internal report of the Los Alamos Laboratory says that it was “written by Fermi, Pasta, and Ulam” on the basis of a work done by “Fermi, Pasta, Ulam, and Tsingou” (E. Fermi, J. Pasta, and S. Ulam, ‘Studies of the Nonlinear Problems’, I, Los Alamos Report LA-1940, 1955).

That is, Mary Tsingou had not participated in the drafting of the report and this caused her name to disappear from the authors of the experiment in the subsequent citations in the scientific literature.

Had the report not just been filed internally to the Lab, but published in a scientific journal, something which was never done because Fermi died in November 1954, Tsingou would have been given the usual citation credits. Coding the first computer program ever that simulates a physics experiment is not a triviality. It wouldn’t be today.

The boys’ invasion

Tsingou’s name was revived in 2008 by French physicist Thierry Dauxois in ‘Fermi, Pasta, Ulam and a mysterious lady‘ in Physics Today. She did graduate in Ann Arbor and went on to work as a programmer for the government and the military, including assisting John von Neumann in a study and becoming one of the earliest FORTRAN virtuosos. She reportedly lives in Los Alamos today.

From the beginning of computing until well into the 1980s, women filled a higher proportion of programming jobs than today. Very early on, like post-war times at Los Alamos, they were often preferred for coding jobs because it was believed that a meticulous mentality was required and this was supposed to be a female’s specialty.

Getty imagesIn the United States, by 1960 more than one in four programmers were women and by 1983, 37 percent of all students graduating with degrees in computer and information sciences were female. This was the historical peak though.

Early forms of personal computing were emerging, and they were used almost exclusively by boys. The Commodore and TRS wiz-kids started flocking to Computer Science 101 classes and in ten years the percentage of women in computing degrees was down to 28 percent. It has kept going down ever since and we are down to about 18% today in the US.

This has turned computing and the IT industry in general into an all-male business, although it looks like it is less due to women’s disaffection than the mighty influx of men.

It is believed that to increase gender diversity in information technology, remedies include giving computer devices and game consoles to girls as well instead of just boys, and inserting as many female board members and executives as possible in IT enterprises.

Leave us alone

Pubblicato: 28 luglio 2014 da Paolo Magrassi in Politica e mondo, USA

imagesAmo l’America ma mi viene in odio ogni volta che mostra la faccia guerresca. E purtroppo non passa giorno senza che ciò accada. Ad esempio: perché il Presidente Obama ci sminuzza daily i cabasisi con la faccenda del volo Malesian, parlando contro Putin & Co.? Chi tirò giù, nel 1988, un Airbus civile iraniano sullo Stretto di Hormuz, ammazzando altrettanti passengeri? Chi si rifiutò di chiedere scusa e/o ammettere di avere sbagliato? Chi decorò, negli anni seguenti, gli ufficiali di cui si era in precedenza detto che avevano scambiato l’Airbus A300 per un Tomcat? Mr President: farsi i cavolacci propri, ogni tanto, mai, eh? (Specie in un’epoca in cui i sondaggi sembrano inclinare verso il non-interventismo…)

 

220px-NRELIl National Renewable Energy Laboratory ha condotto uno studio sulle opportunità e le sfide dell’approvvigionamento di energia elettrica “pulita”  nel futuro degli Usa.

Il mix delle fonti comprende il risparmio energetico, l’efficienza della rete distributiva, il nucleare, il gas naturale, il carbone a cattura e/o ridotta emissione di CO2, le varie fonti rinnovabili.

Secondo l’NREL, nel 2050 il contributo delle fonti rinnovabili alla produzione di elettricità sarà compreso tra il 30 e il 90%. Lo studio, pubblicato nel 2012 ma di fatto eseguito nel 2010, si è focalizzato sulla possibilità di realizzare un contributo dell’80% entro il 2050, discutendo i possibili ostacoli che si frapporrebbero a tale obbiettivo.

Delle fanfaluche che circolano nella cultura italiana intorno all’auto elettrica abbiamo già detto un anno fa, e nulla è cambiato.

Per fortuna, al di là delle amenità pubblicitarie e della eccitazione pop (com’è quella di coloro che, installato un impianto fotovoltaico a spese del contribuente, credono di vendere convenientemente energia all’Enel), c’è gente seria che lavora veramente al problema ecologico costituito dalle automobili.

Pare che ancora per parecchi anni a venire tali sforzi continuino a dover essere concentrati sulle auto a combustione interna (che inquinano sempre meno, anche meno di un’elettrica, in determinate condizioni), sulle ibride e sulle ibride plug-in.

L’auto interamente elettrica, infatti, ossia quella con solo una batteria ricaricabile a bordo e senza motore a combustione “di sostegno”, è penalizzata dalla tecnologie delle batterie, oggi insufficiente e destinata a esserlo per qualche lustro.

Questo almeno è quanto emerge dagli atti del convegno “Beyond Lithium Ion V: Symposium on Scalable Energy Storage”, tenutosi al Lawrence Berkeley National Lab (LBNL) in giugno, dei quali apprendo dal mensile della American Physical Society.

La chimica degli ioni di litio ha ormai dato il suo massimo o quasi. Si tratta di una tecnologia insufficiente a supportare le auto fully electric, la cui autonomia stradale è inadeguata per il consumatore americano.

Le relazioni più apprezzate sono state quelle che hanno descritto gli sforzi sperimentali in corso con chimica litio/ossigeno o litio/zolfo. Ma gli ostacoli da superare sono ancora grandi, anche a livello teorico: “Per ottenere un futuro energetico veramente sostenibile” ha detto Paul Alivisatos, direttore di LBNL, “dobbiamo comprendere bene i meccanismi fisici dei processi di conversione di energia”.

Questo significa che non dovremmo continuare a credere in un naturale e imminente passaggio all’auto elettrica.

Dovremmo semmai operare risolutamente sul terreno politico (imposizione fiscale, norme della circolazione) e culturale (messaggi pubblicitari, moral suasion), per indurre l’automobilista ad accettare un nuovo stile di guida.

Per aumentare il range delle auto a batteria, dobbiamo ridurre la potenza installata e alleggerire i veicoli.

Raccontandoci frottole rassicuranti, non combineremo nulla di buono.

“SOPA è al tempo stesso troppo forte e troppo ampia. Troppo forte nei rimedi che propone, e troppo ampia per i problemi che cerca di aggredire. [… ] Nel complesso, il mio voto è un no.” [Jonathan Zittrain, giurista, co-fondatore del Berkman Center for Internet and Society ad Harvard]

La faccenda della pirateria digitale va risolta.

Va risolta perché abbiamo lasciato crescere una generazione di confusi che, spalleggiati da un’orda i ipocriti, scambiano la ricettazione per libertà.

Va risolta perché il diritto d’autore necessita di riforme: open source/content e creative commons hanno indicato la strada.

Va risolta perché nella società post-industriale (“economia della conoscenza”) le opere dell’ingegno hanno un’importanza cruciale.

Va risolta perché non possiamo accettare che si brevettino fagiolini e zucchine.

Va risolta armonizzando la funzione di beni comuni da un lato e proprietà intellettuali dall’altro.

Purtroppo la strada sarà molto lunga, come dimostra il fatto che dura già da un quarto di secolo.

Lunga perché il tema è complesso e va al cuore di alcuni cardini sociali, come proprietà privata, libero mercato, lavoro.

Lunga perché i tempi della politica lo sono.

E siamo ancora nello stadio storico nel quale le lobby propongono le leggi e queste si affacciano ai parlamenti in condizioni di deludente partigianeria: succede in America, figuriamoci in Italia dove di economia digitale capiscono poco persino gli accademici e dove la cultura giuridica è ancora sostanzialmente digiuna dell’argomento.

Se nutrite ancora dei dubbi circa il peso della speculazione finanziaria sulla crisi attuale, oggi vi propongo una riflessione e due letture. La riflessione: com’è nata la crisi in corso, nel 2008? Dovete solo fare un piccolissimo sforzo di memoria… Le letture. La prima è un articolo apparso pochi giorni or sono su Business Week, nel quale si tratteggia il ruolo che le grandi banche d’affari americane stanno giocando sullo scacchiere finanziario e su quello dei prezzi delle materie prime. Il dopaggio del valore di petrolio, granaglie e altre commodities (tutti beni che, manco a dirlo, sui mercati finanziari vengono trattati in quasi totale disconnessione dalla loro reale disponibilità) ha un influsso sul prezzo dei prodotti a valle, quelli che arrivano al consumatore. E siccome i prezzi ne risultano pompati, il consumatore compra sempre meno: e questa è la più classica sorgente di crisi economica. La seconda lettura è un paper postato qualche settimana fa su arXiv, dove si mostra empiricamente come 147 corporations controllino il 40% dell’economia globale e 737 ne controllino l’80%. E i 3/4 dei controllori sono aziende finanziarie.

Da “The network of global corporate control”, arXiv

Gli autori sottolineano come il controllo aziendale, esercitato attraverso le complesse reti di ownership, sia molto più concentrato del reddito o della ricchezza. Lo 0,6% controlla l’80% della proprietà aziendale, mentre per fare l’80% del fatturato occorre sommare il 30% delle imprese, e per totalizzare l’80% del reddito, nei paesi sviluppati, occorre mettere assieme il 5-10% delle famiglie.

Dunque, il controllo aziendale nell’economia globale è 10 volte più concentrato del reddito delle persone e 50 più del fatturato delle imprese. Alla faccia dei mercati efficienti e della invisible hand.

Che bello se dall’America importassimo non solo i bidoni (Halloween, il Grande Fratello, le carte revolving, …) ma anche le cose belle, come per esempio la società 24×7 o un po’ cultura quantitativa.

Cultura quantitativa? Ci risiamo con la matematica?!

Ma no, nulla di opprimente. Prendete il mercato dell’auto. Tutti i giornali, dai più sciatti (La Repubblica) a quelli più accurati (24Ore), titolano incomprensibilmente “Auto: a luglio -10%”. Bisognerebbe dire rispetto a quando. E anche laddove c’è un sottotitolo (Repubblica, Corriere), nemmeno lì si capisce. Rispetto a giugno 2011? Rispetto a  luglio 2010 (indovinato!)?

Sto cavillando? Tutti i lettori sanno che i dati dell’auto sono sempre mensili e riferiti per differenza allo stesso mese dell’anno precedente (falso: ci sono i trimestrali e gli annuali, e nulla vieta di parlare di differenze rispetto al mese precedente nel medesimo anno)? Forse. Però i giornalisti italiani non capiscono nulla di percentuali.

La disoccupazione passa, in un anno, dal 9% all’8%? Diranno che è scesa dell’1%, quando con ogni evidenza è scesa dell’11. L’inflazione passa dal 2 al 2,5% annuo? Scriveranno che “il costo della vita” è passato dal 2% al 2,5%.

E’ così importante capire le percentuali? Be’, se volete ragionare ad esempio di contabilità, e di percentuali non capite un acca, chiunque vi può infinocchiare. Ad esempio non occorre una Casta astutissima per mettere nel sacco una Stampa che fa confusione tra l’1 e il 10 percento, o tra le grandezze (costo della vita) e le loro dinamiche (inflazione, deflazione).

In Usa non succede. Loro, poi, hanno anche quella cosa fantastica, che noi non potremmo mai importare perché ci risulterebbe incomprensibile, delle strade con i punti cardinali sui cartelli (US 95 North…), e con il numero stesso a dirti se la via corre lungo l’asse est-ovest (numeri pari) o lungo quello verticale (dispari).

Razza superiore? No. Mentalità quantativa (anche gli inglesi). E per ciò hanno un giornalismo economico sviluppato e perfino un giornalismo scientifico, da noi assente salvo rare per quanto illustri eccezioni (come Angela).

PS: Quanto al giornalismo, c’entra poi anche un altro fattore. Da loro un giornalista economico o scientifico è quasi sempre uno che ha studiato economia o scienza. Da noi, uno che si improvvisa e, inevitabilmente, non sa quel che dice.

La Cina sorpassa gli Usa

Pubblicato: 2 aprile 2011 da Paolo Magrassi in Politica e mondo, USA
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🙂

Think tank

Pubblicato: 27 dicembre 2010 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo, USA
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Formuletta magica che in America significa “ufficio studi al servizio di una lobby di Washington”, e che in Italia suona cool. Da noi si chiama solitamente “fondazione”.

🙂

Atul Gawande

Atul Gawande

Sapevate che la sanità pubblica Usa spende, per abitante, il 30% in più di quella italiana?

La spiegazione di questo paradosso ci è offerta da un’inchiesta recentemente svolta dal New Yorker. (L’autore è Atul Gawande, chirurgo del Brigham and Women’s Hospital di Boston e professore di chirurgia alla Harvard Medical School.)

 
Il sistema sanitario statunitense va noto per essere privato, ma in realtà esistono due mutue pubbliche: una per le persone poverissime e una per le persone vecchie.
 
Queste due mutue non lavorano solo con ospedali pubblici, bensì anche attraverso ospedali privati, esattamente come succede da noi. La Lombardia, per esempio, è all’avangardia nel proporre un sistema sanitario che faccia fortemente leva anche sulle strutture private, ritenute “più efficienti”.
 
Tuttavia, la spiegazione del paradosso americano sta proprio in quella efficienza, e nel gioco di parole tra “efficienza” ed “efficacia”.
 
Infatti, a noi in quanto contribuenti interessa innanzitutto l’efficienza, ossia che la cura costi il minimo possibile. Ma ahimé, quando siamo anche malati, improvvisamente ci interessa moltissimo che la cura sia efficace!
 
Ed è qui che casca l’asino.
Di proprietà di un'organizzazione non-profit, la Mayo Clinic del Minnesota è da 40 anni il miglior ospedale d'America

L'organizzazione non-profit Mayo Clinic del Minnesota gestisce da 40 anni i migliori ospedali d'America

Il New Yorker ha confrontato tra loro le contee Usa nelle quali il Pubblico spende di più in sanità, e quelle nelle quali invece spende meno.

E ha scoperto che le prime sono anche quelle dove la gente è curata peggio: le metriche indicano una maggiore incidenza di malattie, mortalità, eccetera eccetera.

Le contee che spendono meno, invece, hanno un livello di salute dei cittadini superiore alla media mazionale, e molto superiore a quello delle conteee spendaccione.
 
Ohibo’! La spiegazione?
 
Nelle contee virtuose prevale uno stile di conduzione degli ospedali olistico e mirato al risultato globale sul malato. I medici sono remunerati con stipendi.
 
Nelle contee spendaccione, invece, prevale il modello che è anche quello privatistico italiano: l’obiettivo da raggiungere è il profitto dell’ospedale, e i medici sono remunerati di conseguenza. Stipendi modestissimi e bonus variabili altissimi basati sulla clientela che si attira e sulla quantità di cure somministrate.
 
Got the picture?

Silver wedding

Pubblicato: 15 giugno 2009 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, USA
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Celebro quest’estate le mie nozze d’argento con il New Yorker.

Dice: “O bella, e chi se n’impippa?”. Be’, la cosa potrebbe interessare a chi non conosce il più bel periodico del mondo occidentale e da queste righe potrebbe prendere slancio per innamorarsene a sua volta.

NYIl più bel periodico? Eccome! Pensate: niente pagine di pubblicità, se non tre o quattro all’inizio. Niente illustrazioni rutilanti. Anzi, quasi niente illustrazioni, se non i disegni di impareggiabili cartoonist.

Vignette (in bianco e nero) invece delle insopportabili foto dei rotocalchi stile “magazine” italiano, improntate al cicaleccio politico e al pettegolezzo e all’esercizio delle solite trite parole-chiave, tutte, dico rigorosamente tutte, fraintese o malintese, come glamour, trasgressione, sensuale, eccetera.

Le più belle penne della lingua inglese. La traduzione di alcuni dei più bravi scrittori del mondo. Inchieste giornalistiche approfondite. Divulgazione scientifica. Resoconto dei principali fatti letterari e della vita culturale newyorkese, che resta una delle più interessanti.

Nessun errore di inglese od ortografico: scordatevi La Repubblica o L’Espresso! Una squadra interna di fact checkers che controllano l’esattezza fattuale di tutto quello che viene pubblicato. Il giornalismo al suo meglio.

Vi garantisco che la settimana comincia bene con la copertina (sempre diversa e disegnata a mano) del New Yorker.

Peccato che l’editore Condé Nast, rapace produttore anche di molta paccottiglia mondana, da qualche mese abbia avuto la bella pensata di nascondere la copertina sotto una pagina di pubblicità, entro la busta di cellophane in cui vi arriva il giornale.

Gioco di squadra

Pubblicato: 10 aprile 2009 da Paolo Magrassi in Scienza, USA
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Dovete guardarvi il video di Bonnie Bassler che spiega la sua ricerche di biologia molecolare.

Se non volete seguirlo tutto, potete trovare qui sotto il mio riassunto. Ma non dovreste perdervi l’entusiamo e la leggerezza con la quale la profe parla davanti al pubblico di una TED Conference.

Al di là dell’innata capacità comunicativa e di entertainment degli americani, è sempre bello palpare l’entusiasmo di un ricercatore per il suo lavoro, e immaginarsi la fortuna degli studenti che hanno una come la Bassler a lezione (dove, detto per inciso, lei si presenta davvero…).

bioluminescence

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A forza di ammazzare batteri con gli antibiotici, ne abbiamo favorito l’insorgere di una genia sempre più resistente e tosta. Il problema sta diventando serio.

Bonnie Bassler è la biologa che potrebbe portarci alla messa a punto di una nuova generazione di antibiotici a largo spettro in grado fare un balzo in avanti rispetto alla situazione attuale, nella quale i batteri stanno sempre più “alzando la cresta”.

Bassler si era accorta qualche anno fa che i batteri comunicano tra di loro attraverso opportune molecole-messaggio.

Per esempio, i batteri virulenti usano la tecnica del “quorum sensing” prima di attaccare un organismo ospite.

Se un solo batterio di escherichia coli si mettesse in testa di aggredire il corpo di una persona, verrebbe sbaragliato subito dal sistema immunitario.

Allora, ogni batterio manda in giro una molecola che serve a dire “Io sono qua. Chi altri c’è?”.

Il batterio dispone anche di un recettore che gli consente di ricevere quel genere di messaggio da parte dei suoi simili. Dunque, i batteri sono in grado di accorgersi se nell’ambiente circolano molti o pochi di quei messaggi. Ossia, se ci sono abbastanza compagni.

Quando si raggiunge un certo quorum, l’attacco viene lanciato.

(Fra l’altro, Bassler ha scoperto che i batteri usano sia un linguaggio intra-specie sia uno inter-specie, adatto a comunicare con batteri diversi da sé).

Allora l’idea del laboratorio di Bassler è di creare popolazioni di batteri in grado di ingannare gli altri facendo disinformazione. Potrebbero essere questi gli antibiotici del futuro.