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Leave us alone

Pubblicato: 28 luglio 2014 da Paolo Magrassi in Politica e mondo, USA

imagesAmo l’America ma mi viene in odio ogni volta che mostra la faccia guerresca. E purtroppo non passa giorno senza che ciò accada. Ad esempio: perché il Presidente Obama ci sminuzza daily i cabasisi con la faccenda del volo Malesian, parlando contro Putin & Co.? Chi tirò giù, nel 1988, un Airbus civile iraniano sullo Stretto di Hormuz, ammazzando altrettanti passengeri? Chi si rifiutò di chiedere scusa e/o ammettere di avere sbagliato? Chi decorò, negli anni seguenti, gli ufficiali di cui si era in precedenza detto che avevano scambiato l’Airbus A300 per un Tomcat? Mr President: farsi i cavolacci propri, ogni tanto, mai, eh? (Specie in un’epoca in cui i sondaggi sembrano inclinare verso il non-interventismo…)

 

220px-NRELIl National Renewable Energy Laboratory ha condotto uno studio sulle opportunità e le sfide dell’approvvigionamento di energia elettrica “pulita”  nel futuro degli Usa.

Il mix delle fonti comprende il risparmio energetico, l’efficienza della rete distributiva, il nucleare, il gas naturale, il carbone a cattura e/o ridotta emissione di CO2, le varie fonti rinnovabili.

Secondo l’NREL, nel 2050 il contributo delle fonti rinnovabili alla produzione di elettricità sarà compreso tra il 30 e il 90%. Lo studio, pubblicato nel 2012 ma di fatto eseguito nel 2010, si è focalizzato sulla possibilità di realizzare un contributo dell’80% entro il 2050, discutendo i possibili ostacoli che si frapporrebbero a tale obbiettivo.

Delle fanfaluche che circolano nella cultura italiana intorno all’auto elettrica abbiamo già detto un anno fa, e nulla è cambiato.

Per fortuna, al di là delle amenità pubblicitarie e della eccitazione pop (com’è quella di coloro che, installato un impianto fotovoltaico a spese del contribuente, credono di vendere convenientemente energia all’Enel), c’è gente seria che lavora veramente al problema ecologico costituito dalle automobili.

Pare che ancora per parecchi anni a venire tali sforzi continuino a dover essere concentrati sulle auto a combustione interna (che inquinano sempre meno, anche meno di un’elettrica, in determinate condizioni), sulle ibride e sulle ibride plug-in.

L’auto interamente elettrica, infatti, ossia quella con solo una batteria ricaricabile a bordo e senza motore a combustione “di sostegno”, è penalizzata dalla tecnologie delle batterie, oggi insufficiente e destinata a esserlo per qualche lustro.

Questo almeno è quanto emerge dagli atti del convegno “Beyond Lithium Ion V: Symposium on Scalable Energy Storage”, tenutosi al Lawrence Berkeley National Lab (LBNL) in giugno, dei quali apprendo dal mensile della American Physical Society.

La chimica degli ioni di litio ha ormai dato il suo massimo o quasi. Si tratta di una tecnologia insufficiente a supportare le auto fully electric, la cui autonomia stradale è inadeguata per il consumatore americano.

Le relazioni più apprezzate sono state quelle che hanno descritto gli sforzi sperimentali in corso con chimica litio/ossigeno o litio/zolfo. Ma gli ostacoli da superare sono ancora grandi, anche a livello teorico: “Per ottenere un futuro energetico veramente sostenibile” ha detto Paul Alivisatos, direttore di LBNL, “dobbiamo comprendere bene i meccanismi fisici dei processi di conversione di energia”.

Questo significa che non dovremmo continuare a credere in un naturale e imminente passaggio all’auto elettrica.

Dovremmo semmai operare risolutamente sul terreno politico (imposizione fiscale, norme della circolazione) e culturale (messaggi pubblicitari, moral suasion), per indurre l’automobilista ad accettare un nuovo stile di guida.

Per aumentare il range delle auto a batteria, dobbiamo ridurre la potenza installata e alleggerire i veicoli.

Raccontandoci frottole rassicuranti, non combineremo nulla di buono.

“SOPA è al tempo stesso troppo forte e troppo ampia. Troppo forte nei rimedi che propone, e troppo ampia per i problemi che cerca di aggredire. [… ] Nel complesso, il mio voto è un no.” [Jonathan Zittrain, giurista, co-fondatore del Berkman Center for Internet and Society ad Harvard]

La faccenda della pirateria digitale va risolta.

Va risolta perché abbiamo lasciato crescere una generazione di confusi che, spalleggiati da un’orda i ipocriti, scambiano la ricettazione per libertà.

Va risolta perché il diritto d’autore necessita di riforme: open source/content e creative commons hanno indicato la strada.

Va risolta perché nella società post-industriale (“economia della conoscenza”) le opere dell’ingegno hanno un’importanza cruciale.

Va risolta perché non possiamo accettare che si brevettino fagiolini e zucchine.

Va risolta armonizzando la funzione di beni comuni da un lato e proprietà intellettuali dall’altro.

Purtroppo la strada sarà molto lunga, come dimostra il fatto che dura già da un quarto di secolo.

Lunga perché il tema è complesso e va al cuore di alcuni cardini sociali, come proprietà privata, libero mercato, lavoro.

Lunga perché i tempi della politica lo sono.

E siamo ancora nello stadio storico nel quale le lobby propongono le leggi e queste si affacciano ai parlamenti in condizioni di deludente partigianeria: succede in America, figuriamoci in Italia dove di economia digitale capiscono poco persino gli accademici e dove la cultura giuridica è ancora sostanzialmente digiuna dell’argomento.

Se nutrite ancora dei dubbi circa il peso della speculazione finanziaria sulla crisi attuale, oggi vi propongo una riflessione e due letture. La riflessione: com’è nata la crisi in corso, nel 2008? Dovete solo fare un piccolissimo sforzo di memoria… Le letture. La prima è un articolo apparso pochi giorni or sono su Business Week, nel quale si tratteggia il ruolo che le grandi banche d’affari americane stanno giocando sullo scacchiere finanziario e su quello dei prezzi delle materie prime. Il dopaggio del valore di petrolio, granaglie e altre commodities (tutti beni che, manco a dirlo, sui mercati finanziari vengono trattati in quasi totale disconnessione dalla loro reale disponibilità) ha un influsso sul prezzo dei prodotti a valle, quelli che arrivano al consumatore. E siccome i prezzi ne risultano pompati, il consumatore compra sempre meno: e questa è la più classica sorgente di crisi economica. La seconda lettura è un paper postato qualche settimana fa su arXiv, dove si mostra empiricamente come 147 corporations controllino il 40% dell’economia globale e 737 ne controllino l’80%. E i 3/4 dei controllori sono aziende finanziarie.

Da “The network of global corporate control”, arXiv

Gli autori sottolineano come il controllo aziendale, esercitato attraverso le complesse reti di ownership, sia molto più concentrato del reddito o della ricchezza. Lo 0,6% controlla l’80% della proprietà aziendale, mentre per fare l’80% del fatturato occorre sommare il 30% delle imprese, e per totalizzare l’80% del reddito, nei paesi sviluppati, occorre mettere assieme il 5-10% delle famiglie.

Dunque, il controllo aziendale nell’economia globale è 10 volte più concentrato del reddito delle persone e 50 più del fatturato delle imprese. Alla faccia dei mercati efficienti e della invisible hand.

Che bello se dall’America importassimo non solo i bidoni (Halloween, il Grande Fratello, le carte revolving, …) ma anche le cose belle, come per esempio la società 24×7 o un po’ cultura quantitativa.

Cultura quantitativa? Ci risiamo con la matematica?!

Ma no, nulla di opprimente. Prendete il mercato dell’auto. Tutti i giornali, dai più sciatti (La Repubblica) a quelli più accurati (24Ore), titolano incomprensibilmente “Auto: a luglio -10%”. Bisognerebbe dire rispetto a quando. E anche laddove c’è un sottotitolo (Repubblica, Corriere), nemmeno lì si capisce. Rispetto a giugno 2011? Rispetto a  luglio 2010 (indovinato!)?

Sto cavillando? Tutti i lettori sanno che i dati dell’auto sono sempre mensili e riferiti per differenza allo stesso mese dell’anno precedente (falso: ci sono i trimestrali e gli annuali, e nulla vieta di parlare di differenze rispetto al mese precedente nel medesimo anno)? Forse. Però i giornalisti italiani non capiscono nulla di percentuali.

La disoccupazione passa, in un anno, dal 9% all’8%? Diranno che è scesa dell’1%, quando con ogni evidenza è scesa dell’11. L’inflazione passa dal 2 al 2,5% annuo? Scriveranno che “il costo della vita” è passato dal 2% al 2,5%.

E’ così importante capire le percentuali? Be’, se volete ragionare ad esempio di contabilità, e di percentuali non capite un acca, chiunque vi può infinocchiare. Ad esempio non occorre una Casta astutissima per mettere nel sacco una Stampa che fa confusione tra l’1 e il 10 percento, o tra le grandezze (costo della vita) e le loro dinamiche (inflazione, deflazione).

In Usa non succede. Loro, poi, hanno anche quella cosa fantastica, che noi non potremmo mai importare perché ci risulterebbe incomprensibile, delle strade con i punti cardinali sui cartelli (US 95 North…), e con il numero stesso a dirti se la via corre lungo l’asse est-ovest (numeri pari) o lungo quello verticale (dispari).

Razza superiore? No. Mentalità quantativa (anche gli inglesi). E per ciò hanno un giornalismo economico sviluppato e perfino un giornalismo scientifico, da noi assente salvo rare per quanto illustri eccezioni (come Angela).

PS: Quanto al giornalismo, c’entra poi anche un altro fattore. Da loro un giornalista economico o scientifico è quasi sempre uno che ha studiato economia o scienza. Da noi, uno che si improvvisa e, inevitabilmente, non sa quel che dice.

La Cina sorpassa gli Usa

Pubblicato: 2 aprile 2011 da Paolo Magrassi in Politica e mondo, USA
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