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R&D chiacchierata

Pubblicato: 30 agosto 2014 da Paolo Magrassi in Uncategorized
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Anche su Università e ricerca, in Italia solo discorsi di partigianeria, guelfi e ghibellini, in totale e rigoroso dispregio dei dati di fatto. Ne offro qui qualcuno utile, traendolo da un libro che scrissi nel 2011.

Se si sfoglia Measuring Innovation, A New Perspective (OECD, 2010), al paragrafo 5.1 “Reaping Returns From Innovation”, si trovano i tassi di partecipazione dei ricercatori dei vari Paesi ai 36mila papers più citati del periodo 2006-2008:

Usa 49%pic
GB 14%
Germania 12%
Francia 7%
Canada 7%
Cina 6%
Italia 5%
Olanda 5%
Giappone 5%
Australia 4%
[…]
India 2%
Brasile 1%
Russia 1%.

Per capirci, la classifica dice per esempio che in metà delle ricerche scientifiche più importanti compaiono ricercatori americani; italiani nel 5 percento; russi nell’1 percento. Eccetera.

Questi numeri sono sensibilmente influenzati (oltre che dalla lingua, che spiega il rango irrealisticamente basso di Russia e Giappone) dalle spese militari, che in R&D hanno un peso enorme e che in tutti i Paesi qui elencati tranne Olanda e Australia sono di almeno il 50% superiori alle nostre. Se, allora, dividiamo il numero di ricerche importanti per i quattrini profusi, scopriamo che gli italiani sono dietro, tra i grandi Paesi, solo a Gran Bretagna e Germania e davanti a Francia e Usa (mia elaborazione sulla medesima fonte).

Non siamo i migliori del mondo, come si legge a volte bizzarramente; dobbiamo rinnovare moltissimo del nostro sistema universitario, piagato da infrastrutture fatiscenti e da un corpo docente imboscato; dobbiamo far nascere più grandi aziende, che sappiano fare ricerca e innovazione. Ma non siamo neppure la feccia che si sente descrivere dagli sfascisti professionisti che cospicuamente abitano l’Italia.

 

 

OPEN INNOVATION: Aprire i confini dell’azienda e dei suoi partner per andare “nella nuvola” alla ricerca di innovazioni, di prodotto ma anche di processo. Vedasi, ad esempio, il crowdsourcing stile Innocentive o Yet2.com.

Questa è una delle più grandi potenzialità del web 2.0, se non la più grande in assoluto.

OPEN SOURCE: Adottare software coperto da licenze non proprietarie.

Purtroppo, le licenze OS sono una piccola giungla. Si va dal software “libero” (quello duro e puro di Stallman), che è protetto da licenze GPL molto restrittive, a quello genericamente Open Source, che è il modello adottato dai software vendor.

Se per fare un nuovo software utilizzate un software GPL-ato, ossia libero, allora anche il nuovo software diventa GPL-ato e libero. Risultato? Nessun software vendor fa software GPL-ato (che non lo distinguerebbe per nulla dagli altri vendor e anzi metterebbe subito nelle loro mani il sw sviluppato ex novo).

E siccome l’86% del software OS è prodotto da aziende (e non da individui sfaccendati, come vuole il leit motiv dominante), ecco che in pratica tutto il sw OS interessante non è affatto “libero”, bensì coperto da licenze concepite appositamente per lasciare spazio alle interpretazioni pseudo-proprietarie.

(Se non ci avete capito nulla, siete in folta compagnia: adottare software OS, per un’azienda, significa infatti dotarsi di uno Studio Legale molto preparato. L’OS è per l’80% Diritto e per il 20% Informatica).

OPEN SOURCE = OPEN INNOVATION? Purtroppo no. Almeno per il momento, i due termini sono disgiunti.

Il software libero, ancora nel 2010, non funziona proprio sul terreno delle innovazioni: se uno inventa un nuovo software, tenta di capitalizzare sull’idea per farci i quattrini. Sicchè, a tutt’oggi, il software GPL-ato non è quasi mai innovativo (per gli utenti), e si limita a riprodurre innovazioni già avvenute e a trasportarle in ambito “libero”.

I software liberi, e in gran parte anche quelli OS, si manifestano quasi sempre laddove i vendor non hanno più interesse a competere e preferiscono operare su una piattaforma comune -un po’ come le piattaforme delle automobili di oggi. Essi finiscono dunque con l’essere, paradossalmente, funzionali al sistema dominante che vorrebbero sovvertire.

Sarebbe fantastico, invece, se tutte le invenzioni (e qui il discorso si allarga al tema più generale dell’Open Content) venissero messe sul libero mercato con licenza tipo GPL: l’autore continuerebbe a essere riconosciuto e remunerato, ma tutti potrebbero utilizzare l’innovazione (software, farmaco, macchina) per trarne delle altre, che a loro volta sarebbero automaticamente GPL-ate.

Un mondo migliore di quello attuale, dominato da brevetti ed avvocati e dalle multinazionali che possono permettersi i migliori.

UN NUOVO MONDO?: Purtroppo, molti sono gli ostacoli che dovranno essere superati per arrivare all’innovazione libera, ammesso che ci si arrivi.

Intanto, le aziende che vivono di brevetti (come le farmaceutiche, le bioagricolturali, le elettroniche, ecc.) fanno lobbismo per tutelare interessi che ritengono messi a repentaglio dall’innovazione aperta.

Poi, molti giuristi dicono che più ampio è lo spazio concesso alle utilizzazioni libere o soggette solo al pagamento del compenso, tanto più è compresso il diritto d’autore. E, nella “società della conoscenza”, dobbiamo stare molto attenti a non buttare, con l’acqua sporca dei brevetti e dei copyright, il bambino dell’innovazione, dell’invenzione. Per questo c’è chi ha proposto schemi di proprietà intellettuali (come Creative Commons) che si sforzano di conciliare il capitalismo con l”innovazione aperta e libera.

Forse la strada è tracciata -grazie a gente come Richard Stallman e Lawrence Lessig– verso un futuro di innovazione libera, dunque “vera” open innovation.

Ma l’obiettivo appare lontano nel tempo e molti aspetti devono ancora essere sviscerati, soprattutto per quanto attiene al rapporto politico tra creatività e profitto.

Uno degli ostacoli sul percorso sono i pasdaràn che vivono il software libero come una fede religiosa. Costoro fanno, presso il pubblico generale, una propaganda negativa al movimento stesso che venerano, un po’ come gli adoratori di Padre Pio, che secondo le stesse gerarchie ecclesiastiche offrono una visione caricaturale del Cattolicesimo.

I pasdaràn dell’OS stanno alla liberazione della creatività come i fanatici dei “km zero” e i bigotti del “solare” o dell'”eolico” stanno all’ecologia. Ossia: i problemi sono più complessi di quanto essi credono e, propugnando ora questa ora quella “soluzione finale” che poi si rivela una bufala, fanno sorgere nel pubblico e nei politici il sospetto che sotto sotto ci sia una fanfaluca anziché un’idea molto valida.