Ci sono quaranta celebri pagine nella Chartreuse, in cui Fabrizio del Dongo vaga a lungo per il campo di Waterloo durante la battaglia.

La sua personale esperienza è significativa per lui e per l’economia del romanzo. Ma non è Fabrizio la persona più adatta a decifrare la strategia, e neppure la tattica, degli eserciti sul terreno: egli percepisce solo frammenti e scene isolate, che non gli consentono di ricostruire il senso dell’evento collettivo.

Da qualche decennio, i metodi scientifici applicati alla scienze sociali e umane ci permettono di capire meglio la società.tdbu

Le letture che di essa facciamo tu o io estrapolando le nostre personali microesperienze possono a volte essere anche molto lontane da quel che emerge dopo un’analisi statistica rigorosa, e lo sono spesso quando i fenomeni in osservazione sono complessi o anche solo complicati.

Allo stesso modo, il medico mi è di enorme aiuto, ma non può prescindere dagli studi basati sul metodo scientifico, perché sa che se si basasse solo sulla sua personale esperienza commetterebbe più errori del necessario.

Giornalismo scatenato

Pubblicato: 2 aprile 2018 da Paolo Magrassi in consumatori, Politica e mondo
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civil_screenshot_2.jpg_resized_620_Per il momento mi pare sia sfuggito, al provinciale mondo del giornalismo nostrano, il lancio della piattaforma Civil, un «ecosistema decentralizzato e resistente alla censura per il giornalismo online».

Vi si affaccia anche un approccio nuovo al modello di vendita delle news online: in Civil, esse sono pagate direttamente dal lettore, click dopo click, grazie a un sottostante software di tipo Blockchain.

Io resto con qualche piccolo e sommesso dubbio circa la capacità della tecnologia di sostenere uno sviluppo su larga scala del giornalismo alla Civil.

Ma, perplessità tecniche a parte, da profano mi sembra una bella proposta innovativa per il giornalismo online, che si dibatte tra entrate scarse e fake news imperanti.

Istat da Eurostat

Di fronte agli orribili femminicidi snocciolati dalla cronaca, ci si accappona la pelle e ci convinciamo vieppiù che ogni possibile misura deve essere messa in atto per impedire gesti simili, anche uno solo, in futuro.

In particolare, è assolutamente inaccettabile che una donna possa addirittura caderne vittima dopo che ha sporto tanto di denuncia ai carabinieri.

Non credo, al contempo, che vada sottaciuto il lento progresso che stiamo conseguendo in questo campo. Nell’ultimo quarto di secolo, le donne vittime di omicidio volontario sono calate di un terzo (da 6 a 4 ogni milione) e soprattutto, secondo la Polizia di Stato, negli ultimi dieci anni (2008 – 2017) gli omicidi di donne commessi da partners, ex partners o familiari (i “veri” femminicidi, nel senso primigenio del termine***), sono calati da 150 a 121 per anno. [Calo che si conferma in agosto 2018].

Anche i reati spia del possibile femminicidio, ossia i maltrattamenti in famiglia e gli atti persecutori, sono scesi del 5% nell’ultimo quinquennio (beninteso, attenzione: questi dati sono basati sulle denunce sporte). Unico dato negativo, l’aumento del 5% delle violenze sessuali negli ultimi due anni, commesse peraltro da immigrati in quasi la metà dei casi.

E’ poi infondato il luogo comune che vede l’Italia pervasa da una speciale cultura maschilista che favorirebbe più che altrove il femminicidio. Quella cultura esiste eccome: ma i numeri non confermano affatto il presunto triste primato italiano. Dall’Istat che cita i dati Eurostat (che è la fonte della grafica di cui sopra) apprendiamo che l’Italia nel 2015 era nelle ultime posizioni dell’infamante classifica, preceduta da paesi come Svizzera, Finlandia, Francia, Germania, Olanda e Gran Bretagna.

Né la bassa incidenza italiana né l’apparente calo in atto, devono indurre a compiacimento e rilassatezza.

Inoltre è vero che il femminicidio è un fenomeno culturale ed endemico, che richiede cure profonde e non solo repressione: è solo la punta dell’iceberg di un problema di genere che è in discussione sotto molti aspetti, tutti, a mio avviso, utili e benvenuti (molestie camuffate da corteggiamento; ricatti; lessico maschilista, eccetera).

Ed è vero che “non è normale che sia normale“, ossia che si debba tollerare anche solo un livello “fisiologico” di aggressione alle donne.

Ma è contemporaneamente vero che i giornalisti non dovrebbero taroccare i numeri né inventare fanfaluche pur di prolungare la presenza in prima pagina.

*** La figura soprastante riguarda tutti gli omicidi di donne. Comprende, per dire, anche Mattia Del Zotto che uccide nonna e zia col tallio, o Lea Garofalo, che il marito ‘ndranghetista scioglie nell’acido perché ella voleva confessare la loro vita mafiosa. Questi, e molti altri omicidi volontari di donne, non sono connessi alla condizione femminile o a reazioni belluine degli ex, ma da un po’ di tempo vengono tutti classificati come “femminicidi”.

LGBT a Gaza

Pubblicato: 7 marzo 2018 da Paolo Magrassi in Politica e mondo

Haaretz (in un pezzo che ho incontrato sul Courrier International) ci informa di cosa significhi essere gay a Gaza. Significa temere che Hamas ti scopra anche se hai un’identità fasulla su un social. Significa sognare di andare lontano. Significa, certe volte, pagare migliaia di dollari a una guardia di confine per scappare in Egitto e da lì trovare dei passeur che ti agevolino una chiatta per l’Europa. Significa vivere ancora peggio se, anziché gay, sei lesbica.

Di sicuro i pasdarán antisraeliani ci diranno che quella è mera propaganda sionista -esercitata sul più autorevole organo di stampa del Middle East…

 

addictPerché le telco italiane vivono come poveri tossici, alla continua spasmodica ricerca di una dose?

Servizi non richiesti, fatturazione incessante dopo la disdetta, scempio della privacy, contact centre ridicoli, SIM dell’antifurto che auto-sottoscrivono abbonamenti per navigare il web, il comodato del modem trasformato in abbonamento quadriennale. E poi la fatturazione a 28gg, irrogata tutti assieme concordemente, la stessa notte…

Comprate un iPhone: vi faranno sentire Signori Clienti. Provate Amazon: vi troverete a tal punto coccolati, da non poterne più fare a meno. (Da notare, fra l’altro, che le due citate operano in un business molto più complesso dell’erogazione di servizi di telefonia e internet).

E allora perché le tristi Tim, FastWeb, Vodafone, Wind, iia-iia-ò conducono invece un’esistenza miserabile e sostanzialmente gaglioffa, quando, ben seguiti, i loro milioni di clienti potrebbero far crescere indefinitamente le fortune finanziarie del settore, specie alla luce delle incessanti novità tecnologiche?

Perché?!

Se ve lo spiegano all’MBA, fatemi sapere.

 

Accontentiamoci

Pubblicato: 29 settembre 2017 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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accontentarsi-mai-o-forse-si-L-77UOIoMilena Gabanelli è per me, come per molti altri, una specie di eroina.

Anche gli eroi, beninteso, hanno comunque i loro difetti. Una volta scoprimmo Gabanelli ignara di cosa sia in realtà il PIL. Un’altra, ci toccò di vederla intenta a scagliare il suo Report contro le onde del wifi di casa, che sono pericolose più o meno come i broccoli al vapore.

In questi giorni, sul Corriere, Milena mostra di credere che Amazon sia una libreria online e che l’OCSE sia «finanziato dalla politica americana».

Direte voi: embè? Nessuno nasce imparato, bello mio. O forse è obbligatorio conoscere gli affaracci di Amazon e sapere cos’è l’OCSE? Bè, dico io, se su di loro incentrate un vostro articolo sulla prima pagina del Corriere, sarebbe bello che conosceste qualcosa in merito. O no?

Oggi come oggi, Amazon trae circa il 5% dei propri ricavi dalla vendita di libri. E l’OCSE riceve dai 35 paesi membri un contributo annuale proporzionale alla forza economica di ciascuno di essi.

Ecco così che è finanziata al 20% dagli USA e solo al 7% dalla Germania e 5% dalla Francia: ma vi basta sommare Germania, Francia, Italia e Spagna per ottenere un potere contributivo pari a quello degli USA. E dell’OCSE fanno parte quasi tutti i paesi europei.

E’ dunque avventuroso il sostenere, come fa Milena sul Corriere, che l’OCSE sia teleguidata dagli USA. Oltretutto, l’organizzazione ha sede da sempre in Francia, e da sempre è guidata da europei…

Condivido in toto l’aspirazione di Milena Gabanelli a far pagare le imposte ai bulli tipo Amazon, Apple, Facebook o Google, che, comodamente installati in Lussemburgo e/o in Irlanda, eludono il fisco nel resto d’Europa: sono solo un tantino meno convinto di lei circa le misure da prendere in pratica, poiché ad esempio pondero l’impatto ramificato che potrebbe avere l’istituzione di un’imposta sul fatturato anziché sull’utile.

A me piace il giornalismo d’inchiesta informato e rigoroso, diciamo stile New Yorker. In mancanza di ciò, e considerata la deplorevole condizione del giornalismo d’inchiesta italiano, accetto anche quello un po’ avventato e raffazzonato. Dunque, Gabanelli perdonata, nonostante gli strafalcioni.

Intelligente, ma non si applica

Pubblicato: 24 luglio 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni

secchioneCirca la minaccia di 5mila docenti universitari di boicottare gli appelli d’esame d’autunno, scaricando sugli studenti una questione di bottega, applaudo all’intervento del professor Nuccio Ordine sul Corriere della Sera del 12 luglio, Docenti universitari e stipendi bassi: Ora non è la vera priorità, che tutti i suoi colleghi dovrebbero leggere.

Peccato solo che anche quel nobile articolo contenga la solita corbelleria che emerge sempre in questi casi di rivendicazione salariale: «i colleghi tedeschi o inglesi guadagnano di più».

Tutti i rivendicanti e i questuanti d’Italia hanno sempre in bocca quell’immancabile frase.

Ma si dà il caso che le retribuzioni di chiunque, in Italia, tranne i politici e alcuni loro accoliti, siano inferiori a quelle delle nazioni mittel- e nord-europee, di una media oscillante tra il 15 e il 30% secondo le varie stime, per complicate ragioni legate a produttivitàdebito pubblico, e liberismo del mercato che magari almeno i docenti universitari, specie quando scrivono sulle prime pagine dei quotidiani, potrebbero cominciare non dico a capire ma almeno a imparare mandandole a memoria.

Cicloprimati

Pubblicato: 26 giugno 2017 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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Afosa domenica di giugno, lascio la mia casa in campagna per recarmi a Monza in auto. Una stradina di due km mi separa dalla provinciale.

Mi precedono tre giovani ciclisti nel classico assetto sportivo della festa. All’incrocio ad angolo retto con la provinciale, la visuale è impedita sia dalle abbondanti fronde sia da un inopportuno cassonetto dell’immondizia. A dispetto della secondarietà delle strade, è uno degli incroci che mi infastidiscono di più e che temo quando guido, perché per immetterti devi usare un’enorme cautela.

paleocortecciaMa i tre ciclisti davanti a me entrano nella provinciale verso destra non solo senza rispettare lo Stop, come ormai costuma in bici, ma anche a piena velocità, compatibilmente con l’angolo retto, ossia diciamo a circa 10 km/h (2,5 m/sec: il tempo di reazione psicotecnica di un automobilista è di 1 sec, dopodiché comincia a frenare…), senza guardare né a sinistra né a destra e preoccupandosi solo di fare una svolta stretta per non invadere troppo la strada, la cui carreggiata peraltro non è più larga di 4,5 metri in tutto.

Essi sono ancora vivi perché da sinistra non proveniva nessuno che fosse così vicino all’incrocio, o così veloce da non riuscire a scartarli, o che fosse impedito a farlo da un eventuale veicolo che contemporaneamente sopravvenisse da destra. E sono poi vivi anche perché da destra non sopraggiungevano due veicoli uno dei quali in fase di sorpasso.

Dopo un po’ supero i tre miracolati e a raggiungo la rotonda che incrocia la strada statale. Qui, un ciclista di mezza età in assetto da corsa con tanto di bandana alla Pirata Pantani, provenendo dalla statale stessa, si avvia a 35-40 kmh verso la provinciale percorrendo la rotonda contromano – perché per percorrerla regolarmente avrebbe dovuto rallentare parecchio. E’ ancora vivo perché nessun automobilista proveniente dal ramo “buio”, invisibile della rotonda, quello meridionale, arrivava veloce e intenzionato a imboccarla senza guardare, come accade -ahimé- per un 30% delle auto.

Dopo poco, eccoci a Monza in Cesare Battisti, il grande viale monumentale che porta alla Villa Reale, con due corsie per senso di marcia e alcuni semafori che lo incrociano. E corredato, su ambo i lati, da due piste ciclopedonali larghe tre metri, completamente separate dalla strada.

Eppure un ciclista in assetto fighetto percorre il viale stando esattamente al centro della strada carrozzabile, sulla riga bianca tra le due corsie come fanno le moto (nei Paesi mediterranei e in quelli del III Mondo: in Germania o Danimarca, mai), in mezzo a due file di auto che tra un semaforo e l’altro vanno a 60-70 all’ora, a dispetto del limite di 50.

Attraversa col rosso due semafori, alzandosi sui pedali come Cipollini e dando rapidi sguardi a destra e a sinistra: il tutto a 20-30 all’ora, cosa che lo renderebbe inevitabile a chi per caso stesse sopraggiungendo anche solo a 40 km/h (ossia 10 m/sec) in auto o moto per passare col verde. Egli è vivo grazie a una fortunata congiunzione astrale, nonché a tutti gli automobilisti che si sono scostati e gli hanno dato strada, pur non avendone egli alcun diritto.

Sia chiaro: se facessi l’elenco delle infrazioni che, nel medesimo lasso di tempo, ho visto commettere da automobilisti e magari commesso io stesso, l’elenco sarebbe anche più lungo.

Ma due aspetti sono peculiari dell’indisciplina in bicicletta.

Il primo è che il ciclista è così intrinsecamente fragile, che dovrebbe fare di tutto per cautelarsi, essendo per giunta informato che al volante dei pericolosi mezzi a quattro ruote siedono animali come lui guidati dall’archicorteccia e dalla paleocorteccia cerebrale. Pedalare in superstrada, sfrecciare con il rosso o immettersi alla cieca, sono comportamenti precipuamente pericolosi in bici, molto più che in auto. Occorre dunque essere minus habens, per indulgervi. poisson

La seconda peculiarità dell’indisciplina ciclistica è l’ipocrisia dell’innocente-homo-ecologicus-messo-a-repentaglio-da-bruti sempre e comunque, anche quando passava col rosso o telefonava attraversando sulle strisce a tutta birra: la retorica de “il poveretto è stato trascinato per molti metri” anche quando il poveretto è l’esclusivo detentore della colpa.

Sarò franco: non mi si contraggono le budella quando un cretino come uno dei cinque che incontrai domenica viene asfaltato da qualche veicolo a motore – tranne quando ha meno di vent’anni. Se vengo a sapere che la colpa era solo della bici, mi risulta inevitabile immedesimarmi nel poveraccio (che magari un minuto dopo si sarebbe comportato da idiota con l’auto all’incrocio successivo) che ha investito il cicloprimate.

Mi spingo anche a fare l’antipatica considerazione eugenetica, secondo la quale la scomparsa di un esemplare biologico in grado di commettere magari una mezza dozzina di pericolose infrazioni per chilometro in bicicletta può essere riguardata come una diminuzione, infinitesima finché si vuole, della pericolosità della strada e, tutto sommato, anche del consumo di prezioso ossigeno atmosferico.

Un “innovation editor” del Corriere della Sera ha scritto che i computer

«sono dei mostri di calcolo verticale, non confrontabili con il cervello dell’uomo che riesce a passare agilmente da una partita di scacchi alla poesia, dai 100 metri veloci a una maratona mentale».

(Per inciso: manca una cruciale virgola dopo uomo, perché l’autore non si riferiva a uno specifico uomo eccezionale bensì al cervello umano. Ma ormai dai giornali tutto possiamo aspettarci fuorché la punteggiatura, anche quando determina il senso del discorso).

hor vertCapisco che qualcuno possa avere esposto all’articolista questa teoria sotto forma di metafora. Ma mi sentirei di sollevare qualche obiezione.

Per cominciare, anche in molte delle persone intellettualmente superdotate si rilevano spesso i segni di una certa carenza di “orizzontalità”: sono così straordinari nella loro arte o nella loro scienza, o anche semplicemente nella loro intelligenza, da apparire stralunati e a volte persino incapaci nelle banali cose di ogni giorno.

E poi i computer compongono musica, e improvvisano in gruppi jazz, da un paio di decenni. Watson, quello che vinse a Jeopardy e che il Corriere menziona nell’articolo, si occupa anche di diagnostica medica, sicurezza informatica, relazioni colla clientela, formazione, gestione patrimoniale: una notevole versatilità, direi. Il più mondano ma pur sempre strabiliante software di Amazon, dal canto suo, vende, consegna, fattura, gestisce i reclami, coccola i clienti, propone, impara. Nessuna singola persona, neppure la più intelligente mai nata, saprebbe fare quel che fanno Watson e Amazon, per dire.

Se poi paragoniamo, anziché i rappresentanti di punta delle due categorie (umani e computer), gli esponenti medi o mediani, anche qui l’homo sapiens non esce precisamente a testa alta.

Intanto, per seguire il Corriere nel suo discorso, il 99,9% delle poesie composte dagli umani fanno ridere: «Prima dei diciotto anni tutti scriviamo poesie. Dopo quell’età, a farlo restano solo i poeti e i cretini», disse De André citando, mi pare, Benedetto Croce. E se uno è invece un vero poeta/poetessa, spesso non è forte in matematica o in biologia, dunque non è “orizzontale” affatto. (Le eccezioni non mancano, ma qui parliamo di medie).

Poi, la maggioranza delle persone non sanno fare bene neppure il proprio lavoro “verticale”. E’ vero che il cervello umano è versatile e, con la formazione, noi possiamo prendere un mediocre architetto, urologo o elettricista e trasformarlo in un professionista più efficace in un altro settore: ma questo possiamo farlo anche col computer, mettendoci nuovo software.

In ogni caso, il mio iPad sa fare così tante cose da potersi ragionevolmente parlare di orizzontalità: più del 99% delle persone non sanno fare quel che fanno, soli o tutti assieme, Excel, Google e Wolfram|Alpha.

E’ vero che l’intelligenza artificiale è attualmente l’oggetto di una noiosa fanfara mediatica. Ma ciò non significa che l’homo sapiens possa sicuramente dormire sonni tranquilli perché è orizzontale, come crede il Corriere.

 

apple-measurement-tape-1183767Uno degli scopi di questo blog è di far vedere come il sistema mediatico e quello politico conoscano poco i fenomeni sociali, il che induce ad adottare misure inadeguate allorché si mette mano ai problemi.

Questo è vero anche di questioni che vengono dibattute in modo ricorrente, come i fenomeni migratori, la circolazione dei “talenti“, le compagnie aeree, la disuguaglianza sociale, la ricerca scientifica, la qualità delle Università, la finanza e la “economia reale“, la legge elettorale, la disoccupazione e l’inoccupazione.

In questi giorni, intorno all’1 Maggio, ho sentito ripetere alcune litanie un po’ fruste. Nessun accenno ai fondamenti fattuali, concreti, dai quali occorrerebbe partire per capire.

Ad esempio, intorno alla disoccupazione giovanile, un gravissimo problema sociale, si tende alla farneticazione, senza neppure sapere come i giovani potrebbero formarsi per risultare più appetibili nel mondo del lavoro: vedi la totale confusione che regna, in Italia, intorno ai titoli di studio e alla formazione professionale, un fattore probabilmente molto importante tra i molteplici in gioco.

E’ inoltre circolato ossessivamente, e collegato a quanto sopra, il consueto refrain secondo il quale tantissimi giovani non lasciano la casa dei genitori “perché c’è la crisi“. Si tratta con ogni probabilità di una visione miopica e pregiudiziale.

Infatti le statistiche ufficiali europee indicano già da decenni come i giovani italiani siano, da molto prima della recente crisi economica, tra i meno propensi a lasciare la casa di mammà.

Su questo tema, l’Italia è considerata dagli studiosi una situazione “tipica” dell’Europa mediterranea, dove un 20% di quarantenni erano ancora in casa coi genitori nel 2007 (ossia prima della crisi), rispetto a percentuali insignificanti in Germania (considerata tipica del centro-Europa) o Danimarca (tipica della Scandinavia): vedasi qui, alla FIGURE II.

L’età media europea alla quale i maschi escono dalla casa paterna è stabilmente intorno ai 26,1 anni sin dal 2004 (23,5 in Francia; 23,9 in Germania). Gli italiani, invece, hanno sempre lasciato intorno ai 28,7 anni, per salire a 31 anni nel 2007, quando la crisi economica non era ancora neppure immaginata.

Nel 1992, l’età media al primo matrimonio dei maschi italiani era di 29 anni, già la quarta più alta d’Europa: nel 2002, era salita a 32. Non stupisce pertanto che l’Italia sia in fondo anche alla classifica europea della natalità.

E neppure quest’ultimo dato può essere banalmente spiegato con la crisi economica, che sembra semmai esacerbare un trend sottostante già ben delineato. (Altro fattore in gioco, la relativa carenza, rispetto a molti Paesi avanzati, di infrastrutture di accoglienza per i bambini).

Il calo della natalità è peraltro una tendenza che riguarda da decenni un po’ tutto l’Occidente, e la ricerca intorno alla questione è partita da tempo. In The Prime of Life. A History of Modern Adulthood (2004) lo storico e pedagogista Steven Mintz argomentava che la diminuita fertilità sembra correlarsi con una minore e più lenta propensione a diventare adulti nel mondo opulento. E se questo fattore ha un peso importante, figuriamoci quanto ne avrà in Italia, dove ci si considera “ragazzi” fin oltre i 40 anni…

Occorrerebbe essere, anziché dilettanti come chi scrive, sociologi, politologi ed economisti ben attrezzati, per orientarsi con sicurezza su questi temi. Ora delle due l’una: o questi esperti mancano dalla scena italiana, oppure né i politici né i giornali li interpellano mai…

Fake news stagionata

Pubblicato: 2 maggio 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo
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La bufala dei prezzi “raddoppiati” con l’avvento dell’euro è da tempo uno dei tesori del gregge sovranista, grande consumatore di fake news.

Il grafico illustra chiaramente che l’indice dei prezzi al consumo restò imperturbato all’ingresso dell’euro. Il Post ha anche mostrato (beninteso, a chi sa leggere un articolo e non solo i titoloni) che il potere d’acquisto degli italiani crebbe dal 2002 all’inizio della crisi economica.

Le chiacchiere starebbero a zero, se di mere chiacchiere non si nutrisse il Popolo Sovrano…

Ab imo pectore

Pubblicato: 30 aprile 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Image converted using ifftoanyMilano sta diventando un hub della conoscenza e della creatività (Corriere della Sera). A Milano un hub per accogliere famiglie sfrattate (La Repubblica). La Prefettura di Roma cerca una struttura con funzione di hub (Il Messaggero). La Borsa internazionale della cultura di Torino vuol essere l’hub delle grandi mostre (La Stampa). A Pompei, l’hub ferroviario non è in discussione (Il Mattino).

Sarebbe “uno hub” e “lo hub”, ma lasciamo perdere. Il punto è che i media italiani vanno pazzi per hub, che tutti pronunciano ab. Perché allora non scrivere ab, e basta? Oppure perché non scrivere e dire semplicemente perno, centro, fulcro, polo?

airline of the year

Fonte: en.wikipedia.org, 28 Apr 2017

Quasi tutte le compagnie aeree che negli ultimi quindici anni compaiono al top della classifica di Skytrax sono aziende statali o para-statali: vedi Figura.

Com’è noto, io ho un’opinione tutta mia di queste classificone internazionali – su qualunque argomento – e sono abituato ad accoglierle cum grano salis. Ma siccome esse sono universalmente molto rinomate e venerate, siamo autorizzati a sospettare che un’aerolinea, per essere reputata ottima, debba essere sostenuta dai soldi dei contribuenti.

E forse è vero, visto che il trasporto aereo è un business tanto rischioso quanto aprire un nuovo ristorante: «Vuoi diventare milionario? Parti da miliardario e fonda una compagnia aerea», ebbe a dire Richard Branson, che se ne intende.

Se Paesi come Qatar, Singapore, Emirati Arabi Uniti o Thailandia, in grande spolvero e crescita rampante ma in ogni caso con Pil che vanno da un quinto a un mezzo del nostro, tengono in piedi pregiate compagnie di bandiera, non potremmo anche a noi farci un pensierino, restando per il momento l’Italia ancora tra le prime cinque destinazioni turistiche al mondo?

PS: Già prevedo le obiezioni.

Quella del liberista de noantri: «Lasciamola fallire, ‘sta  sanguisuga di denaro pubblico!» Ci sarebbe molta parte di ragione in questa invettiva, se non provenisse da gente secondo la quale lo Stato dovrebbe impicciarsi di tutto, dalla spazzatura al diritto al suicidio al salvataggio della sua banca quando essa sta fallendo, e che con 9 probabilità su 10 è un evasore dell’Iva, dell’Irpef o di qualche altra imposta o tassa.

Quella del frequent flyer: «Al diavolo questo baraccone di paraculi ipersindacalizzati che non sorridono mai!». Gli utilizzatori sono sempre ipercritici nei confronti delle compagnie dei loro Paesi, figuriamoci gli italiani! Il frequent flyer de noantri, poi, spiccica un basic e incomprensibile pidgin English: non sarebbe in grado di polemizzare con un officer di Thai o Lufthansa (né ne capisce il body language), mentre è prodigo di rimbrotti col connazionale al terminale del gate, che oltretutto vorrebbe eternamente sorridente – immemore del fatto che anche quelli che ci stanno pigliando per i fondelli, sorridono.

Noio voulevòn savuàr (2)

Pubblicato: 24 aprile 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Ma, dico, uno che sappia pronunciare “Le Pen” (e parlo del Le, non del Pen), non esiste proprio?

Certo, non potrebbe essere una di quelle che seguono la haute coutoure, né uno di quelli che degustano il crou nella floute o ascoltano la ouvertoure… Però almeno uno straccio di Generazione Erasmus, dài! O un corrispondente radio-tv di quelli da anni a Parigi a consumar note-spesa…

No? Nessuno?

Mannaggia!

1412260231_bufalaTra poco uscirà il conteggio internazionale sui titoli di studio di terzo livello, e tutti i nostri media faranno circolare il solito comunicato stampa: «Italia cenerentola in Europa per numero di laureati», che diventerà luogo comune per un anno.

Ma è una distorsione della realtà.

In Inghilterra, Irlanda, Finlandia, Norvegia, Australia o Francia ci si può laureare elettricista, capomastro, programmatore software o ragioniere anche a 18 anni (più spesso 19).

In quasi tutta l’Ocse, infatti, la formazione professionale superiore (vocational tertiary education) è in stadio molto avanzato. In Italia, invece, siamo in ritardo: gli Istituti Tecnici Superiori esistono, ma non sono molto frequentati, non so se per colpa loro o per disinformazione della potenziale utenza.

E’ un peccato per l’Italia: la società moderna ha un grande bisogno di super-periti, e la formazione universitaria classica non riesce a rispondere a questo bisogno, se non stravolgendo i programmi e la stessa propria funzione, che non dovrebbe essere banalmente professionalizzante.

Ed ecco così che, in lingua italiana, il concetto evocato da “laureato” non coincide con quello del cuoco o dell’idraulico, cosa che invece avviene nelle statistiche internazionali. Statistiche dalle quali, semmai, emerge che l’Italia ha relativamente molti laureati “normali”, forse troppi rispetto alla sua scarsità di grandi imprese disposte ad ingaggiare architetti, avvocati, giornalisti e biologi.

Dunque, i comunicati stampa che verranno presto diffusi attestano l’incompetenza e la sciatteria del nostro sistema mediatico. La notizia sarebbe: «Italia sempre tra gli ultimi per la formazione professionale superiore e tra i primi per la produzione di laureati ordinari in parte destinati alla disoccupazione».  E darebbe luogo a un dibattito finalmente informato e forse utile intorno al triste problema della disoccupazione giovanile.

Paolo Magrassi Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported

Non passa giorno senza che io senta dire da radio o tv di primaria importanza nazionale, nei dibattiti ma anche nelle news, che «centomila giovani lasciano l’Italia ogni anno» oppure «ogni anno centomila laureati fuggono».

Queste fantasiose notizie si sono installate solidamente nei nostri media a causa di un diffuso fraintendimento dei imagescomunicati stampa Istat che, poiché contengono dei numeri, nessuno capisce. Appena pubblicati, vengono trasformati in fuffa.

Andiamo dunque a vedere Istat, 6 dicembre 2016, Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente.

Vi leggeremo che nel 2015, ossia l’ultimo periodo relativamente al quale si hanno dati stabili, emigrarono 102mila cittadini italiani (e ne immigrarono 25mila, insieme a 255mila stranieri regolari). Degli emigrati italiani, 23mila erano laureati (ne sforniamo circa 250mila nuovi ogni anno). Vediamo inoltre che 30mila di quegli espatriati (nei quali però credo siano contati anche i nati all’estero con cittadinanza italiana) avevano meno di 25 anni, ossia l’equivalente di due ragazzi ogni mille che ci sono in Italia.

In un’altra fonte (Fondazione Migrantes citata dal Corriere della Sera) reperiamo, con beneficio di inventario perché trattasi di fonte indiretta, il dato degli emigrati con un’età compresa tra i 18 e i 34 anni, che nel 2015 sarebbero stati 39mila, ossia quattro ogni mille italiani di quella età.

Insomma, non «centomila» giovani, bensì 40mila. Non «centomila laureati» bensì 23mila. E’ importante? Naturalmente no, visto che, da noi, l’aritmetica è comunque un’opinione.

Poteva mancare il Sole 24Ore nel grande coro provinciale e mammistico dei “talenti in fuga”? Certo che no, dal momento che ne fu uno degli inauguratori con la sua radio, da anni ammorbata da una trasmissione stralunata sul tema. Ed ecco in febbraio 2017 l’articolo Quanto guadagnano in più i laureati fuggiti dall’Italia?

figuraIl mammismo è già nel titolo. Il presupposto del pezzo è che i laureati che vanno all’estero siano necessariamente “in fuga”. Ossia: se Google o IBM mi assumono e mi mandano a Mountain View, a Zurigo o a Singapore, oppure se vado a fare il dottorato in biotech a La Jolla o in informatica a Urbana-Champaign o in sociologia a SciencesPo, sto scappando da qualcosa. E se Donnarumma fosse ingaggiato dal Real Madrid o dai cinesi con 100 milioni di stipendio, sarebbe anch’egli un talento in fuga.

D’altro canto è pur vero che, come abbiamo sempre ripetuto qui e come chiunque comprende, in una società gerontocratica e con poche imprese grandi, i laureati vanno incontro a difficoltà di occupazione e a sotto-occupazione. Non sarebbe perciò strano se essi emigrassero in gran numero. Invece, come abbiamo sempre notato e come conferma lo stesso paper citato dall’articolo, i laureati italiani emigrano sorprendentemente poco: «the share of graduates who leave the country (2.4 per cent) is remarkably low» (pag. 14). L’annotazione sfugge all’articolista del Sole, che ovviamente non ha letto il paper.

Si noti che il dato numerico colto da questi ricercatori sostanzialmente coincide con quello che si reperisce in [Franzoni C., Scellato G., Stephan P., Foreign Born Scientists: Mobility Patterns for Sixteen Countries, Nature Biotechnology, 30(12):1250-1253, 2012], che abbiamo spesso citato e dal quale è tratta la figura qui sopra, in quanto i due lavori si riferiscono all’incirca al medesimo intervallo temporale, il 2011. (Secondo le stime più recenti, la percentuale dei nostri laureati che espatriano appare oggi più che raddoppiata, e forse quadruplicata nel 2015: ma, coerentemente con i trend della globalizzazione, essa è cresciuta anche negli altri Paesi, come Francia, Gran Bretagna, Germania, per non parlare di Olanda o Danimarca).

E’ interessante notare come il paper citato dall’articolo dia, della scarsa propensione all’emigrazione dei “talenti” italiani, le stesse spiegazioni che abbiamo sempre dato noi, ossia il mammismo/familismo e la scarsa conoscenza dell’inglese: «We would like to especially highlight two hurdles that are prominent in the Italian case: on the one hand, the knowledge of foreign languages, which is remarkably weak among Italian students; on the other, the ‘social costs’ of migration, which are likely to be higher in a familistic society like Italy» (pag 14).

E poi c’è il provincialismo. L’articolo del 24Ore poggia interamente sui dati concernenti la sola Italia: la mondializzazione lo elude del tutto e, per lui, i laureati “fuggono” solo dall’Italia. Abbiamo spiegato sino alla noia, quanto siano “in fuga” anche i talenti altrui: non lo abbiamo fatto attraverso aneddoti derivati da conversazioni occasionali, bensì studiando le fonti.

Ma il Sole 24Ore – forse perché piagato dal brain drain – le fonti non le conosce e quando per caso incoccia in una la stravolge, come ha fatto in questo articolo, e pensa che a emigrare siano solo gli italiani. Chissà se sa leggere almeno le figure colorate… Se sì, potrebbe guardare quella qui sopra: essa riguarda solo i ricercatori, dunque non comprende gli young professionals (che sono più numerosi, come migranti, dei primi), ma ci dà un’idea. Scorretela, e vedete quanti talenti erano “in fuga” nel 2012 dall’Italia e da alcuni altri Paesi.

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Carbon footprint

Pubblicato: 28 marzo 2017 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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carbon-footprintOggi il Corriere della Sera ha scritto “pret-a-porter” in un titolo. Sarebbe prêt-à-porter.

Non riuscendo mai a venire a capo di questa insidiosa locuzione, i giornali italiani hanno cercato di italianizzarla, scrivendola appunto in quel modo (Grazia, Donna Moderna, Rai). Eppure, volendo italianizzare, sarebbe pretaporté o pret-a-porté.

Quanto alla forma corretta, purtroppo nemmeno Google soccorre qui la confusa Generazione Erasmus, perché googlando da un indirizzo IP italiano le prime pagine di risultati riportano soprattutto le forme farlocche: pret a porter, pret a’ porter (Sky), prét-a-porter (Il Giornale), Prét a porter (Tesionline.it: potevamo farci mancare una versione “scientifica” del refuso?).

Bisognerebbe essere così smart da ricorrere a Wikipédia (NB: qui l’accento è un significante, non un inutile orpello): ma, lo sappiamo, uno su mille ce la fa.

E poi, a che scopo? Intanto, gli accenti non servono a nulla, ormai lo dicono anche i francesi. Poi, oggi nelle nostre testoline ci sono dentro così tante cose (Facebook, Google, LinkedIn, l’elettrodinamica quantistica, il Dna ricombinante, il Machine Learning, il sushi eccetera), da non esserci proprio più posto per “ê”.

E soprattutto, evitando di comporre sulla tastiera quel dannato e inutile circonflesso, risparmio tanta energia cinetica da alimentare un led per tre secondi, in tal modo riducendo il mio “carbon futprint” sul pianeta. A patto di avere un doppino di rame che mi esce dal culo e va a caricare la grid.

Sovranità limitata

Pubblicato: 31 gennaio 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo

p-t-the-people«Il popolo è sovrano» è una formula spesso grossolanamente fraintesa: chiara ai più, è invece intrigante e sottile per i pochi che ci riflettano sopra. E infatti la misteriosa sovranità popolare è dibattuta sin dagli albori della democrazia moderna.

Ad esempio i Padri costituenti Usa, autori nel Settecento della prima Carta costituzionale contemporanea, discussero a lungo se il Presidente federale dovesse essere eletto dagli Stati, dai cittadini o da rappresentanti di questi.

Irresoluti, optarono per una formula intermedia e bizzarra, quella degli Electors (noti come Grandi Elettori qui da noi). Da allora, i cittadini Usa non votano direttamente il candidato Presidente, bensì un intermediario, l’Elettore, che si occuperà, se crede, di riflettere col suo voto quella intenzione: la Costituzione federale non lo impegna a votare in assonanza col voto popolare.

Quanto all’assetto istituzionale italiano, il popolo è «sovrano» in un senso il cui limite si comprende già all’art. 1 della Carta: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

In pratica, il popolo italiano (a) elegge il Parlamento, (b) partecipa a qualche referendum abrogativo (ma non su temi sensibili come il fisco o i trattati internazionali), e (c) può presentare proposte di legge come qualunque singolo parlamentare. Basta.

costituzioneGoverno e Parlamento, invece, possono, chessò, raddoppiare le tasse, dichiarare una guerra, instaurare la pena di morte, sopprimere il Servizio Sanitario Nazionale, cambiare legge elettorale, variare la Costituzione (col 66%), e molto altro ancora, senza mai sentire il popolo.

Tanta era la fiducia che i Padri costituenti italiani riponevano in quei popoli «sovrani» che avevano acclamato Mussolini nelle piazze e fatto del partito Nazista il più grande di Germania già nel 1933, con regolari elezioni.

Il popolo, dunque, non è poi così sovrano. E per fortuna.

Nelle stragrande parte delle democrazie o monarchie costituzionali contemporanee, e particolarmente nei grandi paesi, il popolo è solo una componente del bilanciere complessivo, e vi si ricorre raramente perché, trattandosi di democrazie rappresentative, sono gli eletti e i loro delegati a occuparsi di gestire il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario.

Il populismo è l’orientamento politico che pretende di accentuare a dismisura il potere, vero o presunto, del popolo, sottovalutando gli altri poteri presenti nel bilanciere, e accentuando la cosiddetta volontà popolare. La volontà popolare, però, non è univoca: alle elezioni politiche, per esempio, essa esprime sempre una pluralità di tendenze; e anche in un voto sì/no come un referendum, essa è frazionata in due parti. E la parte perdente non è spazzatura, vuoto a perdere: in democrazia, contano anche le minoranze.

Dunque, il populismo è quasi sempre ingannevole, sia perché pretende di rappresentare una volontà che invece è plurale, sia perché non di rado attribuisce alla volontà popolare molti dei desideri del populista di turno.

Insomma:we-the-people

(1) in democrazia, non è “il popolo” che comanda, bensì un complesso sistema di intelligenze collettive, pesi e contrappesi;

(2) democrazia non è banalmente sinonimo di suffragio universale. Non è “vera democrazia” solo il voto popolare, come usa ripetere oggi da più parti: è vera democrazia anche un atto parlamentare, o una decisione della Corte Costituzionale, o la sentenza di un tribunale;

(3) il popolo non ha sempre ragione.

 

 

jeanneEssendo uno dei forse cinquanta individui in tutto il mondo che l’hanno letto integralmente, vorrei commentare brevemente il rapporto Oxfam Un’economia per il 99%.

Era certo che il Rapporto avrebbe raggiunto i media di tutto il mondo, essendo stato diffuso a mezzo di un annuncio molto pop e impressionante per il pubblico digiuno di nozioni economiche: Gates, Zuckerberg e altri sei omologhi sono più ricchi del 50% dell’umanità tutta intera.

Io condivido quasi tutte le convinzioni di Oxfam in materia: le dinamiche di reddito e ricchezza sono distorte in questi anni; il mercato non ha sempre ragione; il PIL è una metrica povera; e il turbocapitalismo spregiudicato è odioso. La “Economia umana” di Oxfam è, se non una gran novità, una proposta per me molto buona.

Purtroppo, il Rapporto di Oxfam sembra ignorare che il reddito e la ricchezza sono sempre stati distribuzioni esponenziali, come Pareto ha mostrato già un secolo fa: una minoranza di persone hanno sempre e dovunque posseduto la maggior parte della ricchezza, per diverse ragioni neanche troppo difficili da comprendere.

Senza questa consapevolezza, non è facile orientarsi nei dati che testimoniano la crescita o meno della “diseguaglianza”. E questo fatto diminuisce assai la forza del Rapporto, almeno agli occhi del lettore scettico e informato.

Ho anche trovato un po’ sgradevole vedere l’autrice in costante ricerca di fonti di dati che potessero confermare le sue tesi, e orientata ad ignorare quelle che potrebbero confutarle.

Inoltre, in punti cruciali – come il fatidico paragrafo sui Magnifici Otto contro gli altri 3.600.000.000 – ella mescola fonti eterogenee di dati (e valute!) nelle stesse formule aritmetiche: in questo modo, si possono al massimo ricavare spunti e ipotesi, non certo risultati scientifici.

Io non credo nell’analisi  economica neutrale. Tuttavia, per me, quando ci si mette di buzzo buono (50 pagine) per dimostrare una tesi o sostenere una causa, si suonerà più credibili se si cerca di confutare tesi discordanti e credenze opposte a quelle che si intende propugnare e dimostrare vere.

Credo che un rapporto come questo di Oxfam, con la risonanza di cui gode, costituisca un progetto nobile e utile. E’ proprio per questo che l’avrei preferito rigoroso e non vacuamente pop.