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Mi diverte la retorica della «legge elettorale sbagliata».

Il giorno dopo le ultime elezioni se ne sono avute le più spettacolari manifestazioni, con esponenti politici che attribuivano al meccanismo vigente alcune colpe e anche il loro esatto contrario: per esempio, alcuni hanno detto che la legge non consente di stabilire chi ha vinto la sera stessa delle elezioni, mentre altri hanno lamentato che essa premia eccessivamente chi non lo meriterebbe pur di esprimere un vincitore a tutti i costi.

Non provo alcuna simpatia verso chi compilò questa legge, ma constato che solo poiché un tempo qualcuno la chiamò porcellum, tutti gli italiani hanno preso meccanicamente a considerarla una sconcezza anche quando non ci capiscono un’acca. (Non mi sono mai occupato di leggi elettorali e non ne so nulla, ma osservo gente vergare editoriali sapendone meno di me!).

Chi invoca la governabilità ignora che, in presenza di più di due partiti, essa non può essere ottenuta senza premiare artificiosamente le minoranze relative ed eventualmente penalizzando i partiti piccoli.

Chi pretende di «scegliere i propri parlamentari» dimentica che ci sono controindicazioni anche al voto di preferenza, al punto che se ricordo bene gli italiani stessi, un giorno, lo abolirono con un referendum.

Chi si stupisce che al Senato si possano avere meno seggi pur avendo più voti nazionali, non sa che in democrazie di ben più lunga tradizione avviene spesso la stessa cosa e che non è una stravaganza il fatto che i senatori vengano espressi dai territori.

Tutti, poi, sembrano ignorare che la legge elettorale ideale non esiste: per capire questo dovrebbe bastare il buon senso ma ricordo che ciò forma anche l’oggetto di un teorema formulato nel 1951 da Kenneth Arrow e che costituisce una delle tante manifestazioni dell’eterno conflitto tra interesse collettivo e interessi individuali.

Dovremmo smetterla di prendercela con un algoritmo e rivolgere semmai l’attenzione alla nostra dabbenaggine e alla scarsa dedizione che riserviamo alla politica (mi ci metto come primo colpevole), vissuta da semplici telespettatori.

E’ ormai scientificamente provato che il riscaldamento globale sia di sinistra e l’energia nucleare di destra!

Ce lo spiegano i ricercatori Kahan, Jenkins-Smith e Braman, i quali hanno scoperto che, quando si tratta di questioni complicate sulle quali non si può che rifarsi ai tecnici, i cittadini tendono comunque a formarsi opinioni che sono più congeniali ai loro valori politici che non razionalmente sostenute da un consenso di esperti. E lo fanno stiracchiando l’opinione degli esperti da una parte o da quella opposta, anche quando questa opinione è in realtà monolitica.

Gli autori hanno osservato che le persone di orientamento prevalentemente «gerarchico-individualista» (GI) da un lato e quelle di stampo «egualitario-comunitario» (EC) dall’altro discordano intorno a questioni sulle quali, invece, il consenso degli esperti è molto pronunciato, come il riscaldamento globale o il trattamento delle scorie radioattive. Le persone GI tendono a esagerare il [pressoché inesistente] dissenso tra gli esperti intorno al riscaldamento globale (ecco, dunque, perché Giuliano Ferrara ci spacca i m. da anni su questa faccenda!); mentre le persone EC fanno la stessa cosa sul tema delle scorie radioattive.

Abbiamo dunque qualche strumento per affrontare l’interrogativo seguente: come mai Lega e “popolo della sinistra” si ritrovano uniti contro l’OGM (una tecnologia non più pericolosa dei farmaci che ingurgitiamo ogni giorno in gran copia)?

Vada per l’opposizione della destra sociale (Alemanno), che è per l’appunto di tipo EC. Ma Zaia? Dobbiamo pensare alla Lega come movimento EC? Oppure, prosaicamente, che il ministero difenda gli interessi (legittimi) di una forza (Coldiretti) impreparata a misurarsi con la concorrenza internazionale?