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ricettatoriL’ho già postato qui e l’ho anche scritto in un paio di libri. Ma tant’è… Trovo intrisi di ipocrisia i discorsi fatti in Italia sulla conoscenza e sull’innovazione.

Non perché non creda in questi due valori. Al contrario: ne ho fatto pilastri della mia vita produttiva, e li coltivo anche molto al di là dei luoghi comuni. Ad esempio, credo che conoscenza e innovazione vadano sospinte e supportate anche al di fuori del campo tecno-scientifico. E credo che metà dei quattrini che spendiamo in politica e 4/5 di quelli che spendiamo in tv spazzatura andrebbero devoluti, mediante opportune politiche fiscali, alla ricerca.

Ma in Italia non si è capito ancora nulla né dell’una né dell’altra. Difetta gravemente, alla cultura nazionale, la consapevolezza dell’importanza dell’economia immateriale.

Da un lato, si crede che la sola cosa che conta per la crescita economica e lo sviluppo siano le “idee” (la “startàp”, i ragazzi nel garage, il brevetto, ecc.), come se non fosse ovvio che le idee sono condizioni solo necessarie e che ad esse deve seguire la capacità realizzativa.

Dall’altro lato, si fa strame a ogni pie’ sospinto della facoltà e dell’opportunità di produrre idee e “conoscenza”.

Infatti l’Italia è da molti anni ai primi posti nel mondo quanto a pirataggio di software, videogioghi, films, songs. Ossia, nel Belpaese è considerato moralmente accettabile il rubare i prodotti dell’ingegno (opere d’arte, come un film, o opere produttive che siano, come Microsoft Windows), mentre è ancora considerato riprovevole il rubare prodotti brick-and-mortar, tangibili.

Nessuno si sognerebbe di esibire scuse forbite e intellettualistiche per giustificare il furto di un smartphone o di un maxitv ultrapiatto da Mediaworld (prodotti in gran parte voluttuari, per i quali la gente spende cifre favolose, giungendo a indebitarsi): semmai, se ne vergognerebbe una volta beccato e portato in caserma.

ipocrisiaAl contrario, fiumi di inchiostro sono stati sprecati per spiegare perché sarebbe lecito, e persino bello e progressista, scaricare i film gratis dai server di ladri e ricettatori. Si sono sentite frescacce di ogni genere, che non c’entrano un fico secco con la cultura dello sharing e con la commons-based peer production, e altro non sono se non le scuse elevate da un ladro -che spende molti quattrini per lo smartphone, per il programma dati o per l’abbonamento alla pay tv, ma poi pretenderebbe che i contenuti fossero gratuiti (e solo per vigliaccheria, quando va al cinema o a teatro o allo stadio, non entra senza biglietto, saltando il botteghino e spintonando la maschera). Ignoranza, dunque, e/o ipocrisia e vigliaccheria.

Una cultura di questo genere, per la quale le idee non meritano di essere remunerate, non può capire la “economia della conoscenza”; non può fare innovazione su base tecnologica perché dovrebbe innanzitutto ammettere che le idee sono una cosa economicamente preziosa, e quindi imparare a gestire il capitale intellettuale. E infatti l’Italia produttiva (non quella della ricerca) è quasi uno zero in questi campi e meglio farebbe, fino a che non avrà maturato la relativa consapevolezza, a concentrarsi sul turismo e sull’enograstronomia. (Settori nei quali, peraltro, contano anche le idee: Eataly non si costruisce per caso, affastellando roba da mangiare su degli scaffali).

“SOPA è al tempo stesso troppo forte e troppo ampia. Troppo forte nei rimedi che propone, e troppo ampia per i problemi che cerca di aggredire. [… ] Nel complesso, il mio voto è un no.” [Jonathan Zittrain, giurista, co-fondatore del Berkman Center for Internet and Society ad Harvard]

La faccenda della pirateria digitale va risolta.

Va risolta perché abbiamo lasciato crescere una generazione di confusi che, spalleggiati da un’orda i ipocriti, scambiano la ricettazione per libertà.

Va risolta perché il diritto d’autore necessita di riforme: open source/content e creative commons hanno indicato la strada.

Va risolta perché nella società post-industriale (“economia della conoscenza”) le opere dell’ingegno hanno un’importanza cruciale.

Va risolta perché non possiamo accettare che si brevettino fagiolini e zucchine.

Va risolta armonizzando la funzione di beni comuni da un lato e proprietà intellettuali dall’altro.

Purtroppo la strada sarà molto lunga, come dimostra il fatto che dura già da un quarto di secolo.

Lunga perché il tema è complesso e va al cuore di alcuni cardini sociali, come proprietà privata, libero mercato, lavoro.

Lunga perché i tempi della politica lo sono.

E siamo ancora nello stadio storico nel quale le lobby propongono le leggi e queste si affacciano ai parlamenti in condizioni di deludente partigianeria: succede in America, figuriamoci in Italia dove di economia digitale capiscono poco persino gli accademici e dove la cultura giuridica è ancora sostanzialmente digiuna dell’argomento.

Quanta gente che la sa lunga e che, gratta gratta, scopri che non ha un background…

Il tema del diritto d’autore, delle proprietà intellettuali (IP), del copyright/copyleft, dell’open source e dei creative commons è molto più complesso di quel che appare.

E’ chiaro a tutti che il diritto d’autore va ripensato. Anzi, si è già cominciato a ripensarlo. E considerazioni analoghe valgono per i brevetti. Insomma, per le IP in senso lato.

Tuttavia, occorre avere la lucidità di tenere distinti l’aspetto civile e libertario da quello economico.

L’economia odierna è fondata sulla acquisizione e sulla manipolazione di competenze (knowledge), e questi “asset intangibili” sono venuti assumendo un ruolo cruciale. Sono i più importanti mezzi di produzione dell’economia moderna. (Già Marx li aveva riconosciuti, anche se non poteva prevedere l’enorme ruolo che sarrebbero venuti assumento nell’era dei computer e dell’internet).

Se noi frustriamo troppo la possibilità di trarre benefici economici da un’invenzione, rendiamo asfittica l’economia. (Esiste in tal senso un parallelo tra il brevetto di un’invenzione e il copyright di una canzone anche se, com’è superfluo sottolineare, si tratta di istituti giuridici differenti.)

La domanda delle cento pistole é: Esiste un modello economico, fondato su A) beni comuni, B) produzione cooperativa e C) open source (o Creative Commons), in grado di superare quello attuale?

Ancora non conosciamo la risposta. Ci sono autori, alcuni dei quali mi onorano della loro amicizia, che lo dicono possibile. Altri, per ora una maggioranza, che lo negano. Vedremo.

Nel frattempo, diffidate di chi propugna convinzioni granitiche in questo campo, perché l’argomento è molto più tosto e ramificato di quel che sembra. (Per esempio, corre un filo rosso tra l’odiosa procrastinazione dei copyright fin oltre la morte dell’autore, da un lato, e l’economia della conoscenza, dall’altro: e tale nesso sfugge a quasi tutti i commentatori, per non dire dei pirati ecc.).

Sentenza europea SABAM/Scarlet: esulta la confusa ciurma che crede ciò significhi che si può rubare.

Esulta chi non saprebbe scrivere un tema di cinque righe su creative commons, copyright o copyleft, ma è sempre alla ricerca di argomenti per giustificare il malcostume.

Esulta l’italietta 3a al mondo per pirataggio del software, e che non ne produce.

Esulta il popolo del web, che paga senza esitare 600€ (anche a rate) per l’àifon da usare su tuìtter e féisbuc, ma vuole che film e libri siano gratis.

Evviva la Società della Conoscenza!

Ho letto Remix. Dopo oltre mezzo secolo di “economia della conoscenza” (Drucker, 1955), Lessig continua a essere l’unica persona a me nota, insieme a Stallman, che abbia fatto proposte concrete intorno alla proprietà intellettuale e al diritto d’autore.

Creative Commons è stato, a mio parere, un contributo geniale. In Remix, adesso, egli formula cinque proposte di riforma del copyright. Speriamo che venga ascoltato.

Ai suoi detrattori non sfuggirà che la parte propositiva del libro è molto più ristretta e, nel complesso, meno convincente di quella di contesto. A mio parere, risulta particolarmente debole la parte economica. Non basta il giurista per convincere gli editori che le riforme proposte non modificherebbero il flusso dei proventi. Ci vuole qualche numero.

Ho poi colto una strana contraddizione nelle ultime due pagine.

Lessig dice che la ragione per cui non viene adottata una legge sul copyright più ragionevole e moderna, irrigidendosi invece in una scellerata guerra contro i ragazzi del p2p downloading, non è l’ignoranza dei termini della questione. La ragione sarebbe che, a differenza della lobby hollywoodiana, i ragazzi non foraggiano la politica.

E’ una tesi suggestiva, quasi poetica. Da Locomotiva di Guccini… Non si riforma il copyright per la stessa ragione per cui non si fa nulla per migliorare l’aria che gli stessi ragazzi respirano e il cibo che mangiano: le industrie pagano Washington, mentre i ragazzi sono squattrinati. E così noi (in Usa) prepariamo un mondo peggiore per i nostri figli.

La contraddizione è: ma, se i conservatori non sono ignoranti bensì solo ingordi, allora vuol dire che le majors pensano che, riformando, ci perderebbero. E non avevamo speso decine di pagine per dire che non ci perderebbero nulla?

La condanna in tribunale di Pirate Bay ha provocato un temporale di stupidaggini sui media italiani, imboccati da cattivi maestri.

Io sono, secondo la sciocca e desueta definizione adorata dai nostri media, un assiduo “cybernauta” (dal 1981). Eppure, pensa un po’, non credo che “i ragazzi di Pirate Bay” rappresentino “una nuova idea di rivoluzione” in quanto “apertamente” (?) “schierati in difesa della libertà di espressione” e “refrattari a ogni regola precostituita” (Corriere della Sera, 18 aprile).

(Credo anche, per inciso, che le regole debbano essere “precostituite” e non già personalizzate on the fly, come implica quella buffa dicitura).

Qui non è in gioco la libertà di espressione. Si parla dei reati di furto e ricettazione. E trovo ipocrita che ci sia gente che, pur di continuare a rubare film e song anziché pagarli, si trinceri dietro concetti nobili come la libertà di espressione e la democrazia del web per indurre i media a sostenere la propria campagna.

La libertà del web è messa a repentaglio da ben altre iniziative, come per esempio quelle tese a filtrare i contenuti o modulare le performance del web in base all’utilizzatore e/o al contenuto.

Analizziamo invece qualche argomento dei CiberCiSono e dei CiberCiFaccio.

Copyright e copyleft

“Hanno vinto i difensori del copyright”, titolano i giornali, istituendo la contrapposizione tra i poliziotti del copyright da un lato e i libertari del copyleft dall’altro. La confusione è grande.

Copyleft non significa dar via gratis ogni proprietà intellettuale. Significa lasciare la libertà di riutilizzo delle creazioni dell’ingegno. Il che non esclude affatto la remunerazione. (Per esempio, “free software” non significa software gratuito, bensì software modificabile liberamente.)

A meno che non si voglia seriamente sostenere (ma nessuno dei propugnatori seri e profondi del copyleft lo ha mai fatto) che Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band o Il nome della rosa o il brevetto per un farmaco rivoluzionario dovrebbero essere gratuiti, mentre un chilo di patate o un maglione, invece, no.

Proprio nella “società della conoscenza“, vogliamo metterci a sostenere che le cose materiali hanno un prezzo, mentre quelle immateriali non dovrebbero averlo? 

La scelta della pirateria musicale come terreno di battaglia per sostenere la necessità di riforme del diritto d’autore è un errore (CiberCiSono) o un’ipocrisia (CiberCiFaccio). Ai ragazzi dovremmo anzitutto insegnare che scambiarsi film e song attraverso il web, senza riconoscere alcun compenso agli autori, è illegale e immorale.

Ciò chiarito, e solo dopo averlo chiarito, potremmo disporci a disquisire di “nuovi business model” per l’industria dell’intrattenimento, un argomento sul quale, naturalmente, ogni blogger e chiunque disponga di una connessione internet si sente un’autorità…

Attacco al file sharing

Secondo gli avvocati difensori di The Pirate Bay, l’80% dei file scambiati sul sito è legale, ossia non protetto da copyright. Dunque, la condanna emessa contro TPB sarebbe meno una difesa del copyright che non un attacco alla libertà di file sharing tout-court.

Certo!

Sarebbe come dire che se la Polizia postale scovasse pedofili che si scambiano film di bambini su un sito di file sharing (succede tutti i giorni), non dovrebbe fare nulla se i pedofili fossero solo meno, diciamo, del 50% degli utilizzatori del sito.

Sarebbe anche come dire che se in un mercato di piazza la Finanza sequestrasse refurtiva su un banco e accusasse di ricettazione chi ci sta attorno, quello sarebbe da interpretarsi come un aggressione al libero mercato.

Il “popolo della rete” è indignato

Il popolo della rete è il popolo normale, ormai (in caso non lo sapeste, cari quotidiani nazionali). E scarica voluttuosamente film e song a tutto spiano, giorno e notte, senza remore e senza ritegno. In Italia, poi, più che altrove.

E, per lo più, non gliene importa un acca né di copyright e copyleft (che non sa cosa siano) né di libertà della rete (che ignora da chi e cosa sia messa a repentaglio).

Allo stesso modo, se abbandonato a se stesso, il popolo si fa beffe dei limiti di velocità, delle piazzole di sosta per gli invalidi, della dichiarazione dei redditi.

Se i piazzali dei concessionari di Bmw fossero lasciati aperti e incustoditi la notte, e se non esistesse il vincolo dell’immatricolazione, credete che ne resterebbe qualcuna? E, se sparissero, ciò avverrebbe all’insegna di qualche nobile causa libertaria, oppure solo per ingordigia?

La Costituzione proibisce il referendum su determinati argomenti (come ad esempio quello fiscale), perché è noto che sarebbe facilissimo costituire un consenso popolare intorno a tesi stralunate, come ad esempio l’abolizione delle tasse.

Il fatto che su Facebook e su “centinaia di blog”, come scrivono i giornali, si levino parole di sdegno nei confronti della Corte che ha condannato TPB testimonia solo che su Facebook e sui blog ci sono moltissime persone confuse (CiberCiSono) e molte persone furbe (CiberCiFaccio); cosa della quale non abbiamo mai dubitato.

Una questione di prezzo

Alcuni CiberCiSono e alcuni CiberCiFaccio (ma soprattutto i secondi) amano sostenere che se Cd e Dvd costassero meno allora non ci sarebbe la pirateria web.

Sarebbe un po’ come dire che se le Mercedes Benz costassero meno allora sarebbero meno rubate. Ah ah!

Cosa fa uno, quando trova troppo cara la Mercedes? Be’, si compra un Volkswagen o una Fiat: non va a rubare la Mercedes.

E, infatti, esistono infiniti siti web presso i quali si possono trovare film e song a bassissimo prezzo, anzi spesso gratis. Per esempio, su Broadjam e MySpace trovate un sacco di musica gratis e su lulu libri gratis a go-go.

Certo, sono gratis perché nessuno li vuole: la musica dei Nirvana tira di più di quella creata da oscure garage band… Sicché va a finire che la musica gratis non la scarica nessuno, mentre quella che ha un prezzo viene rubata.

Però lasciamo stare, per cortesia, l’argomento del prezzo.

Aspettando i nuovi business model

Se ci fosse qualcosa come iTunes, la pirateria cesserebbe.

Già. E iTunes c’è, da parecchi anni. E ci sono molti siti analoghi.  Però la pirateria continua. Ora compaiono anche i filmati a pagamento su YouTube. E credete che cesserà la pirateria sui film? Come on!

E’ vero, semmai, che gli editori di musica e di cinema non hanno ancora trovato business model creativi che consentano di far leva proprio sulla facilità con la quale i loro prodotti possono essere scaricati e scambiati in modo peer-to-peer (e in altri che verranno).

Essi sono da troppo tempo arroccati su posizioni anacronistiche, nel senso che se da un lato fanno bene a pretendere che si rispetti la legalità, dall’altro devono riconoscere che il loro business model attuale è morto e sepolto, da almeno una decina d’anni.

I nuovi business model dovranno introiettare le modalità di appropriazione dei contenuti sulla rete; le intervenute modificazioni sul diritto d’autore; il copyleft; le licenze creative commons e altre che verranno; le potenzialità dei micropagamenti. E chissà quant’altro.

Ma non è difendendo i pirati del web e i ricettatori che si afferma e si sostiene la nascita del nuovo.