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Non passa giorno senza che io senta dire da radio o tv di primaria importanza nazionale, nei dibattiti ma anche nelle news, che «centomila giovani lasciano l’Italia ogni anno» oppure «ogni anno centomila laureati fuggono».

Queste fantasiose notizie si sono installate solidamente nei nostri media a causa di un diffuso fraintendimento dei imagescomunicati stampa Istat che, poiché contengono dei numeri, nessuno capisce. Appena pubblicati, vengono trasformati in fuffa.

Andiamo dunque a vedere Istat, 6 dicembre 2016, Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente.

Vi leggeremo che nel 2015, ossia l’ultimo periodo relativamente al quale si hanno dati stabili, emigrarono 102mila cittadini italiani (e ne immigrarono 25mila, insieme a 255mila stranieri regolari). Degli emigrati italiani, 23mila erano laureati (ne sforniamo circa 250mila nuovi ogni anno). Vediamo inoltre che 30mila di quegli espatriati (nei quali però credo siano contati anche i nati all’estero con cittadinanza italiana) avevano meno di 25 anni, ossia l’equivalente di due ragazzi ogni mille che ci sono in Italia.

In un’altra fonte (Fondazione Migrantes citata dal Corriere della Sera) reperiamo, con beneficio di inventario perché trattasi di fonte indiretta, il dato degli emigrati con un’età compresa tra i 18 e i 34 anni, che nel 2015 sarebbero stati 39mila, ossia quattro ogni mille italiani di quella età.

Insomma, non «centomila» giovani, bensì 40mila. Non «centomila laureati» bensì 23mila. E’ importante? Naturalmente no, visto che, da noi, l’aritmetica è comunque un’opinione.

santa-maria-pizzeria-london-1«Non è più salutare mobilità europea: è una nazione in fuga», ha scritto qualche mese fa Beppe Severgnini a proposito dei presunti (stima del Consolato italiano) 400mila italiani nella Greater London.

Eppure se egli fosse andato al Consolato francese lo avrebbero informato che loro ne avevano là 400mila già due anni prima. E se fosse andato in quello danese gli avrebbero raccontato che gli europei più usi a trasferirsi a Londra sono loro, seguiti a ruota da irlandesi, svedesi, olandesi e lituani. Nazioni in fuga anche loro?

Se poi Beppe fosse editorialista non del Corriere ma della Gazeta Wyborcza, leggerebbe sul Telegraph che la seconda lingua parlata in UK dopo l’inglese è il polacco. Se fosse inglese, scriverebbe che i suoi connazionali sono tra i più espatrianti al mondo, giovani in testa. Da francese, avrebbe scritto su Le Monde che sempre più ragazzi lasciano la Francia, con TF1 a fargli eco precisando che Londra ne è la mecca.

Insomma: a Londra ci vanno tutti e noi, semmai, meno di molti altri. Di che stiamo parlando?

Quanto alla correlazione, quasi sempre tirata in ballo o adombrata, tra tasso di disoccupazione e diaspora londinese, essa sembra ardita assai: non solo perché tale teoria non spiega il maggiore afflusso rispetto a noi di francesi, danesi e polacchi (che pure hanno disoccupazioni giovanili molto più basse della nostra), ma anche perché tra disoccupati e inoccupati corre quella oscura ma cospicua differenza che i media dovrebbero sempre maneggiare con cura perché non la comprendono proprio.

Io credo che i giovani che lavano piatti e bicchieri in Greater London potrebbero farlo a Treviso o a Perugia, solo che là imparano anche un po’ di inglese e un po’ di mondo. Credo che sia un bene, e ne vorrei di più.

factsPer aver spiegato a Beppe Severgnini, che incontra frotte di italiani in giro per il mondo e ne ricava la sensazione che gli Italians siano tutti fuori, che se egli fosse tedesco, svizzero od olandese incontrerebbe più connazionali (cfr qui circa Londra e qui più in generale), sono occasionalmente bersagliato da gente che, in preda a grave strabismo statistico, mi vuole spiegare che i poveri ragazzi italiani sono tutti all’estero, dove fra l’altro mietono solo successi.

Su cosa si basano i miei corrispondenti? Su senzazioni personali, su conoscenza occasionale e aneddotica, su pre-giudizi, e soprattutto sull’ignoranza di quel che accade negli altri paesi.

Amici: la conoscenza (del cui nome abusate pur senza, a volte, frequentarne la casa) inizia con la misura e con gli esperimenti controllati e ripetibili. Circa l’argomento di cui stiamo parlando, misura significa statistica e raccolta sistematica e rigorosa di dati. E la statistica procede secondo sue leggi che poco hanno a che fare con quel che noi individualmente vediamo attorno al nostro naso, e che spesso coincide con quel che noi vogliamo vedere e non già con la realtà.

Secondo ogni evidenza empirica controllata disponibile alla data (vide infra per una bibliografia), la «fuga dei talenti» è una manfrina giornalistica, inaugurata dalla pelosa lettera di Pierluigi Celli nel 2009 e da allora riprodotta noiosamente da persone male informate cacciatrici di luoghi comuni e titillatrici del nostro pernicioso mammismo.

La gente gira il mondo perché il mondo è fatto così. Ed è bello, non brutto, che così sia. (Siano fatti salvi profughi sui barconi e valigie di cartone, bien entendu).

Vi sfido a trovare una fonte sociologica o economica seria che attesti la maggiore propensione degli italiani a emigrare. Perché, sapete, qui per il momento risulta che i giovani italiani, con e senza laurea, emigrino meno  della media OCSE e persino di quella europea. E forse essi dovrebbero emigrare di più, per il bene loro e del nostro paese, perché quei pochi che tornerebbero non potrebbero che contribuire a migliorarlo. (Questo riguarda sia gli accademici sia la highly-skilled workforce in generale).

I problemi che ci contraddistinguono, semmai, sono (A) la difficoltà di tornare, vista l’ingessatura del sistema Italia, familistico e gerontocratico, e (B) la difficoltà di attrarre talenti dall’estero.

Se qualcuno di voi reperisse un dato scientifico, non meramente giornalistico o aneddotico, che contraddice quanto da me qui sopra riferito con dovizia di documentazione, sarò felice di rivedere la mia convinzione in materia: ossia che noi italiani siamo mammoni che, pur emigrando meno degli altri, ce ne lamentiamo in continuazione; che dovremmo emigrare di più; e che dovremmo batterci per creare le condizioni che agevolino il ritorno e l’afflusso degli stranieri.

Bibliografia

(1) World Bank Data Viz 2012 – The Global Brain Trade (tratto da Franzoni C., Scellato G., Stephan P., Foreign Born Scientists: Mobility Patterns for Sixteen Countries, Nature  Biotechnology, 30(12):1250-1253, 2012)

(2) US NSF Science and Engineering Indicators 2012, pag. 3-49

(3) Aspen Institute 2012

(4) OCDE, International Migration Outlook SOPEMI 2010

(5) US NSF 2007

(6) L. Beltrame, “Realtà e retorica del brain drain in Italia. Stime statistiche, definizioni pubbliche e interventi politici”, Univ. di Trento, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Quaderno 35, marzo 2007

A proposito della noiosa e tamburellante retorica dei talenti in fuga, ho visto di recente il rapporto di Aspen Institute Italia e… perdindirindina: il lavoro ricalca quello del 2007 di Lorenzo Beltrame ma non lo cita.

Il ricalco non riguarda solo le conclusioni (i “cervelli” italiani non emigrano più degli altri; c’è invece un problema di provincialismo della nostra Università, ecc.) e l’utilizzo delle fonti, ma anche alcune tabelle e persino il commento di esse, parola per parola.

Mah!

Mi è sfuggito chi abbia messo in giro per primo la fanfaluca dei poveri ragazzi italiani che emigrano (forse P. L. Celli nel 2009 con la sua lettera al figlio?).

Stando all’Ocse (International Migration Outlook SOPEMI 2010), gli italiani non emigrano più della media europea.

Inoltre, uno studio effettuato dal sociologo Lorenzo Beltrame nel 2007 rivela che anche quelli ad alta scolarizzazione emigrano come gli omologhi europei, se non addirittura meno.

Si riscontra solo una pronunciata percentuale, tra gli italiani emigrati in Usa (degli altri paesi non si sa quasi nulla), di ricercatori e docenti universitari rispetto a coloro che lavorano in azienda, che sono comunque la larga maggioranza: ciò potrebbe tradire un disagio nei confronti del sistema italiano di cooptazione in Università (il professore che “cova” l’allievo preferito sino a fargli vincere un concorso da vecchio), ma potrebbe in parte essere anche dovuto alla grande preparazione e competitività dei ricercatori italiani.

Un problema noto da sempre a chi si occupa di brain drain è, semmai, che l’Italia fatica ad attrarre studiosi stranieri (lo dice anche l’Economist, in un recente reportage confuso nell’analisi ma accurato nelle conclusioni).

Emigrare per fare carriera, studiare, fare ricerca o fare impresa, è un privilegio, non una iattura.

Allora, cos’è questo piagnisteo che lardella giornali, televisioni e forum online? Non sarà che siamo davvero un paese di inguaribili bamboccioni, come induce a sospettare il fatto che chiamiamo ragazzi la gente di 40 anni?

Il piagnisteo appare poi ancora più inspiegabile se si considera che in realtà i giovani italiani dovrebbero emigrare di più.

La nostra società è così gerontocratica e ingessata che le probabilità di affermazione sociale di un giovane sono più scarse che non in altri paesi europei (anche se in questo campo è meglio andar cauti con le chiacchiere, come avvertivo altrove).

Usa, Canada, Danimarca, Giappone (e non “l’estero” in generale, come superficialmente e provincialmente s’usa dire da noi) sono esempi di paesi dove la mobilità sociale e le opportunità per i giovani sono buone (*). Addirittura imbattibili Germania e Svizzera, dove però, fate attenzione, i giovani lavorano anche, anziché limitarsi a fare gli scienziati o gli amministratori delegati, come vorrebbero i nostri.

Se i nostri ragazzi prendessero a emigrare davvero in quantità massicce, e possibilmente verso paesi innovativi e dinamici come gli Usa, allora un giorno succederebbe che una parte di loro, tornando indietro, insegnerebbero al nostro paese un po’ di quell’innovazione, di quel dinamismo…

 (*) Queste grossolane statistiche vanno comunque prese cum grano salis. Ad esempio, la mobilità sociale mi risulta essere migliore in Lombardia che non negli Usa complessivamente (anche se ora non riesco a rammentare la fonte).