Posts contrassegnato dai tag ‘economia sommersa’

Ecco un elenco di assolute, piane, triviali banalità, che pure sembrano eludere il 90% di giornalisti e politici italiani:

PIL: Il prodotto interno lordo è un equivalente del reddito, non già del patrimonio. Se un paese ha un grande Pil annuale, ciò non significa necessariamente che esso sia ricco. Significa solo che forse lo diventerà.

La Cina, per esempio, ha un grande Pil ma è ancora un paese povero. Il patrimonio nella disponibilità del suo abitante medio è, anche a parità di potere d’acquisto, molto più piccolo di quelli disponibili al cittadino statunitense o italiano. Anche il Pil annuale per abitante della Cina è ancora meno di un sesto di quello Usa e un quarto di quello italiano.

Inoltre la Cina deve ancora costruire una serie di infrastrutture delle quali i paesi ricchi dispongono già. Ad esempio, essa spende annualmente 1/6 degli Usa in armamenti, sicché di questo passo il suo distacco nell’approntamento di infrastrutture militari, che già sono di molto inferiori a quelle americane (la US Navy dispone di 11 grandi portaerei, la People’s Liberation Army Navy di 1), si accresce di anno in anno.

Il Brasile ha avuto un Pil in crescita mediamente del 4,5% l’anno nell’ultimo decennio; l’Italia 0,5%, ossia nove volte meno. Se questi rispettivi passi restassero inalterati, al Brasile occorrerebbe un quarto di secolo per raggiungere il Pil pro capite dell’Italia.

Economia sommersa: Non è vero che diminuendo l’evasione fiscale aumenterebbe il Pil. L’economia in nero è già compresa nel Pil. E’ vero invece, ovviamente, che l’economia sommersa non contribuisce alle entrate fiscali.

Debito pubblico: Il debito dello Stato è di gran moda oggi, ma non è che una delle tante metriche contabili (per non parlare di quelle intangibili) che possono servire per descrivere un’economia nazionale, come Pil, bilancia dei pagamenti, patrimonio delle famiglie, debito privato, debito con l’estero, eccetera.

Ad esempio, il Giappone ha un grosso debito pubblico (detenuto in maggior parte dai suoi stessi cittadini), pari a oltre 2 volte il Pil annuale, ma nessuno pensa a esso come un paese sull’orlo della bancarotta. Di più: il Giappone non cresce da quasi 20 anni, eppure lo yen è considerato una moneta-rifugio.

Deficit annuale: Il deficit del bilancio annuale dello Stato. Il suo accumulo, anno per anno, produce (unito agli interessi passivi) il debito pubblico. Il deficit è quella grandezza che, secondo il famoso patto di Maastricht, non avrebbe dovuto superare il 3% del Pil annuale per potersi definire un virtuoso membro dell’Area Euro. L’opposto del deficit è il surplus. Gli Usa hanno un bilancio corrente in deficit (di circa il 10% del Pil); la Cina ha un surplus.

Prezzo e costo: I termini non sono sinonimi. Il prezzo è l’ammontare pagato dall’acquirente e incassato dal venditore. Prezzo meno costo uguale margine lordo del venditore. Il costo, cioè, è l’ammontare dei pagamenti nei quali è incorso il venditore per arrivare a fare la vendita. Tutto ciò, un tempo, si imparava alle Elementari. Oggi, i due concetti sono sistematicamente confusi sui giornali, nei talk show politici, nelle rubriche della radio di Confindustria, ecc.

Investimento e spesa: I due termini non sono sinonimi, come invece accade nel dibattito italiano. L’investimento è un tipo particolare di spesa, del quale di suppone che contribuirà ad accrescere i ricavi/sviluppo. Comprare casa per abitarci non è un investimento. Mettere in sicurezza gli edifici scolastici è un imperativo, ma non è un “investimento”.

Completiamo questo trittico fiscale dicendo due parole sul personaggio dell’evasore più attivo, ossia quello che programmaticamente non emette ricevuta o fattura.

C’è tutta una gamma…

A un estremo si collocano coloro, in genere artigiani o collaboratori familiari occasionali (giardiniere, tappezziere, falegname, ecc.) per i quali la fattura è un oggetto misterioso e sconosciuto, così come la dichiarazione dei redditi.

Poi vengono quelli più attivi (e più ricchi), gli artigiani commercianti industriali e fornitori di servizi ai quali si accennava qui. Dietro di loro, non dimentichiamolo, sta una robusta filiera di grossisti e industriali che prosperano solo sul nero: se io non chiedo fattura al muratore, questi non la chiederà al grossista, che a sua volta non la chiederà all’industriale.

Per questa gente, la fattura/ricevuta è un oggetto mistico e un tabù. Mostrano di non saperne nulla e affermano che tutto dipende dal loro commercialista, dietro i cui misteriosi dettami amano trincerarsi. Alcuni hanno sviluppato un proprio rituale. I parrucchieri per signora, ad esempio, rilasciano sempre una ricevuta, ma rigorosamente pari al 30% dell’importo incassato. Se/quando tutta questa gente fatturerà, i prezzi saliranno enormemente e non so come si potrà controllare il fenomeno.

Siamo giunti all’estremo degli evasori attivi “colti”. Quelli che hanno sentito dire da qualche parte (magari dal Presidente del Consiglio dei Ministri) che se le aliquote sono troppo alte allora è normale che ci sia dell’evasione.

Come gli “onesti” che pagano “fino all’ultima lira le tasse in busta” e dunque poi ritengono un diritto quello di evadere l’Iva non esigendo le fatture, così gli evasori attivi colti sono degli ipocriti, sebbene a volte solo vagamente consapevoli (è più comodo esserci che farci, no?).

E’ pur vero, infatti, che accrescendo il carico oltre una certa soglia nella solita curva di Laffer (che fu inventata proprio in relazione a questo problema), le entrate fiscali non aumentano come si prevedeva perché cominciano a manifestarsi molte più evasioni / elusioni di prima.

Ma ciò non significa che quei comportamenti siano leciti o giustificabili: l’aumento dell’evasione con l’aumento del carico fiscale riflette un errore di politica economica, non un imperativo ineluttabile per il singolo.

Se si inaspriscono oltre una certa soglia le pene per i furti con destrezza, senza inasprire anche quelle per le rapine in banca, ecco che queste prenderanno a crescere, se con un rischio quasi uguale si può ricavare un introito molto più elevato: ciò non vuol dire che rapinare sia meglio che rubare o che sia lecito perché lo Stato mi ci ha indotto.

Capito, finti liberisti così svelti coi numeri di bottega ma a digiuno di Economia I?

Un’allegra brigata, l’Italia, composta da un 50% di ladri/evasori e un 50% di ricettatori/consumatori. La popolazione è in equilibrio: nessuno dei due potrebbe vivere senza l’altro.

Ora che (finalmente) si fa un gran parlare di evasione fiscale, i ricettatori reclamano la possibilità di detrarre ogni spesa dalla dichiarazione dei redditi. Solo a tale condizione, affermano più o meno implicitamente, essi chiederebbero la fattura a chi lavora in nero.

Altrimenti, continueranno a non chiederla perché ciò implicherebbe che essi stessi pagassero l’Iva, della quale invece sono avidi, sistematici e gaudenti evasori: non gli par vero di poter accedere a loro volta alla lussuriosa libertà di sottrarre un po’ di quattrini alla cassa comune. (In Italia, si sa, la res publica è res nullius, come attestano le montagne di cartacce lattine e mozziconi a terra, il milione di vani abusivi, i 6,3 milioni di canoni radiotelevisivi evasi, le centinaia di migliaia di pensioni d’invalidità false e di nullafacenti “socialmente utili” a libro paga della PA).

Ahinoi, lo scatolone pieno di fatture e scontrini da aprire in maggio all’atto della compilazione di Unico non funzionerebbe. Ma forse un modo per far leva sul conflitto di interessi tra ladro e ricettatore c’é: ogni San Silvestro, nel suo discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica potrebbe annunciare, un po’ come in Cina, l’animale che si celebrerà nell’anno adveniente.

Se il 2012 fosse, poniamo, l’Anno dell’Idraulico, nel senso che chiunque durante quell’anno potrebbe detrarre le ricevute di idraulici e caldaisti, l’anno dopo l’Agenzia delle Entrate conoscerebbe esattamente il reddito di ogni singolo artigiano della categoria.

Dal 2013 in poi non sarebbe più possibile detrarre l’idraulico per parecchi anni, ma se un idraulico tornasse a dichiarare i soliti redditi ridicoli il Fisco avrebbe qualche arma in più al proprio arco.

Il 2013, allora, potrebbe essere l’anno del muratore o dell’avvocato o dell’elettricista o dell’imbianchino o del piastrellista o del gommista o del dentista o dell’agente immobiliare o del ristoratore eccetera eccetera. Naturalmente potremmo anche celebrare due o più categorie per anno (purché non così tante da cadere nella trappola della curva di Laffer)…

In capo a dieci, quindici anni sapremmo tutto di tutti e ci saremmo dati una regolata. Gli effetti benefici, poi, sarebbero a cascata: dietro le categorie artigiane e commerciali stanno migliaia di loro fornitori che vivono al nero (e sono forse i più ricchi tra quelli che il Fisco-spettacolo va a stanare a Cortina e Portofino).

Certo, questa nostra cineseria non sarebbe, come del resto qualunque altro, un metodo perfetto: ladri e ricettatori troverebbero delle scappatoie; i resoconti di un anno non sarebbero rigorosamente indicativi del reddito di categoria perché in quell’anno essa avrebbe un boom di affari; ci sarebbe un grave rischio inflattivo; il calcolo macroeconomico preventivo da fare è complicato; e altro ancora.

Però forse varrebbe la pena provare, se non altro per liberarsi dell’olezzante ipocrisia che oggi trasuda da tutti i giornali, tutti i talk show, tutti i bar e tutti gli uffici italiani.