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Mi diverte la retorica della «legge elettorale sbagliata».

Il giorno dopo le ultime elezioni se ne sono avute le più spettacolari manifestazioni, con esponenti politici che attribuivano al meccanismo vigente alcune colpe e anche il loro esatto contrario: per esempio, alcuni hanno detto che la legge non consente di stabilire chi ha vinto la sera stessa delle elezioni, mentre altri hanno lamentato che essa premia eccessivamente chi non lo meriterebbe pur di esprimere un vincitore a tutti i costi.

Non provo alcuna simpatia verso chi compilò questa legge, ma constato che solo poiché un tempo qualcuno la chiamò porcellum, tutti gli italiani hanno preso meccanicamente a considerarla una sconcezza anche quando non ci capiscono un’acca. (Non mi sono mai occupato di leggi elettorali e non ne so nulla, ma osservo gente vergare editoriali sapendone meno di me!).

Chi invoca la governabilità ignora che, in presenza di più di due partiti, essa non può essere ottenuta senza premiare artificiosamente le minoranze relative ed eventualmente penalizzando i partiti piccoli.

Chi pretende di «scegliere i propri parlamentari» dimentica che ci sono controindicazioni anche al voto di preferenza, al punto che se ricordo bene gli italiani stessi, un giorno, lo abolirono con un referendum.

Chi si stupisce che al Senato si possano avere meno seggi pur avendo più voti nazionali, non sa che in democrazie di ben più lunga tradizione avviene spesso la stessa cosa e che non è una stravaganza il fatto che i senatori vengano espressi dai territori.

Tutti, poi, sembrano ignorare che la legge elettorale ideale non esiste: per capire questo dovrebbe bastare il buon senso ma ricordo che ciò forma anche l’oggetto di un teorema formulato nel 1951 da Kenneth Arrow e che costituisce una delle tante manifestazioni dell’eterno conflitto tra interesse collettivo e interessi individuali.

Dovremmo smetterla di prendercela con un algoritmo e rivolgere semmai l’attenzione alla nostra dabbenaggine e alla scarsa dedizione che riserviamo alla politica (mi ci metto come primo colpevole), vissuta da semplici telespettatori.

Due tizi sono accusati di rapina. Arrestati, vengono messi in due celle separate, e all’avvicinarsi del processo ciascuno dei due imputati deve decidere la propria strategia.

Se ti dichiari colpevole, ti dànno 10 anni.

Se ti dichiari innocente, la tua sorte dipende dal comportamento del tuo co-imputato: se egli si dichiara a sua volta innocente, verrete condannati entrambi a 3 anni.

Se invece lui si dichiara colpevole, sarà messo in libertà per avere collaborato, e tu ti beccherai 15 anni.

Questo è il Dilemma del Prigioniero, noto in Teoria dei Giochi. Se vi fate una tabella con carta e penna per rappresentare tutte le possibilità, scoprirete che

A) la migliore strategia complessiva, ossia per minimizzare gli anni di carcere collettivi, è di negare entrambi (pena collettiva = 6 anni);

B) tuttavia, la migliore strategia per ciascuno dei due presi singolarmente consiste nel confessare, rischiando così di fare 10 anni di prigione ma aprendo la possibilità di essere liberati (pena collettiva, in questo caso, 15 o 20 anni).

Questo esempio dimostra in modo semplice e chiaro i paradossi che possono sorgere quando l’interesse collettivo e quello individuale entrano in conflitto.

In un post sulla pandemia di influenza ci siamo già soffermati su questo punto: al Ministro conviene che tutti si vaccinino, per contenere a) le eventuali ospedalizzazioni e b) la probabilità il virus muti in maligno; all’individuo sano, invece, tutto sommato conviene infischiarsi del fenomeno, visto che al massimo rischia di beccarsi l’influenza, che è un malanno di poco conto.

In occasione del crash di Wall Street del 2008, insieme all’ingordigia e alla carenza dei controlli, è capitato qualcosa di analogo.

L’interesse collettivo è di mitigare l’aspetto «casino’» del sistema finanziario (derivati strani, ecc.), facendo invece sempre salvo quello utilitaristico (sistemi di pagamento, finanziamenti alle imprese, depositi dei risparmiatori, derivati utili, ecc.).

L’interesse delle singole aziende finanziarie, d’altro canto, è quello di massimizzare il proprio utile.

Sembra che questi due interessi siano inconciliabili, come nel Dilemma del Prigioniero, e l’Amministrazione Obama si sta scontrando oggi essenzialmente con questo problema.

I cultori della Responsabilità Sociale d’Impresa, invece, si propongono di riconciliare l’interesse collettivo e quello imprenditoriale, pur conservando i cardini del capitalismo.

Forse, un giorno, anche noi capiremo come intendono risolvere il puzzle.