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1412260231_bufalaTra poco uscirà il conteggio internazionale sui titoli di studio di terzo livello, e tutti i nostri media faranno circolare il solito comunicato stampa: «Italia cenerentola in Europa per numero di laureati», che diventerà luogo comune per un anno.

Ma è una distorsione della realtà.

In Inghilterra, Irlanda, Finlandia, Norvegia, Australia o Francia ci si può laureare elettricista, capomastro, programmatore software o ragioniere anche a 18 anni (più spesso 19).

In quasi tutta l’Ocse, infatti, la formazione professionale superiore (vocational tertiary education) è in stadio molto avanzato. In Italia, invece, siamo in ritardo: gli Istituti Tecnici Superiori esistono, ma non sono molto frequentati, non so se per colpa loro o per disinformazione della potenziale utenza.

E’ un peccato per l’Italia: la società moderna ha un grande bisogno di super-periti, e la formazione universitaria classica non riesce a rispondere a questo bisogno, se non stravolgendo i programmi e la stessa propria funzione, che non dovrebbe essere banalmente professionalizzante.

Ed ecco così che, in lingua italiana, il concetto evocato da “laureato” non coincide con quello del cuoco o dell’idraulico, cosa che invece avviene nelle statistiche internazionali. Statistiche dalle quali, semmai, emerge che l’Italia ha relativamente molti laureati “normali”, forse troppi rispetto alla sua scarsità di grandi imprese disposte ad ingaggiare architetti, avvocati, giornalisti e biologi.

Dunque, i comunicati stampa che verranno presto diffusi attestano l’incompetenza e la sciatteria del nostro sistema mediatico. La notizia sarebbe: «Italia sempre tra gli ultimi per la formazione professionale superiore e tra i primi per la produzione di laureati ordinari in parte destinati alla disoccupazione».  E darebbe luogo a un dibattito finalmente informato e forse utile intorno al triste problema della disoccupazione giovanile.

Paolo Magrassi Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported

A proposito della noiosa e tamburellante retorica dei talenti in fuga, ho visto di recente il rapporto di Aspen Institute Italia e… perdindirindina: il lavoro ricalca quello del 2007 di Lorenzo Beltrame ma non lo cita.

Il ricalco non riguarda solo le conclusioni (i “cervelli” italiani non emigrano più degli altri; c’è invece un problema di provincialismo della nostra Università, ecc.) e l’utilizzo delle fonti, ma anche alcune tabelle e persino il commento di esse, parola per parola.

Mah!

Federico Rampini ha letto (o gli hanno raccontato di) Sustainable energy. Without the hot air e ha visto la luce: l’energia pulita è uno slogan primordiale, il problema energetico è complesso e l’ora è giunta di parlarne sul serio in Italia.

Lo ha scritto su Repubblica, venerdì scorso. Un isolato (l’articolo era circondato da pezzi deliranti zeppi di banali frescacce) ma importantissimo sasso nello stagno.

Abbiamo fatto un grande passo avanti.

Facciamola breve

Pubblicato: 13 aprile 2012 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni
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Le cause della crisi economica in corso sono articolate e complesse.

Ma ecco i due più importanti fattori, all’isolamento dei quali sono pervenuto dopo un anno passato ad ascoltare economisti e finanzieri:

1) il prezzo del petrolio, e in particolare le sue oscillazioni

2) il fatto che nella primavera-estate 2011 si sia capito che i credit default swaps sulla Grecia non sarebbero stati di fatto onorati (le grandi banche e assicurazioni si sono rifiutate di remunerare il fallimento della Grecia ai detentori dei relativi CDS, avviando un’ammuina tesa a spostare continuamente in avanti i contorni del default greco, sostanzialmente negandolo).

Dei ricercatori misurano una velocità superiore a quella della luce. Postano i risultati su arXiv e invitano gli altri a verificare: se confermato, quel risultato sarebbe roba grossa.

I media si scatenano: ricercatori italiani (meno della metà di quelli coinvolti, NdR) smentiscono Einstein! Il raccogliticcio ministro della ricerca fa la famosa gaffe ma, grottescamente, il 75% di coloro che la sbertucciano mostreranno, poco dopo, di essere in condizioni non molto dissimili dalle sue.

Infatti, quando giunge la notizia che il superamento di non sarebbe confermato, ecco il “popolo della rete” che si duole perché l’Italia non ha battuto Einstein. Si mettono in dubbio la serietà del CERN e del Gran Sasso. Alcuni scrivono addirittura “W Einstein, sei tutti noi”!

Molta gente, anche tra quella che ammorba certe cattedre universitarie e scolastiche, crede che la scienza significhi sapere tutto, avere sempre ragione e non sbagliare mai.

Invece la ricerca (e qui non sto parlando degli scaldatori di sedie) esiste proprio a causa della consapevolezza di non sapere; fa e disfa gli esperimenti per verificare; e tutti i suoi risultati sono validi solo fino a prova contraria. Un giorno sarà confutata la Teoria della Relatività. Embe’? Sarà bellissimo!

Quanto all’esultanza per i successi, o l’abbattimento per gli insuccessi (?) dei ricercatori italiani su questioni simili, questo è un basso istinto che ha poco a che fare con la scienza, l’arte, il bello o qualunque altra leva di avanzamento dell’Umanità. La scienza è un’attività sovranazionale, cosa che fra l’altro contribuisce non poco alla coesione del mondo e alla pace.

E poi, quanto all’orgoglio nazionalistico, andate un po’ a chiedere a Fermi, Pontecorvo, Segré, Rossi, Enriques, Levi-Civita, Volterra, Luria, Levi, Levi-Montalcini, eccetera, costretti dal fascismo a togliersi dai piedi: e non prendetevela se vi mandano a quel paese…

“SOPA è al tempo stesso troppo forte e troppo ampia. Troppo forte nei rimedi che propone, e troppo ampia per i problemi che cerca di aggredire. [… ] Nel complesso, il mio voto è un no.” [Jonathan Zittrain, giurista, co-fondatore del Berkman Center for Internet and Society ad Harvard]

La faccenda della pirateria digitale va risolta.

Va risolta perché abbiamo lasciato crescere una generazione di confusi che, spalleggiati da un’orda i ipocriti, scambiano la ricettazione per libertà.

Va risolta perché il diritto d’autore necessita di riforme: open source/content e creative commons hanno indicato la strada.

Va risolta perché nella società post-industriale (“economia della conoscenza”) le opere dell’ingegno hanno un’importanza cruciale.

Va risolta perché non possiamo accettare che si brevettino fagiolini e zucchine.

Va risolta armonizzando la funzione di beni comuni da un lato e proprietà intellettuali dall’altro.

Purtroppo la strada sarà molto lunga, come dimostra il fatto che dura già da un quarto di secolo.

Lunga perché il tema è complesso e va al cuore di alcuni cardini sociali, come proprietà privata, libero mercato, lavoro.

Lunga perché i tempi della politica lo sono.

E siamo ancora nello stadio storico nel quale le lobby propongono le leggi e queste si affacciano ai parlamenti in condizioni di deludente partigianeria: succede in America, figuriamoci in Italia dove di economia digitale capiscono poco persino gli accademici e dove la cultura giuridica è ancora sostanzialmente digiuna dell’argomento.

Quanta gente che la sa lunga e che, gratta gratta, scopri che non ha un background…

Il tema del diritto d’autore, delle proprietà intellettuali (IP), del copyright/copyleft, dell’open source e dei creative commons è molto più complesso di quel che appare.

E’ chiaro a tutti che il diritto d’autore va ripensato. Anzi, si è già cominciato a ripensarlo. E considerazioni analoghe valgono per i brevetti. Insomma, per le IP in senso lato.

Tuttavia, occorre avere la lucidità di tenere distinti l’aspetto civile e libertario da quello economico.

L’economia odierna è fondata sulla acquisizione e sulla manipolazione di competenze (knowledge), e questi “asset intangibili” sono venuti assumendo un ruolo cruciale. Sono i più importanti mezzi di produzione dell’economia moderna. (Già Marx li aveva riconosciuti, anche se non poteva prevedere l’enorme ruolo che sarrebbero venuti assumento nell’era dei computer e dell’internet).

Se noi frustriamo troppo la possibilità di trarre benefici economici da un’invenzione, rendiamo asfittica l’economia. (Esiste in tal senso un parallelo tra il brevetto di un’invenzione e il copyright di una canzone anche se, com’è superfluo sottolineare, si tratta di istituti giuridici differenti.)

La domanda delle cento pistole é: Esiste un modello economico, fondato su A) beni comuni, B) produzione cooperativa e C) open source (o Creative Commons), in grado di superare quello attuale?

Ancora non conosciamo la risposta. Ci sono autori, alcuni dei quali mi onorano della loro amicizia, che lo dicono possibile. Altri, per ora una maggioranza, che lo negano. Vedremo.

Nel frattempo, diffidate di chi propugna convinzioni granitiche in questo campo, perché l’argomento è molto più tosto e ramificato di quel che sembra. (Per esempio, corre un filo rosso tra l’odiosa procrastinazione dei copyright fin oltre la morte dell’autore, da un lato, e l’economia della conoscenza, dall’altro: e tale nesso sfugge a quasi tutti i commentatori, per non dire dei pirati ecc.).

Perché lo scatolone delle spese detraibili, da cui attingere all’atto della dichiarazione dei redditi, non è la soluzione magica all’evasione fiscale?

Perché c’è la Curva di Laffer, dal nome dall’economista reaganiano che per primo la disegnò, pare, su un tovagliolo.

L’aliquota di detrazione delle spese, che per il momento sono in pratica solo quelle mediche, si trova oggi al 19%. Ecco allora che il medico può propormi un conto in nero di 100 euro (*) invece di uno in chiaro di 119. Le due situazioni sono per me equivalenti: anzi, pagando in nero risparmio subito e cash, mentre pretendendo la fattura avrò solo una diminuita spesa dopo la compilazione del modello Unico, con il rischio che magari mi cambino nel frattempo la legge.

Tutti sappiamo che se il medico scende un po’ sotto il 100, quasi nessun italiano chiederà la fattura. La stessa cosa succede davanti a idraulici, elettricisti, muratori, agenzie immobiliari, avvocati, eccetera eccetera: gli italiani si suddividono rigorosamente in A) coloro che non emettono fattura e B) coloro che si guardano bene dal chiederla pur di evadere l’IVA (22%) o comunque di pagare meno.

I governanti sanno benissimo tutto ciò. E gli economisti loro consulenti, che stanno nei Ministeri e uffici affini, li ammoniscono circa gli effetti della Curva di Laffer: giocare con quella percentuale, quel dannato 19% o 22% o quel che vi pare, fa correre dei rischi alla stabilità dei conti pubblici.

Se eleviamo troppo la %, scatta di sicuro il conflitto di interessi, ossia gli italiani cominciano a chiedere le fatture perché ci guadagnano di più che non evadendo l’IVA; però il rischio è un tracollo del gettito fiscale, perché tutti (non solo “noi onesti”, ma anche idraulici, elettricisti, muratori, agenti immobiliari, avvocati eccetera eccetera) detraggono troppo.

Se invece teniamo la % troppo bassa, nessuno chiede le fatture: gli italiani di tipo A sono sempre pronti e creativi nel fare proposte transattive alle quali gli italiani di tipo B proprio non sanno dire di no…

(*) Sarebbero €96,39 (il 19% di 119): ma l’aritmetica, si sa, non è un punto di forza nazionale 🙂

Sentenza europea SABAM/Scarlet: esulta la confusa ciurma che crede ciò significhi che si può rubare.

Esulta chi non saprebbe scrivere un tema di cinque righe su creative commons, copyright o copyleft, ma è sempre alla ricerca di argomenti per giustificare il malcostume.

Esulta l’italietta 3a al mondo per pirataggio del software, e che non ne produce.

Esulta il popolo del web, che paga senza esitare 600€ (anche a rate) per l’àifon da usare su tuìtter e féisbuc, ma vuole che film e libri siano gratis.

Evviva la Società della Conoscenza!

Paul Allen (Microsoft’s co-founder) and Mark Greaves wrote on Technology Review about a week ago that the singularity is not near because we are a long way away from understanding how human cognition works.

I had been thinking the same from 1975, when I first became interested in AI, to approximately 2001.

At about that time I realized that the quest for human-like intelligence (in, e.g., game playing, bioinformatics, robotics, creative work) was no longer being pursued by imitation but rather by brute force.

Nowadays, the tools of the trade for building “intelligent” software are much less neuron-like chips and logic programming (even though these technologies are still present), and much more

  • very large databases
  • untra-fast pattern recognition
  • cellular automata / agent-based systems

These are the grounds on which some of the most impressive intelligent technologies are firmly based , including, to name the popular ones, Deep Blue, Watson, or Google Translator.

The logic programming, inevitably mimicking human way-of-reasoning, is conceptually the same as 40 years ago, when neuroscience was not as developed as today and we knew less about the human brain. But hardware technology has developed so much as to allow for hugely more “intelligent” outcomes than were possible back then.

One example? Babel Fish / SYSTRAN worked mainly based on analytical gammar, i.e. the same system as the one [we think] we use for the job: but Translator is based mainly on statistical pattern matching.

Compared to a human professional translator, Google Translator’s performance is naive. But compared to >95% of humans, it is superior.

Enough said, I guess. Just sit back and watch the singularity unfold.

Che bello sarebbe, poter credere agli slogan.

Tornare bambini, tifare per il Milan sicuri che nessun valore possa essere migliore di quello in cui crediamo.

Scendere in piazza con una moltitudine, sentire il fremito dei compagni di protesta attorno a noi, sentirsi parte di una collettività vitale e poderosa, di un superindividuo emergente e tanto più forte di noi piccini.

Cambiare il mondo.

Già. Ma cambiarlo come? Prendiamo la protesta Occupy Wall Street! La pars destruens è chiara e sacrosanta; non se ne può più della finanza creativa fine a sé stessa, dei titoli-spazzatura spacciati per buoni, dei tizi che guadagnano 1000 volte di più di chi fa onestamente un lavoro magari più utile, dell’attenzione spasmodica solo per il breve termine senza alcun riguardo per il futuro.

La pars construens, ahinoi, non è chiara affatto. Non c’è. O io non la conosco. Vada per il “ripensamento radicale del modello di sviluppo” o per “l’abbandono dell’ossessione per la crescita”. Obiettivi nobili e necessari. E poi, sia chiaro, l’utopia è indispensabile per il progresso.

Ma, dopo lo spelling degli obiettivi, ci vogliono anche la strategia e la tattica. (“Cristo ci ha dato gli obiettivi. Il Mahatma Gandhi la tattica” diceva Luther King). E non ci sono.

Non ho letto da nessuna parte una strategia per la riforma di Wall Street. Il confine tra finanza fine a sé stessa e finanza utile per l’economia non è chiaro affatto.

Una economia globale e interconnessa richiede strumenti finanziari sofisticati.

Facciamo un facile esempio: il credit rating. Ci sono migliaia di debitori istituzionali in giro: stati, regioni, province, città, aziende, banche. Chi ci dice quali sono solventi e quali no? O meglio, perché è questo ciò che ci chiediamo quando sottoscriviamo un debito: qual è la loro probabilità di solvenza? (Se per caso vi state chiedendo che senso abbia il fare debiti, allora siete ancora più digiuni di economia del sottoscritto. Cominciate col leggere almeno qui).

Ci sono le agenzie di rating. Ci bastano? Ci soddisfano? O per caso vogliamo aggiungervi anche un grande e popoloso mercato di certificati di rischio, come i credit default swaps? Non è, questo, un modo infinitamente più efficiente di valutare il merito di credito dei debitori?

E se la risposta è no, perché non crediamo nel “libero mercato“, allora: con cosa sostituire il libero mercato? Oppure, in caso crediamo al libero mercato in sé ma non alla effettiva libertà di quelli hic et nunc: come rendere finalmente libero un mercato troppo presidiato da bande?

Ogni volta che mi guardo attorno con queste domande, ottengo solo risposte superficiali. O slogan.

(PS del 16/10/2011: Sento dire che finalmente circola un documento consensuale dei protestatori di Wall Street. Ma non l’ho ancora letto. I primi resoconti, non so quanto fedeli, riferiscono di un’accozzaglia di rivendicazioni pseudo-socialdemocratiche. Se così fosse, gli estensori dovrebbero domandarsi come mai in Europa, dove quelle cose c’erano da tempo, si sia comunque finiti con le pezze al didietro…)

Ho già chiarito le mie perplessità intorno all’espressione economia reale, solitamente utilizzata in modo retorico e vano e spesso da parte di persone che di economia non sanno granché.

Il che non significa che sia insensibile al richiamo comunque contenuto in quella dicitura: è evidente a tutti che i finance whiz kids hanno creato un armamentario così complesso che a) poche persone si arricchiscono enormemente ai danni delle moltitudini produttive e b) gli stessi capi dei fwk non ci stanno capendo più nulla.

Poiché anch’io sono drammaticamente digiuno di economia e in particolare di finanza, mi arrangio come posso. E più guardo nella questione, meno ci capisco: ciò che solitamente accade ai dilettanti.

Ad esempio, sull’eventualità di limitare l’acquisto dei credit default swaps (CDS) a chi è creditore di qualcuno, invocato fra gli altri da George Soros e da quasi tutti i politici europei, apprendo che gli americani, come per esempio il ministro del Tesoro Geithner o il Presidente della Commodity Futures Trading Commission Gensler, non sono d’accordo.

Sostengono che i CDS, anche quelli “nudi”, giochino un ruolo importante per i mercati. Essi avrebbero ad esempio la funzione di accrescere la liquidità, così come l’avrebbero le vendite allo scoperto. Concetto che, lo ammetto, comprendo solo in parte. E che forse per questo motivo mi appare pericoloso (perché, allora, non ammettiamo anche le scommesse?). Sta di fatto che molti CDS hanno un mercato più grande -anche molto più grande– del titolo che “proteggono”: e questa è proprio una delle cose che non piacciono e appaiono più rischiose.

Dicono poi gli americani che se non ci fossero gli speculatori a compravendere CDS, allora le banche in cerca di copertura dai rischi potrebbero non trovare sponde (questo si capisce già meglio: se una banca mi vende un CDS su un BTP italiano, lei poi dove va a riproteggersi?).

Dicono inoltre che gli speculatori creano un mercato più concorrenziale e abbassano i prezzi dei CDS medesimi (NB: si stima che quelli nudi siano circa l’80% del totale!). Dicono, infine, che un grosso mercato di CDS costituisce un buon indicatore della solvibilità di aziende e Paesi debitori.

Quest’ultimo argomento è quello che mi convince meno, perché temo che la speculazione possa distorcere i mercati: ma questa mia affermazione forma l’oggetto di un dibattito più generale e forse persino più complicato dei CDS (ossia: i mercati sono sempre liberi ed efficienti, e quindi credibili, oppure possono essere distorti da bande di speculatori?).

Infatti, a tale proposito, debbo subito aggiungere che la BaFin tedesca ha cercato ma non ha riscontrato una distorsione del debito greco causata dal movimento dei CDS.

Andare al sodo

Pubblicato: 25 settembre 2011 da Paolo Magrassi in Scienza
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Mi sono accorto che molti ricercatori non conoscono arXiv, il magnifico sito mantenuto dalla Cornell University per la pre-pubblicazione di lavori scientifici. Eppure si tratta della più interessante innovazione nel campo della pubblicazione scientifica degli ultimi 20 anni.

Su arXiv si possono postare lavori inediti di matematica, fisica, statistica, computer science e biologia quantitativa. Il posting può avvenire prima, simultaneamente o a volte alternativamente alla sottomissione del paper a un journal peer-reviewed.

Si annoverano ormai anche esempi (arXiv esiste da 20 anni) di lavori di fondamentale importanza che, addirittura, sono stati postati lì e poi mai pubblicati: è il caso dei paper di Grisha Perelman sulla dimostrazione della Congettura di Poincaré, un problema di geometria irrisolto da 100 anni, che gli fruttò la Fields Medal ossia il Nobel della matematica.

Il numero di paper “farlocchi” (che pure ci sono) è sorprendentemente basso, e probabilmente non superiore a quello che si riscontra sui journal di seconda fascia -per non dire di quelli inferiori, che sono la stragrande maggioranza.

In arXiv trovate anche il lavoro del team OPERA, quelli dei neutrini più veloci della luce: http://arxiv.org/abs/1109.4897.

Se nutrite ancora dei dubbi circa il peso della speculazione finanziaria sulla crisi attuale, oggi vi propongo una riflessione e due letture. La riflessione: com’è nata la crisi in corso, nel 2008? Dovete solo fare un piccolissimo sforzo di memoria… Le letture. La prima è un articolo apparso pochi giorni or sono su Business Week, nel quale si tratteggia il ruolo che le grandi banche d’affari americane stanno giocando sullo scacchiere finanziario e su quello dei prezzi delle materie prime. Il dopaggio del valore di petrolio, granaglie e altre commodities (tutti beni che, manco a dirlo, sui mercati finanziari vengono trattati in quasi totale disconnessione dalla loro reale disponibilità) ha un influsso sul prezzo dei prodotti a valle, quelli che arrivano al consumatore. E siccome i prezzi ne risultano pompati, il consumatore compra sempre meno: e questa è la più classica sorgente di crisi economica. La seconda lettura è un paper postato qualche settimana fa su arXiv, dove si mostra empiricamente come 147 corporations controllino il 40% dell’economia globale e 737 ne controllino l’80%. E i 3/4 dei controllori sono aziende finanziarie.

Da “The network of global corporate control”, arXiv

Gli autori sottolineano come il controllo aziendale, esercitato attraverso le complesse reti di ownership, sia molto più concentrato del reddito o della ricchezza. Lo 0,6% controlla l’80% della proprietà aziendale, mentre per fare l’80% del fatturato occorre sommare il 30% delle imprese, e per totalizzare l’80% del reddito, nei paesi sviluppati, occorre mettere assieme il 5-10% delle famiglie.

Dunque, il controllo aziendale nell’economia globale è 10 volte più concentrato del reddito delle persone e 50 più del fatturato delle imprese. Alla faccia dei mercati efficienti e della invisible hand.

Da anni ammiro a tal punto la visione dell’economia dei commons di Yochai Benkler da perdonare a lui quasi qualunque cosa. (È un po’ come quando si leggeva la Storia di Montanelli: il fascino della scrittura, la grandezza dei personaggi e la piacevolezza dell’intreccio sovrastavano ogni imprecisione).

Poiché amo il metodo scientifico, normalmente mi infurio quando trovo un autore che infarcisce in modo arbitrario la propria prosa di «è stato dimostrato» e di «evidenze empiriche» a capocchia (magari in campi di indagine essenzialmente non falsificabili). Ma con lui, mai!

Oltretutto, io mi sono letto davvero (e non per finta, come Jon Zittrain :-)) tutti i papers di Benkler e quelli dei suoi allievi, tesi di dottorato eccetera, mentre preparavo un lavoro nel 2010. E vi ho trovato una notevole confusione nell’interpretazione del processo di produzione Open Source, che pure è un perno centrale del discorso sulla commons-based peer production.

Ma la sua visione di un’economia basata su altruismo, dedizione, cooperazione e neoincentivi è così liberatoria da meritare quasi qualunque credito. Ed è anche plausibile, dopo il web.

Noi dobbiamo sperare che Benkler abbia ragione e che qualcuno un giorno (magari un economista, lacuna importante nell’entourage di Yochai) «dimostri empiricamente» che il discorso si regge in piedi!

[English version here]

Non fu un’uscita felice quella di Nikita Krusciov, che definì «dipinti dalla coda di un asino» i quadri di Jackson Pollock. Era una stupidaggine che scaturiva dagli astrusi e oscuri meandri dell’ortodossia sovietica, secondo la quale l’arte astratta era un bidone, un trastullo capitalistico. Tant’è vero che il moscovita Kandinsky, che l’aveva inaugurata negli anni ’10 del Novecento, dovette scappare a Parigi, dove morì da cittadino francese.

Certo, la pittura astratta pone dei problemi di intepretazione. Se si riflette sulla questione in modo superficiale, sembra logico che alle persone piacciano di più i ritratti, i paesaggi o le scene d’azione stile Quarto Stato, che non degli schiribizzi di colore tracciati su una tela senza nessuna attinenza con la realtà naturale.

I quadri di Pollock, poi, sono ancora più enigmatici di quelli di Kandinsky, dove bene o male prevalgono rassicuranti forme geometriche o persino parafigurative: quelli di Pollock sembrano proprio fatti a casaccio, dalla coda dell’asino! Eppure hanno un enorme successo e io stesso, che non sono esperto d’arte, ne vado pazzo.

La verità è che anche le forme geometriche esercitano su di noi un fascino, e forse anche quelle casuali o quasi casuali: basti pensare alle onde del mare o alle nuvole. Sin dai tempi di Platone ci si interroga sulla ragione per la quale noi umani possiamo provare piacere davanti a un’opera d’arte. Negli ultimi 50 anni, con l’avvento dei computer e con strumenti di indagine scientifica sempre più raffinati, come gli scanner ottici o le risonanze magnetiche funzionali che fanno vedere i centri del piacere in azione nella testa delle persone, si è cominciato a fare sul serio.

Già quando stavo al liceo mi colpì una raccolta di saggi curata da Umberto Eco: Estetica e teoria dell’informazione (Bompiani 1972), nella quale si utilizzavano gli strumenti della teoria di Shannon e affini per misurare e spiegare il senso della percezione artistica. Ci sono state anche delle mode passeggere ma furiose, come quando si voleva riconoscere il rapporto aureo dappertutto, dalle piramidi egizie a Raffaello alle auto sportive: nei suoi godibilissimi e informati La sezione aurea (BUR, 2003) e L’equazione impossibile (BUR 2005), Mario Livio smonta parecchie di quelle elucubrazioni, al tempo stesso raccontandoci dell’importanza della simmetria nella nostra percezione sensoriale.

Ora, da una ventina d’anni ma in modo esponenzialmente crescente, si è affermata l’estetica frattale, e con essa la ricerca di frattalità dentro l’arte astratta.

Estetica frattale

La geometria frattale, ossia quella fatta da linee ovunque continue ma non differenziabili, sembra più adatta per descrivere il mondo reale che non quella idealizzata delle forme geometriche regolari. In fondo, noi non abbiamo mai incontrato un cerchio o un triangolo, ma solo blande approssimazioni. E siccome la geometria frattale è stata tirata in ballo per analizzare certi fenomeni caotici e spiegare la forma dello “spazio delle fasi” dei sistemi complessi, appare ragionevole anche applicarla alla coda dell’asino che imbratta una tela.

Secondo il fisico Richard Taylor dell’Università dell’Oregon, la pittura di Jackson Pollock è a trama frattale. Si tratterebbe anzi del primo caso che si è scoperto e studiato di frattali generati da un essere umano, ossia non reperibili in natura né generati da un computer (in sèguito, si è parlato di frattali anche per quadri di Leonardo, la Tour Eiffel e altre opere d’arte).

Taylor e colleghi hanno misurato l’intera produzione del pittore rilevando una dimensione frattale crescente nel tempo: dall’1,3 del 1945 al 1,9 del 1950. (Le dimensioni del mondo frattale sono comprese tra 1 e 2. Le curve differenziabili della geometria ordinaria hanno dimensione frattale 1. La curva di Peano, che riesce a riempire lo spazio bidimensionale, ha dimensione 2. Un foglio di carta appallottolato e scagliato nel cestino ha dimensione 1,5).

In parallelo agli studi su Pollock, e anzi ancora prima, era nata una fiorente ricerca intorno al presunto valore estetico dei frattali. Come percepiamo, noi umani, i frattali? Quali ci piacciono di più e quali meno? (Ecco tornare il tema della simmetria e del suo fascino). A metà degli anni ’90 si sono fatte parecchie misurazioni, utilizzando osservatóri umani e figure generate dal software, senza tuttavia riuscire a trovare alcuna correlazione tra la dimensione frattale D e la piacevolezza delle sensazioni provate dai percettori umani.

Cocciuto, Taylor non si è dato per vinto, e nel 2002-2003, arruolato uno stuolo di collaboratori psicologi, ha sottoposto a 200 cavie umane tre tipi di frattali: quelli che si trovano in natura (nuvole, alberi, cavolfiori, ecc.), quelli generati dal software e… i quadri di Pollock. Ritiene di aver riscontrato una prevalente preferenza estetica per i frattali di dimensione compresa tra 1,3 e 1,5.

I frattali come ponte tra scienza e arte

Queste (controverse) ricerche hanno dato la stura ai movimenti di pittura frattale, come ad esempio il parigino Groupe Fractaliste: Art et Complexité, emerso già nel 1997. Qui gli autori, a differenza degli artisti precedenti i lavori di Mandelbrot degli anni ’70, si prefiggono lo scopo di dipingere in modo frattale o sono consapevolmente suggestionati dalle forme frattali –anche se per la verità raramente le capiscono bene. Fanno, ad esempio, spesso confusione tra forme casuali e forme frattali (ossia, direbbe un matematico, fra distribuzioni normali e distribuzioni di Pareto-Lévy).

Un’altra confusione concerne il legame tra la matematica e l’arte. Oggi si sente spesso dire che la geometria frattale sarebbe il trait d’union definitivo tra mondo artistico e mondo scientifico.

Ma, a parte il fatto che (come hanno osservato Jones-Smith e Mathur) sono frattali anche gli schiribizzi dei bambini, il legame tra matematica e arte è assai più complesso, e ben più antico della scoperta dei frattali -una razionalizzazione di Mandelbrot su lavori preesistenti di Weierstrass, Cantor, Koch, Poincaré, Klein, Julia e altri del primo Novecento.

Basti pensare alla simmetria, al “truth is beauty” di Keats, agli eterni discorsi sulla bellezza della matematica che precedono di parecchio Mandelbrot e beninteso lo stesso Pollock.

Anche se oggi ci intrigano particolarmente, i frattali sono semmai uno dei legami tra la scienza e l’arte, non quello per antonomasia. Sono una delle arcate di un ponte più articolato.

Il ruolo dell’osservatore

Io ammiro i lavori di Taylor e affini e credo rivestano un grande interesse. È importante cercare di capire come si formi la percezione estetica negli esseri umani.

Però a volte questi studiosi sembrano dimenticare che la percezione dell’arte è qualcosa di più complicato di una bella sequenza di numeri. L’estetica non dipende solo dall’opera ma anche, e fortemente, dal livello culturale dell’osservatore.

L’arte, astratta o no, non piace a tutti allo stesso modo. Ad esempio se non siamo esperti e guardiamo la pittura rinascimentale, non ne cogliamo i significati iconografici e simbolici, i riferimenti a storie e personaggi: e così essa può apparirci stucchevole e priva di senso.

Ci piace Caravaggio (NB: solo da mezzo secolo. Prima era ignorato!), perché fa spesso riferimento a temi quotidiani, giungendo a rappresentare anche i santi come persone comuni. Ma cosa vogliono dirci, invece, le enigmatiche madonne di Antonello da Messina, quelle un po’ storte di Mantegna, i ritratti di Lorenzo Lotto, le Meninas di Picasso, i paesaggi di Giorgione, le icone russe? Se non siamo preparati in storia dell’arte, non ci dicono granché. Proviamo un vago sentore di attrazione, dovuto più che altro al mito, ma non sapremmo aggiungere altro. Non sappiamo se ci piacciono e, se sì, perché.

Il fatto è che ogni forma d’arte ha un suo linguaggio, e se non lo parliamo fluentemente le opere ci eludono.

Pensate al cinema. Sentirete sempre i cinefili più raffinati elogiare gli Eisenstein, i Kurosawa, i Buñuel, il Fellini di 8 1/2 o La Strada, mentre il grande pubblico va a vedere Scorsese, De Palma, Pollack e il Fellini di Amarcord.

Questo accade perché, come la pittura, la musica, la scultura e l’architettura, anche il cinema ha un suo linguaggio, di cui solo una porzione piccola risulta accessibile a coloro che non hanno coltivato specificamente quell’arte. Il modo di usare le cineprese, la composizione delle immagini, il suono, la luce, il colore, il montaggio, l’utilizzo degli attori, le citazioni delle opere del passato: la grammatica cinematografica è vasta e solo quelli veramente introdotti riescono ad apprezzarne le interpretazioni da parte dei vari registi. Ci sono film più o meno “orecchiabili”, come le musiche, e come i quadri. (E ci sono anche opere grandissime che sono sia orecchiabili sia profonde e complesse.)

Senza una formazione inerente al linguaggio di base di un’arte, la nostra capacità di giudizio è limitata, o comunque è diversa da quella di uno che conosca quel linguaggio. E questo spiega perché Lady Gaga è enormemente più popolare di Bach o di Miles Davis: la percentuale di pubblico addestrata alla musica barocca o al jazz è molto piccola rispetto a quella di coloro che possono apprezzare un ritornello pop. E la verità è che molti dei primi apprezzano anche Lady Gaga, mentre il viceversa è una rarità.

Dunque, per quanti trucchi escogitiamo per capire cosa prova un uomo o uno scimpanzé quando guarda un paesaggio frattale o una forma simmetrica o una stocastica, siamo ancora lontani dalla spiegazione olistica della percezione estetica. Bisognerebbe organizzare esperimenti che filtrano via il “rumore” culturale. Con le scimmie, si può fare; con gli umani è più difficile. Anche gli artisti grandi ma popolari, che piacciono a tutti, come Fellini, Caravaggio, van Gogh, Keith Haring o Giuseppe Verdi, sono percepiti diversamente da me e dagli storici delle rispettive arti.

È un problema analogo a quello che si pone nella misurazione del quoziente intellettivo. Molti dei test che vengono escogitati, e tendenzialmente proprio i più utili, contengono una componente culturale, che interferisce con l’intelligenza di fondo, innata. I soggetti che padroneggiano meglio il linguaggio e/o i riferimenti culturali impiegati nel test, risultano più intelligenti anche se magari non lo sono.

 Copyright: LICENZA CREATIVE COMMONS PAOLO MAGRASSI 2011

Anche nelle migliori famiglie

Pubblicato: 16 gennaio 2011 da Paolo Magrassi in Politica e mondo
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L’Economist è uno dei miei giornali preferiti. (L’obiettività è una fanfaluca. Però la stampa anglosassone inclina verso i fatti e le analisi; quella italiana verso le opinioni e il cicaleccio). 

Ma può accadere anche a loro di sbagliare, ogni tanto! Ecco alcuni errori che ho beccato e giudicato tanto macroscopici da meritare un commento online:

PaoloMagrassi’s comments

Jan 16th 2011 10:04 GMT

Accurate bottom line (Italy does not attract young talents), but confused analysis.

A) Italian emigrants with degrees are less than the Oecd average;
B) Of Europeans emigrants to the US with degrees, the “biggest chunks” are ALWAYS managers. The 17% Italians who work in universities is TWICE the average.
C) The article does not quote the sources of those “2004 studies”. Here’s (http://alturl.com/hvhf8) an account of a 2007 study conducted by sociologist Lorenzo Beltrame, attesting what I am saying and confuting most of what the Economist says in that specific paragraph.

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Eight years ago, Gartner publication SPA-16-0061 of 2 May 2002, “Why a Universal RFID Infrastructure May Never Exist”, clearly outlined the obstacles on the road to the Internet of Things (some of which are referred to in this Economist article).
The research note contained the following strategic planning assumption: «A universal, standard e-tagging infrastructure will not exist, if ever, before 2010 (0.6 probability)».
The press and the technology vendors create the hype, not serious analysts.

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Feb 13th 2010 8:52 GMT

I’m a bit confused, and agree with “scurvy”.

Let’ not mix latency (=interactivity) and bandwidth (=download/upload speed).

(Oh, and signals on copper wires do NOT travel at the speed of light)

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Oct 21st 2009 3:11 GMT

Dear Sir,

There is no scientific evidence of a functional dependence of corporate success from executive pay or quality.

For that matter, a universally agreed-upon global measure of executive quality or effectiveness does not exist, nor does exist a universally agreed-upon synthetical measure of corporate success, i.e. one allowing to compare any two companies on any period of time and say which performed better.

Furthermore, some suggestive, however weak, anecdotal and quantitative empirical evidence published in the business literature over the past decade seems to suggest that no correlation whatsoever exists between corporate performance and executive pay.

Even if prof. Kaplan were right in saying that “market forces” are determining executive pay, we know that market forces do not always work for good and that “invisible hands” can sometimes distort markets, rather that adjust them…

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Ridateci Veronelli e Incisa della Rocchetta!

Basta con i sommelier che dicono «broute», gli enologi che dicono «crou» e i gastronauti che dicono «floute»!

Al diavolo il viraggio, in corso ormai da un ventennio, dalla beva di quantità a quella di qualità:  ormai s’è capito che gli italiani ci metteranno un secolo per imparare a bere.

E nel frattempo per avere una buona bottiglia di barolo o amarone dovrei spendere come per un paio di scarpe. Per non dire di tutti i toscani che finiscono in “-aia” (buona parte dei quali sono tarocchi).

Certo, è stuzzicante e carbonaro rifugiarsi nelle numerose alternative che il volgo non ha ancora aggredito, spigolando in Francia o tra le aziende “autoctone” che non sanno ancora fare marketing. Ma non durerà a lungo. Già adesso persino alla S Lunga sta diventando difficile trovare un vino a prezzi non ridicoli.

Sì, perché, prima ancora che di limiti di budget qui si tratta di obbrobrio estetico, di sdegno, di intolleranza intellettuale: con che animo può l’amatore scucire 12€ per un ordinario (quanto delizioso) bonarda pavese, 18 per un aglianico appena decente o 22 per un viogner che nessuno comunque comprerebbe perché sconosciuto?

Possiamo riavere, non dico il Re (anche perché in tal caso io sarei probabilmente servo della gleba), ma almeno Gianni Brera e il maestro Manzi? Insomma, un po’ di classe per combattere l’odioso consumismo dei peones?

Think tank

Pubblicato: 27 dicembre 2010 da Paolo Magrassi in Luoghi comuni, Politica e mondo, USA
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Formuletta magica che in America significa “ufficio studi al servizio di una lobby di Washington”, e che in Italia suona cool. Da noi si chiama solitamente “fondazione”.

🙂

Il quadro della disoccupazione giovanile è più complicato di come viene solitamente descritto.

Se guardate i dati dell’Ocse, notate ad esempio che

  • Non solo Spagna, Grecia e Slovacchia hanno più giovani disoccupati dell’Italia, ma anche, a mio parere più sorprendentemente, Svezia ed Estonia;
  • in Finlandia e Irlanda la percentuale è simile alla nostra;
  • in Norvegia, Nuova Zelanda e Finlandia i giovani sono “trattati” peggio che in Italia, nel senso che la percentuale di disoccupati nella fascia d’età 15-24 è quattro volte più alta di quella dei disoccupati adulti (in questo senso, molto bene Svizzera, Israele e Germania).

E’ un quadro complesso, di difficile interpretazione senza tenere in conto, oltre alle questioni globali, anche fattori specifici di ciascun paese.

Un punto solo mi sentirei di commentare. Secondo l’Economist, la Germania surclassa tutti (eccettuata la Svizzera) grazie al suo sistema di apprendistato.

La cosa non mi sorprende: la stessa cosa si verifica, all’interno dell’Italia, nella provincia autonoma di Bolzano, dove non è considerato spregevole il mettersi a lavorare presto e dove si riscontra la più bassa percentuale di laureati di tutto il paese.

Uno dei problemi, credo, è il malinteso concetto di “diritto allo studio” (Das).

Das voleva dire, in origine: tutti quelli desiderosi e capaci di studiare devono avere la possibilità di farlo, indipendentemente dal loro censo.

(Art. 34 della Costituzione: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”).

Oggi, Das è diventato: tutti devono poter andare all’Università, anche se somari, e chi non lo fa è un inferiore, uno sfigato che si colloca al di fuori della società della conoscenza. Lo Stato deve dunque approntare una gigantesca infrastruttura costosa e (necessariamente) fatiscente per erogare universalmente una formazione terziaria magari anche infima, perché [far finta di] studiare è meglio che lavorare.

Che dite, mi sbaglio?

Poscritto di maggio 2011: Alesina e Giavazzi riferiscono che i giovani italiani che cercano lavoro sono la metà di quelli statunitensi, il 40% in meno dei tedeschi e il 27% in meno dei francesi. Questo è un dato (interessante ed eloquente) che non traspare dalla chart dell’Ocse qui sopra.