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hmLa squinzia “con due dottorati in studi umanistici” scrive (badate, non è che dica: bensì scrive tongue-in-cheek) “Io sono una di quelle che vive” al forum di Beppe Severgnini.

Avevamo già registrato da qualche anno la definitiva vittoria della concordanza retorica a senso [sballato]: il “vive” riferito a “una”, anziché a “quelle”, e con le “quelle” totalmente inutili, visto che basterebbe scrivere “io sono una che vive” per salvare capra e cavoli. Ormai l’italiano si parla e si scrive così: io sono una di quelle le quali vive. E vabbe’.

E ora, attenzione: se posso accordare il che all’una (una che vive), allora perché non accordare, già che ci sono, il verbo all’io (io vivo)? Si avvererebbe in tal modo la nostra previsione di due anni fa: “io sono una di quelle che vivo”. E infatti, è successo.

Il primo confortante segno di conferma alla nostra previsione ce lo ha offerto nei giorni scorsi lo stesso Beppe, che non vanta traballanti dottorati in materie frou frou ma una buona vecchia laurea in giurisprudenza, di quelle alle quali si arrivava dopo aver studiato l’analisi logica alle Medie inferiori, e che sa scrivere. Parlando da Gruber, egli ha detto “Io sono uno di quelli che penso che Napolitano […]”, senza mostrare alcun moto di disturbo né accennare a un tentativo di autocorrezione.

L’imprimatur è autorevole. Il dado è tratto. Aspettiamo solo di vederlo per iscritto.

Un altro passo avanti verso una lingua più misera, sempre più povera di costrutti e, soprattutto, sempre più sganciata dalla logica aristotelica.

In una prossima puntata discuteremo un altro trend emergente: l’accordo di genere all’ultima parola pronunciata: “le vite private dei politici francesi sono tutelati dalla privacy”, perché il cervelletto dell’Homo massmediaticus si dimentica il termine (n-1)simo subito dopo aver pronunciato l’nesimo. Fateci caso, in Tv.

Una lettera al Corriere di oggi ci illumina circa un rischio che corriamo usando smodatamente espressioni inglesi in luogo dell’italiano: il rischio di non sapere di cosa stiamo parlando.

La lettrice traduce benchmark con prestazione, e sbaglia di grosso. Benchmark significa termine di confronto (“il benchmark del Fondo”) e, per estensione, confronto (“fare un benchmark”). L’espressione deriva dai segni (marks) che si facevano sul tavolo da lavoro (bench) per confrontare manufatti di vario genere.

Capital gain non significa, come crede quella, reddito da capitale, bensì guadagno in conto capitale. Sono due concetti diversi, per quanto potenzialmente correlati.

Questi malintesi, a volte forieri di piccole catastrofi, si verificano mille volte al giorno in ogni azienda italiana, in ogni Università, in ogni giornale.

Non concordo con la facile tesi, ripetuta anche da distratti esponenti della Crusca (spesso afflitti da cretineria monoculturale), secondo la quale le lingue «non impoveriscono né peggiorano, bensì semplicemente mutano».

A me sembra che l’italiano scritto, per esempio, stia degradando. Se ciò fosse provato vero, potremmo trarne interessanti spunti o insegnamenti circa la società e il suo futuro.

Da qualche decennio si stanno perdendo (anche nelle classi abbastanza “colte”, come era un tempo il giornalismo)  numerosi costrutti che, se utilizzati, renderebbero la lingua più espressiva, come per esempio molte relative (pensiamo all’orribile «dove» usato in sostituzione di «in cui», «a cui», «da cui», ecc., che sono tutti significati diversi; o al deprimente «io sono uno di quelli che crede»), tanti congiuntivi, il «sia […] sia», il gli/le, eccetera.

E non mi pare che questi costrutti vengano sostituiti da altri. Dunque, c’è un impoverimento, non una trasformazione neutra.

Una lingua potente riesce a ottimizzare il numero dei costrutti sintattici e grammaticali, evitando che questi la ingolfino se sono troppi, ma anche evitando che essi diminuiscano troppo, impoverendola.

È stato Claude Shannon a mostrare (1948) che la ricchezza dei costrutti e delle sfumature di un linguaggio accresce la quantità di informazione che lo scrivente A può veicolare, impiegando lo stesso numero di parole di uno scrivente B che invece non utilizzi quella ricchezza.

La Teoria dell’informazione ha avuto anche un’influenza sulla linguistica, sicché sarebbe bello se qualche linguista intervenisse per chiarire le idee ai profani come me. Da anni sollecito e attendo questo contributo, che non mi è ancora pervenuto.

Non è logico ipotizzare che la lingua non attraversi mai periodi di crescita. Per dire: il latino non è nato così, tutt’a un tratto, con le declinazioni e la consecutio bell’e fatte, no? Ci devono dunque essere periodi di arricchimento e periodi di impoverimento.

Entrambi possono insegnarci molto. Ad esempio, i problemi ai quali è andata incontro la scuola di massa hanno certamente giocato un ruolo nel degrado attuale del linguaggio: ma cosa implica veramente ciò, cosa ci dice sul nostro futuro, sulla nostra capacità di escogitare soluzioni per un mondo migliore?

P.S.: Non c’entrano nulla qui gli idioletti di Twitter o i linguaggi iconici, l’utilizzo dei quali non postula l’imbecillità linguistica come condizione necessaria. La conoscenza di un buon italiano non inibisce la facoltà di compattare i byte degli sms o di usare velocemente iPad e Playstation: anzi, si potrebbe forse argomentare che la potenzia.