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1412260231_bufalaTra poco uscirà il conteggio internazionale sui titoli di studio di terzo livello, e tutti i nostri media faranno circolare il solito comunicato stampa: «Italia cenerentola in Europa per numero di laureati», che diventerà luogo comune per un anno.

Ma è una distorsione della realtà.

In Inghilterra, Irlanda, Finlandia, Norvegia, Australia o Francia ci si può laureare elettricista, capomastro, programmatore software o ragioniere anche a 18 anni (più spesso 19).

In quasi tutta l’Ocse, infatti, la formazione professionale superiore (vocational tertiary education) è in stadio molto avanzato. In Italia, invece, siamo in ritardo: gli Istituti Tecnici Superiori esistono, ma non sono molto frequentati, non so se per colpa loro o per disinformazione della potenziale utenza.

E’ un peccato per l’Italia: la società moderna ha un grande bisogno di super-periti, e la formazione universitaria classica non riesce a rispondere a questo bisogno, se non stravolgendo i programmi e la stessa propria funzione, che non dovrebbe essere banalmente professionalizzante.

Ed ecco così che, in lingua italiana, il concetto evocato da “laureato” non coincide con quello del cuoco o dell’idraulico, cosa che invece avviene nelle statistiche internazionali. Statistiche dalle quali, semmai, emerge che l’Italia ha relativamente molti laureati “normali”, forse troppi rispetto alla sua scarsità di grandi imprese disposte ad ingaggiare architetti, avvocati, giornalisti e biologi.

Dunque, i comunicati stampa che verranno presto diffusi attestano l’incompetenza e la sciatteria del nostro sistema mediatico. La notizia sarebbe: «Italia sempre tra gli ultimi per la formazione professionale superiore e tra i primi per la produzione di laureati ordinari in parte destinati alla disoccupazione».  E darebbe luogo a un dibattito finalmente informato e forse utile intorno al triste problema della disoccupazione giovanile.

Paolo Magrassi Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported

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Non passa giorno senza che io senta dire da radio o tv di primaria importanza nazionale, nei dibattiti ma anche nelle news, che «centomila giovani lasciano l’Italia ogni anno» oppure «ogni anno centomila laureati fuggono».

Queste fantasiose notizie si sono installate solidamente nei nostri media a causa di un diffuso fraintendimento dei imagescomunicati stampa Istat che, poiché contengono dei numeri, nessuno capisce. Appena pubblicati, vengono trasformati in fuffa.

Andiamo dunque a vedere Istat, 6 dicembre 2016, Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente.

Vi leggeremo che nel 2015, ossia l’ultimo periodo relativamente al quale si hanno dati stabili, emigrarono 102mila cittadini italiani (e ne immigrarono 25mila, insieme a 255mila stranieri regolari). Degli emigrati italiani, 23mila erano laureati (ne sforniamo circa 250mila nuovi ogni anno). Vediamo inoltre che 30mila di quegli espatriati (nei quali però credo siano contati anche i nati all’estero con cittadinanza italiana) avevano meno di 25 anni, ossia l’equivalente di due ragazzi ogni mille che ci sono in Italia.

In un’altra fonte (Fondazione Migrantes citata dal Corriere della Sera) reperiamo, con beneficio di inventario perché trattasi di fonte indiretta, il dato degli emigrati con un’età compresa tra i 18 e i 34 anni, che nel 2015 sarebbero stati 39mila, ossia quattro ogni mille italiani di quella età.

Insomma, non «centomila» giovani, bensì 40mila. Non «centomila laureati» bensì 23mila. E’ importante? Naturalmente no, visto che, da noi, l’aritmetica è comunque un’opinione.

Poteva mancare il Sole 24Ore nel grande coro provinciale e mammistico dei “talenti in fuga”? Certo che no, dal momento che ne fu uno degli inauguratori con la sua radio, da anni ammorbata da una trasmissione stralunata sul tema. Ed ecco in febbraio 2017 l’articolo Quanto guadagnano in più i laureati fuggiti dall’Italia?

figuraIl mammismo è già nel titolo. Il presupposto del pezzo è che i laureati che vanno all’estero siano necessariamente “in fuga”. Ossia: se Google o IBM mi assumono e mi mandano a Mountain View, a Zurigo o a Singapore, oppure se vado a fare il dottorato in biotech a La Jolla o in informatica a Urbana-Champaign o in sociologia a SciencesPo, sto scappando da qualcosa. E se Donnarumma fosse ingaggiato dal Real Madrid o dai cinesi con 100 milioni di stipendio, sarebbe anch’egli un talento in fuga.

D’altro canto è pur vero che, come abbiamo sempre ripetuto qui e come chiunque comprende, in una società gerontocratica e con poche imprese grandi, i laureati vanno incontro a difficoltà di occupazione e a sotto-occupazione. Non sarebbe perciò strano se essi emigrassero in gran numero. Invece, come abbiamo sempre notato e come conferma lo stesso paper citato dall’articolo, i laureati italiani emigrano sorprendentemente poco: «the share of graduates who leave the country (2.4 per cent) is remarkably low» (pag. 14). L’annotazione sfugge all’articolista del Sole, che ovviamente non ha letto il paper.

Si noti che il dato numerico colto da questi ricercatori sostanzialmente coincide con quello che si reperisce in [Franzoni C., Scellato G., Stephan P., Foreign Born Scientists: Mobility Patterns for Sixteen Countries, Nature Biotechnology, 30(12):1250-1253, 2012], che abbiamo spesso citato e dal quale è tratta la figura qui sopra, in quanto i due lavori si riferiscono all’incirca al medesimo intervallo temporale, il 2011. (Secondo le stime più recenti, la percentuale dei nostri laureati che espatriano appare oggi più che raddoppiata, e forse quadruplicata nel 2015: ma, coerentemente con i trend della globalizzazione, essa è cresciuta anche negli altri Paesi, come Francia, Gran Bretagna, Germania, per non parlare di Olanda o Danimarca).

E’ interessante notare come il paper citato dall’articolo dia, della scarsa propensione all’emigrazione dei “talenti” italiani, le stesse spiegazioni che abbiamo sempre dato noi, ossia il mammismo/familismo e la scarsa conoscenza dell’inglese: «We would like to especially highlight two hurdles that are prominent in the Italian case: on the one hand, the knowledge of foreign languages, which is remarkably weak among Italian students; on the other, the ‘social costs’ of migration, which are likely to be higher in a familistic society like Italy» (pag 14).

E poi c’è il provincialismo. L’articolo del 24Ore poggia interamente sui dati concernenti la sola Italia: la mondializzazione lo elude del tutto e, per lui, i laureati “fuggono” solo dall’Italia. Abbiamo spiegato sino alla noia, quanto siano “in fuga” anche i talenti altrui: non lo abbiamo fatto attraverso aneddoti derivati da conversazioni occasionali, bensì studiando le fonti.

Ma il Sole 24Ore – forse perché piagato dal brain drain – le fonti non le conosce e quando per caso incoccia in una la stravolge, come ha fatto in questo articolo, e pensa che a emigrare siano solo gli italiani. Chissà se sa leggere almeno le figure colorate… Se sì, potrebbe guardare quella qui sopra: essa riguarda solo i ricercatori, dunque non comprende gli young professionals (che sono più numerosi, come migranti, dei primi), ma ci dà un’idea. Scorretela, e vedete quanti talenti erano “in fuga” nel 2012 dall’Italia e da alcuni altri Paesi.

Paolo Magrassi Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported

jeanneEssendo uno dei forse cinquanta individui in tutto il mondo che l’hanno letto integralmente, vorrei commentare brevemente il rapporto Oxfam Un’economia per il 99%.

Era certo che il Rapporto avrebbe raggiunto i media di tutto il mondo, essendo stato diffuso a mezzo di un annuncio molto pop e impressionante per il pubblico digiuno di nozioni economiche: Gates, Zuckerberg e altri sei omologhi sono più ricchi del 50% dell’umanità tutta intera.

Io condivido quasi tutte le convinzioni di Oxfam in materia: le dinamiche di reddito e ricchezza sono distorte in questi anni; il mercato non ha sempre ragione; il PIL è una metrica povera; e il turbocapitalismo spregiudicato è odioso. La “Economia umana” di Oxfam è, se non una gran novità, una proposta per me molto buona.

Purtroppo, il Rapporto di Oxfam sembra ignorare che il reddito e la ricchezza sono sempre stati distribuzioni esponenziali, come Pareto ha mostrato già un secolo fa: una minoranza di persone hanno sempre e dovunque posseduto la maggior parte della ricchezza, per diverse ragioni neanche troppo difficili da comprendere.

Senza questa consapevolezza, non è facile orientarsi nei dati che testimoniano la crescita o meno della “diseguaglianza”. E questo fatto diminuisce assai la forza del Rapporto, almeno agli occhi del lettore scettico e informato.

Ho anche trovato un po’ sgradevole vedere l’autrice in costante ricerca di fonti di dati che potessero confermare le sue tesi, e orientata ad ignorare quelle che potrebbero confutarle.

Inoltre, in punti cruciali – come il fatidico paragrafo sui Magnifici Otto contro gli altri 3.600.000.000 – ella mescola fonti eterogenee di dati (e valute!) nelle stesse formule aritmetiche: in questo modo, si possono al massimo ricavare spunti e ipotesi, non certo risultati scientifici.

Io non credo nell’analisi  economica neutrale. Tuttavia, per me, quando ci si mette di buzzo buono (50 pagine) per dimostrare una tesi o sostenere una causa, si suonerà più credibili se si cerca di confutare tesi discordanti e credenze opposte a quelle che si intende propugnare e dimostrare vere.

Credo che un rapporto come questo di Oxfam, con la risonanza di cui gode, costituisca un progetto nobile e utile. E’ proprio per questo che l’avrei preferito rigoroso e non vacuamente pop.

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Continua senza posa la lagna che vuole gli italiani tutti “giovani talenti” in fuga da un Paese maledetto. I commentatori sono alla voluttuosa ricerca di numeri che confortino quella tesi preconcetta, senza riguardo alcuno per quelli che potrebbero confutarla.

Consultando i quotidiani europei, scoprirebbero che ovunque si pensa che i propri giovani siano in fuga e siano i più bravi: ecco infatti i cerveaux en fuite, la fuga de cerebros, il brain drain tedesco e quello britannico. E poi gli assalti a Erasmus, le multinazionali in espansione, i soggiorni a Londra, sport internazionale e non solo italiano, come dolentemente e piagnosamente si crede nel Belpaese.

Se prendiamo OECD International Migration Outlook 2016, esso ci dice che l’emigrazione di italiani (il 70% senza neppure un diploma, e solo un terzo giovani, anche se, nei grandi numeri, sicuramente si nasconde anche un brain drain) è raddoppiata nel periodo 2010-2014. Ma se continuiamo nello stesso file PDF, leggiamo che l’anno scorso, per dire, olandesi e danesi sono espatriati quattro volte più noi e gli svedesi il doppio. E se sapessimo un po’ di francese, constateremmo che il saldo negativo tra rientri ed espatrii di francesi è raddoppiato in un decennio.

Negli anni Ottanta è esplosa la globalizzazione, e i flussi di tutto, persone incluse, salgono da allora esponenzialmente. Gli italiani sono nel trend come altri europei, con poche varianti (difficile rientrare per carenza di multinazionali e vigente gerontocrazia; pochi “talenti” stranieri in ingresso; crisi economica peggiore qui) e con un po’ di mobilità in meno, dati l’inglese scarso e il famoso mammismo (misurabile già ben prima della crisi).

Il trend essendo esponenziale, ciò che ieri è raddoppiato domani potrebbe triplicare: frigneremo più forte, o tenteremo di capire meglio la società?

Com’è possibile divertirsi con un argomento noioso come il Transatlantic Trade and Investment Partnership?! Be’, basta leggere la stampa italiana.

La cosa che diverte di più, oltre alle baggianate sugli OGM, sul bio e sulla difesa del consumatore (che in USA è molto più profonda che qui) è la pretesa “segretezza” delle trattative.

Ora, a parte il fatto che durante una negoziazione nessuna parte vuol far sapere all’altra per iscritto su cosa esattamente sarebbe disposta a cedere, sicché nessuna trattativa diplomatica, mai, avviene interamente alla luce del sole; a parte quel fatto, se andate a questa pagina web vi si aprirà un mondo di link che vi porteranno a spasso attraverso un’immensa e dettagliata documentazione.

noio-voulevon-savuarDi questa documentazione, in gran parte disponibile solo in inglese, i media (e i politici) italiani sono totalmente all’oscuro. Si sono letti articoli di giornale e persino lunghi saggi, in italiano, che dimostravano completa e smaccata ignoranza di quella documentazione -che costituisce gli argomenti di discussione nel TTIP.

Per colpa di occhiute multinazionali? Ma va’ là! Per colpa della nostra totale ignoranza dell’inglese.

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Ecco un’altra di quelle classifiche internazionali che non vedrete mai pubblicate sui media italiani, perché non parla male dell’Italia, mentre da noi vanno a ruba solo quelle che ci denigrano, foss’anche a sproposito.

Si tratta di una ricerca svolta da Times Higher Education per calcolare quanti fondi di provenienza privata abbiano raccolto nel 2013 le principali università mondiali.

Il valore complessivo di ogni istituzione accademica è stato poi diviso per il numero dei docenti, così da poter paragonare tra loro le varie università indipendentemente dalla loro dimensione.

Times Higher Education ha poi anche aggregato i dati per nazione: fondi di provenienza privata per docente nelle università del Paese a parità di potere d’acquisto, che è la Figura che vedete qui.

L’Italia si trova davanti a Finlandia, Austria, Uk, Francia, …

I dati mi quadrano pochissimo, come del resto quasi sempre in questi classificoni mondiali basati su questionari (come per esempio tutti gli University Rankings). Potrebbero essere afflitti da distorsioni dovute al numero dei dipendenti iscritti come docenti, oppure al calcolo della Purchasing power parity.

Comunque i giornalisti italiani, che sono incapaci di porsi questi dubbi metodologici e che infatti non se li pongono nel caso delle classifiche infauste, difficilmente daranno spazio a questa notizia, troppo italianofila per essere appetibile.