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Ecco un’altra di quelle classifiche internazionali che non vedrete mai pubblicate sui media italiani, perché non parla male dell’Italia, mentre da noi vanno a ruba solo quelle che ci denigrano, foss’anche a sproposito.

Si tratta di una ricerca svolta da Times Higher Education per calcolare quanti fondi di provenienza privata abbiano raccolto nel 2013 le principali università mondiali.

Il valore complessivo di ogni istituzione accademica è stato poi diviso per il numero dei docenti, così da poter paragonare tra loro le varie università indipendentemente dalla loro dimensione.

Times Higher Education ha poi anche aggregato i dati per nazione: fondi di provenienza privata per docente nelle università del Paese a parità di potere d’acquisto, che è la Figura che vedete qui.

L’Italia si trova davanti a Finlandia, Austria, Uk, Francia, …

I dati mi quadrano pochissimo, come del resto quasi sempre in questi classificoni mondiali basati su questionari (come per esempio tutti gli University Rankings). Potrebbero essere afflitti da distorsioni dovute al numero dei dipendenti iscritti come docenti, oppure al calcolo della Purchasing power parity.

Comunque i giornalisti italiani, che sono incapaci di porsi questi dubbi metodologici e che infatti non se li pongono nel caso delle classifiche infauste, difficilmente daranno spazio a questa notizia, troppo italianofila per essere appetibile.

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cervelli Non dubitavo che i media avrebbero scambiato per “talenti in fuga” i 100mila italiani che hanno lasciato il Paese nel 2015.

Sarebbe bastato leggere il comodo comunicato-stampa dell’Istat per capire che a 145.000 uscite, di cui 100.000 italiani, hanno fatto riscontro 273.000 ingressi (che non erano “talenti in arrivo”!). Ma mi rendo conto che in quella mezza paginetta c’erano troppi numeri!

Sarebbe stato addirittura miracoloso, poi, se qualche giornalista avesse googlato Ons e Insee, ossia gli Istat inglese e francese, scoprendo che nel 2015 i francesi che hanno lasciato la Francia e i britannici che hanno lasciato la Gran Bretagna sono stati molti di più di 100mila.

Come abbiamo ripetuto e dimostrato qui sino alla noia, ricercatori e young professionals emigrano sempre di più e da tutti i paesi, perché sia le imprese sia la ricerca sono globalizzate. E dall’Italia il flusso migratorio non è neppure tra quelli più elevati.

Ma ormai, la visione dominante sui nostri media è delirante: vede solo l’Italia, come se il resto del mondo non esistesse, e in più fa percepire come “talento in fuga” qualunque camionista che attraversa il Brennero portando prosecco in Germania.

Eppure informarsi, dando ogni tanto un’occhiata alle fonti attendibili e accreditate (Istat, Ocse, Worl Bank, Eurostat, …), si potrebbe fare stando alla scrivania… C’è poco da fare, dobbiamo rifarci a due vecchi adagi: “Dear God, never let the facts get in the way of a good story” e “In the age of information, ignorance is a choice”.

R&D PA

Un sacco di professoroni parlano della spesa in ricerca e sviluppo in questi giorni, e io in generale solidarizzo con loro perché vorrei che si facesse molta più R&D (e non solo in campo scientifico/tecnologico).

Però i professoroni, forse accecati dal tradizionale statalismo italico, potrebbero porgere meglio i loro argomenti, e comprendere più a fondo il problema, se si rendessero finalmente conto che nel mondo occidentale non è (purtroppo!) il Pubblico a fare più R&D: sono le imprese. Vedi grafica (dati 2013. Rosso+blu = 100. Fonti ISTAT – ONS – SCB – INSEE).

Quando vedete quelle liste in cui si evidenzia la spesa R&D in rapporto al PIL, e che i professoroni (e tutti i media insieme con loro) ricopiano acriticamente, i numeri vogliono dire “spesa in R&D del Governo, più spesa R&D delle Università, più spesa R&D del nonprofit, più spesa R&D delle aziende private = spesa R&D del Paese”. E la voce più pesante è sempre quella delle imprese.

In Italia ci sono poche grandi imprese, e il risultato è che da noi la PA gioca un ruolo maggiore che altrove.

E’ vero, peraltro, che la nostra PA sembra spendere poco rispetto al PIL: per esempio, il 30% in meno della Francia. Basterebbero 4 miliardi in più, e ci porteremmo al livello della Francia come spese PA. “Peccato”, tuttavia, che noi abbiamo la metà delle loro spese militari, le quali fanno molta R&D…

(Negli USA, la spesa R&D federale è pari allo 0,8% del PIL nel 2015, di cui il 50% in spesa R&D militare “esplicita”).

roaring donkeyUn amico LinkedIn mi indica un post apparso su ROARS, titolato “Fuga dall’università, ovvero quando i dati dovrebbero far riflettere“. L’idea sarebbe buona: analizzare le motivazioni della tendenza che da qualche anno vede una diminuzione delle immatricolazioni all’università italiana. L’analisi, invece, è deludente: pedante e convenzionale, è priva di spregiudicatezza, rigore, curiosità inquisitiva.

Il pezzo è incernierato su luoghi comuni, molti dei quali infondati. Per dirne uno: la convinzione che in Italia vi siano molti meno laureati che altrove: una leggenda metropolitana che ammorba da tempo i nostri media. La sua propalazione denota incapacità di fare fact checking, una qualità del buon giornalismo -figuriamoci della ricerca.

Un’altra corbelleria di natura giornalistica è quella secondo la quale gli italiani sarebbero più ignoranti degli altri. (Come abbiamo qui mostrato più volte, i nostri media sono innamorati di tutte le classifiche nelle quali l’Italia fa brutta figura, perché è molto italico il parlar male della società, che è res nullius e prodotto di dominazioni straniere, e invece solo bene della familia, che è sempre bella e buona e giusta.) La persona di mondo che vive e lavora frequentando diverse culture e parlandone le lingue, non può trovare credibile che un neozelandese, un canadese o uno svizzero siano molto più colti e intelligenti di un italiano. Dunque, se viene a sapere che qualcuno propugna una tesi del genere, sarà indotto ad andare a consultare le fonti.

Ma le fonti sono un concetto alieno allo sfortunato post di ROARS. Il blogger le cita irritualmente, tanto da indurre il sospetto che vi si rifaccia solo per sentito dire. Per esempio, egli ci rimanda, senza precisare capitoli e pagine (delle ben 386 che il documento contiene), a “OECD & Statistics Canada, Literacy for Life: Further Results from the Adult Literacy and Life, Skills Survey, OECD Publishing 2011″.

Di quel rapporto il blogger non ha visto che la press release e forse qualche grafico colorato. Di sicuro non si è andato a consultare la metodologia (pagg. 361 e seguenti). Facendolo, avrebbe appreso che i dati sono stati raccolti sull’arco di otto anni da parte di organizzazioni molto disparate in diversi paesi, culture, lingue (Table C.3, pag. 373). Voi vi immaginate come possano essere stati tradotti i questionari e i formulari che sono stati impiegati per intervistare le persone, vero? Si sarebbe, anche, forse chiesto come mai le interviste siano state completate da 16mila canadesi e 8mila australiani, ma solo da 7mila italiani, nonostante questi rappresentino una popolazione più grande delle prime due messe assieme (Table C.2, pag 372).

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Si sarebbe poi chiesto: chi fa meglio i compiti, il ragazzo che ci prova e riprova oppure quello che mette le crocette svelto svelto per poter andare a giocare a pallone? Tra uno zurighese e un napoletano, chi sarà stato per più lungo tempo, tongue-in-cheek, sul questionario? (Per questa medesima ragione, in apparenza sottile ma in realtà essenziale, per anni i nostri quindicenni comparvero come somari sui test OCSE PISA: precisamente fino a che il Ministero non spiegò che conveniva compilare seriamente i questionari per non fare sempre la figura dei baluba.)

Nel post si propugna persino la teoria che i popoli più istruiti siano anche più sani e che il secondo attributo sarebbe conseguenza del primo (tesi accampata per affermare che lo spendere di più in istruzione ci farebbe risparmiare in sanità). Viene a questo riguardo citato, ancora malamente, un working paper apparso su NBER anni addietro, dove, contrariamente a quel che pensa il blogger ROARS, non si dimostra che l’istruzione porti salute: solo, lo si assume come ipotesi di lavoro (“We suggest that […]”). Lo stesso paper precisa che una logica più verosimile porta a ritenere che i popoli più istruiti siano solitamente più ricchi e, in virtù di questo fatto, anche più sani…

Insomma, il trend della diminuzione degli iscritti all’università (che peraltro non è affatto solo italiano, anche se le motivazioni sono verosimilmente diverse da paese a paese) avrebbe meritato su ROARS un’analisi credibile e seria, anche perché il sito è animato da gente che sull’università ci campa.

Compare un’ennesima classifica delle Università mondiali.

Non credo in questi colossali sforzi metrici, che finiscono col riflettere più la diligenza di chi risponde ai questionari che non la qualità degli attributi oggetto di misura.logo_startseite

Comunque, se non altro almeno stavolta abbiamo una cosa made in Europe, finanziata dalla Commissione Europea e realizzata tra Germania e Olanda, invece della solita boutade anglocentrica, secondo tutte le quali anche il più remoto esamificio tra i canguri surclassa Heidelberg, Leiden, Cracovia, Aarhus, Pisa, Padova, Pavia.

Dunque, secondo questa ennesima sedicente accurata e complessa metodologia, fra le 148 migliori università del mondo ce ne sarebbero 6 italiane (Poli MI, Poli TO, Bocconi, Pavia, Trento, Trieste).

Ossia, noi avemmo il 4% dei migliori atenei, pur avendo meno dell’1% della popolazione mondiale (e solo l’1,5% di quella del mondo che conta, ovvero OCSE più Cina più India).

Una performance, pertanto, nettamente superiore alla media. E poiché si tratta di un risultato positivo, ovviamente esso è stato quasi sottaciuto dai nostri media (a tutt’oggi, 9 aprile 2015, non ho ancora visto la notizia su Corriere, Stampa, Repubblica o Tg), sempre pronti invece a rivoltolarsi come porci nel fango quando esce una classifica –magari farlocca– nella quale siamo tra gli ultimi…

Evviva la nostra inguaribile libidine autodenigratoria!

Il Paese degli altri

Pubblicato: 10 novembre 2014 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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familismo Vi siete chiesti perché nel cicaleccio politico l’Italia non si chiama quasi mai Italia bensì «questo Paese»? Due i fattori in gioco.

Intanto, il termine si è installato nel politichese molti decenni orsono per derivazione dall’internazionalismo comunista, un’invenzione della Rivoluzione d’Ottobre poi trasformata dallo stalinismo in strumento di dominazione dei partiti satelliti. Il «Paese» del comunista parlante non era che una delle tante istanze della Internazionale.

In Italia, a differenza che altrove, il termine ha avuto molto successo grazie a un secondo fattore: il campanilismo medievale e le dominazioni straniere hanno storicamente creato negli italiani la fiducia nella sola famiglia e il disprezzo per tutto ciò che è collettivo, nazionale, eccetera. Il famoso familismo.

Ecco dunque che a un italiano medio viene molto più facile dire «questo Paese» che non «Italia», perché il termine impersonale aiuta ad allontanarsi sentimentalmente dalla cosa che si nomina e che non si sente propria. In Francia o in Inghilterra sentirete qualche volta dire «ce pays» e «this country»: ma sono eccezioni rispetto ai più comuni «France» e «England/Britain».

Questo particolare linguistico è inoltre imparentato con un fenomeno più fastidioso: la nazionale propensione a denigrare l’Italia.

I giornalisti italiani sono voluttuosamente attratti da tutte le classifiche che vedano l’Italia fare brutta figura, e i loro lettori ne godono, abbandonandosi a fiumi di commenti (inesorabilmente a vanvera) sui social e sui siti dei giornali.

Eravamo reduci dall’annuale piagnisteo sugli italiani senza laurea (una fanfaluca), quando in questi giorni abbiamo potuto vedere i connazionali rivoltarsi ancora come porci nel fango di fronte alla classifica dell’ignoranza dei fenomeni sociali spicci, come immigrazione, criminalità, ecc.

I nostri giornalisti, si sa, condividono con la cittandinanza anche scarsissima attitudine per tutto ciò che è quantitativo e data-driven; nonché, beninteso, l’ignoranza delle lingue straniere.

Se così non fosse, essi avrebbero letto non solo la grafica colorata, ma anche il paragrafo Technical Note del sondaggio Ipsos Mori sull’ignoranza nella percezione dei fenomeni sociali, e avrebbero appreso che a esprimersi sono stati poche decine di italiani intervistati intorno a ferragosto…

Si sarebbero poi chiesti se 1500 interviste totali in 14 Paesi con parecchie centinaia di milioni di abitanti possano costituire un campione credibile. E si sarebbero infine domandati se il superficiale survey non abbia per accidente pescato molti italiani di periferia e magari, di riscontro, molti svedesi (che sono risultati i più informati) del lussuoso quartiere di Östermalm, ovvero due gruppi di persone naturalmente inclini a percepire in modo molto diverso questioni come l’immigrazione e la criminalità. sfp

Un’altra classifica menagrama di questi giorni è quella di Legatum, dalla quale apprendiamo grottescamente gli italiani sono più pessimisti della media.

Ossia: in capo a un anno di notizie menagramo che parlano male del loro paese e nelle quali essi stessi sguazzano, agli italiani si è andati a chiedere se si sentono ottimisti oppure no: e loro, pensa un po’, hanno risposto di no!

Contraddizioni inconsapevoli

Pubblicato: 1 settembre 2014 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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???????????????????????????????????????????????????????????????????????????E’ buffo come sui media italiani compaiano a tratti due statistiche che convogliano informazioni tra loro opposte. In una, si dice che abbiamo troppi avvocati, architetti e medici; nell’altra, che abbiamo troppo pochi laureati.

Come si spiega? La risposta è semplice: non è vero che l’Italia abbia molti meno laureati della media europea, perché le definizioni (mantenute da ISCE/UNESCO) sono incongruenti.

In molti paesi, come Gran Bretagna e Germania, o come l’Irlanda, che risulta avere il triplo dei nostri giovani laureati per abitante, si può accedere a una tertiary education institution a 16 anni (17 anni in Francia), e ci sono delle lauree brevi vocational (professionali) che ne durano due: ossia, si può entrare nelle statistiche dei laureati da idraulico, elettricista o infermiere a 18-19 anni di età, quando da noi non si può neppure ancora cominciare.

Infatti, in quelle stesse statistiche (OCSE, Eurostat: che tutti si ispirano allo standard ISCE) l’Italia risulta avere poche lauree di primo livello ma ne ha tante, in pratica al top della classifica, di II livello, così come ha relativamente tanti PhD.

Infine, ma questo è forse secondario, il database messo su da Eurostat è monco e incompleto, perché troppe regioni italiane non gli inviano i dati corretti, e spesso non ne inviano punti. Basta leggiucchiare un po’ di inglese per capirlo direttamente alla fonte: guardate in particolare le Mappe 5 e 6, e leggete il testo a fianco. (O leggete la mia protesta presso l’ufficio dell’OCSE che propugnava la stessa fanfaluca).

Ma tutto questo non conta: quando un bel giorno esce il comunicato-stampa, che mostra noi al 20% di giovani laureati e l’Europa al 40, i media italiani vi si buttano sopra con la caratteristica voluttà che ci anima quando c’è da parlar male di noi stessi, e fanno girare la notizia senza porsi troppe domande. E così nasce il mito degli italiani senza laurea.