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apple-measurement-tape-1183767Uno degli scopi di questo blog è di far vedere come il sistema mediatico e quello politico conoscano poco i fenomeni sociali, il che induce ad adottare misure inadeguate allorché si mette mano ai problemi.

Questo è vero anche di questioni che vengono dibattute in modo ricorrente, come i fenomeni migratori, la circolazione dei “talenti“, le compagnie aeree, la disuguaglianza sociale, la ricerca scientifica, la qualità delle Università, la finanza e la “economia reale“, la legge elettorale, la disoccupazione e l’inoccupazione.

In questi giorni, intorno all’1 Maggio, ho sentito ripetere alcune litanie un po’ fruste. Nessun accenno ai fondamenti fattuali, concreti, dai quali occorrerebbe partire per capire.

Ad esempio, intorno alla disoccupazione giovanile, un gravissimo problema sociale, si tende alla farneticazione, senza neppure sapere come i giovani potrebbero formarsi per risultare più appetibili nel mondo del lavoro: vedi la totale confusione che regna, in Italia, intorno ai titoli di studio e alla formazione professionale, un fattore probabilmente molto importante tra i molteplici in gioco.

E’ inoltre circolato ossessivamente, e collegato a quanto sopra, il consueto refrain secondo il quale tantissimi giovani non lasciano la casa dei genitori “perché c’è la crisi“. Si tratta con ogni probabilità di una visione miopica e pregiudiziale.

Infatti le statistiche ufficiali europee indicano già da decenni come i giovani italiani siano, da molto prima della recente crisi economica, tra i meno propensi a lasciare la casa di mammà.

Su questo tema, l’Italia è considerata dagli studiosi una situazione “tipica” dell’Europa mediterranea, dove un 20% di quarantenni erano ancora in casa coi genitori nel 2007 (ossia prima della crisi), rispetto a percentuali insignificanti in Germania (considerata tipica del centro-Europa) o Danimarca (tipica della Scandinavia): vedasi qui, alla FIGURE II.

L’età media europea alla quale i maschi escono dalla casa paterna è stabilmente intorno ai 26,1 anni sin dal 2004 (23,5 in Francia; 23,9 in Germania). Gli italiani, invece, hanno sempre lasciato intorno ai 28,7 anni, per salire a 31 anni nel 2007, quando la crisi economica non era ancora neppure immaginata.

Nel 1992, l’età media al primo matrimonio dei maschi italiani era di 29 anni, già la quarta più alta d’Europa: nel 2002, era salita a 32. Non stupisce pertanto che l’Italia sia in fondo anche alla classifica europea della natalità.

E neppure quest’ultimo dato può essere banalmente spiegato con la crisi economica, che sembra semmai esacerbare un trend sottostante già ben delineato. (Altro fattore in gioco, la relativa carenza, rispetto a molti Paesi avanzati, di infrastrutture di accoglienza per i bambini).

Il calo della natalità è peraltro una tendenza che riguarda da decenni un po’ tutto l’Occidente, e la ricerca intorno alla questione è partita da tempo. In The Prime of Life. A History of Modern Adulthood (2004) lo storico e pedagogista Steven Mintz argomentava che la diminuita fertilità sembra correlarsi con una minore e più lenta propensione a diventare adulti nel mondo opulento. E se questo fattore ha un peso importante, figuriamoci quanto ne avrà in Italia, dove ci si considera “ragazzi” fin oltre i 40 anni…

Occorrerebbe essere, anziché dilettanti come chi scrive, sociologi, politologi ed economisti ben attrezzati, per orientarsi con sicurezza su questi temi. Ora delle due l’una: o questi esperti mancano dalla scena italiana, oppure né i politici né i giornali li interpellano mai…

San Somaro

Pubblicato: 19 luglio 2014 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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hmOggi si celebra San Somaro. Da ieri, infatti, ragliano i 2000 martiri che hanno ottenuto dal TAR del Lazio il permesso a iscriversi a Medicina pur non avendo passato il test di ammissione.

Così, un esercito di trombati (e giustamente tali, salvo sparute eccezioni) che non avevano studiato il manuale da 100 pagine [NB: Per chi non ha fatto il liceo, il libro per il test è di 900 pagine] andranno a schiantarsi, l’anno prossimo, sui libri da 1000 pagine di Fisiologia, Anatomia Umana, eccetera. 

Costoro ingolferanno le aule sia a danno dei meritevoli sia a spese di noi contribuenti: le tasse versate dagli studenti universitari, infatti, non coprono che una frazione minuta del costo della struttura.

factsPer aver spiegato a Beppe Severgnini, che incontra frotte di italiani in giro per il mondo e ne ricava la sensazione che gli Italians siano tutti fuori, che se egli fosse tedesco, svizzero od olandese incontrerebbe più connazionali (cfr qui circa Londra e qui più in generale), sono occasionalmente bersagliato da gente che, in preda a grave strabismo statistico, mi vuole spiegare che i poveri ragazzi italiani sono tutti all’estero, dove fra l’altro mietono solo successi.

Su cosa si basano i miei corrispondenti? Su senzazioni personali, su conoscenza occasionale e aneddotica, su pre-giudizi, e soprattutto sull’ignoranza di quel che accade negli altri paesi.

Amici: la conoscenza (del cui nome abusate pur senza, a volte, frequentarne la casa) inizia con la misura e con gli esperimenti controllati e ripetibili. Circa l’argomento di cui stiamo parlando, misura significa statistica e raccolta sistematica e rigorosa di dati. E la statistica procede secondo sue leggi che poco hanno a che fare con quel che noi individualmente vediamo attorno al nostro naso, e che spesso coincide con quel che noi vogliamo vedere e non già con la realtà.

Secondo ogni evidenza empirica controllata disponibile alla data (vide infra per una bibliografia), la «fuga dei talenti» è una manfrina giornalistica, inaugurata dalla pelosa lettera di Pierluigi Celli nel 2009 e da allora riprodotta noiosamente da persone male informate cacciatrici di luoghi comuni e titillatrici del nostro pernicioso mammismo.

La gente gira il mondo perché il mondo è fatto così. Ed è bello, non brutto, che così sia. (Siano fatti salvi profughi sui barconi e valigie di cartone, bien entendu).

Vi sfido a trovare una fonte sociologica o economica seria che attesti la maggiore propensione degli italiani a emigrare. Perché, sapete, qui per il momento risulta che i giovani italiani, con e senza laurea, emigrino meno  della media OCSE e persino di quella europea. E forse essi dovrebbero emigrare di più, per il bene loro e del nostro paese, perché quei pochi che tornerebbero non potrebbero che contribuire a migliorarlo. (Questo riguarda sia gli accademici sia la highly-skilled workforce in generale).

I problemi che ci contraddistinguono, semmai, sono (A) la difficoltà di tornare, vista l’ingessatura del sistema Italia, familistico e gerontocratico, e (B) la difficoltà di attrarre talenti dall’estero.

Se qualcuno di voi reperisse un dato scientifico, non meramente giornalistico o aneddotico, che contraddice quanto da me qui sopra riferito con dovizia di documentazione, sarò felice di rivedere la mia convinzione in materia: ossia che noi italiani siamo mammoni che, pur emigrando meno degli altri, ce ne lamentiamo in continuazione; che dovremmo emigrare di più; e che dovremmo batterci per creare le condizioni che agevolino il ritorno e l’afflusso degli stranieri.

Bibliografia

(1) World Bank Data Viz 2012 – The Global Brain Trade (tratto da Franzoni C., Scellato G., Stephan P., Foreign Born Scientists: Mobility Patterns for Sixteen Countries, Nature  Biotechnology, 30(12):1250-1253, 2012)

(2) US NSF Science and Engineering Indicators 2012, pag. 3-49

(3) Aspen Institute 2012

(4) OCDE, International Migration Outlook SOPEMI 2010

(5) US NSF 2007

(6) L. Beltrame, “Realtà e retorica del brain drain in Italia. Stime statistiche, definizioni pubbliche e interventi politici”, Univ. di Trento, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Quaderno 35, marzo 2007

Mi è sfuggito chi abbia messo in giro per primo la fanfaluca dei poveri ragazzi italiani che emigrano (forse P. L. Celli nel 2009 con la sua lettera al figlio?).

Stando all’Ocse (International Migration Outlook SOPEMI 2010), gli italiani non emigrano più della media europea.

Inoltre, uno studio effettuato dal sociologo Lorenzo Beltrame nel 2007 rivela che anche quelli ad alta scolarizzazione emigrano come gli omologhi europei, se non addirittura meno.

Si riscontra solo una pronunciata percentuale, tra gli italiani emigrati in Usa (degli altri paesi non si sa quasi nulla), di ricercatori e docenti universitari rispetto a coloro che lavorano in azienda, che sono comunque la larga maggioranza: ciò potrebbe tradire un disagio nei confronti del sistema italiano di cooptazione in Università (il professore che “cova” l’allievo preferito sino a fargli vincere un concorso da vecchio), ma potrebbe in parte essere anche dovuto alla grande preparazione e competitività dei ricercatori italiani.

Un problema noto da sempre a chi si occupa di brain drain è, semmai, che l’Italia fatica ad attrarre studiosi stranieri (lo dice anche l’Economist, in un recente reportage confuso nell’analisi ma accurato nelle conclusioni).

Emigrare per fare carriera, studiare, fare ricerca o fare impresa, è un privilegio, non una iattura.

Allora, cos’è questo piagnisteo che lardella giornali, televisioni e forum online? Non sarà che siamo davvero un paese di inguaribili bamboccioni, come induce a sospettare il fatto che chiamiamo ragazzi la gente di 40 anni?

Il piagnisteo appare poi ancora più inspiegabile se si considera che in realtà i giovani italiani dovrebbero emigrare di più.

La nostra società è così gerontocratica e ingessata che le probabilità di affermazione sociale di un giovane sono più scarse che non in altri paesi europei (anche se in questo campo è meglio andar cauti con le chiacchiere, come avvertivo altrove).

Usa, Canada, Danimarca, Giappone (e non “l’estero” in generale, come superficialmente e provincialmente s’usa dire da noi) sono esempi di paesi dove la mobilità sociale e le opportunità per i giovani sono buone (*). Addirittura imbattibili Germania e Svizzera, dove però, fate attenzione, i giovani lavorano anche, anziché limitarsi a fare gli scienziati o gli amministratori delegati, come vorrebbero i nostri.

Se i nostri ragazzi prendessero a emigrare davvero in quantità massicce, e possibilmente verso paesi innovativi e dinamici come gli Usa, allora un giorno succederebbe che una parte di loro, tornando indietro, insegnerebbero al nostro paese un po’ di quell’innovazione, di quel dinamismo…

 (*) Queste grossolane statistiche vanno comunque prese cum grano salis. Ad esempio, la mobilità sociale mi risulta essere migliore in Lombardia che non negli Usa complessivamente (anche se ora non riesco a rammentare la fonte).