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Ab imo pectore

Pubblicato: 30 aprile 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Image converted using ifftoanyMilano sta diventando un hub della conoscenza e della creatività (Corriere della Sera). A Milano un hub per accogliere famiglie sfrattate (La Repubblica). La Prefettura di Roma cerca una struttura con funzione di hub (Il Messaggero). La Borsa internazionale della cultura di Torino vuol essere l’hub delle grandi mostre (La Stampa). A Pompei, l’hub ferroviario non è in discussione (Il Mattino).

Sarebbe “uno hub” e “lo hub”, ma lasciamo perdere. Il punto è che i media italiani vanno pazzi per hub, che tutti pronunciano ab. Perché allora non scrivere ab, e basta? Oppure perché non scrivere e dire semplicemente perno, centro, fulcro, polo?

Noio voulevòn savuàr (2)

Pubblicato: 24 aprile 2017 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Ma, dico, uno che sappia pronunciare “Le Pen” (e parlo del Le, non del Pen), non esiste proprio?

Certo, non potrebbe essere una di quelle che seguono la haute coutoure, né uno di quelli che degustano il crou nella floute o ascoltano la ouvertoure… Però almeno uno straccio di Generazione Erasmus, dài! O un corrispondente radio-tv di quelli da anni a Parigi a consumar note-spesa…

No? Nessuno?

Mannaggia!

Carbon footprint

Pubblicato: 28 marzo 2017 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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carbon-footprintOggi il Corriere della Sera ha scritto “pret-a-porter” in un titolo. Sarebbe prêt-à-porter.

Non riuscendo mai a venire a capo di questa insidiosa locuzione, i giornali italiani hanno cercato di italianizzarla, scrivendola appunto in quel modo (Grazia, Donna Moderna, Rai). Eppure, volendo italianizzare, sarebbe pretaporté o pret-a-porté.

Quanto alla forma corretta, purtroppo nemmeno Google soccorre qui la confusa Generazione Erasmus, perché googlando da un indirizzo IP italiano le prime pagine di risultati riportano soprattutto le forme farlocche: pret a porter, pret a’ porter (Sky), prét-a-porter (Il Giornale), Prét a porter (Tesionline.it: potevamo farci mancare una versione “scientifica” del refuso?).

Bisognerebbe essere così smart da ricorrere a Wikipédia (NB: qui l’accento è un significante, non un inutile orpello): ma, lo sappiamo, uno su mille ce la fa.

E poi, a che scopo? Intanto, gli accenti non servono a nulla, ormai lo dicono anche i francesi. Poi, oggi nelle nostre testoline ci sono dentro così tante cose (Facebook, Google, LinkedIn, l’elettrodinamica quantistica, il Dna ricombinante, il Machine Learning, il sushi eccetera), da non esserci proprio più posto per “ê”.

E soprattutto, evitando di comporre sulla tastiera quel dannato e inutile circonflesso, risparmio tanta energia cinetica da alimentare un led per tre secondi, in tal modo riducendo il mio “carbon futprint” sul pianeta. A patto di avere un doppino di rame che mi esce dal culo e va a caricare la grid.

Com’è possibile divertirsi con un argomento noioso come il Transatlantic Trade and Investment Partnership?! Be’, basta leggere la stampa italiana.

La cosa che diverte di più, oltre alle baggianate sugli OGM, sul bio e sulla difesa del consumatore (che in USA è molto più profonda che qui) è la pretesa “segretezza” delle trattative.

Ora, a parte il fatto che durante una negoziazione nessuna parte vuol far sapere all’altra per iscritto su cosa esattamente sarebbe disposta a cedere, sicché nessuna trattativa diplomatica, mai, avviene interamente alla luce del sole; a parte quel fatto, se andate a questa pagina web vi si aprirà un mondo di link che vi porteranno a spasso attraverso un’immensa e dettagliata documentazione.

noio-voulevon-savuarDi questa documentazione, in gran parte disponibile solo in inglese, i media (e i politici) italiani sono totalmente all’oscuro. Si sono letti articoli di giornale e persino lunghi saggi, in italiano, che dimostravano completa e smaccata ignoranza di quella documentazione -che costituisce gli argomenti di discussione nel TTIP.

Per colpa di occhiute multinazionali? Ma va’ là! Per colpa della nostra totale ignoranza dell’inglese.

Tu abballe ‘o Rock and Roll…

Pubblicato: 11 aprile 2014 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Management
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Convegno di vecchioni, oggi al Poliàb di Milano, per parlare di startàp, anzi startàpp.

r1188cover-306x-1374073020Fioccano le esegesi sulla copertina di Rolling Stone col papa, dalle quali si evince unanimemente il ruolo rock di questi…

Ovviamente, i giornalisti italiani non conoscono (né tantomeno leggono) la stampa americana. La considerano sempre “autorevole”, ma in realtà non ne hanno la più vaga nozione.

Se la conoscessero, saprebbero che da molti anni Rolling Stone contiene su ogni numero almeno un pezzo, a volte una vera e propria inchiesta, di politica, finanza, costume e altri argomenti da magazine generalista.

Quando qualche mese fa misero in copertina il terrorista di Boston, o quando si occuparono delle torture in Iraq, o quando se la presero con Wall Street, i redattori di RS non intendevano proporre i relativi personaggi per la Rock’n’Roll Hall of Fame…

Una lettera al Corriere di oggi ci illumina circa un rischio che corriamo usando smodatamente espressioni inglesi in luogo dell’italiano: il rischio di non sapere di cosa stiamo parlando.

La lettrice traduce benchmark con prestazione, e sbaglia di grosso. Benchmark significa termine di confronto (“il benchmark del Fondo”) e, per estensione, confronto (“fare un benchmark”). L’espressione deriva dai segni (marks) che si facevano sul tavolo da lavoro (bench) per confrontare manufatti di vario genere.

Capital gain non significa, come crede quella, reddito da capitale, bensì guadagno in conto capitale. Sono due concetti diversi, per quanto potenzialmente correlati.

Questi malintesi, a volte forieri di piccole catastrofi, si verificano mille volte al giorno in ogni azienda italiana, in ogni Università, in ogni giornale.