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images (1)Vi sfido a capire qualcosa nei riferimenti legislativi citati dalla Circolare n. 27/2014 dell’Agenzia delle Entrate, la quale pone allegramente, così, tanto per rompere un po’ le scatole, dei limiti all’utilizzo del modello F24 bancario online per pagare le imposte, quando sono presenti crediti in compensazione. Vi sfido anche a interpretare il testo della circolare stessa, sul quale si stanno esercitando migliaia di commercialisti.

L’Agenzia delle Entrate, si sa, non becca un evasore mai, ma proprio mai, neppure da morto, e buona parte del motivo sta nel fatto che essa non sa usare l’informatica, nonostante le storielle sui “cervelloni”, i “Serpico” e così via, che sono veline della stessa AdE copiaincollate da giornalisti analfabeti digitali come sono quelli italiani.

Adesso, nonostante si fosse fatta fare una legge su misura per guardare nei nostri conti correnti, essa scopre di non saper accedere ai dati degli F24 bancari (neppure quelli compilati online): e pretende allora che noi carichiamo quei dati direttamente sul sito dell’Agenzia stessa, un baraccone al quale tutti dovranno iscriversi e, statene pur certi, a quel punto cadrà sotto il peso dei troppi accessi. L’alternativa sarà pagare una somma ulteriore al commercialista.

Inoltre, l’AdE procede indefessa verificando ogni singola riga di ogni singola transazione di ogni singolo contribuente (compresi i dieci milioni che è tempo perso guardare), anziché campionare e poi far mettere in galera vestiti di arancione i truffatori identificati, come fanno in USA (“They lied to the American people”, ebbe a dire un collega a Piercamillo Davigo, mostrandoglieli).

Ricevuta proprio questa obiezione in una trasmissione televisiva qualche settimana fa, la nuova Direttrice ha dato la colpa alle leggi che le legano le mani, come se non fosse arcinoto che le leggi in materia fiscale sono scritte materialmente dall’Agenzia.

Ed ecco infatti che Renzi si trova a promulgare, con la legge (di giugno) alla quale questa Circolare oscuramente si appoggia, una mostruosa complicazione invece della semplificazione che egli va sbandierando.

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PS:

La Circolare pone limitazioni all’uso dell’F24 bancario quando l’importo a saldo è maggiore di 1000 euro o quando esso è pari a zero in presenza di compensazioni a credito d’imposta. Probabilmente ci sono stati molti errori e anche abusi, visto che il contribuente è effettivamente spesso un son of a bitch sempre pronto a fregare.

Ma si poteva fare tutto via software, accordandosi con le banche, anziché rompere l’anima a milioni di persone.

imagesNon solo: la soluzione automatica avrebbe garantito un’efficacia enormemente superiore. Infatti, i contribuenti hanno già deciso che, invece di compensare i crediti con un saldo finale a zero, compenseranno 5 euro in meno in modo da avere un saldo positivo e poter continuare a usare l’F24 bancario. Alla faccia del cervellino dell’AdE…

Il Baraccone avrebbe bisogno di ingaggiare per qualche mese un po’ di addetti software di Google, Facebook, Amazon, Apple, eBay, che gli insegnerebbero come usare content analytics, big data eccetera per scovare gli evasori. Ma naturalmente non può: (1) le leggi gli ” legano le mani” e, anche se così non fosse, (2) non parla inglese e dunque non capirebbe un fico secco dei consigli ricevuti.

Insisto nel ritenere che, per essere compresi, molti fenomeni socio-economici vadano collocati nella loro globalità, internazionalità, anziché solo esaminati con piglio provinciale.

Ad esempio, per quanto riguarda la ricerca (R&D), l’intero dibattito italiano si fonda sull’assunto granitico che in Italia se ne faccia poca e che ciò abbia un effetto deprimente sul Pil. Ora, a parte la dubbia liceità del sillogismo, della quale abbiamo già detto altrove, le cause della scarsa spesa R&D italiana (1,1% del Pil versus 2,7% in Usa, 1,9% in Francia e 1,7% Uk) non vengono mai esaminate e si dà per scontato che il Governo dovrebbe aprire il portafogli e distribuire miliardi ai Dipartimenti universitari (magari dimenticando che, un attimo prima, li si era definiti sgangherati e corrotti fino al midollo).

Eppure, è semplice. La spesa R&D italiana è molto più bassa che in quei paesi, perché (A) là ci sono molte grandi aziende e qui no; e (B) quelli sono paesi che devolvono alle spese militari risorse proporzionalmente maggiori.

A] Secondo le definizioni dell’UE (Enterprise and Industry, SBA Fact Sheets 2012), in Italia ci sono 2943 grandi imprese. In Uk 6132 e in Francia 4665 (lasciamo perdere, per pietà, gli Usa!). Ora, non solo le grandi imprese hanno la massa critica necessaria per condurre R&D  con collegamenti accademici e internazionali; ma, a differenza di quella di tante imprese medio-piccole, italiane e non, la loro spesa R&D non sfugge alla contabilità nazionale che porta alle statistiche che stiamo citando, e viene tutta registrata.

B] Secondo lo Stockholm International Peace Institute Yearbook 2013, l’Italia spende in spese militari l’1,7% del Pil; la Uk il 2,5% e la Francia il 2,3%. A giudicare dagli esiti, ossia dall’entità delle rispettive Forze armate e dalla quantità delle esportazioni, il peso dell’Italia ci appare addirittura sovrastimato in questi numeri: ma lasciamo perdere. Se Uk e F spendono il 40% in più di noi (e gli Usa il 259%), e se è vero com’è vero che il militare è il principale driver di R&D, le proporzioni sono chiare.

C’è, poi, il piagnisteo intorno ai giovani ricercatori che non trovano impiego.

Qui, occorre innanzitutto dire che l’Italia è un’odiosa gerontocrazia che penalizza proprio le persone più attive e produttive: in quasi tutte le discipline scientifiche, ma soprattutto in quelle hard, la produttività del giovane è fantasticamente più elevata di quella dell’anziano. E’ pertanto da considerarsi scellerata e masochistica la nostra pervicace propensione a coccolare ricercatori e dirigenti di ricerca anziani, ai danni di quelli giovani.

Però, al contempo, c’è anche il fenomeno globale da considerare. Senza vedere quello, non possiamo capire.

Ebbene, risulta che i ricercatori giovani sono in crisi occupazionale in quasi tutti i paesi occidentali. In Usa, il Bureau of Labor Statistics ha calcolato che a dicembre 2010 ben 360mila tra laureati e dottorati vivevano di assistenza sociale. Addirittura in Finlandia, insieme a Israele forse il paese più R&D-oriented del mondo, il problema della disoccupazione intellettuale di alto livello si è affacciato.

Ora: il sapere che un fenomeno si sta manifestando ovunque non ci rende più felici. Ma di sicuro potrebbe aiutarci a comprenderlo. O no?

La ricerca scientifica e tecnologica (R&D) è un altro esempio di causa nobile, come l’ecologia, l’energetica o l’alimentazione sana, che viene svilita dalle posizioni ideologiche e manichee, le quali, ultrasemplificando, finiscono col far male a ciò in cui credono.

Questo accade quando l’R&D viene presentata come sicuro volano dello sviluppo. Quando sentite dire o leggete “Per la crescita economica, occorre investire in ricerca e sviluppo”, in 19 casi su 20 si tratta di qualcuno che non sa bene quel che dice. Se poi dice che occorre investire in “conoscenza”, potete star quasi certi che parla a vanvera.

L’investimento in R&D non implica affatto automaticamente uno sviluppo economico, e neppure la nascita di innovazioni. L’ho spiegato qui e l’hanno spiegato anche fonti autorevoli, come per esempio questa o questa. Se prendessimo 100 miliardi e li affidassimo al CNR o ai Dipartimenti universitari, purtroppo non succederebbe quasi nulla sul piano economico, nemmeno dopo molti anni.

Questo perché la filiera dell’innovazione tecnologica è complicata e richiede molti ingredienti. La figura qua sotto dà un’idea delle proporzioni: la gente che studia è indispensabile (ne basta all’incirca lo 0,5% della popolazione, come accade oggi nei Paesi più avanzati), ma è insufficiente, perché servono anche le risorse “umili” sotto il vertice della piramide:

In più, oltre a essere complicata, la filiera dell’innovazione tecnologica è anche globale. C’è ben poco, in informatica, genetica, elettronica, bioalimentare e agricolo, apparecchiature medicali, tecnologie dei materiali, nanotech, farmacologia, che accada in un Paese senza avere riflessi immediati in quasi tutti gli altri. E sono sempre più numerosi i progetti scientifici multinazionali, i brevetti registrati in tutto il mondo, le filiere produttive distribuite e mondializzate (famosa ed efficientissima, ma certo non unica, quella della Apple). Dunque, i quattrini investiti da un Paese sono solo una piccola parte del gioco e possono persino andare a vantaggio di altri.

Nel periodo 1999-2003, Google, una fantastica azienda innovativa, attuò intensi programmi globali di assunzione di talenti scientifici e hi-tech: per giovani matematici, fisici, informatici e ingegneri ben laureati in buone scuole, non c’era nulla di più facile che accedere a un lavoro presso uno dei laboratori di Google, dall’India alla Svizzera alla California. Ed era anche un buon impiego: ottima paga, prestigio, libertà accademica (se fate ricerca per il Department of Defense, avete limiti alle pubblicazioni, ecc.; per Google non era così), mani libere.

Che ne uscì? Quasi nulla. Tutte le principali innovazioni presentate da Google dal 2003 a oggi sono state il frutto delle acquisizioni di aziende più piccole. Tant’è vero che Yahoo!, Intel, Ibm e altre decisero di ridurre drasticamente gli investimenti massicci in assunzione di personale e concentrarsi invece sulla creazione di “filiere” interne di scouting, con tanto di venture capital di tipo Monopoli. Il come creare innovazione divenne uno dei crucci principali di Corporate America, e il tema di infiniti programmi presso le più prestigiose business schools.

Nessuno, che conosca come si formano le innovazioni che producono ricchezza (delle quali, sia chiaro, quelle a base tecnologica, per quanto importanti, non sono la totalità), crede alla fanfaluca secondo la quale dando tanti soldi a chi fa ricerca qualcosa succederà. Gli economisti sono molto scettici anche riguardo ai programmi di incentivazione finanziaria e fiscale diretti alle aziende che fanno R&D.

Con questo, non sto dicendo che non si debba investire in R&D. Per mia inclinazione formativa e culturale, le spese in ricerca (e non solo tecno-scientifica) dovrebbero essere moltiplicate da subito per un fattore 3 o 4: per esempio tassando il packaging dei prodotti che inquinano e le televisioni che producono spazzatura; sottraendo alla politica il 75% dei finanziamenti pubblici; trasformando i posti di lavoro inutili, percentuale non trascurabile di quelli della Pubblica Amministrazione, in impieghi di sostegno alle attività di ricerca.

Sto dicendo, invece, che non esiste prova, salvo che nei libri un po’ pelosi e nei discorsi di coloro che cercano finanziamenti, che la spesa in R&D si traduca in sviluppo economico. I Paesi che spendono molto in R&D, come USA Svizzera Danimarca Giappone, non sono ricchi perché fanno molta ricerca: fanno molta ricerca perché sono ricchi, come sempre nella Storia. E la “conoscenza” nel senso di esser tutti sapienti non produce benessere economico, come dimostra il fatto che pochissimi intellettuali sono al vertice di aziende e che i giovani colti sono in genere i meno remunerati dal mercato.

La conoscenza che produce benessere economico (quella che indusse Peter Drucker a coniare il termine) è quella concernente i processi produttivi, che consente di accumulare e far fruttare il capitale organizzativo: sia per le imprese sia per le nazioni. Software applicativo, processi produttivi (di beni o servizi), brevetti, formule, schemi industriali, open innovation, collaborazione interimpresa, accordi di partnership, distribuzione e franchising, R&D: sono questi i fronti sui quali le aziende di successo investono per essere competitive nella molto malintesa “economia della conoscenza”.

I Paesi dovrebbero operare per favorire quegli investimenti e dovrebbero agevolare l’allestimento di reti finanziarie e di marketing (ossia gli snodi tra i tre settori della piramide di cui sopra) che favoriscano l’innovazione a base tecnologica.

Le frasi cool come la cultura che fattura o l’investimento in conoscenza servono a ottenere copertura mediatica. Ma chi propala questi slogan senza cognizione di causa sta facendo male, non bene, allo sviluppo dell’Italia nonché a quello della scienza e della conoscenza (comunque intesa).

“Nel volgere di pochi decenni, piagati da guerre e congiure di ogni tipo, Firenze ha avuto Brunelleschi, Donatello, Ghiberti, Masaccio. La Svizzera, in 500 anni di pace e prosperità, cos’ha inventato? L’orologio a cucù!”.

La spassosa battuta di Woody Allen (ispirata, mi dicono, da Orson Welles) è fondata su un luogo comune fasullo.

La Svizzera, che ha otto milioni di abitanti, ha vinto 22 premi Nobel.

L’Italia, che ne ha 60 milioni, ne ha vinti 18, dei quali 5-6 almeno sono di dubbia attribuzione perché conferiti a studiosi di nascita italiana ma che hanno ottenuto i propri risultati scientifici all’estero e che non avrebbero mai avuto il premio se fossero rimasti in Italia.

Infatti, da almeno due secoli la Svizzera è terreno molto fertile per lo sviluppo della Conoscenza.

E’ sede della più grande istituzione di ricerca del mondo, il CERN.

imagesPuò vantare scuole di livello elevatissimo, e non mi sto riferendo ai soliti collegi per ragazzi ricchi. I politecnici di Zurigo (il famoso ETH) e Losanna sono università pubbliche celebrate e apprezzate in tutto il mondo, con un curriculum spettacolare di accomplishments.

Ancora più importante, per quanto attiene agli effetti produttivi e materiali della ricerca scientifica e tecnologica, è la presenza in Svizzera di una robusta infrastruttura di collegamento tra capitali e ricerca (come ad esempio il venture capital) che in Italia ci sogniamo.

Se anche la prosperosa industria finanziaria dovesse andare incontro a un tracollo (il che per l’economia del paese sarebbe un colpo durissimo che richiederebbe decenni per essere lenito), la Svizzera dispone di solide risorse per una ripresa.

Quanto all’arte, e nella piena e ovvia consapevolezza dello strapotere dell’arte italiana (del passato remoto…), provate a entrare in 4 musei a caso tra Lugano e Basilea e in 4 musei a caso tra Torino e Catania, poi raccontatemi le vostre impressioni.

Su innovazione, ricerca e sviluppo e tecnologia se ne dicono tante, qualche volta a sproposito.

Ad esempio, non è vero che investendo più risorse in Università e ricerca l’economia dell’Italia migliorerebbe di sicuro.

Non è vero, perché la filiera dell’innovazione è molto più complicata di così.

innovazioni imprevedibili

Innovazione significa, in economia, l’introduzione di nuovi prodotti/servizi o di nuovi processi produttivi, oppure il manifestarsi di nuovi comportamenti tra i consumatori.

A volte le innovazioni sorgono come dal nulla, ossia dal basso e in modo imprevedibile. Ciò accade quando nuovi comportamenti “emergono” dal pubblico senza che si riesca a darne un’interpretazione basata sull’analisi della psicologia dei singoli.  (Il comportamento emergente è uno dei pilastri di alcune teorie della complessità).

Il successo di un film o di una canzone, per esempio, sono imprevedibili.

Solo un film sx_factoru venti di quelli prodotti a Hollywood è profittevole. Quando i discografici investono su un brano sicuri che sarà un hit, ci azzeccano solo in meno di un caso su cinque (M. Gladwell, “The Formula”, The New Yorker, October 16, 2006, pag.138): l’X Factor è elusivo.

Nessun provider di telefonia mobile pensava che gli sms sarebbero stati un successo, e sono stati gli utenti a inventarne l’applicazione.

Potremmo continuare, ma ci siamo capiti: non disponiamo di metodi deterministici per prevedere quali innovazioni emergeranno in economia (o, peggio ancora, nella società), e possiamo ricorrere solo a metodi statistici.

Così, se produco 5 canzoni delle quali i miei esperti giurano che saranno successi, ho una probabilità quasi pari al 100% di ottenerne uno. Se investo in 10 aziende start-up che mi sembrano promettenti, forse una mi apporterà ricavi sufficienti a ripianare le perdite delle altre e a guadagnare complessivamente.

A ogni buon conto, l’alea non può giustificare un atteggiamento nichilista. Si tenterà sempre e comunque di introdurre innovazioni. Semplicemente, è bene essere avvertiti del fatto che non tutte funzioneranno commercialmente.

innovazioni pilotabili

E come si introducono le innovazioni? Mettendo in azione una filiera produttiva che è molto più articolata di quello che si è indotti a pensare quando si contempla il semplicistico sillogismo: più ricerca -> più innovazione -> più sviluppo.

Prendiamo, per capirci, l’introduzione di nuovi prodotti, e facciamo un esempio nel mondo dell’elettronica.

Che cos’è un nuovo prodotto in questo campo? Può essere un prodotto finito, come un  nuovo computer, un nuovo smart phone o una nuova cella fotovoltaica. Oppure può essere un prodotto intermedio, come una nuova pila, o un nuovo tipo di microprocessore. I prodotti intermedi, a loro volta, hanno delle componenti. Per esempio i microprocessori ne hanno tre cruciali: 1) il firmware, ossia la logica che essi implementano, 2) i processi di fabbricazione che si usano per produrli, e 3) il materiale di cui sono fatti.

Questi materiali bell-labs1(3) sono sofisticate alterazioni di elementi naturali come il silicio, il germanio, l’arseniuro di gallio e così via. Negli anni ’30 del Novecento si cominciarono a studiare questi materiali. Perché? Perché si cominciava a intravedere la possibilità di costruire circuiti elettrici più efficienti, più efficaci e meno costosi -come le valvole a stato solido. Come mai si cominciava a intravedere tale possibilità? Perché il progresso della fisica quantistica, nei due decenni precedenti, aveva portato a capire come si muovono gli elettroni dentro i cosidetti semiconduttori, ossia silicio, germanio, arseniuro di gallio, eccetera.

Quegli studi degli anni ’30 portarono, alla lunga, alla ideazione del transistor negli anni ’40: forse la singola più importante tecnologia del secolo, insieme al DNA ricombinante.

secondo passo

Gli studi di fisica e di chimica alla base del funzionamento degli elettroni erano stati soprattutto europei. Ma i fisici americani che alla fine misero a punto il transistor poterono usare liberamente quelle scoperte. Le scoperte scientifiche sono pubblicate nei journal e nei convegni, discusse nelle università e nei laboratori: sono accessibili.

La tecnologia del transistor fu brevettata dai famosi Bell Labs. Era l’applicazione ingegnosa di una conoscenza scientifica preesistente.

Da quel momento, anche la conoscenza della tecnologia del transistor era pubblicamente disponibile, solo che era utilizzabile, in sede industriale, solo dietro compenso al titolare del brevetto.

terzo passo

La mera disponibilità di un brevetto non assicura per nulla l’esistenza di un prodotto. Occorre che qualcuno investa quattrini e ulteriori competenze allo scopo di utilizzare quel brevetto per trarne un prodotto.brevetto1

Se io avessi ricevuto per posta il brevetto dei Bell Labs, non avrei mai trovato un investitore che mi finanziasse, perché non avrei saputo che diavolo fare per trarre un prodotto (ossia dei nuovi circuiti elettronici) da quegli schemi.

Dunque, comprato il brevetto, devo capirne il potenziale e devo disporre della tecnologia e del know how necessari per sfruttarlo: ingegneri, macchinari, periti, maestranze, e quattrini.

quarto passo

Dunque nacquero sia i circuiti elettronici a transistor sia la loro evoluzione, i circuiti integrati, che abilitarono la vera e propria rivoluzione tecnologica in corso.

Il finanziatore dello sviluppo dei circuiti integrati (che sono poderosi pacchetti di miliardi e miliardi di transistor in pochi millimetri) fu sostanzialmente la NASA, che ne necessitava per la missione Apollo. Senza quel finanziatore, non avremmo visto sorgere i circuiti integrati negli anni ’50.

E senza il Pentagono (che li voleva a bordo dei missili) come finanziatore, non si sarebbe arrivati alla loro produzione di massa, che richiedette la creazione di nuove fabbriche, di nuove competenze, di nuove catene logistiche.

the devil is in the details

Come tutti sappiamo, quando si passa alla fase pratica di realizzazione di un progetto, per geniale che esso sia (e anzi, a maggior ragione se il progetto è troppo “geniale”), le sorprese non sono mai finite. Bisogna risolvere un’infinità di problemi anche per costruire una casa: figuriamoci un nuovo prodotto tecnologico, come un circuito o un farmaco, basato su un brevetto recente!potter

Solo i bambini pensano che, trovata la formula, i giochi sono fatti. Anche dal punto di vista di uno scienziato teorico, come un esperto di fisica delle particelle o un genetista, il fatto che qualcuno un po’ di anni dopo passi a tentare una realizzazione pratica di una delle sue idee può apparire come un dettaglio di poca importanza: tanto lui/lei si sta già occupando di altro. Ma per chi deve approntare la fabbrica, assumere gente competente, convincere gli investitori, vendere il prodotto e trarne un guadagno, la cosa sembra importantissima. E, naturalmente, queste sono attività molto importanti anche dal punto di vista economico.

Comunque sia, dopo i transistor e i circuiti integrati, arrivarono  i microprocessori, che sono alla base di tutta l’elettronica attuale. E in seguito arrivarono anche i primi superconduttori (un concetto fisico), gli esperimenti con i computer ad arseniuro di gallio (una tecnologia), e mille altre diavolerie sotto forma di prodotti finiti.

in sintesi

Riassumando, il know-how necessario per costruire nuovi prodotti tecnologici, come ad esempio i computer (ma potremmo fare esempi in campi come la genetica, l’agricoltura o la farmacologia) è spalmato su diversi livelli di competenza:

1) principi generali di alto livello, come la fisica elettronica (o la biologia);

2) tecnologie intermedie, come il progetto dei circuiti (o delle molecole o delle cellule);

3) regole empiriche dettate dall’esperienza e dal contesto applicativo, come il processo produttivo mediante il quale si fabbricano i circuiti (o i farmaci o le sementi) e/o si assemblano i prodotti, secondo standard qualitativi e di costo prefissati.

Le innovazioni che avvengono al livello 1 raramente hanno un rilievo per l’economia: debbono essere completate con innovazioni ai livelli 2 e 3.euro Ad esempio, una nuova invenzione della fisica dello stato solido avrà un valore economico solo se e quando sarà seguita da nuovi progetti di microprocessori. Questi, a loro volta, resteranno senza alcun valore per l’economia fino a che non si attueranno delle innovazioni in fabbrica, tali da consentire la produzione di massa del nuovo circuito.

Nessuno degli sviluppi di livello 2 e 3 avrà mai luogo, poi, a meno che qualcuno non decida di finanziarli. Occorre che qualcuno comprenda il potenziale dell’innovazione avvenuta al livello 1, e decida che spendendo dei quattrini per integrarla con innovazioni di livello 2 e 3 si troveranno dei clienti disposti a pagare il prodotto finale innovativo, producendo così il ritorno dell’investimento e un guadagno.

rischio, marketing, vendita

Quest’ultimo, ossia il portare il nuovo prodotto ai clienti e indurli a comprarlo, è un passo critico per almeno due ragioni.

Innanzitutto, come sappiamo, anche il più bel prodotto del mondo potrebbe rivelarsi un flop sul mercato, come il videotelefono che l’AT&T introdusse nel 1984 in Usa. Dunque, chi investe in innovazioni non investe mai su una sola: deve distribuire il rischio.histogram Il che significa che gli investitori in innovazioni sono investitori professionali. Occorre che esista un’infrastruttura finanziaria in grado di capire il potenziale delle innovazioni tecnologiche. Questa non è una cosa facile da creare, e infatti in Italia e altri paesi è piuttosto gracile, almeno se confrontata con paesi come gli Usa o la Svizzera.

Occorre, poi, un’infrastruttura di marketing che crei le condizioni per la vendita.

Il marketing deve spiegare dove stanno i vantaggi dell’innovazione e cosa deve fare il cliente per accogliere il nuovo prodotto. Per un’azienda, ad esempio, l’adozione di un nuovo software implica cospicue e necessarie riorganizzazioni del personale e del lavoro.

Infine, occorre una rete di vendita.

allora, che fare?

Ecco che abbiamo individuato ben 5 attività necessarie per la produzione di un’innovazione di prodotto: invenzione, investimento, progetto industriale, realizzazione, marketing.

Tutti i livelli devono cooperare armonicamente affinchè un’innovazione di prodotto si realizzi con profitto per chi la utilizza e per chi vi ha investito. A volte occorrono anni. Molte volte, l’impresa fallisce e nessuna innovazione ha luogo.

E’ molto difficile, a livello macroeconomico, coordinare e armonizzare questo gioco, questa filiera. Cosa può fare un Governo per stimolare nel suo paese giri virtuosi di quel tipo?

innovation-food-chain1

Dovrebbe investire di più nella ricerca di base? Forse. Ma certo non è quella la soluzione.

Le scoperte scientifiche che si pubblicano nei journal peer-reviewed o i raffinati brevetti che escono dai laboratori di ricerca applicata sono solo il primo step dell’innovazione e, si badi bene, sono accessibili a tutti, su scala planetaria. Chiunque sappia farlo può leggere un paper scientifico interessante e trarne un brevetto. Oppure comprare il diritto a sfruttare un brevetto esistente. Dunque, serve, nel paese, di sicuro gente che sappia interpretare le scoperte scientifiche e i brevetti.

Quanta gente? È difficile rispondere a questa domanda senza avere analizzato gli altri stadi dell’innovazione. Dire che quanti più ricercatori, pensatori e creativi ci sono nel paese, meglio è, è un’affermazione impossibile da contestare. Ma anche poco utile, perché si sa che, in pratica, quel genere di persone non possono essere più di un 5 per mille della popolazione attiva.

Gli altri debbono essere competenti negli altri step dell’innovazione: ingegneri, periti, operai, venture capitalists, esperti di marketing, manager, venditori. E non è detto che tutte queste competenze debbano risiedere fisicamente in Italia. L’importante è governare la filiera. L’iPhone è il prodotto di una filiera governata dalla Apple, anche se contiene prodotti e servizi fabbricati in quasi tutti i Continenti.

Vogliamo ogni tanto dire qualcosa di positivo su italiani e innovazione scientifico-tecnologica? State a sentire. 

Avrete già sentito parlare del crowdsourcing, ossia la ricerca di collaborazioni nella nuvola. Ci sono dei siti web sui quali aziende ed enti che cercano invenzioni e idee innovative postano le proprie richieste, promettendo premi in denaro (tipicamente, dai 10-15mila dollari in su).

Uno dei miei preferiti è Innocentive.

Sono, per così dire, richieste spot di consulenza specialistica. Gli argomenti vanno dalla genetica alle telecomunicazioni, dalle tecnologie agroalimentari alla chimica, dalle innovazioni bancarie al non-profit.

Chiunque senta di avere le competenze necessarie si sceglie la “challenge” alla quale rispondere, ci pensa e formula una proposta. Alla scadenza prefissata, l’ente che ha postato la challenge decide se qualcuno merita di essere premiato e quindi remunerato per la sua proposta.

Ebbene, le statistiche da poco pubblicate da Innocentive dicono che i circa duemila residenti italiani iscritti hanno presentato 238 soluzioni/proposte, vincendo 8 volte. Cioè, il 3,5% delle proposte italiane sono state riconosciute valide e premiate.

Davanti agli italiani ci sono soltanto russi (7,5%), tedeschi (5%) e francesi (4%). Gli Usa, che hanno cinquantamila iscritti, hanno sinora visto premiate solo il 3% delle proposte, ossia meno degli italiani. Quanto a cinesi e indiani, solo l’1% circa delle loro proposte sono state premiate.

Penso che una sociologia del crowsourcing ci consentirebbe di misurare meglio il peso dell’Italia nella filiera delle innovazioni a base scientifico-tecnologica.

Per esempio, questi pochi dati grezzi pubblicati da Innocentive ci inducono a sospettare che la qualità degli addetti R&D italiani non sia affatto disprezzabile come siamo soliti raccontarci nel nostro paese.

Gli italiani che partecipano a Innocentive sono soprattutto persone che hanno un profilo R&D. Queste persone sono grosso modo il 2 per mille della popolazione attiva dell’Italia e il 4-5 per mille di quella dei paesi più avanzati in termini di R&D, come Giappone, Usa o Svizzera.

I paesi anglofoni sono penalizzati dalla rudimentale statistica che ho tratto da Innocentive, perché nel loro caso a partecipare al marketplace non sono solo ricercatori o studiosi, ma anche persone dal profilo tecnico-scientifico meno pronunciato e tuttavia più a proprio agio, in un sito in inglese, di un italiano, un giapponese o un cinese che non siano ricercatori e dunque poco avvezzi a utilizzare l’inglese come lingua di lavoro. Ad esempio, nonostante ci siano 50mila statunitensi iscritti, quelli che producono proposte vincenti sono relativamente pochi anche perché, probabilmente, bassa è la percentuale di ricercatori sul totale degli americani iscritti a Innocentive.

Sono penalizzati anche i paesi dove l’inglese si mastica pochissimo, come Cina o Giappone. (Il Giappone, che ha la più alta densità di ricercatori e scienziati nella popolazione, non appare in posizioni di punta non solo su Innocentive ma neppure sui database della produzione scientifica e dei brevetti).

Dunque, i paesi non anglofoni ma con una popolazione di ricercatori che sanno usare l’inglese, come i paesi europei, hanno un vantaggio statistico nella demografia di Innocentive e di qualunque altro marketplace analogo in inglese. Questo può spiegare in parte il perché noi italiani si compaia davanti a Gran Bretagna, Usa o Cina.

Però, anche considerando questi aggiustamenti, che comunque andrebbero misurati, a me pare che il risultato dei “solvers” italiani su Innocentive sia incoraggiante, e che peoponga un’interessante ipotesi di ricerca sociologica.

E’ uscito Wired Italia.

Gli faccio i miei migliori auguri, ma un po’ mi rattristo.

Se Condé Nast ha deciso di investirvi, vuol dire che ha rilevato l’esistenza in Italia di un pubblico cospicuo che può apprezzare Wired ma non ne legge la versione americana.

Dunque esiste un’Italia giovane, assetata di innovazione, connessa (wired) e tecnoentusiasta… ma che non legge l’inglese.

Nessuno si offenda (del resto, chi scrive è leader mondiale di ignoranza): stiamo parlando di una questione inerente il “sistema Paese”. Il mondo tecnologico e quello del web sono a matrice inglese, e studiandoli e analizzandoli in italiano non si va in nessun posto. Dunque, per paradossale che possa sembrare, la pubblicazione di Wired in italiano è una cattiva notizia.

Sarebbe ora che almeno la TV servizio pubblico cominciasse a trasmettere i cartoni animati in inglese; e che si smettesse di doppiare i film e i videogiochi.

E’ in questo modo (e non perché lo imparano a scuola) che olandesi, svedesi, danesi, tedeschi, svizzeri conoscono l’inglese molto meglio di noi.