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C’è una Umanità mostruosa dinanzi alla quale mi sento totalmente disarmato e che mi incute più paura di quella malvagia: è l’Umanità che non conosce, non si informa, non impara, non cresce.

Quella che semplifica.

Quella che al Teorema di Pitagora «non crede», come sentii dire una volta alla pur simpatica Serena Dandini. Quella che si abbevera sempre e solo alle stesse fonti, per vedere rassicurati i propri pregiudizi, che scambia per opinioni informate. Quella che crede al prete prima che al raziocinio. Quella che sceglie una Missione nella vita e la persegue ciecamente, come i pasdaràn della rivoluzione. Quella che basta dirle «bio» o «eco»per conquistarle il cuore e poi venderle qualunque sconcezza.

Quella che se si appassiona a un argomento, come il riscaldamento globale o la crisi dei mercati presunti efficienti, parte e consulta sempre e solo fonti di un orientamento monoculturale. Ci sono esagitati che si credono esperti di un tema perché conservano una nutrita biblio-webgrafia: ma se vai a vedere le carte, conoscono solo un lato della questione. Non hanno mai sentito un esponente del “partito” avverso. Coccolano i loro guru monodimensionali. Sono quelli che potete mettere nel sacco con Scientology o con l’Intelligent Design o con la negazione dell’Olocausto.

Prendiamo per esempio lo tsunami di stupidaggini che da Fukushima stanno facendo il giro del mondo da nove mesi (ma potrei ugualmente parlare anche dei cibi finti-bio o delle diete dimagranti o dei maghi o del gioco del Lotto).

Della complessità del problema energetico abbiamo detto qui, e pubblicamente ho dichiarato (e.g., anche sul Corriere) che l’Italia farà meglio a tenersi alla larga dall’energia nucleare. Ma non è questo il punto. Il punto è il disarmante livello di dabbenaggine che pervade il pubblico mediatico. A una percentuale maggioritaria di persone (lo valuto guardando ai media, che le rappresentano bene) sfuggono concetti lapalissiani:

  • Nell’autunno 2011 ha fatto il giro del mondo la notizia che il presentatore televisivo giapponese Otsuka Norikazu, che aveva mangiato verdura di Fukushima in diretta per tranquillizzare gli spettatori, ha la leucemia. Molti media, e tutti quelli pseudo-ecologisti e spazza-naturisti (non quelli ecologisti e naturisti informati e utili, che sono benemeriti e da sostenere), hanno acriticamente e sillogisticamente adombrato che la malattia sia conseguenza del gesto compiuto. I medici ci dicono, invece (e il buon senso ancor prima di loro), che l’associazione è pura fantasia (vedi per esempio qui);
  • Ciò che conta non è la mera presenza di una sostanza radioattiva o meno: è la sua quantità, perché la radioattività è presente nell’ambiente in modo pervasivo. Durante le settimane successive allo tsunami, una giornalista del Tg3 regionale andò all’Università di Milano per far ispezionare la radioattività del pesce proveniente dal Giappone comprato al supermercato: un ingegnere, munito di sensori, le mostrò come il suo microfono RAI, la sua giacca, e i sassi raccolti nella campagna di Milano in quei giorni fossero centinaia di volte più radioattivi di quel pesce. Ma la notizia che passava ossessivamente sui media, in copertina, nel prime time, sui titoloni, era «radioattività nel pesce della regione di Fukushima»;
  • Il cesio radioattivo rinvenuto nel latte in polvere della Mejji a dicembre 2011 era presente in quantità 20 volte inferiori al limite consentito per legge. Questo significa che tra un latte con cesio e uno senza cesio non dovrei preferire il secondo? Certo che no. Significa che il limite stabilito per legge garantisce la sicurezza assoluta di innocuità? No. Significa che sicuramente non c’è relazione tra Fukushima e il cesio radioattivo in quel latte? No (Anzi: molto probabilmente c’è eccome). Però significa che il cesio può trovarsi dappertutto. E non prova che c’è stato un «disastro nucleare», una «catastrofe», una «Hiroshima», come hanno scritto dementi e irresponsabili. (Il disastro, la catastrofe sono le decine di migliaia di morti dello tsunami, zucche vuote!)
  • Attraverso i venti, i corsi d’acqua e le correnti marine, l’inquinamento radioattivo arriva dappertutto. Ma quasi tutto, sul pianeta Terra, arriva dappertutto! In un caso come Fukushima, le quantità di sostanze nocive oltre gli 80-100 km di raggio sono ritenute inoffensive dai medici esperti. Questo significa che tutti o gran parte di quelli dentro 80 Km di raggio contrarranno tumori e altre malattie fatali? No. Significa che è assolutamente impossibile che una persona situata a 200 Km possa ricevere qualsivoglia influsso o danno? No. Significa solo che non dobbiamo preoccuparci degli effetti a distanza, così come non facciamo ogni anno lo screening per la lebbra, il retinoblastoma o la malattia di Farber. Se credete alle fregnacce mediatiche sul vento di Fukùshima che spazza il pianeta, allora correte a farvi visitare almeno per quelle centinaia di malattie rare per le quali il SSN passa l’esenzione dal ticket.
  • [E’ ritenuto molto probabile, anzi praticamente certo, che nell’atmosfera terrestre siano tuttora circolanti le molecole di ossigeno che Gesù respirò durante la sua vita terrena. Perché i media non titolano mai: «Rinvenuto il fiato di Gesù»? Non è una notizia più carina, e più intrigante, delle bestemmie su Fukushima/Hiroshima?]

Ci sono centinaia di testate e siti web spazzatura che divulgano notizie pseudo-ecologiche e pseudo-naturistiche, per vendere pubblicità a una sempre più vasta audience attenta (per fortuna) alle questioni ambientali, ai cibi biologici, alla dieta.

Purtroppo, la maggior parte delle persone non sa attingere alle fonti mediatiche in modo accorto ed equilibrato: tende a credere a tutto quel che trova scritto; si abbevera solo alle fonti che corroborano i suoi pregiudizi (anziché consultarne una pluralità, e soprattutto quelle avverse alle proprie opinioni); non approfondisce; non sa valutare né comprende l’autorevolezza delle fonti: come per Wikipedia, le è sufficiente che una notizia abbia “una fonte” (un giornale, un blog, un’intervista) per essere considerata verificata, con poco o punto riguardo per la pluralità e l’autorevolezza.

Solo con l’educazione, la formazione possiamo uscire da questo orrore cognitivo. E fino a che non ridurremo la facilità con la quale la pubblica opinione si lascia manipolare, scordiamoci non dico di risolvere, ma persino di affrontare con serietà le grandi questioni che affliggono il mondo.

Il problema energetico viene affrontato con piglio da tifoserie calcistiche. Lo dimostrano le discussioni del genere «nucleare sì nucleare no», o gli interventi che si soffermano sui vantaggi oppure gli svantaggi di una singola fonte energetica.

Purtroppo, in un mondo complesso le soluzioni semplici e nette sono spesso inservibili.

L’approvvigionamento energetico di un Paese è un problema di ottimizzazione che deve considerare, con approccio analitico e sistemico insieme, tutte le fonti disponibili e i loro vantaggi e svantaggi, e faticosamente sintetizzare una soluzione sub-ottima.

È un problema analogo a quello posto dal portafoglio di investimenti di una famiglia. Là, ci sono le asset class e gli obiettivi del risparmiatore da soddisfare. Qua, le fonti energetiche e gli obiettivi del Paese. Né là, né qua, soluzioni facili. Sia là sia qua, tutto un mondo di fanfaluche, profittatori, soloni, ingenui.

I criteri da considerare per darsi un piano di approvvigionamento energetico sono, in ordine casuale:

1) la sicurezza. La necessità di grandi impianti centralizzati resterà a lungo (il Frecciarossa non può ancora viaggiare coi pannelli solari), e questo significa che dovremo misurarci per decenni con le sfide poste dalle “centrali” energetiche. Contrariamente a una diffusa credenza, non sono solo quelle nucleari a porre problemi di sicurezza, e per la verità, sinora, le centrali idroelettriche hanno causato molti ma molti più morti. D’altro canto, è puerile nascondersi, come molti tecnocrati hanno invece fatto, che l’attuale tecnologia nucleare presenti il rischio elevato che deriva dalla probabilità bassa di un incidente serio moltiplicata per il danno elevatissimo che può conseguirne: il rischio, infatti, è per definizione uguale alla probabilità di un evento moltiplicata per l’entità del danno che esso può provocare.

2) l’ambiente. Tutte le produzioni di energia creano un inquinamento, piccolo o grande (l'”energia pulita” è solo uno slogan per palati semplici). Ad esempio, le centrali nucleari qui ottengono un punteggio molto buono, e una delle ragioni per quali se ne persegue lo sfruttamento è che esse vanno incontro agli obiettivi del tipo Kyoto / Copenhagen. Nei prossimi decenni, i Paesi dovranno pagare quote sempre più salate per acquistare “crediti di CO2”, e le centrali nucleari sono in questo senso un utile espediente per diminuire le emissioni.

3) il costo. Il costo di una fonte energetica va stimato sull’arco dell’intero ciclo di vita di un impianto. Ad esempio: nel costo della produzione di energia elettrica da nucleare, vanno inclusi i costi di smaltimento delle scorie e di smantellamento delle centrali. Un’altra ovvietà: i quattrini spesi dal contribuente (ad esempio quelli per finanziare i pannelli solari sui tetti delle case, che sarebbero assurdamente costosi se non fossero foraggiati dagli Stati) devono entrare nei costi. (Per dare un’idea dei crudi termini della questione: secondo i dati IEA 2008, l’elettricità tratta dai pannelli solari costava 5-6 volte di più di quella ottenuta bruciando carbone). Si tratta di calcoli complicatissimi e affetti anche da una certa alea: è buona norma diffidare di chi si mostra risolutamente competente in materia..

4) il rischio strategico. Qui i problemi sono parecchi. Occorre procurarsi la tecnologia per costruire gli impianti; nel caso poi di fonti non rinnovabili, occorre anche procurarsi i combustibili. E ciò va fatto considerando l’instabilità dei rapporti politici tra le nazioni. Per esempio, parlando di nucleare, posso avere facile accesso all’uranio ma non alle tecnologie (Namibia, Niger), oppure padroneggiare le tecnologie ma non avere facile accesso al combustibile (Francia, Giappone). Oppure posso non avere né l’uno né l’altro ma disporre di una forza militare che potrebbe supplire alle carenze (UK). Discorsi analoghi per gas, petrolio, ecc.

5) il rischio politico interno. Occorre un certo grado di consenso a livello politico. Ad esempio, se in Italia la gran parte della gente è avversa all’energia nucleare, questo diventa un fattore decisivo, impossibile da ignorare. E poi il Not In My Backyard è sempre in agguato: si sono viste manifestazioni contro le pale eoliche, i campi di specchi solari, le dighe idroelettriche (tutte fonti rinnovabili). Ieri, 26 marzo 2011, a Milano c’è stata una manifestazione per invocare un parcheggio (Comasina) e un’altra, in un altro quartiere, per osteggiare la costruzione di un altro… 

6) potrei aver dimenticato qualche criterio: non mi occupo approfonditamente di energetica dal 1982 e dunque non sono un esperto. Ma mi sembra di aver già dato un’idea della vastità dello spazio decisionale.

Dunque, abbiamo 5 dimensioni decisionali da tenere presenti, ossia cinque criteri per la scelta (ciascuno con parecchi sotto-criteri: ma adesso non sottilizziamo). A ciascuno di essi va dato un peso, e questa è competenza della politica, ossia del pubblico: non è roba da tecnici. Se il peso totale è, ovviamente, 100%, che peso vorremo dare al criterio costo? All’ambiente? Alla sicurezza? Eccetera. Non possiamo sottrarci a questa classificazione: altrimenti stiamo solo facendo chiacchiere.

Poi ci sono le varie fonti energetiche, le asset class. Come nella finanza personale ci sono azioni, obbligazioni, derivati, buoni postali, fondi, eccetera, qui abbiamo nucleare, petrolio, carbone, gas, solare, eolico, geotermico, biomasse e chi più ne ha più ne metta. (Una importantissima che viene troppo spesso dimenticata è il risparmio ottenibile).

Bisogna considerare le fonti, risparmio compreso, una dopo l’altra e dare a ciascuna un voto per ognuno dei 5 criteri decisionali. Questa è principalmente faccenda da tecnici. Dei referendum popolari sul costo dell’energia fotovoltaica o sul rischio strategico dell’uranio o sull’impatto ambientale dell’idroelettrico sarebbero quasi ridicoli. Noi del pubblico capiamo poco di queste cose tecniche, specie in Italia, dove la divulgazione tecno-scientifica di qualità è quasi assente: l’85% dei blogger, degli autori di libri e dei giornalisti che scrivono sul “futuro” delle fonti energetiche e sulla ricerca, non ci capiscono un acca.

E non è finita. Bisogna poi considerare le utenze da servire. Le fonti energetiche non sono tutte buone per ogni utenza: le industrie necessitano di fornitura continua, dunque vi si prestano meglio i carburanti o l’idroelettrico; le abitazioni si prestano alla generazione locale, non centralizzata; auto e aerei non possono andare a pale eoliche. Eccetera. Per ogni tipo di utenza (come residenziale, industria, uffici, trasporti), poi, occorre formulare delle previsioni di fabbisogno futuro, sempre rischiose e incerte. E ragionare seriamente e approfonditamente sulle opportunità di efficienza e di risparmio. Questa è roba in parte da tecnici e in parte da pubblico, ossia politica, perché vi sono implicate considerazioni inerenti il modello di sviluppo.

Badate che il modello di sviluppo ideale non esiste. È un concetto politico e ci saranno sempre interessi contrastanti da conciliare in modo subottimo (ossia: lasciando tutti leggermente, ma non troppo, scontenti).

L’imprenditore medio sogna un modello di sviluppo consumistico ed espansivo. L’immigrato clandestino medio sogna un letto al coperto e una paga anche in nero. Il proletario autoctono medio sogna auto veloce, antenna parabolica, videofonino e stranieri fuori dai piedi. Una fetta minoritaria ma illuminata di persone, perlopiù con la pancia piena, vagheggia i Km zero e il biologico. Non siamo mai tutti d’accordo, quasi su nulla. Dipende dalla nostra formazione e dalla nostra visione del mondo: ma questa è fortemente influenzata dalle nostre condizioni di vita oggettive. La «qualità della vita» è un mito, un valore relativo.

Quando si parla di questi grandi problemi, occorrerebbe sempre tener presente questa ovvia realtà democratica, prima di avventurarsi in facili e puerili proposte risolutive: si discorda già sull’identificazione dei problemi, figuriamoci le soluzioni!

Ora, se provate a costruire un modellino software per il problema decisionale costituito dall’approvvigionamento energetico di un Paese, la complessità del contesto vi esploderà tra le mani (anche perché è non-lineare: alcuni dei criteri dipendono gli uni dagli altri!). In poche ore perderete del tutto il controllo della situazione.

Se non vi intendete di sistemistica e non volete uscir pazzi, andate semplicemente su Energyville a sperimentare un piccolo sottoinsieme del problema che abbiamo tratteggiato sin qui.

Armati di queste consapevolezze, spero vorrete diffidare di chi ha certezze granitiche e soluzioni facili da proporre, che faccia propaganda o parli col cuore in mano.

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