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San Somaro

Pubblicato: 19 luglio 2014 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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hmOggi si celebra San Somaro. Da ieri, infatti, ragliano i 2000 martiri che hanno ottenuto dal TAR del Lazio il permesso a iscriversi a Medicina pur non avendo passato il test di ammissione.

Così, un esercito di trombati (e giustamente tali, salvo sparute eccezioni) che non avevano studiato il manuale da 100 pagine [NB: Per chi non ha fatto il liceo, il libro per il test è di 900 pagine] andranno a schiantarsi, l’anno prossimo, sui libri da 1000 pagine di Fisiologia, Anatomia Umana, eccetera. 

Costoro ingolferanno le aule sia a danno dei meritevoli sia a spese di noi contribuenti: le tasse versate dagli studenti universitari, infatti, non coprono che una frazione minuta del costo della struttura.

maestrinaIn un impeto di populismo da politicante pura, la ministro ha annunciato sotto elezioni l’intenzione di abolire il test di ingresso a Medicina.

Davanti alle promesse elettorali, gli argomenti razionali non valgono nulla.

Inutile, dunque, ricordare alla signora che l’Italia necessita di iniezioni di merito, non di bamboccionismo.

Pleonastico farle presente che, stando alle statistiche (e al buon senso), i candidati che superano il test tendono a essere quelli che hanno studiato.

Futile precisare che i manuali per prepararsi alla prova constano di 120-130 pagine, mentre al primo anno di medicina si incontrano 8-10 esami, alcuni dei quali con libri da 1000 pagine: secondo voi, uno che non passa la prova da 130 pagine, che possibilità ha di passare quelle da 1000?

Tempo perso informarla che, senza il test di ammissione, nelle aule del primo anno si riverseranno dieci volte più studenti di adesso, andando ad abbassare drammaticamente la qualità del lavoro di tutti.

A lei interessano solo le decine di migliaia di voti di coloro che non hanno passato l’esame quest’anno e delle relative famiglie. Non le importa perdere il voto di chi crede nel merito e nella necessità di dire pane al pane ai giovani: e forse ha ragione lei, perché alla seconda categoria, in Italia, al di là delle chiacchiere sembrano appartenere pochissimi individui.

(Fragoroso, e dunque forse rivelatore, il silenzio di Matteo Renzi al riguardo).

Meritocrazia

Pubblicato: 15 giugno 2012 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Scienza
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Nell’era dei valori da bottegai, oggi mi va di onorare Nicola Cabibbo (1936-2010), autore fra l’altro del paper più citato tra i 350mila pubblicati dalla American Physical Society dal 1893 a oggi.

Nessuno ha mai veramente capito perché il Nobel per la matrice Cabibbo–Kobayashi–Maskawa andò, nel 2008, solo ai due giapponesi.

Il merito è un po’ come la beneficenza. Quando si fa beneficenza, e se si è galantuomini, non lo si sbandiera ai quattro venti. Ricordo che la professoressa Cavallotti ce lo insegnava alle Medie. Qualche decennio dopo, è arrivato un Presidente del Consiglio che passava platealmente l’assegno in mano a don Gelmini in televisione…

Oggi, si sa, siamo sotto il segno del Berlusca, non certo quello della Cavallotti. Così il merito, detto anche meritocrazia (come tipo ormai si dice tipologia, tecnica tecnologia, metodo metodologia, caffè caffetteria, eccetera), è diventato un valore autoaffermativo: “Il posto è andato a tizio, anziché a me, che me lo meritavo”.

Ho scritto in tempi non sospetti, ossia quando non era sguaiatamente e pelosamente di moda, del nepotismo nel sistema produttivo italiano, di familismo, di scarsa mobilità sociale, dei concorsi truccati all’Università. E ora qui sostengo, come peraltro ho sempre pensato, che quel che si merita lo si deve dimostrare nei fatti, non affermarlo a chiacchiere.

E che se, anziché dimostrarlo, lo si afferma, io sono immediatamente mosso al sospetto di mera cialtronaggine. Non distinguo tra il Trota e la squinzia che scrive al forum online una missiva sgrammaticata per rivendicare di aver meritato il posto da insegnante o da avvocato più di colei che invece lo ha conquistato. (Se il merito è stato conculcato, si deve insorgere con tutti i mezzi. Apprezzo chi avverso il concorso truccato fa causa e sta in giudizio per anni pur di affermare un principio, non chi piagnucola nei blog, magari anonimamente).

Chi sono queste masnade di “talenti” autoproclamati? Chi ha detto che perdere un concorso costituisca per forza un titolo di merito? Cos’è questo sancire le “eccellenze”, anche in campi sottilmente tecnici e astrusi dei quali solitamente nessuno capisce un’acca, con sbrigative inchieste giornalistiche condotte perché va di moda il talento emigrato?

Il merito va attestato vuoi dal mercato (scelta di un professionista, di un manager, di un calciatore, …) vuoi da esperti che si assumano la responsabilità diretta delle scelte (ricercatore, medico, tecnico), o possibilmente da entrambi.

Raccomandazioni e concorsi-farsa non possono diventare un alibi per asini e incompetenti, né devono essere sostituiti da un sistema de noantri nel quale chiunque abbia soggiornato all’estero, come le mie Samsonite, è un fenomeno e chi non ha passato il quiz per la patente è una vittima; o magari da una cialtrocrazia nella quale è meritevole chi dice di esserlo.

Le persone più meritevoli, matematici, fisici, poeti, scrittori, insegnanti, professionisti, artigiani, operai, sportivi, che ho conosciuto non hanno mai esse stesse affermato di esserlo. (Altra cosa è la sfacciataggine guascona e gagliarda di un Alì).

Cosa c’è di più triste, di più volgarmente cialtrone, del somaro che ricorre al TAR per essere promosso? Eppure accade ogni giorno, come conseguenza della trasformazione mostruosa alla quale è andato soggetto il diritto allo studio: nella Costituzione (art. 34), un diritto dei “capaci e meritevoli privi di mezzi”, e invece nella cultura italiana corrente il diritto di ogni perdigiorno a diventare dottore a spese del contribuente.

Ecco, temo che potremmo finire col fare strame della nozione di merito ancora prima di averla sperimentata.

Siamo una squadra fortissimi / fatta di gente fantastici

E’ di gran moda giustificare gli strafalcioni accampando l’anacoluto come paravento.

Mi è già capitato due volte in meno di sei mesi di assistere alla opposizione di questa tesi difensiva da parte di qualcuno che era stato colto a scrivere (non pronunciare, ma scrivere, in documenti anche ben studiati) qualche imbarazzante svarione sintattico.

Suppongo che il vezzo tragga origine dal mondo giudiziario.

Mi figuro degradanti sedute di TAR in cui il somaro bocciato si difende dalla prof e dalla grammatica appellandosi, spavaldamente e senza ironia, agli anacoluti dello Zibaldone o dei Promessi sposi (il cui italiano, oltretutto, era molto diverso da quello odierno: ma il somaro che ne sa? E lo sa l’avvocato? Uhm…) perché il suo Principe del Foro li ha scovati sul sito della Crusca o su Wikipedia.

Sicuramente succede anche a molti di quelli che vengono nerbati al concorso da magistrato o da notaio. Dove, udite udite, viene ancora richiesto di saper scrivere in modo comprensibile (la più spietata delle barriers to entry).

L’asino verga un brano arduo all’esegesi? No problem: il Principe del Foro addurrà montagne di Gadda e di Joyce, di Kerouac e di Pizzuto, come se in questione ci fosse il Campiello, o il Nobel. Un giudice raccomandato, che ha passato il concorso dove lo passò Mariastella, gli dà ragione. Ed ecco l’avvocato postare la sentenza su Féisbuk.

E questa prende a girare. Povere prof!

PS: Speriamo che i Principi di quei fori non si accorgano di un altro appiglio nobilissimo: “Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo”. Se questa frase va in circolo, don Lorenzo diventerà il bardo di quelli che “Io o fatto un buon tema ma il concorso era truccato, ci vuole la meritocrazia”.

Mi è sfuggito chi abbia messo in giro per primo la fanfaluca dei poveri ragazzi italiani che emigrano (forse P. L. Celli nel 2009 con la sua lettera al figlio?).

Stando all’Ocse (International Migration Outlook SOPEMI 2010), gli italiani non emigrano più della media europea.

Inoltre, uno studio effettuato dal sociologo Lorenzo Beltrame nel 2007 rivela che anche quelli ad alta scolarizzazione emigrano come gli omologhi europei, se non addirittura meno.

Si riscontra solo una pronunciata percentuale, tra gli italiani emigrati in Usa (degli altri paesi non si sa quasi nulla), di ricercatori e docenti universitari rispetto a coloro che lavorano in azienda, che sono comunque la larga maggioranza: ciò potrebbe tradire un disagio nei confronti del sistema italiano di cooptazione in Università (il professore che “cova” l’allievo preferito sino a fargli vincere un concorso da vecchio), ma potrebbe in parte essere anche dovuto alla grande preparazione e competitività dei ricercatori italiani.

Un problema noto da sempre a chi si occupa di brain drain è, semmai, che l’Italia fatica ad attrarre studiosi stranieri (lo dice anche l’Economist, in un recente reportage confuso nell’analisi ma accurato nelle conclusioni).

Emigrare per fare carriera, studiare, fare ricerca o fare impresa, è un privilegio, non una iattura.

Allora, cos’è questo piagnisteo che lardella giornali, televisioni e forum online? Non sarà che siamo davvero un paese di inguaribili bamboccioni, come induce a sospettare il fatto che chiamiamo ragazzi la gente di 40 anni?

Il piagnisteo appare poi ancora più inspiegabile se si considera che in realtà i giovani italiani dovrebbero emigrare di più.

La nostra società è così gerontocratica e ingessata che le probabilità di affermazione sociale di un giovane sono più scarse che non in altri paesi europei (anche se in questo campo è meglio andar cauti con le chiacchiere, come avvertivo altrove).

Usa, Canada, Danimarca, Giappone (e non “l’estero” in generale, come superficialmente e provincialmente s’usa dire da noi) sono esempi di paesi dove la mobilità sociale e le opportunità per i giovani sono buone (*). Addirittura imbattibili Germania e Svizzera, dove però, fate attenzione, i giovani lavorano anche, anziché limitarsi a fare gli scienziati o gli amministratori delegati, come vorrebbero i nostri.

Se i nostri ragazzi prendessero a emigrare davvero in quantità massicce, e possibilmente verso paesi innovativi e dinamici come gli Usa, allora un giorno succederebbe che una parte di loro, tornando indietro, insegnerebbero al nostro paese un po’ di quell’innovazione, di quel dinamismo…

 (*) Queste grossolane statistiche vanno comunque prese cum grano salis. Ad esempio, la mobilità sociale mi risulta essere migliore in Lombardia che non negli Usa complessivamente (anche se ora non riesco a rammentare la fonte).